L’eredità della Prima Repubblica

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di GIOVANNI BOGNETTI

La gamma dei difficili, urgenti problemi lasciati aperti dal trapasso della Prima Repubblica non riguardava soltanto le strutture della vita politica da riformare. Il sistema delle leggi in materia di economia, che aveva contribuito alle gravi disfunzioni degli anni Settanta e che aveva tracimato quasi intatto negli anni Ottanta, andava sicuramente corretto in molti suoi punti e in profondità, anche perché frattanto le condizioni dell’economia europea e di quella mondiale erano mutate o stavano mutando, e il ritardo nella correzione avrebbe potuto comportare danni serissimi. Le frontiere dell’Italia erano ormai totalmente aperte verso l’Europa, e non potevano non diventarlo a breve anche verso un mondo in cui l’economia procedeva ad unificarsi. Per sopravvivere, l’economia italiana doveva essere in grado di reggere la concorrenza sui mercati, al di là delle sue frontiere, in gara con soggetti economici dalla potenza crescente. L’intero sistema economico italiano avrebbe dovuto all’uopo assumere in tutti i suoi punti chiave profilature dinamiche , che non possedeva.

L’esistente diritto del lavoro e delle relazioni industriali aveva bisogno di riforme, che permettessero alle imprese di auto-ridimenzionarsi a discrezione, e ai giovani di trovare facilmente lavoro in posti ora di ristretto accesso. Di riforme aveva bisogno una pubblica amministrazione divenuta troppo estesa e inefficiente. Le regole delle pensioni e del servizio sanitario andavano ripensate. Il bilancio dello stato avrebbe dovuto riportarsi in equilibrio, senza peraltro aumentare la già eccessiva pressione tributaria, che anzi andava diminuita. Soprattutto, si sarebbe dovuto risolvere finalmente il secolare problema della arretratezza di molte regioni del Sud, abbandonando il metodo fallito dell’assistenzialismo praticato in precedenza, per tentare la carta della responsabilizzazione delle rispettive classi dirigenti, nel quadro severo di un federalismo che non fa sconti. Un Meridione che non riesca a elevarsi al livello pieno della modernità potrebbe rappresentare un peso insopportabile per un Italia impegnata domani a sopravvivere nella gara dei commerci mondiali.

Sembrava esistessero le condizioni, dopo la fine di un sistema partitico bloccato e infraciditosi, per una ripartenza magari non facile, ma capace di assolvere comunque i compiti che la nuova situazione proponeva. Nei venti anni trascorsi da allora la classe politica italiana pare essere riuscita soprattutto a reiterare nel suo seno la frattura paralizzante che la mantenne divisa negli anni della Prima Repubblica, ma senza ormai le gravi ragioni ideologiche che a quel tempo la giustificavano. L’intera classe politica – nelle sue componenti di destra , di centro e di sinistra – dà spesso l’impressione di essere impegnata quasi solo attorno a una questione: quella relativa al destino politico di una persona. Aiutarla a conquistare e a mantenere il potere, da dividere con lei, ovvero agire per scalzarla dal potere ad ogni costo, anche con l’aiuto improprio di un frazione politicizzata della magistratura (la quale sta occupando un posto nel sistema che non le compete): questa sembra essere la logica dominante, ogni altra cura messa a parte, della nuova forma di governo. Talmente piatta è l’immagine che la attuale classe politica italiana riesce a dare talvolta di sé, che al paragone acquista di molto quota l’immagine della classe politica che gestì, nel quarantennio precedente, tra luci ed ombre, le sorti della Prima Repubblica. Una classe politica, quella, di qualità non eccelsa, ma che, nella sua componente democratica, volle fermamente l’Italia nella Nato e il suo inserimento nella Comunità europea, e seppe in qualche modo accompagnare, tra grosse difficoltà, lo sviluppo della nazione italiana a moderna società industrializzata, tra le prime dieci nel mondo.

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