Libertà individuali e collettive in informatica

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tradotto da GIUSEPPE NUCCETELLI e CARLA BRACCA

Da praticamente 30 anni, viviamo in un mondo informatico che, per molti versi, è opposto al mondo reale. Immaginiamo che:
la vostra postazione informatica di lavoro rappresenti il vostro appartamento,
la rete che utilizzate rappresenti lo stabile nel quale c’è il vostro appartamento, l’èquipe informatica ed alcuni software rappresentino il portiere dello stabile. Cosa accadrebbe se ci fosse una traslazione delle pratiche del mondo informatico in quello reale?

Semplicemente questo: una sera, tornando a casa, l’ingresso del vostro appartamento si è trasformato nel bagno, la sala da pranzo nella camera da letto e la vostra cucina non esiste più, il canapè dal buon profumo di cuoio che adorate tanto è stato sostituito da un mobile in carbonio, i muri sono diventati parzialmente trasparenti, ed ogni volta che volete uscire o fare entrare degli amici dovete passare attraverso uno o più cerberi che vi autorizzeranno o meno, secondo il loro volere, con il pretesto dell’attuazione di una politica di sicurezza per il vostro bene.

All’occorrenza, il portiere (l’amministratore del sistema, l’équipe informatica o il curatore del software) ha deciso per voi cosa corrispondesse meglio alla vostra felicità ed al vostro modo di vivere. Si tratta, ad esempio, delle nuove versioni dei programmi, dell’organizzazione in gruppo del lavoro in cui sembra del tutto normale che tutti vedano i documenti degli altri, dei firewalls e delle politiche di sicurezza che vi impediscono di circolare liberamente su Internet (ed a volte sul vostro stesso hard disk), si tratta delle sempre più numerose regole intrusive che vi impediscono di aprire i programmi di vostra scelta, si tratta delle innumerevoli tracce e copie che lasciate anche semplicemente inviando una e-mail. È il film «Brazil» che si recita ogni giorno nel mondo informatico così come è pensato e gestito oggi. Nel mondo reale questo sarebbe completamente rifiutato.

Orbene, tutto ciò è accettato in informatica. E questo, in un certo senso, conferma l’idea di dittatura e censura. Per le prime generazioni di utenti ciò non aveva una reale importanza poiché l’informatica non era che agli esordi. Ma ora tutto ciò pone nuovi problemi sul piano individuale e sociale, in termini di libertà di pensiero, di sfera della vita privata e delle possibilità di rimessa in gioco del sistema.

Si è passati dal semplice mondo dell’informatica, visto come strumento, alla nozione di «nuove tecnologie dell’informazione» che ha l’utilità dell’inglobare qualsiasi cosa al momento opportuno. Questo universo delle tecnologie dell’informazione è stato regolato da incompetenti che demonizzavano gli strumenti delle nuove tecnologie (per mancanza di conoscenza e per il presentimento di perdere intere fette di potere) e sfruttato da entità (società o gruppi di individui) di «capocci o capireparto dell’epoca industriale» che vi hanno trovato un modo pratico e facile per rafforzare un potere di censura e controllo, guadagnandoci anche dei soldi. Poco a poco, la congiunzione di questi due mondi ha «formattato» gli utenti ad abituarsi ad obbedire ad un certo ordine delle cose stabilito da un pugno di persone autoproclamatesi garanti del benessere collettivo ed individuale, ad accettare processi di spersonalizzazione e ad accontentarsi del sistema presente, deciso in maniera arbitraria fuori da ogni concertazione.

Grazie alla maturità acquisita, è arrivato il momento che gli utenti informatici ricerchino degli strumenti in cui le nozioni di libero arbitrio, libera scelta e presa di responsabilità siano integrate anche alla metodologia stessa da cui nascono questi software, al fine di preservare la loro sfera privata in un autentico spazio di libertà.

Philippe Miceli
Membro del comitato direttivo di Newropeans (Francia)

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