L’estetismo nostalgico ha perso

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di Luca Martinelli

La sconfitta di Soru in Sardegna, a detta di Luca Mastrantonio su Il riformista di giovedì 19, è anche «la sconfitta del “partito degli scrittori” sardi, il cui programma, essenzialmente era uno: la tutela del bene pubblico che, in Sardegna, vuol dire soprattutto tutela del paesaggio». Una sconfitta del genere però non deve essere letta come uno spostamento dell’elettorato verso posizioni “cementificatorie” per due motivi.

Il primo: larga parte degli italiani, specie a Roma o al Sud, hanno buona memoria delle intense speculazioni edilizie che hanno rovinato centinaia di chilometri di costa, così come hanno memoria delle centinaia di opere incompiute (case popolari, scuole, edifici sportivi, tangenziali, ospedali, perfino prigioni) sparse per il territorio e lasciate a marcire. Il secondo: chi non ne ha memoria, le ha di fronte agli occhi.

Date queste premesse, pensare che la gente sia così stupida da consegnarsi mani e piedi ad una masnada di palazzinari senza scrupoli significa, di fatto, avere una visione distorta della società. Significa rinchiudersi in un salotto d’avorio, magnificando la bellezza dei paesaggi di quando s’era bambini e compatendo – se non proprio condannando – la miopia del popolo bue, travolto dalla velocità della globalizzazione tecnologica. Significa immergersi in un bagno di pessimismo, estetica, nostalgia e conservatorismo (ambientale e politico) che potrà forse rendere nelle librerie, ma sicuramente non nelle urne elettorali.

Sul piano politico, abbiamo visto gli effetti della trasposizione di questo pensiero: Veltroni stesso nel suo discorso d’addio ha dichiarato di non aver saputo capire questa società, ma ha addebitato la colpa di questa incomprensione al riuscito tentativo berlusconiano di costituire una “egemonia culturale fatta di disvalori”. Ancora una volta, non è il codice di lettura della sinistra che non si adatta alla società, è la società che non si adatta al codice di lettura della sinistra.

È proprio questo il punto che mi preme sottolineare: ultimamente questa retorica pessimista ed ipercritica nei confronti della globalizzazione, del mercato e della tecnologia ha preso il sopravvento. Soprattutto nei salotti televisivi, dove il conduttore discorre amabilmente col maître-à-penser di turno di come il progresso abbia svuotato l’uomo della sua essenza, di come bisogna recuperare il contatto con la natura. Giustappunto l’argomento del suo ultimo libro che, guarda caso, viene presentato durante l’amabile chiacchierata.

Per carità, non si vuole negare la possibilità ad un grande artista, scrittore, regista o quant’altro di dire la sua sulla vita, l’universo e tutto quanto. Ancor meno si vuole negare il diritto di farci un libro, uno spettacolo teatrale, un lungometraggio o una mostra. Ma risparmiateci di dover credere che questo tipo di pensiero pessimista e menagramo sia l’unico culturalmente possibile ed accettabile, che essere pessimisti faccia figo ed essere ottimisti faccia berlusconiano. E risparmiateci anche la solita tiritera per cui in Italia non si leggono molti libri: date queste premesse, un motivo pure ci sarà.

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