Fammi indovino e ti farò re

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In tutti i tempi ed in tutti i luoghi cercare di prevedere il futuro è stato, ed è, un esercizio comune; per gli oracoli e gli sciamani dei tempi andati, per le fattucchiere, gli analisti finanziari ed i centri di ricerca più blasonati contemporanei ipotizzare gli sviluppi nel tempo che verrà è stato un obiettivo che ha permesso di raggiungere potere e ricchezza. Oggi, nonostante la disponibilità quasi infinita di dati e mezzi per elaborarli, l’attendibilità delle previsioni, soprattutto sul lungo termine, non sembrano molto più affidabili dei responsi degli àuguri dell’epoca romana. Ma sotto alcuni aspetti – soprattutto a carattere economico, sociale e politico – la possibilità di avere un quadro di riferimento seppur impreciso per cercare di affrontare gli sviluppi di un mondo futuro è necessario. Un ambito molto studiato, per cercare di impostare politiche che rendano il mondo per le prossime generazioni almeno sostenibile e possibilmente migliore dell’attuale, riguarda gli aspetti demografici, con le preoccupazioni di un aumento eccessivo della popolazione o, all’opposto, di un calo delle nascite. Da un lato le implicazioni legate al sovrappopolamento (esaurimento di sostanze scarse e vitali, crescita dell’inquinamento, aumento della possibilità di conflitti e di epidemie, …); d’altro lato il rischio di popolazioni mediamente sempre più anziane (conflitti generazionali, insostenibilità del welfare state, implicazioni macro-economiche, …).

Il tasso di crescita della popolazione mondiale, dopo una modesta crescita lineare a partire dal XVIII secolo, ha avuto un’impennata dopo il primo quarto del secolo scorso ed ha raggiunto il suo apice negli anni ’60 con un tasso del 2.3%; da allora è in declino, e ci si aspetta che diventi negativo prima della fine del secolo, dopo aver superato – secondo le previsioni dell’ONU – oltre 10.5 mld di individui. Le stime delle Nazioni Unite hanno però il limite di essere basate prevalentemente su dati demografici (nascite, morti, fertilità) per estrapolare il trend futuro, senza prendere in considerazione i meccanismi causali che generano questo trend, e che – in considerazione di proiezioni su un lasso di tempo molto lungo – è ragionevole pensare che possano incidere in maniera significativa e permanente. Questo approccio sarà difficilmente modificato in futuro per la necessaria neutralità dell’estensore nell’includere dati relativi a cause la cui scelta per i singoli Paesi potrebbe essere vista come politicamente orientata. Altri centri di ricerca hanno sviluppato stime sulla crescita della popolazione, includendo anche altri fattori oltre a quelli presi in considerazione dall’ONU. Il Centro Wittgenstein, per esempio, integra la scolarizzazione nei parametri “tradizionali”, sul presupposto, osservato empiricamente, che nel lungo periodo il completamento di cicli di studi riduca sia il tasso di fertilità che la mortalità di una popolazione. The Lancet ha elaborato un modello ancora più vasto, prendendo in considerazione – oltre alla scolarizzazione, soprattutto femminile – anche altri fattori quali la fertilità in funzione al livello di istruzione ed all’accesso ed utilizzo di metodi contraccettivi, oltre ad un complesso modello per il calcolo della mortalità. Questi tre modelli giungono a risultati sovrapponibili per quanto riguarda il passato, ma diversi sugli sviluppi nei prossimi decenni, con la popolazione a fine del secolo a livelli inferiori per Wittgenstein (9.6 mld di persone) e Lancet (8.8 mld) rispetto all’ONU per le scadenze più lontane. Ci sono comunque almeno due caveat in tutte queste previsioni che sono riferite al pianeta intero: nei singoli Paesi ci sono situazioni molto diverse (localizzazione geografica, dimensione, densità della popolazione, situazione socio – economica); inoltre, riguardano un orizzonte temporale di quasi tre generazioni, ed in lassi di tempo così lunghi molte dinamiche possono subire variazioni imprevedibili e consistenti.

Il parametro principale per cercare di prevedere l’andamento della popolazione è il tasso di fecondità globale (Total Fertility Rate – TFR), cioè il numero medio di figli nati vivi da donne nel periodo fertile (15 – 49 anni) in rapporto al numero medio annuo della popolazione femminile nella stessa fascia di età. Un parametro che, a livello mondiale, ancora all’inizio degli anni ’60 era superiore a 5 e che l’anno scorso era pari a circa 2.3; da notare che il tasso di sostituzione, cioè il tasso al quale la popolazione rimane costante è 2.1 bambini/donna. Il TFR globale è influenzato da una serie di fattori, soprattutto a carattere sociale ed economico: l’aspettativa di vita alla nascita, l’Indice di Sviluppo Umano, il PIL pro capite,  gli anni di scolarizzazione femminile; significativo che i dati relativi a questi ultimi due fattori presentino un’elevata correlazione con il TFR. Forse gli aspetti più significativi del tasso di fecondità globale sono legati all’evoluzione delle società: la mortalità infantile si è quasi azzerata (circa il 97% dei nuovi nati supera i 15 anni), per cui non è più necessario avere un grande numero di figli dato che la meccanizzazione delle produzioni, anche agricole, non richiede più famiglie numerose per avere mano d’opera a basso costo; la diffusa urbanizzazione rende ancora più complessa la gestione di una famiglia numerosa e più facile l’accesso a prodotti per il controllo delle nascite; la crescita dell’istruzione femminile ha l’effetto di rendere le donne più autonome e meno vincolate da pressioni a carattere religioso o culturale, anche nelle scelte relative al matrimonio ed alla procreazione.

È anche possibile che, oltre a questi fattori con conseguenze di (relativamente) breve periodo siano in atto anche meccanismi evolutivi più di lungo termine: posto che lo scopo della vita di ogni essere vivente è la riproduzione, nelle prime fasi della nostra presenza sul pianeta la grande mortalità infantile ha causato la selezione di genotipi per un’elevata fecondità (avere molti figli per la certezza di trasmissione dei propri geni ai pochi sopravvissuti). Migliaia di anni di evoluzione hanno portato ad un’ottimizzazione genetica per la quale il TFR è stato ad un livello compatibile con tassi positivi di crescita della popolazione; non è da escludere che da qualche generazione sia iniziato un processo inverso.

Nonostante i governi siano condizionati nelle loro decisioni da dinamiche di breve termine per dover affrontare emergenze sempre più frequenti, gli impatti di un progresso tecnologico sempre più rapido e scadenze elettorali ravvicinate, gli sviluppi demografici, nonostante le previsioni di lungo periodo non siano davvero affidabili, restano la base per cercare di impostare politiche sociali ed economiche razionali. O almeno così dovrebbe essere, anche se in molti Paesi sviluppati sembrano prevalere le preoccupazioni legate al calo delle nascite che portano a proposte demagogiche per favorire la natalità, insostenibili sotto il profilo economico, e che non tengono in considerazione dinamiche secolari legate ai profondi cambiamenti strutturali della società.

Ma siamo poi davvero certi che un pianeta relativamente meno popolato non sia auspicabile?

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© G.Sabbadini – The Adam Smith Society

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