Aho’ Vabbé, ‘sticazzi! – Lo Zibaldone di Lorenzo Borla n. 412

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(Bruno Ballardini, Linus) Non molto tempo fa, sul New Yorker, qualcuno ha ricordato i vantaggi del bilinguismo. Coltivare il bilinguismo (o il multilinguismo) è una ginnastica preziosa che permette al nostro cervello di crescere, potenziando la gestione dei processi cognitivi superiori come la capacità di risolvere problemi, l’uso della memoria, la capacità di sviluppare il pensiero. Il fatto è che per poter beneficiare di questi vantaggi occorre mantenere vive le diversità linguistiche. Un tempo questa funzione veniva svolta dai dialetti. Ora, cosa è successo? L’esodo dalle campagne degli anni 60, il benessere, il consumismo e l’avvento della civiltà cittadina, hanno minato la diversità adottando come lingua unica l’italiano e relegando progressivamente nell’oblio le lingue d’origine. Il risultato è che spesso l’italiano è talmente mal accettato che è iniziata perfino una new age di recupero delle sane lingue di una volta.

In questa confusione s’inserisce un terzo incomodo: internet e soprattutto i cosiddetti “social”. La lingua diventa rapidamente un blob composto da tutte le espressioni dialettali italiane, tutti i vocaboli tecnici dell’inglese internettiano, tutte le scorciatoie linguistiche e, ahimè, anche tutti gli acronimi anglosassoni del linguaggio del business. Perfino i luoghi comuni, cacciati dalla porta della carta stampata, rientrano dalla finestra del linguaggio dei blog e dei forum. Quella di internet è diventata una non-lingua e un non-dialetto. A questo fenomeno si oppone l’iniziativa di un informatico friulano, Gianluca de Bortoli, che ha da poco inaugurato la versione dialettale di Facebook. Si chiama Facecjoc (http://facecjoc.com/) e dopo il primo periodo di prova nelle lingue del Nord-Est, adesso sta estendendosi a tutti i principali dialetti italiani. La rivolta del local contro il global ha avuto un successo strepitoso: subito 475.960 utenti, dei quali circa 150.000 attivi mensilmente (56mila friulani), ma oltre ai residenti ci sono numerosi emigranti in giro per il mondo.

Così sono stati aggiunti nuovi dialetti, dal veneto al siciliano, dall’emiliano al lombardo, fino al romanesco introdotto solo quattro mesi fa, che ha portato un boom di 320mila iscritti (circa il 16% del totale), mentre è imminente il lancio delle versioni in toscano e in napoletano. Al momento di registrarsi si può scegliere la propria lingua esattamente come accade con Facebook e, come per magia, compaiono tutti i menù nel dialetto preferito. Le frasi rituali nella schermata di benvenuto <Sei nuovo su Facecjoc? Registrati> ed <Entra>, suonano magnificamente in friulano (<Gnuv su Facecjoc? Regjistriti>, <Jentre>), benissimo anche in veneto (<Ti xé nòvo su Facecjoc? Iscrivite>, <Vien dentro>), discretamente in milanese (<Nuovo su Facecjoc? Registres>, <Ven denter>), spettacolari in siciliano (<Novu supra Facecjoc? Rigistrati>, <Trasi>).

A parte questo nobile tentativo di recupero delle lingue originarie, quella che si sta creando in rete è una lingua-mondo formata dalla totalità delle lingue disponibili. È la rete stessa a diventare l’acceleratore di un disastro che è appena iniziato e di cui non osiamo immaginare le conseguenze: in tutta questa fusione e confusione, c’è purtroppo chi si sta appropriando anche del dialetto altrui. Sicché, a Milano ha cominciato a diffondersi l’espressione romanesca detta ‘sticazzi. Per quanto suonasse esotica all’orecchio dei milanesi, l’espressione dal tipico cinismo romano, una volta decontestualizzata, ha perso totalmente il significato iniziale. Anzi, ne ha acquisito maldestramente uno nuovo, che non c’entra assolutamente nulla di nulla con quello originario.

A questo punto, facciamo un po’ di filologia. A Roma esistono soltanto due usi possibili dello ‘sticazzi: col primo s’intende significare <Chi se ne frega> (tipico: <Ahò, vabbè, ‘sticazzi…>); col secondo, dove la parola è accompagnata retoricamente dalla congiunzione e dal punto interrogativo (<e ‘sticazzi?>) significa <E allora?> (sottinteso: <Chi se ne frega?>). I milanesi invece, da quando l’espressione è arrivata in terra lombarda, utilizzano ‘sticazzi come esclamazione per dire <Accidenti!> snaturandola totalmente, quando invece l’uso romanesco corretto sarebbe Mecojoni! Volendo approfondire, su YouTube c’è ancora una lectio magistralis tenuta da Enzo Castellari, sceneggiatore e regista, vecchio lupo di Cinecittà, dove viene spiegata per filo e per segno la corretta applicazione di entrambe le espressioni anche come possibile test per verificare l’efficacia del titolo di un film. Castellari è diventato famoso infatti anche per titoli come Vado, l’ammazzo e torno. Per la cronaca, si tratta esattamente dello stesso test che viene usato in pubblicità dai copywriter prima di far uscire una headline.

Ora, siccome la lingua parlata è certamente determinata da chi la usa, ma vanno anche rispettate le origini linguistiche, avvertiamo gli amici milanesi che se entro 24 ore dalla lettura di questo articolo non ci restituiranno integro il nostro ‘sticazzi, qui a Roma siamo pronti a prendere in ostaggio l’esclamazione Vadavialcuu (forma contratta della frase <Và a dar via ‘l … >), una delle gemme più preziose della lingua lombarda, e siamo pronti a snaturarla come loro hanno fatto con la nostra. Forse non avete ben chiaro di cosa siamo capaci noi romani. Possiamo perfino adottare <Vadavialcuu> al posto di <Buongiorno!>. Immaginate cosa potrà accadere quando 60 milioni di italiani cominceranno la giornata mandandosi affanculo fra di loro..

L’uomo che non esisteva

(Stefano Origone, Repubblica) Questa è una storia vera, per quanto difficile da credere. Per sessantadue anni, un uomo di nome Pietro, che vive a Genova, non ha mai avuto una carta d’identità e una residenza. Ha vissuto in Italia per sessantadue anni come un perfetto sconosciuto. Polizia e carabinieri non lo hanno mai identificato, non ha mai sporto una denuncia. Non ha mai avuto un codice fiscale, un conto in banca, un telefono intestato e una casa con un affitto denunciato. Ha sempre lavorato in nero, non è mai stato in un ospedale, non ha prestato il servizio militare. Nessuno sapeva della sua esistenza, perché il suo certificato di nascita giaceva nell’archivio di un ospedale di Reggio Emilia fin dal 1953, anno della sua nascita. A rimettere insieme i cocci della vita di questo fantasma è stata l’Anagrafe del Comune di Genova, che ha ricomposto pezzo per pezzo il mosaico. Da pochi giorni, Pietro ha una finalmente una carta d’identità e un luogo di residenza.

<Ci siamo trovati di fronte una vicenda incredibile, anche noi in un primo momento stentavamo a credere che fosse vera. Non è stato facile ricostruire la sua vita – spiega Vilma Viarengo, responsabile dell’Anagrafe del Comune di Genova – perché avevamo pochi elementi su cui lavorare>. Tutto inizia due mesi e mezzo fa. Pietro, che non ha un medico di famiglia e non ha mai messo piede in un ospedale, si reca al San Martino di Genova perché ha problemi di salute. Gli consigliano di sottoporsi a esami diagnostici, un check-up urgente. C’è un problema: l’assistenza viene erogata in base alla residenza, serve la carta d’identità. Ma Pietro non ce l’ha. Allora si reca in Comune e presenta la domanda. Il Comune ha bisogno di sapere nome, cognome, data di nascita, indirizzo. Pietro non ha nulla che possa attestare questi dati perché non è mai stato registrato in alcuna anagrafe. Non ha la patente, non ha un contratto che indichi dove abiti, può solo dire di essere nato a Reggio Emilia sessantadue anni fa. Ovviamente non basta, ma è un punto di partenza. Genova contatta Reggio Emilia e dopo pochi giorni arriva la risposta: Pietro non è mai stato residente in quel Comune.

Il Comune di Genova però insiste nelle sue ricerche. Interpella la banca dati dell’Ina (Indice nazionale delle anagrafi) dove sono inseriti tutti i residenti in Italia. Anche dal cervellone arriva una risposta sconcertante: quell’uomo proprio non c’è. <Ci pareva impossibile – va avanti Vilma Viarengo – gli abbiamo chiesto di tornare nei nostri uffici per ulteriori informazioni. Dovevamo trovare una soluzione a questo enigma>. Pietro racconta della giovane mamma che lo aveva partorito in un ospedale di Reggio Emilia e del padre che non aveva mai conosciuto. Le ricerche allora riprendono dall’archivio dell’ospedale, dove in effetti si trova l’atto di nascita. L’Anagrafe ne entra in possesso e scopre che la mamma nell’atto aveva dichiarato di vivere a Reggio Calabria. È in questo momento che c’è stato il cortocircuito e Pietro ha perso irrimediabilmente l’identità. <L’ufficiale di stato civile di Reggio Emilia aveva inviato l’atto a Reggio Calabria, dove diceva di vivere la madre, ma agli uffici dell’anagrafe di questo Comune lei risulta sconosciuta>. Dell’esistenza di Pietro quindi si persero le tracce.

La madre non poteva garantire il suo sostentamento, così il bambino ha trascorso la sua infanzia e adolescenza in una serie di collegi. Come ciò sia potuto avvenire senza documenti, resta un mistero. Arrivò in Liguria poco prima della maggiore età ed entrò nel mondo del lavoro senza che nessuno gli chiedesse mai in tutti questi anni un documento. Sono gli anni Settanta, i contratti di lavoro all’epoca non esistevano quasi. Salta il servizio di leva perché di fatto è irreperibile, anzi non esiste. Affitta case, paga sempre in contanti, non apre un conto in banca. È incredibile che sia passato inosservato per tutto questo tempo, in una società governata dal “Grande Fratello”, dove tutto è controllato, dove è impossibile non lasciare tracce. Eppure, è andata così. Per 62 anni. Fino a quando è finito per forza di cose, senza aspettarselo, nella tela della burocrazia per la necessità di cure. Ormai la storia di Pietro è giunta al termine. <Appurato dal certificato di nascita che quella persona che diceva di essere era effettivamente lui, gli abbiamo chiesto dove viveva e abbiamo avviato i controlli>. I messi e la polizia municipale si recano all’abitazione, chiedono ai vicini e tutti confermano che quel Pietro c’è e che da tempo vive nel loro palazzo. <Quando gli abbiamo consegnato la sua carta d’identità, gli brillavano gli occhi… >.

Il matematico e i carri armati

(Gianni Riotta La Stampa) Difficile, che dalla vita del matematico russo Andrei Kolmogorov (1903-1987), si ricavi un film accattivante come quello su Alan Turing che decifra il codice segreto tedesco e contribuisce alla vittoria alleata nella Seconda guerra Mondiale. Gli storici concordano tuttavia che la guerra si vinse sul fronte russo, con una campagna che dissanguò Hitler, permettendo agli angloamericani di sconfiggere nel 1944-1945 una Wermacht spezzata su due fronti. Lo storico americano Paul Fussell, veterano ferito più volte, ammetteva: <Ogni volta che ci siamo battuti contro i tedeschi a uomini e carri armati pari, i tedeschi ce le han suonate>. Se l’Armata Rossa fermò i nazisti, una parte del merito va al dimenticato matematico Andrei Kolmogorov, almeno quanto nella vittoria britannica contò Alan Turing.

Contro i carri armati tedeschi, che secondo la brillante tattica del generale Guderian in Europa nel 1940 tagliarono aree di territorio per far affluire la fanteria, Kolmogorov propose al Cremlino di adottare i suoi calcoli statistici (poeticamente definiti Paradosso dei Grande Cerchio). Kolmogorov dimostrò, in un fondamentale saggio del 1942, che anziché provare ogni volta a fare centro perfetto sul bersaglio che vogliono colpire, gli artiglieri russi che mirano a un carro armato, o i piloti di carri armati che inquadrano cannoni nemici, avrebbero fatto meglio solo a tentare di colpire con una salva il bersaglio, ovunque nella sua sagoma. Statisticamente è meglio mettere più colpi a segno sul target, che sforzarsi di segnare sempre i 100 punti del centro. Il cambio logico, che ha in statistica infinite applicazioni anche nella nostra vita quotidiana o professionale, dilatò l’efficacia dell’esercito russo: Kolmogorov, decorato, mutò le sorti del XX secolo. E del XX secolo il carro armato, rimane icona.

Cento anni fa, pionieristici, un po’ ridicoli, carri armati cigolano lungo le trincee della Prima guerra mondiale. Nella Seconda invece, il conflitto che più esalta l’arma corazzata sui cingoli, ogni paese è caratterizzato dai suoi tanks. I Tigre tedeschi, lanciati come lampi verso Parigi, saranno invece fermati i dalla rasputizja, la fanghiglia viscida che annuncia e segue l’inverno russo. I formidabili D T34-85 dell’Unione Sovietica mettono il Terzo Reich alle corde. I Cruiser Tank inglesi che, nel deserto africano tanti dolori infliggono ai coraggiosi carristi italiani, senza benzina nelle impossibili “scatolette di latta”, mai davvero competono con i tedeschi: all’avanguardia negli Anni Venti, Londra perde con presunzione il primato mentre si avvicina la Seconda guerra, malgrado lo stratega Liddell Hart si sgoli, inascoltato, a spiegare allo Stato maggiore che la guerra corre sui cingoli. Gli americani non riescono a progettare un carro armato senza difetti, come ricordano le pene del malinconico Brad Pitt in Fury, la frenetica capacità produttiva delle catene di montaggio a Detroit di General Motors e Chrysler, dalle paciose berline ai carri armati, batte il nemico con la quantità, ma non con la qualità dei tanks. Neppure l’ultimo nato, M 26 Pershing, sarà senza difetti. I successori, M 60 (Chrysler) e Abrams (General Dynamics) impiegati in Iraq, saranno come i carri armati del Risiko, segno di forza formale non di guerra.

La Guerra Fredda oppone carri armati che sparano solo in addestramento (e sono sempre più pilotati via computer, vedi Israele nella guerra a Hezbollah 2006) e pesano strategicamente, non sul campo. In Corea e in Vietnam, i carri armati so-no fermati da risaie, giungla, terreni aspri, mancanza di strade e pianure. I giorni storici dei carristi restano, 72 anni or sono, dal 5 al 16 luglio 1943, quelli di Kursk, la più grande battaglia di carri armati. Stalin vuol aprirsi la strada per la vendetta a Berlino, Hitler bloccare per l’ultima volta l’Armata Rossa. Duemila tank nazisti contro 5000 sovietici, colpi, acciaio fuso, pannelli corazzati in frantumi, cingoli ai limiti della manovrabilità, cannoni incandescenti. Quando il silenzio ricade sulla piana di Kursk, 500 carri con la svastica son stati colpiti, 1614 con la falce e martello distrutti, 50.000 perdite tra morti, feriti e prigionieri tedeschi, 177.847 tra i russi: Hitler ha perso la guerra.

La goffa arma nata della Prima guerra mondiale conoscerà però, dopo Kursk, un altro giorno di gloria, senza tv e audience in diretta. Il 26 febbraio 1991, Prima guerra in Iraq, in un deserto perfetto per i carri, le truppe corazzate angloamericane del generale McMaster affrontano i mezzi della Guardia repubblicana del generale Salah Aboud Mahmoud. Nessuna città vicina, solo remote coordinate geografiche, per uno scontro che dopo la violenta battaglia di carri a Al Busayyah, fiacca gli iracheni di Saddam Hussein e assicura la vittoria alla coalizione. Gli americani perdono un carro e hanno sessanta feriti (causati dal fuoco amico), gli iracheni perdono 1000 uomini e 157 mezzi. È l’ultimo Evviva del carro armato: oggi, stagione di droni, l’esercito americano dispiega meno carri di quanti Hitler disperatamente impegnò a Kursk.

Windows 10

(La Stampa) Dopo mesi di annunci e un test collettivo che ha coinvolto milioni di utenti, arriva la nuova versione di Windows che viene identificata col numero 10. Windows, come ormai tutti sappiamo, è il sistema operativo adoperato dal 92% dei computer nel mondo. Windows 10 arriva dopo Windows 7 e Windows 8, saltando il 9, a indicare una rottura col passato, voluta dal Ceo di Microsoft Satya Nadella. Sarà l’ultima versione: in futuro sono previsti solo aggiornamenti costanti per introdurre nuove funzioni e correggere difetti. Saranno scaricati dal cloud Microsoft e installati automaticamente, senza l’intervento dell’utente, che comunque avrà un potere di controllo. Sarà un sistema pratico e sicuro, che aiuterà a combattere anche virus e malware (con un software che si chiama Defender). Windows 10 è una piattaforma universale che permette ai programmatori di realizzare un software per Pc e ottimizzarlo per smartphone o tablet. Le macchine comunicano grazie al cloud, in un sistema sempre connesso e sincronizzato; anche il magazzino dei programmi è uno solo e basta acquistare la versione per Pc per trovarsi installata la corrispondente applicazione per ogni dispositivo, vecchio e nuovo.

Di novità, in Windows 10, ce ne sono parecchie. Ad esempio Hello, un sistema di accesso sicuro tramite sensori e videocamere che promette di eliminare le password. Un gradito ritorno è il tasto Start, eliminato nelle ultime edizioni del sistema operativo. Con un clic si raggiungono le applicazioni e i file più usati, con un altro si decide quanto spazio concedere sul display. Le icone sono animate e segnalano i messaggi da leggere. Internet Explorer esiste ancora, ma il browser nuovo è tutto diverso, a partire dal nome: Edge. Ridisegnato per visualizzare i siti web senza tasti, opzioni e menù, permette di usare la penna o il dito per evidenziare una parte della pagina o aggiungere note e appunti. Cortana è un’assistente vocale che aiuta nelle ricerche e nei compiti di tutti i giorni. È una via di mezzo tra Google Now di Android e Siri di Apple ed è capace di apprendere le abitudini di chi la usa: dopo l’anteprima su Windows Phone, arriva anche su Pc. Sempre in tema di integrazione, Continuum trasforma un dispositivo mobile in un Pc e viceversa, permettendo di lavorare e divertirsi su uno o sull’altro, senza interruzioni. L’aggiornamento è gratis per il primo anno, per chi ha una versione di Windows dalla 7 in poi. Per gli altri costa sui 130 euro. Per scaricarlo ci vorrà un po’ di pazienza.

Maledetti economisti

(Diego Gabutti, Italia Oggi) Come i sacerdoti di chiese concorrenti, che amano farsi beffe delle altrui credenze e divinità, gli economisti sono sempre pronti a ridere delle teorie economiche dei loro colleghi, invariabilmente errate, astratte, romantiche, mistiche. Sono invece eminentemente scientifiche, perciò incontestabili, le dottrine economiche proprie. Come c’è una Vera Religione, c’è anche una Vera Economia? Sergio Ricossa, economista, spirito volterriano, contestatore impenitente del politicamente corretto, non fa sconti. Così un suo libro, Maledetti economisti, ristampato ora dall’editore Rubbettino e sempre attualissimo, giudica tutta quanta l’economia, una “scienza inesistente”, anzi, “nudo e crudo vaniloquio”.

Ricossa immagina che nel 2100, dopo un olocausto planetario provocato dai terroristi del Joint Masters of Kains (dalle iniziali di John Maynard Keynes), un comitato di superstiti si riunisca per ricostruire, dai pochi frammenti rimasti, la storia dell’economia. Un quadro dopo l’altro, segue l’intera commedia degli economisti dalle origini a oggi, dall’economia come branca della morale, all’economia come nuova trincea della matematica e braccio armato dei politici, anch’essi di professione narcisi e cacciaballe. Gli economisti, sia i sostenitori della mano invisibile del Mercato, che i loro avversari, i fan della Mano Pubblica, non si distinguono tra loro perché gli uni hanno ragione e gli altri torto, come sarebbe ragionevole. Si distinguono perché gli uni si fidano poco degli uomini e gli altri sembrano fidarsene troppo. Questa è una distinzione che non vale solo per gli economisti, naturalmente. Vale anche per i barbieri e per gli idraulici, tra i quali allignano ottimisti e pessimisti come in ogni altra professione. Però senza che da ciò discendano scuole concorrenti e antagoniste di tubistica o d’insaponatura. Ottimista o pessimista, il barbiere taglia i capelli; così come l’idraulico sia che parteggi per il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ripara il rubinetto oppure lo sciacquone. Ottimista o pessimista, l’economista produce invece interpretazioni del mondo insensate, talvolta pericolose, e previsioni che non si realizzano mai, neppure per sbaglio.

<È una tragicommedia. A dispetto della determinazione di essere eroi> scrive nell’introduzione Lorenzo Infantino, <gli economisti cadono nel ridicolo. Vogliono indagare la dimensione economica della vita, spiegarci il perché della prosperità e della depressione, farci capire qualcosa dei fenomeni in cui c’imbattiamo ogni giorno. Ma le loro teorie divergenti, contraddittorie, rendono complicato ciò che è semplice e rendono indecifrabile quel che è complesso>. Morale: l’economia non è una scienza, non più della religione o della politica, ma, nel migliore dei casi, è mito o letteratura. Ciò succede per esempio con Adam Smith e Karl Marx e, appunto, con John Maynard Keynes, mentre a volte è un oscuro abracadabra, per esempio con Piero Sraffa. <Non hai mai pensato, John – disse una volta Lyndon B. Johnson a John K. Galbraith, suo economista di fiducia – che fare un discorso d’economia è un po’ come pisciarsi giù per le gambe? Chi lo fa si sente caldo, tutti gli altri no>. È l’umido privilegio di chi si fa paladino di questa o quella pseudoscienza. Sostituite la parola economia con parole come psicologia oppure sociologia, ma anche teologia, insomma con una qualsiasi delle innumerevoli scienze inesatte e religioni bigotte e poi decidete se sentite caldo oppure no: a sentir caldo si fa parte della banda, altrimenti si è liberi d’essere liberi.

Vivere felicemente a Londra

(Simonetta Agnello Hornby, Sette del Corriere) Vivo felicemente in questa città, dove ho cresciuto la mia famiglia e ho esercitato la professione di avvocato, di giudice e di docente universitario. Mi sono sentita londinese sin dall’inizio, perché i londinesi che conoscevo mi includevano tra loro. Credevo che fossero scostanti, e che avrei dovuto cercare amicizie e supporto tra gli italiani. Invece, appena mio marito e io ci trasferimmo con due bambini piccoli a Dulwich nel 1972, nel Sud di Londra, divenimmo parte della comunità. Fui invitata a fare parte di un book club che si riuniva una volta al mese, e di un babysitting club. I rappresentanti dei tre partiti inglesi di quei tempi – conservatore, laburista e liberale – ci visitarono a casa per invitarci a diventarne membri. Entrai nel Labour Party e ci sono ancora. Fui incoraggiata a far parte della Dulwich Society, un’associazione a sfondo culturale, e a frequentare la palestra di una scuola messa a disposizione della comunità. All’inizio, ero piuttosto restia a essere coinvolta; volevo valutare quello che mi veniva proposto. Due volte l’anno la strada in cui vivevamo era chiusa al traffico per dodici ore con il consenso del Comune, per una festa dei residenti. Il cibo era preparato da noi; organizzavamo giochi per i bambini e pranzavamo nella strada, o nei garage, se pioveva. Mi sembravano feste strane, certamente impensabili nella Palermo di via XX settembre. Poi capii che erano il collante della comunità di cui facevamo parte, visto che quasi tutti gli abitanti della strada avevano la famiglia lontana e appartenevano a non meno di dieci etnie diverse. I miei vicini e poi, anche i colleghi al lavoro, erano curiosi e volevano sapere della Sicilia, dei piatti che cucinavo, conoscere la storia del mio Paese e le mie abitudini. Non mi aspettavo tanta attenzione. E tanta voglia di imparare. Poi capii che Londra è come una carta assorbente, che più si usa più diventa bella. E me ne innamorai. Amo Londra perché: ✓ è una città di emigrati. Dalla sua nascita come porto e centro di affari, ha accolto ebrei, protestanti perseguitati dal cattolicesimo, rivoluzionari e liberi pensatori. Nell’Ottocento la popolazione aumentò da uno a sei milioni, grazie all’immigrazione interna ed esterna, più persone di quante ne nascessero. ✓ non vuole costringere i non nonostante fino al 1870 morissero inglesi, che costituiscono la maggioranza dei nove milioni di abitanti oggi, a diventare londinesi; si limita a chiedere che accettino la sua etica: lavorare, divertirsi nel tempo libero, rispettare la libertà individuale. ✓ rispetta i disabili e li incoraggia a partecipare alla vita della città. Il mio figlio maggiore usa la sedia a rotelle e prende da solo l’autobus, il treno e la metropolitana; va in tutti i cinema, teatri e musei, nei negozi, nei bar e nei ristoranti, certo di potervi entrare e di trovare bagni adatti a lui. In Italia la scritta accessibile ai disabili può rivelare un posto con barriere architettoniche come gradini, un bagno privo di acqua o addirittura irraggiungibile. La maggior parte dei mezzi pubblici non permette al disabile accesso indipendente. ✓ è culturalmente ricca e generosa. Si entra nei musei gratis. Si trovano biglietti a prezzi ridotti nei cinema e teatri; in estate ci sono spettacoli aperti al pubblico gratis nei parchi e in capannoni. ✓ è un posto in cui le arti e la musica sono parte integrante della vita sociale, nei pub, nei teatrini, nelle scuole di musica e di recitazione, ad altissimo livello. ✓ ci trovi tutto, dalle cipolle di Tropea ai nidi di rondine di Taiwan, a prezzi che vanno da una sterlina a centinaia di migliaia. ✓ si possono studiare tutte le lingue del mondo. ✓ ognuno può vestirsi e truccarsi come vuole, e nessuno se ne meraviglia. ✓ posso correre per la strada senza che la gente mi guardi sorpresa o con disapprovazione. ✓ è una città curiosa; vuole imparare dagli altri, e si rinnova mantenendo le proprie radici e lanciandone di nuove. ✓ ha un fortissimo senso di solidarietà civica da sempre: scuole, case, ospedali e università sono state fondate e mantenute da benefattori londinesi, ✓ ha un grande senso dello humour; i londinesi ridono di loro stessi. ✓ è bellissima, i suoi edifici antichi e moderni si armonizzano tra loro, ha un cielo straordinariamente alto, dai colori diversi e con tramonti magnifici, un fiume maestoso. E i giardini più belli che io abbia mai visto sono proprio quelli londinesi.

La libertà

Dialogo tra due Spartani e Idarne, un satrapo persiano dell’Asia Minore. Durante il pasto, Idarne disse: <Perché voi, o uomini di Sparta, rifiutate di essere amici del Gran re di Persia? Vi basti guardare me e la posizione da me goduta, per vedere come Egli rimunera i servizi resi. Serse crede che anche voi siate uomini meritevoli, e non dipende che da voi di sottomettervi, ed ottenere dal Re una posizione di comando in terre di Grecia che egli vi assegnerà>. La risposta fu: <O Idarne, il consiglio che ci dai, deriva da una conoscenza imperfetta. Tu conosci una faccia della verità, mentre l’altra ti è completamente ignota. Tu comprendi bene che cosa sia la servitù, ma la libertà non hai mai gustato, e non sai se sia amara o soave. Se tu ne avessi l’esperienza, tu ci consiglieresti di combattere per essa non solo con i giavellotti ma anche con l’accetta (Erodoto)

lorenzo.borla@fastwebnet.it

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