La fine dell’Europa burocratica – Zibaldone n. 407

0
489

(Mario Deaglio, La Stampa) Il termine paradosso è di origine greca. E’ quindi appropriato che l’attuale situazione greca sia descrivibile mediante non uno, ma due paradossi. Il primo suona così: anche se l’esito del referendum è stato un No, la sua influenza sulla situazione greca risulta poca o nulla. La Grecia rimane un Paese con un “deficit primario”, ossia così indebitato da dover contrarre nuovi debiti per pagare gli interessi sui debiti già esistenti. Di fatto non troverebbe nessuno, ma proprio nessuno, in nessun mercato finanziario al mondo, che le presterebbe un solo dollaro o un solo euro. Il primo ministro greco sa benissimo che il gelido tavolo delle trattative di Bruxelles è l’unico posto al quale gli è possibile ottenere ciò che serve, ossia concessioni che assumano la forma di abbattimento del debito e annullamento degli interessi. Sa benissimo che senza un sostegno immediato dalla Banca centrale europea ad Atene scarseggeranno il pane, la benzina, i medicinali e tutte le banche si avvieranno al fallimento.

Che cosa può offrire Tsipras in cambio di questo sostegno? Deve garantire una politica economica che impedisca la formazione del deficit. Il che vuol dire, in parole povere, semplicemente “sacrifici”. Questi sacrifici sono però una medicina con forti controindicazioni. E’ necessario svolgere un’azione parallela di finanziamento alla crescita, ossia un programma pluriennale (che copra almeno un decennio) per rimettere in piedi l’economia greca. Tale pro-gramma sarà indispensabile anche se la Grecia dovesse uscire dall’euro o dovesse passare a un regime di doppia moneta.

Il secondo paradosso è che l’Europa, dopo il No del referendum greco, non potrà più essere la stessa. Che si raggiunga un accordo, oppure che la situazione scivoli nel caos, questa è la fine dell’Europa delle burocrazie. Il caso Grecia segna l’irrompere sulla scena di scelte politico-sociali scomode, che si era cercato per vent’anni di evitare, e pone le premesse per un ritorno a un vero “far politica” a livello europeo, a occuparsi di esseri umani più che di numeri, a ragionare davvero sul futuro. In questo senso, la crisi greca arriva al momento appropriato, ossia quando l’Europa ha perso la sua storica posizione centrale nell’economia globale, il cui fulcro si è spostato dall’Atlantico al Pacifico e, proprio per questo suo decentri mento, rischia di guardare con troppa attenzione l’albero Grecia e di dimenticarsi della foresta Mondo. L’albero Grecia soffre di una malattia senza precedenti che richiede rimedi senza precedenti, in quanto è in pratica la prima volta nella storia in cui ci si trova in presenza di una moneta senza Stato.

E’ però l’intera foresta Mondo a presentare sintomi allarmanti di cattiva salute a cominciare dall’albero Giappone. Dopo due anni di frenetica stampa di nuova moneta, li crescita è attualmente sostenuta dall’accumulo di prodotti nei magazzini, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è quasi I doppio di quello italiano ed è sostenibile solo perché i risparmiatori giapponesi si accontentano di interessi bassissimi, e perché la bilancia commerciale è ancora positiva, di poco. Se il segno dovesse cambiare, la crisi potrebbe esplodere improvvisamente, con conseguenze difficili da prevedere, ma comunque gravi sul piano mondiale.

Il secondo albero malato è la Cina. I nuovi governanti si sono trovati di fronte a una decina di città-fantasma e oltre 60 milioni di case vuote, un’enorme bolla immobiliare e cercano di farla sgonfiare lentamente senza che scoppi. Ma intanto si è registrato un vero e proprio cedimento delle quotazioni di Borsa, con perdite del 30% in un mese, e delle esportazioni. Infine, i problemi di salute non risparmiano gli Stati Uniti, dove l’occupazione aumenta in quantità, ma perde in qualità e aumentano i divari sociali; né il Fondo Monetario che fa il duro con la Grecia, ma ha prestato senza fiatare all’Ucraina 17,5 miliardi di dollari (che probabilmente non rivedrà più). In altre parole, le ruote dell’economia girano più adagio del previsto. E non si tratta certo della (sola) Grecia.

La sinistra radicale

(Francesco Piccolo, Corriere) Di solito la sinistra radicale sta all’opposizione, e ci sta bene. Non ha nessuna voglia di vincere le elezioni, così le sue idee restano sempre pure e indimostrabili. Tsipras e il suo partito invece le elezioni le hanno vinte e adesso pongono un problema che sarebbe interessante discutere, se non fosse così tragico: può la sinistra radicale, con la forza pratica del potere, opporsi in modo concreto e sensato allo strapotere del capitalismo europeo? Il paradosso è questo: può farlo soltanto se il suo radicalismo ha un limite. Se il suo radicalismo non è radicale. Se riesce, cioè, a ottenere ciò che la sinistra moderata non riesce a ottenere: che il welfare torni a essere più importante della restituzione del debito. A questo punto, la sinistra radicale greca dovrebbe avere il coraggio di giocare questa partita all’interno delle regole date, e resistere alla tentazione di farle saltare (anche dopo il referendum), altrimenti contrappone una rigidità delle idee alla rigidità in cui è stato trasformato il rigore dell’attuale capitalismo europeo. Dovrebbe avere il coraggio di porsi un limite e cercare l’accordo: otterrebbe condizioni molto più vantaggiose di quelle discusse fino a una settimana fa, e metterebbe in discussione l’arroganza di Merkel e del Fmi. Oppure può dimostrare di essere fedele a ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Di solito, restano fedeli alle promesse delle campagne elettorali solo coloro che perdono le elezioni (quindi la sinistra radicale è la regina della specie). Quelli che vincono imparano che governare significa mediare (stavolta con vantaggi evidenti). La sinistra radicale greca può decidere il futuro della sinistra radicale europea: se rientrare nella storia, rinnovandosi e cambiandola per tutti; o se restare ferma al vecchio metodo dei princìpi indiscutibili perché giusti.

Divisi si perde

(Norma Rangeri, il manifesto) Non sempre le motivazioni che hanno fatto nascere la Lista Tsipras in Italia sono state rispettate. Ci sono stati personalismi esagerati, dosi eccessive di autoreferenzialità, insopportabili elenchi di buoni e cattivi. Ma, nonostante tutto, alla fine ha prevalso l’idea di rompere vecchi steccati, l’unica idea capace di moltiplicare la partecipazione, specialmente delle giovani generazioni. Questa idea si è tradotta in consensi che hanno poi assunto il peso del quorum elettorale. Noi del manifesto abbiamo cercato di dare voce a quella sinistra che non vuole chiudersi nello sconfittismo autocompiaciuto, o nel ruolo rassicurante di quelli destinati all’opposizione a vita. Ma adesso come continuare il cammino?

Vista la sproporzione delle forze in campo sarebbe velleitario dire che vogliamo diventare maggioranza – Tsipras ha avuto successo in un paese in macerie – tuttavia vogliamo che si costruisca a sinistra del Pd una forza – o un insieme di forze – che possano farsi sentire con autorevolezza sui temi legati al governo del Paese. Se è chiaro quale può essere l’obiettivo (raggiungibile attraverso una lunga marcia che coinvolga associazioni, partiti, liste, movimenti), dobbiamo comunque chiederci perché facciamo fatica a farci ascoltare, perché non riusciamo a rappresentare una sinistra larga e popolare, una sinistra del lavoro, dei diritti, del vero cambiamento verso una società più democratica e meno liberista (più statalista).

Una prima risposta, che ha radici antiche, è questa: non sappiamo stare insieme; non sappiamo unire le forze. Questa incapacità è tutta ideologica: l’idea prevale sul rapporto tra le persone, per affermarsi l’idea è disposta a camminare sulle macerie, politiche e personali. Noi a sinistra abbiamo bisogno di sincerità e franchezza. Se siamo ancora una esigua minoranza, ed esistiamo più come rappresentanza politica che nella società italiana, non è, si fa per dire, per colpa di Berlusconi e del liberalismo. E come non era lui in passato il problema, oggi non lo è Renzi. Perché il problema siamo noi, sempre divisi, sempre convinti di avere la verità in tasca e guai a chi ce la tocca. Ecco, se vogliamo diventare più grandi, più forti, ognuno di noi deve cedere un pezzo della propria sovranità. Senza questa consapevolezza non solo non si fa una sinistra nuova, ma non si tiene insieme neppure un condominio.

I demenziali moduli della burocrazia

(Giuseppe Salvaggiulo, La Stampa) Chi è morto alzi la mano è il titolo di un giallo della scrittrice francese Fred Vargas, ma potrebbe essere anche l’inizio di un’esplorazione nel labirintico pianeta dei moduli della Pubblica amministrazione italiana. Ci sono moduli per confermare precedenti moduli. Perfino per dichiarare di essere vivo o morto. La Repubblica italiana non è fondata sul lavoro, ma sui moduli. Cervellotici o surreali, sono l’esempio del tentativo di regolare dogmaticamente con un procedimento ogni attività umana. Ingranaggi di un gigantesco meccanismo, oggettivo e automatico, come una catena di montaggio. Ma per i cittadini i moduli sono montagne da scalare. A ciascuno di noi è capitato di sentirsi impotente e stupido davanti a un modulo da compilare. Da un lato ci sono l’astrusità e la complessità delle regole da seguire, degne de Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Dall’altro il timore di sbagliare, fondato sulla consapevolezza che mancherà sempre un timbro, una marca da bollo, una firma autenticata, una copia conforme…

Secondo le istruzioni dell’Inps, i pensionati residenti all’estero devono completare ogni anno l’autodichiarazione di esistenza in vita. E dunque: <Il sottoscritto… nato… residente… consapevole delle sanzioni penali previste per il caso di dichiarazione non veritiera, dichiara di essere tuttora vivente…>. Al di là della scaramanzia, è un modulo paradossale. Se lo scrivente dichiarasse il falso, significa che vivo non era, cioè che era morto. Ma se era morto, a chi si applicano le sanzioni penali sulle dichiarazioni non veritiere?

Convegni, forum, pubblicità, ci hanno riempito la testa con la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, che ha come scheletro la posta elettronica certificata. Rappresenta la garanzia di aver inviato una e-mail da cui discende la possibilità di attribuire al messaggio valore legale (come una raccomandata). Ma per mandare e ricevere queste e-mail con valore ufficiale, alla pubblica amministrazione, occorre una casella di posta elettronica abilitata. E come si fa a ottenerla? Con modulo cartaceo, se del caso corredato di copia del documento di identità e con firma autenticata. Per attivare una procedura tutta informatica, non basterebbe un procedimento informatico?

Gli italiani sono un popolo di falsari? A riflettere bene sulla diffidenza legislativa per le fotocopie, pare di sì. L’Italia ama la legalità formale e quindi diffida delle fotocopie. Troppo facile fare taglia e cuci e poi fotocopiare, aiutati da un po’ di bianchetto. L’articolo 47 del decreto 445 del 2000 impone che le copie siano autenticate mediante una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Con un apposito modulo, in cui il detentore dell’originale attesta la conformità dell’originale alla fotocopia. Ovviamente con firma autenticata e copia del documento (a sua volta da autocertificare? Speriamo di no…).

I più affrontano l’esame della patente ricorrendo ai servizi delle scuole guida. Forse an che per evitare la compilazione del complicato modulo di richiesta della patente (il famigerato TT 2112 del Modulario Trasporti). Testualmente: <Il presente modulo – completato in ogni sua parte e corredato dei prescritti documenti – va presentato all’Ufficio Provinciale che – dopo la registrazione – lo restituisce corredato dei documenti in originale con la ricevuta che vale quale autorizzazione a esercitarsi per il prescritto esame di guida. Il modulo medesimo deve essere conservato con cura e presentato con i documenti di cui sopra a ogni prova di esame>. Basterebbe questo esordio in oscuro burocratese per scoraggiare i più. Sicuramente è più facile imparare a guidare che non compilarlo senza inesattezze. Del resto, come recita lo stesso modulo <ogni imprecisione o inesattezza deve essere tempestivamente segnalata all’Ufficio Provinciale perché provveda alle indispensabili correzioni>.

Agenzia delle Entrate, Equitalia e gabellieri vari hanno predisposto una serie infinita di moduli per agevolare (dicono) il contribuente. Basta un modulo e ogni istanza può essere presa in considerazione. Peccato che per compilare l’apposito modulo serva una laurea in diritto tributario. Un esempio per tutti. La dichiarazione Iva 2015. Un modulo di 15 pagine, diviso in 18 quadri (da «V A» a «V Z» e relative “sezioni”») che necessita di 98 pagine di istruzioni alla compilazione. Una media di sei pagine e mezza di istruzioni per ogni pagina di modulo da compilare! Un test di intelligenza? Ma anche nei casi in cui la Pubblica amministrazione cerca di semplificarci la vita sono comunque necessarie 100 pagine di istruzioni. E’ il caso del 730 precompilato, novità che il del governo Renzi propagandata come semplificazione.

Se poi si hanno problemi a pagare le tasse, la modulistica si complica ulteriormente. Consideriamo le richieste di rateizzazione da sottoporre a Equitalia. Viene richiesta la allegazione o autocertificazione di Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), Isr (Indicatore della situazione reddituale), un “Indice di liquidità”, un “Indice alfa” … Tutti dati a cui comuni mortali accedono con una certa difficoltà, mentre la pubblica amministrazione potrebbe più facilmente ricavarli dall’incrocio delle banche dati. Eppure si continuano a preferire i cari, vecchi moduli.

In pieno ossequio alla regole sulle dichiarazioni sostitutive dei certificati, un paio d’anni fa era divenuto leggendario lo zelo del Comune di Saronno che aveva predisposto anche l’autocertificazione della dichiarazione di morte. Dopo aver suscitato ironie assortite su Internet, il Comune è corso ai ripari con una più terrena “Dichiarazione sostitutiva certificato di morte” che viene redatta e autocertificata dai congiunti del de cuius. Sempre riguardo alla fine della vita si è posta l’incredibile questione della scadenza del certificato di morte (da richiedere con apposito modulo). In puntuale applicazione dell’articolo 33 del decreto 223 del 1989, le certificazioni scadono dopo tre mesi dal rilascio. Del resto lo status delle persone può cambiare (da celibe a coniugato, da senza figli a con prole) per cui è giusto che i certificati abbiano un termine. Ma, a pensarci bene, alcune condizioni, tipo la morte, non sono umanamente modificabili. Quindi è insensato pensare che il relativo certificato scada. E’ così intervenuto il legislatore che con l’articolo 41 del decreto 445 del 2000 ha precisato: <I certificati rilasciati dalle pubbliche amministrazioni attestanti stati, qualità personali e fatti non soggetti a modificazioni hanno validità illimitata. Le restanti certificazioni hanno validità di sei mesi dalla data di rilascio se disposizioni di legge o regolamentari non prevedono una validità superiore>. Ma molti continuano a pensare che anche il certificato di morte valga sei mesi, come risulta su internet agli indirizzi (www.assimedici.it e www.evi- sura.it). Confidano nella resurrezione?

Internet e robotica

(Edoardo Segantini, Corriere) Gli umani faranno la fine dei cavalli? E’ il titolo dell’ultimo saggio, di due economisti del Mit di Boston (Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee) diventati famosi per le loro riflessioni sull’impatto occupazionale di Internet e della robotica. Riflessioni che sono focalizzate sul concetto che gli effetti della nuova generazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale non sono più limitati alle mansioni ripetitive, ma coinvolgono anche i ruoli professionali più elevati. C’è il rischio della produzione senza produttori e della ripresa senza occupazione. I due autori riprendono, in modo critico, il celebre accostamento tra bipedi e quadrupedi, fatto dall’economista premio Nobel Wassily Leontiev negli anni ‘80. Per decenni, scrive Leontiev, si pensò che il telegrafo e le ferrovie, pur avendo soppiantato Pony Express e diligenze, non avrebbero minacciato il lavoro svolto dalla popolazione equina. Che infatti in America crebbe di 6 volte, tra il 1840 e il 1900, fino alla cifra di 21 milioni tra cavalli e muli.

Tuttavia, con la diffusione dei motori a scoppio, il trend fece rapidamente retromarcia: e, nel 1960, il numero dei cavalli era sceso a 3 milioni. Toccherà la stessa sorte anche ai lavoratori di oggi? Non necessariamente, è la risposta dei due studiosi, il cui punto di vista, da qui in avanti, si stacca da quello del maestro di origine russa. E introduce, anche rispetto alle loro riflessioni precedenti, alcune note nuove e positive di “ottimismo della volontà”. La principale è la considerazione che non saranno gli sviluppi tecnologici a decidere se “trasformare o meno gli uomini in cavalli”, rendendo irrilevante il lavoro, bensì le scelte politiche dei parlamenti e dei governi. Le difese che si possono mettere in campo contro gli eccessi di intelligenza artificiale, pur senza rinunciare ai suoi benefici, sono tutt’altro che irrilevanti.

Da un lato, scrivono i due direttori del Center for Digital Business bostoniano, l’economia è troppo basata sulla “human connection” perché si possa pensare di de-umanizzarla oltre un certo limite; è vero, Internet sta rimpiazzando molti ruoli intermedi, ma la maggioranza dei lavori ad alta intensità professionale resta fuori dalla portata delle tecnologie. Inoltre, diversamente dai cavalli, gli uomini posseggono capitali, peraltro distribuiti in modo ferocemente ineguale. Ma esiste anche un’ampia ricchezza diffusa, concentrata, ad esempio, nei fondi d’investimento e nei fondi pensione: un capitalismo di massa cui spettano scelte decisive per la vita delle aziende e per l’economia. Perché non pensare, propongono, a un “dividendo robotico” per distribuire all’intera società parte dei benefici ottenuti con l’automazione? L’esempio di riferimento è lo Stato dell’Alaska, che, attraverso un veicolo creato nel 1976, distribuisce ogni anno un “dividendo petrolifero” a ogni cittadino.

Dall’altro lato, e soprattutto, diversamente dai cavalli, gli uomini votano. E possono influenzare, con il processo democratico, le grandi scelte tecnologiche. Sono i votanti, e non i mercati, che negli Stati Uniti chiedono un salario minimo più alto o compiono altre scelte cruciali. I tempi (almeno in Europa e in Italia) sembrano prematuri: ma, in futuro, non si possono escludere anche da noi azioni e movimenti che propugnino restrizioni alle tecnologie ammazza-lavoro.Il principale strumento della politica per evitare scenari negativi, in America come altrove, è la valorizzazione delle qualità umane. Un’opera che si realizza attraverso un insieme di misure che vanno dalla scuola alle regole sull’immigrazione, dallo stimolo alle nuove imprese agli investimenti nella ricerca e nelle infrastrutture avanzate. Sarebbe bello che questi temi, da tempo di casa oltreoceano, conquistassero la scena intellettuale e mediatica anche qui.

Neutrini

(Gabriele Beccaria, La Stampa) Annoiati dal Bosone di Higgs? Provate con il neutrino. Il primo, il Bosone, è sovraesposto e più petulante di una star, il secondo, invece, si comporta com’è nella sua natura fantasmatica. Un po’ appare e un po’ scompare e a volte fa brutti scherzi. Insomma, è un folletto affascinante. Uno dei fisici che lo studiano, in più di una istituzione, si chiama Antonio Ereditato. Ha tenuto alla Scuola Normale Superiore di Pisa una lezione della serie Virtual immersions in science, raccontando di questa particella camaleontica, che rappresenta un ossimoro, in quanto di essa si possono dire cose contrapposte allo stesso tempo. Il neutrino: così evanescente negli esperimenti, così fondamentale per la comprensione dell’Universo, e forse un giorno utile nelle applicazioni, visto che potrebbe aiutarci a scoprire reattori nucleari clandestini o a realizzare comunicazioni ultraveloci.

Professore, perché il neutrino è tanto importante? <A parte i motivi scientifici che discuterò nella conferenza, perché la sua storia sembra un thriller, di scoperte e misteri. Con lui non mi sono mai annoiato. La sua specialità sta nel fatto che è caratterizzato da numeri molto grandi e numeri molto piccoli>. Ce li spieghi. <La quantità di neutrini è enorme, minima la loro massa. Grandissima l’importanza per capire l’origine e l’evoluzione dell’Universo, piccolissima l’interazione con la materia e con noi. Tanti eccessi, in entrambe le direzioni. Un concentrato di potenzialità per sapere da dove veniamo e dove andiamo>.

Un numero per capire quanti sono i neutrini? <Ognuno di noi, ogni secondo, in ogni centimetro quadrato del corpo è attraversato da 60 miliardi di neutrini provenienti dal Sole. Per non parlare di quelli che arrivano dalle profondità del cosmo>. E non ci fanno nulla? <Per fortuna no. Grazie al fatto che rispettano una specie di principio antropico siamo qui a raccontarli, perché sono così gentili da non interagire più di tanto con noi. Altrimenti la vita non si sarebbe potuta sviluppare come la conosciamo>. Come si fa a studiarli? <In due modi. Usando quelli che giungono a noi da sorgenti naturali (il Sole, le supernove, le sorgenti cosmiche) e quelli prodotti artificialmente da reattori nucleari e con gli acceleratori di particelle. In quest’ultimo campo siamo molto avanti con le ricerche>.

Che cosa state scoprendo? <Il primo fascio di neutrini prodotto con un acceleratore risale al 1962, e da allora li si studia à la carte: si decide sia l’energia che la direzione e il neutrino diventa un utensile per indagare le sue stesse proprietà e quelle di altre particelle. Io e il mio team abbiamo partecipato alla scoperta dell’apparizione delle oscillazioni del neutrino>. Apparizione delle oscillazioni: sembra uno scioglilingua. <Le oscillazioni sono proprietà un po’ fantastiche. Il neutrino cambia la sua natura durante la propagazione: parte di un tipo e dopo un certo tempo e un certo spazio si trasforma in un altro tipo per tornare dopo un altro intervallo ciò che era alla partenza e così via. È un processo, appunto, oscillatorio>.

Come si osserva l’oscillazione? <Facendo viaggiare i neutrini e usando rivelatori dove avvengono le interazioni: se quelli in arrivo sono di un tipo diverso da quello di partenza, c’è stata l’oscillazione. La scoperta delle oscillazioni, postulate originariamente da Bruno Pontecorvo, avvenne nel 1998, osservando la “sparizione” di una certa frazione di neutrini durante la loro propagazione>. Che cosa significa in pratica? <Era come se da 100 mele lanciate verso un cesto se ne fossero contate solo 50. Ma l’ipotesi era che dietro il fenomeno ci fosse stata una metamorfosi, con le mele diventate pere. Con i nostri esperimenti abbiamo costruito rivelatori sensibili – diciamo così – proprio alle pere, identificandole una a una: ecco, quindi, le oscillazioni in apparizione, non solo in sparizione>. Come si chiamano i due test? <Uno è al laboratorio del Gran Sasso, si chiama “Opera” e si è concluso nel 2012. L’altro è T2K ed è in funzione in Giappone>.

Le prossime tappe? <Pensiamo a “cose” ancora più esotiche. Con il rivelatore MicroBoone al Fermilab di Chicago vogliamo capire se alcuni indizi nascondano la possibilità di un’ulteriore apparizione: è il segnale dei neutrini sterili>. Sterili? <Esistono tre tipi di neutrini attivi: quando interagiscono con la materia, producono particelle secondarie. Quello del tipo elettrone si trasforma in elettrone, quello del tipo mu in muone e quello del tipo tau in tauone. Gli sterili, come suggerisce la parola, non fanno nulla. E allora come osservarli? Noi pensiamo attraverso le oscillazioni, quando, magari, si trasformano in neutrini attivi. Si tratta di misurare le quantità dei diversi tipi e le loro eventuali anomalie. Sarebbe una bella scoperta, che complicherebbe oltremodo lo scenario teorico. Ma noi fisici – si sa – siamo un po’ masochisti…>.

Se Ettore Majorana, uno dei “padri” dei neutrini, assistesse alle vostre ricerche, che cosa penserebbe? <Siamo nella fantasociologia, ma credo che sarebbe l’uomo più felice del mondo. D’altra parte trovare i “suoi” neutrini è uno dei nostri sogni>. I “suoi”? <Sono un altro animale dello zoo delle particelle. Nessuno sa se i neutrini siano particelle di Majorana, appunto, o di Dirac: la proprietà associata all’essere di un tipo o dell’altro è esotica, ma molte implicazioni cosmologiche dipendono da questo fatto. Nel primo caso il neutrino sarebbe identico alla sua antiparticella, nel secondo sarebbe sostanzialmente diverso>. Nel 2012 lei annunciò la possibilità che i neutrini potessero essere più veloci della luce, evento poi da lei stesso smentito: l’incidente le brucia ancora? <Segnalammo un’anomalia non compresa, che fu subito spettacolarizzata, e che poi risultò frutto di un malfunzionamento strumentale. Ma io preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno: la scienza sa sempre autocorreggersi. Con il sudore e le lacrime degli stessi scienziati>.

Coppie di potere

(Massimo Gaggi, Corriere) I cuori solitari in cerca di compagnia negli Usa, come in molte altre parti del mondo, hanno solo l’imbarazzo della scelta: Match.com, OK Cupid, Tinder, Hinge, Meetic e altri, offrono migliaia di possibilità d’incontro. Tante opportunità, ma anche il rischio di sprecare tempo e accumulare delusioni. Da qualche mese a San Francisco e New York, c’è un’altra possibilità: The Ligue, che non è un luogo per incontri sentimentali, bensì un sito accessorio alla promozione delle carriere; una variante di Linkedin per un Paese di professionisti indaffarati che non hanno tempo per cercare l’anima gemella. Amanda Bradford, la fondatrice di The League, è partita l’anno scorso da San Francisco e dalla Silicon Valley con l’idea di favorire la formazione di coppie di élite e l’idea ha riscosso subito un gran successo tra i neolaureati californiani: migliaia di domande d’iscrizione che la Bradford seleziona con sapiente severità. Può anche darsi che un giorno gli americani riusciranno a superare la segregazione razziale che ancora di fatto esiste in parti della loro società, ma difficilmente rinunceranno alla divisione della società in caste più o meno visibili – gruppi legati da appartenenze etniche, professionali o scolastiche – ora alimentate anche da questi social network “esclusivi”. Il fenomeno, dalla California si è esteso a New York (presto toccherà ad altre città Usa e del mondo) dove in pochi giorni ben 30 mila persone hanno chiesto di entrare nella Lega di Amanda: che per adesso ne ha accettate solo 7 mila. Visto che siamo nella ricca East Coast delle grandi accademie, lei ha alzato l’asticella: accetta quasi solo professionisti con una laurea in una delle celebri università della Ivy League. La logica di potere qui è ancora più forte che in California: si cerca un partner per costruire “coppie di potere” che diventino protagoniste in società. La diabolica fondatrice offre un meccanismo dedicato a questo e fa anche leva su un’altra misteriosa pulsione degli americani che, dovunque vedono gente in fila, pensano che ci sia un’occasione da non perdere. Alimentando, così, code da esodo biblico che diventano esse stesse eventi.

Phenomenon

August, in 2015, will have 5 Fridays, 5 Saturdays and 5 Sundays. This happens only once every 823 years. Based on Feng Shui, the Chinese call it “Pockets full of silver”.

lorenzo.borla@fastwebnet.it

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome