Alla fine dei conti – Zibaldone n. 406

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(Giordano Masini, www.stradeonline.it) A voler vedere ad ogni costo il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che un leader coraggioso, che aveva assunto impegni vincolanti con i suoi elettori, nel momento in cui si trova costretto a prendere una decisione che necessariamente tradisce quegli impegni, convoca di nuovo il suo popolo per ottenere un nuovo mandato. Il senso del referendum greco, convocato per domenica prossima per decidere se accettare o meno l’accordo con i creditori di Atene potrebbe, in fondo, essere quello. Da domenica prossima, quindi, conosceremo il destino della Grecia, se continuerà a far parte dell’euro, accettando le condizioni dell’Europa per ottenere una nuova linea di credito, oppure se uscirà dall’euro, con tutto quel che ne consegue. E saranno i greci, con il loro voto, a sollevare Alexis Tsipras dall’onere di dover raccontare, finalmente, una verità che conosce bene.

Perché alla fine il senso del referendum è anche questo. Che non fosse possibile continuare a rimanere nell’euro senza adeguare alla realtà i conti pubblici – entrate e uscite – era cosa nota da tempo, molto tempo prima che Alexis Tsipras vincesse le elezioni. A ricordarlo oggi con una certa brutalità è anche il giornale francese Liberation che non può essere davvero accusato di simpatie liberiste. Tsipras quelle elezioni le ha vinte promettendo al suo popolo la botte piena e la moglie ubriaca, la permanenza nell’euro e la fine dell’austerity. Era una promessa impossibile da mantenere, una grassa e grossa presa in giro greca, alla quale un popolo comprensibilmente spaventato per il suo futuro ha voluto credere, complice il fatto che le alternative elettorali, questo non va mai dimenticato, erano proprio quei partiti che avevano condotto la Grecia alla bancarotta.

Oggi, grazie all’annuncio del referendum, Alexis Tsipras e i suoi compagni potranno evitare di assumersi la responsabilità di quella menzogna, e magari salveranno la faccia lasciando il cerino acceso nelle mani dei loro connazionali. Ma a quale prezzo? Più che al risultato del referendum, per capire la dimensione del disastro dovremo guardare alla settimana che lo precederà: immaginate che domenica prossima si deciderà della permanenza nell’euro del vostro paese, e che la decisione sarà affidata a un referendum popolare. Guardate i sondaggi, vedete le percentuali di consenso del Si e del No, che corrispondono alla percentuale di probabilità che tutto quel che avete subisca un deprezzamento colossale. Pensate ai soldi che avete in banca, e cominciate a calcolare gli effetti sul loro valore della svalutazione imposta dal ritorno alla vecchia valuta nazionale.

Se da una parte questo potrebbe essere un argomento a favore della permanenza dell’euro, e che quindi potrebbe spingere i greci a votare a favore dell’accettazione delle condizioni dei creditori, dall’altra potrebbe essere la molla del si salvi chi può. Abbiamo già visto gli stessi cittadini greci votare Syriza con una mano e con l’altra ritirare i propri risparmi dalla banca, sottraendo liquidità al sistema creditizio greco e rendendolo di fatto completamente dipendente dal finanziamento della Bce. E sono sempre di più i greci che decidono di non rispettare le scadenze per il pagamento delle tasse, preferendo mettere al sicuro i propri soldi acquistando beni come le auto di lusso, le cui vendite in Grecia sono significativamente aumentate negli ultimi mesi e delle quali si intuisce un deprezzamento minore e meno rapido di quello che subirebbe la dracma in caso di uscita dall’euro. Sono le situazioni in cui comportamenti assolutamente razionali a livello individuale hanno conseguenze devastanti nel momento in cui diventano fenomeni di massa, e la corsa agli sportelli è un fenomeno che conduce direttamente un paese al collasso. Sarà poco consolante a quel punto sapere che Alexis Tsipras è riuscito a contenere i dissidi interni al suo partito, che sarebbero deflagrati se si fosse assunto direttamente la responsabilità di accettare l’accordo con Bruxelles, e a mantenerne la leadership.

Ancora una nota sulla scuola

(Andrea Gavosto, La Stampa) Come ripetiamo da mesi, la “Buona Scuola” fin dall’autunno 2014 aveva un peccato originale difficile da correggere: una “logica capovolta” che partiva non da una ricognizione dei reali bisogni formativi delle scuole, ma da un pacchetto di assunzioni predeterminato, sostanzialmente confermato fino a oggi. Una logica fondata su due premesse false: che assumendo subito tutti e solo i docenti delle Gae (liste ad esaurimento) si sarebbe risolto il problema del precariato e che queste assunzioni sarebbero state adeguate a soddisfare – per ogni materia e in ogni area d’Italia – la domanda di insegnamento che viene dalle scuole del Paese. I lettori capiranno anche perché su questi aspetti decisivi la riforma non è emendabile, anche dopo le modifiche apportate con il maxiemendamento, sul quale il Governo ha ricevuto il voto di fiducia del Senato. Certo, non tutto è da buttare nella Buona Scuola che ora diventerà legge dopo un ultimo passaggio alla Camera. Vanno apprezzate la volontà di tornare a investire sull’istruzione e la scelta di dare una salutare sterzata ai rapporti fra scuola e lavoro. Come pure ci convince la vera novità del maxiemendamento: un modello di valutazione dei presidi che può diventare un contrappeso ai maggiori poteri a loro assegnati; migliorabile ma coerente con la direzione presa in questi anni dalla valutazione degli istituti e con l’idea di introdurre più merito nella scuola. Non basta, però, e perciò pensiamo che sia stata persa un’altra occasione. Ma non basta. Perché questa riforma, che il governo ha voluto approvare frettolosamente all’ultimo respiro per ragioni di ordine politico, manca di una visione strategica chiara di che cosa e come debbano apprendere i nostri studenti nel prossimo decennio, sacrificata all’urgenza di portare a casa a ogni costo quel pacchetto di assunzioni. Un esempio? È buona l’idea di un organico dell’autonomia più ampio e flessibile, grazie al quale incrementare spettro e qualità dell’offerta formativa, dando gambe alla scuola di pomeriggio. Ma se diventa il refugium peccatorum per i precari a cui si deve dare una cattedra, lo si svilisce e lo si affossa.

Paese che perde, Paese che vince

(Danilo Taino, Corriere) La domanda con risposta scontata: vivete in un Paese pronto al cambiamento, capace di cogliere il positivo e reagire al negativo? No, per nulla, se vivete in Italia. Lo sapevate. Ma la domanda e la risposta non sono sciocche, se servono a ricordare la realtà, molto preoccupante, di un Paese che spesso si addormenta e si illude appena il costo del petrolio scende un po’ e l’euro si svaluta. La società internazionale di consulenza Kpmg ha prodotto un indice (Change Readiness Index) che misura la capacità di un Paese <di anticipare, di prepararsi, di gestire e di rispondere> a una serie di sfide, che siano occasioni positive o choc negativi.

Il risultato purtroppo è pessimo, per l’Italia. Su 127 Paesi valutati, si finisce in posizione 66, appena peggio del Kenya e appena meglio dell’India. La capacità di risposta al cambiamento dell’apparato statale la farebbe risultare anche molto peggio, al posto 87. Quella delle imprese non molto meglio, al numero 76. Più apprezzate, invece, le capacità di risposta delle persone e della società civile, per le quali il Paese sarebbe al posto 38. Per non fare comparazioni improprie, Kpmg divide anche i risultati per gruppi geografici e di reddito. Nell’Europa occidentale, la situazione migliore è quella della Svizzera, seconda nella classifica generale della prontezza di risposta al cambiamento; la situazione peggiore è quella dell’Italia. Nel gruppo dei Paesi ad alto reddito, il risultato migliore è quello di Singapore, che è anche prima assoluta nella classifica dei 127 Paesi considerati; l’Italia (nel gruppo di Paesi ad alto reddito) è ultima.

Stiamo parlando dunque di un’altra classificazione internazionale che racconta come siamo ormai ai margini della fotografia dei Paesi capaci di stare nel mondo globalizzato. L’indice – realizzato incrociando domande effettuate a 1.270 esperti, con dati di istituzioni internazionali – fa anche altre scoperte interessanti. Ad esempio, i dieci Paesi più pronti al cambiamento sono tutti ad alto reddito – e questo non è strano – ma hanno anche meno di dieci milioni di abitanti e sono economie aperte: oltre a Singapore, prima, la Svizzera, seconda, e Hong Kong terza, i quattro nordici europei e poi Nuova Zelanda, Qatar ed Emirati Arabi. È un mondo nuovo al quale l’Italia non era preparata e di fronte alle sfide del quale continua a non essere pronta. La meno pronta, tra i suoi pari.

Torna la voglia di Stato padrone

(Tino Oldani, Italia Oggi) Mentre si annunciano alcune privatizzazioni, in realtà sembra diffondersi sempre più una certa voglia di ritorno allo Stato padrone. Vale per l’Italia di Matteo Renzi, ma la stessa tendenza si sta affermando anche in altri Paesi, in testa Francia e Germania, compresa (udite, udite) la Gran Bretagna del conservatore David Cameron. Basta mettere in fila alcuni fatti. Il governo Renzi ha appena fatto sapere che, per realizzare il progetto della banda ultralarga, pensa di affidarsi all’Enel, ente pubblico, che grazie alla ramificazione capillare sul territorio avrebbe caratteristiche tali da assicurare il successo dell’operazione.

A Bassanini, che non ha escluso la “possibilità di sinergie”, E’ anche intervenuto l’amministratore delegato delle Ferrovie, Michele Elia, che si è detto pronto a partecipare alla diffusione della banda ultralarga: <Abbiamo novemila chilometri di rete ferroviaria e alcune centinaia di chilometri sono stati già coperti dalla fibra ottica>. Una disponibilità che la Cdp ha accolto con favore: <Enel potrebbe essere un player che, accanto a Metroweb e ad altri soggetti, concorre per portare la fibra dove Telecom non ha interesse a portarla>. Traduzione: Metroweb, che è controllata dalla Cdp, Enel e le Ferrovie, sono partner compatibili per realizzare un progetto strategico come quello della banda ultralarga, per il quale il governo ha messo a disposizione 6,5 miliardi di euro da investire entro il 2020. L’obiettivo è di ridurre il gap dell’Italia nell’economia digitale, dove siamo al 25.mo posto sui 28 Paesi Ue, appena un gradino sopra Bulgaria, Grecia e Romania.

Le cronache dicono che in Telecom stanno già studiando il ricorso da spedire a Bruxelles, perché bocci l’intervento dell’Enel come aiuto di Stato. In teoria, le regole europee potrebbero dare ragione a Telecom. Ma resta il fatto che in Italia, quando si devono affrontare investimenti strategici, la latitanza o lo scarso impegno dei soggetti privati è sempre più evidente. Strategico, per esempio, è l’acciaio. Ma l’Ilva di Taranto, gravata da 3 miliardi di debiti, può andare avanti soltanto grazie al prestito ponte di 400 milioni firmato dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Una ripubblicizzazione strisciante dell’acciaio, a cui ha dato man forte anche la magistratura di Milano, che ha destinato al risanamento ambientale le somme sequestrate (1,2 miliardi) agli ex proprietari dell’Ilva per reati fiscali e valutari. Tali fondi saranno girati al Fondo unico giustizia che così potrà intestarsi le obbligazioni che l’Ilva emetterà per finanziare i lavori di bonifica ambientale.

Lo Stato padrone sembra tornare a fare capolino anche nelle banche, segnatamente nel Monte dei Paschi, che a luglio potrebbe convertire in azioni le somme da restituire per i Monti Bond, dando vita a una partecipazione statale del 10%. La stessa cosa potrebbe verificarsi nelle autostrade, dove l’ultima direttiva europea ha stabilito che lo Stato possa riappropriarsi delle concessioni alla loro scadenza, senza obbligo di gara. Una decisione, quest’ultima, che sembra riflettere un certo ripensamento sulla funzione sempre salvifica delle privatizzazioni, imperante fino a poco tempo fa a Bruxelles. Forse è per questo che gli euroburocrati non hanno fatto una piega quando il governo francese ha aumentato la propria partecipazione in Renault al 19,7% per evitare che l’assemblea dei soci bocciasse l’adozione del voto multiplo. Il governo di Parigi difende da sempre lo Stato padrone: conserva una robusta presenza azionaria in Air France anche dopo la fusione con Klm, e a partire dal 2004, quando fu istituita l’Agenzia delle partecipazioni dello Stato, il portafoglio delle partecipazioni pubbliche francesi è più che raddoppiato, passando da 38 a 83 miliardi di euro in aziende quotate, più altri 20 miliardi in aziende private. In totale, 74 società, che consentono allo Stato padrone di controllare quasi tutti i settori strategici dell’economia francese.

In Germania lo Stato federale non possiede direttamente alcuna azienda manifatturiera, ma la mano pubblica interviene attraverso i Lander, come in Bassa Sassonia, dove il Land possiede il 19,9% della Volkswagen, una minoranza di blocco che condiziona ogni decisione strategica. Quanto alla Gran Bretagna, il governo di David Cameron non ha potuto fare a meno di intervenire per rimettere in piedi la rete ferroviaria, fallita per la pessima gestione privata, imposta dalla Thatcher. Insomma, niente a che vedere con lo Stato padrone del passato, che garantiva posti e stipendi come un ammortizzatore sociale. E se ora prende il posto dei privati che dimostrano di non sapere gestire gli investimenti strategici, non resta che aspettare i risultati prima di giudicare.

La leggenda del liberismo (selvaggio)

(Pierluigi Battista, Corriere) Un giorno qualcuno racconterà come e quando sia nata la leggenda, spacciata per realtà incontrovertibile da una parte (minoritaria) della sinistra, del dominio in Italia del liberismo (selvaggio). Se si legge una delle tante inchieste di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere a proposito degli sprechi pubblici, si apprende che le partecipate a Roma fanno spendere un sacco di quattrini e sono sacche di inefficienza paurosa, che hanno un numero di addetti che la più grande industria privata italiana nemmeno si sogna. La mano pubblica ha creato voragini: ma la colpa naturalmente è del liberismo (selvaggio). L’assistenzialismo clientelare è il vero motore dell’economia della corruzione, dello spreco, dello stato comatoso delle nostre finanze pubbliche: ma la colpa è del liberismo… Lo Stato allunga i suoi tentacoli ovunque, portando inefficienza e scialo di denaro: ma la colpa è del liberismo (selvaggio). Se l’Atac (l’azienda trasporti di Roma) ha un numero spropositato di addetti che finanziamo con la fiscalità generale, e fornisce un servizio pessimo, autobus vecchi e maleodoranti, pochi, incivili, indegni di una città, di chi è la colpa? Ma naturalmente del liberismo (selvaggio). La mano pubblica arriva dappertutto, in Italia: che strano liberismo! I conti pubblici non reggono più perché i Comuni sono diventati delle centrali di smistamento di lavoro, corruzione, appalti di discutibile trasparenza. Ma la colpa è del liberismo (selvaggio). L’Italia è l’unico caso di liberismo in cui la pressione fiscale tocca vertici vertiginosi, con le imprese che arrivano a pagare allo Stato il 70 per cento dei loro leciti introiti, qualcosa che assomiglia alla rapina di Stato, ma tutti dicono che la colpa è del liberismo. Anche in Grecia, la colpa della bancarotta (dello Stato) è del liberismo selvaggio. Tutti si rivolgono allo Stato per riceverne appoggi, erogazioni incontrollate, sostentamenti, fiumi di denaro pubblico spremuto con una tassazione di stampo sovietico, ma la colpa è del liberismo (selvaggio). A Roma, ostaggio della mano pubblica, non funziona niente, ma tutti indicano le responsabilità del liberismo. C’è anche una nuova teoria, quella del “benecomunismo”, che consacra il dirigismo statalista come runica ricetta per tenere a bada il mostro del liberismo selvaggio. E i liberisti si guardano stupiti e sgomenti: nel regno dello Stato onnipotente e onnipresente si dà tutta la colpa a un responsabile inesistente.

La più grande proprietà privata al mondo
In vendita all’asta

(Vittorio Sabadin, La Stampa) La più grande proprietà terriera privata del mondo è in vendita. È grande cinque volte Israele, coprirebbe un terzo dell’Italia. Chi vuole acquistarla può chiedere di ispezionarla: in aereo occorrono circa undici giorni. Non costa molto, la base d’asta è di soli 325 milioni di dollari, che includono anche uomini e animali: nell’immenso territorio di 101 mila chilometri quadrati ci sono 200 mila mucche, 250 mila pecore e 150 persone. L’annuncio dell’asta delle proprietà australiane di Sir Sidney Kidman ha creato un certo scompiglio in mezzo mondo. Ovviamente si sono fatti avanti i cinesi, sono arrivate manifestazioni di interesse dalla Svizzera, dal Sudamerica, dall’Indonesia, dal Canada e dal Regno Unito. Non capita tutti i giorni che venga messo in vendita un territorio che si può vedere dallo spazio, il più grande esistente che non appartenga a uno Stato o a un monarca. Lo ha messo insieme un uomo leggendario, scappato di casa quando aveva 13 anni con cinque scellini in tasca su un cavallo quasi cieco; un personaggio così bravo a commerciare in qualunque cosa da essere diventato in pochi anni l’uomo più ricco del Paese.

Sidney Kidman era nato ad Adelaide nel 1857 e aveva fatto i primi soldi acquistando tori, scambiandoli con azioni minerarie, vendendo le azioni quando salivano e con quei soldi comprando altri tori e altre mucche. In 60 anni di commercio quasi sempre fortunato, Kidman ha disseminato di stazioni di allevamento il continente. Per esempio quella di Ann Creek da sola si estende per 24 mila chilometri quadrati, ha una quarantina di abitanti che governano le mandrie e le greggi e una fattoria composta da quattro casupole di legno. Kidman è stato tenace e molto bravo nel collegare le stazioni della sua immensa proprietà fra di loro, in modo da poter portare il bestiame da Nord a Sud attraverso il continente, seguendo il corso dei fiumi e campi che garantivano disponibilità di acqua e foraggio.

Durante la Prima guerra mondiale avrebbe potuto diventare ancora più ricco, ma invece di approfittarne decise di regalare cavalli, carne e persino aerei da combattimento alle forze armate del suo Paese e creò un centro di assistenza per le donne rimaste vedove a causa del conflitto. Per questi meriti, Giorgio V lo nominò baronetto nel 1921 e in Australia molte strade e piazze portano il suo nome. Morto nel 1935, Sir Sidney lasciò tutto ai quattro figli e la proprietà è rimasta della famiglia per cinque generazioni, senza accumulare debiti. Ancora oggi produce 15 mila tonnellate di carne l’anno, che rappresentano l’1,3% dell’export australiano e che i cinesi contano ora di prendersi. Ma la concorrenza sarà dura e il percorso tortuoso, perché gli australiani cominciano a protestare: non vogliono che il 2% del loro continente finisca in mani straniere e stanno appellandosi al governo perché trovi, insieme ai soldi necessari, anche un po’ di orgoglio nazionale.

L’onniscienza non è vera scienza

(Massimiliano Panarari, La Stampa) Oggi basta accendere il Pc, prendere lo smartphone o il tablet, guardare Google, Yahoo e gli altri motori di ricerca, e ci sembra di sapere tutto. Ma non è affatto così. Secondo l’Università di Yale, una recente ricerca di tre suoi psicologi (Matthew Fisher, Mariel Goddu e Frank Keil) evidenzia tutta ima serie di effetti collaterali preoccupanti. A partire dalla caduta del confine tra quanto si conosce effettivamente e ciò che si ritiene di sapere, semplicemente perché lo vediamo sul Web e lo leggiamo in presa diretta sullo schermo di qualcuna delle nostre piattaforme digitali. Una confusione bella e buona (anzi, cattiva e pericolosa), per cui finiremmo sistematicamente per illuderci di saperne tantissimo e di essere, a conti fatti, più intelligenti di quanto siamo davvero.

La connessione, e l’infinita abbondanza di informazioni reperibili in rete grazie a Google & C. producono, quindi, una sopravvalutazione delle nostre capacità. Ne scaturisce così un’autocompiaciuta onniscienza 2.0, che resuscita in versione moderna il modello scomparso dell’erudito. Ma c’è una differenza abissale in materia, dal momento che questo nozionismo internettiano a costo zero cancella di botto la fatica e la pazienza certosina che occorrevano nel passato per accumulare cultura, scienza e dottrina. Tutto il sapere e subito, ennesima manifestazione della forza ma, appunto, anche dei rischi dell’era digitale, la condizione di eterno presente (senza profondità storica) in cui queste formidabili tecnologie hanno immerso le nostre vite. Mentre proprio il tempo costituisce, come hanno insegnato secoli di storia dell’Occidente, l’ingrediente essenziale per fare sedimentare il sapere, sviluppando le facoltà critiche, vero antidoto alla convinzione di conoscere tutto e di essere competenti in ogni campo. <Io so di non sapere> ci ammoniva Socrate, quando non c’era il Web. E l’universo digitale sembra così generare un nuovo peccato capitale di hybris e di superbia basato sul fascino indiscreto di questa sensazione di sapienza illimitata.

Una ragione in più, viste le implicazioni che ne discendono anche a livello politico per le nostre ammaccate ma beneamate democrazie liberali rappresentative, per cominciare a sfidare una certa retorica dell’apprendimento diretto che identifica sempre e comunque l’informazione con un processo positivo e una cosa buona e giusta. Mentre, come ci conferma ora la scienza, sarebbero opportuni alcuni correttivi. Ovvero, qualche consapevolezza in più offerta da una figura innovativa di mediatore della conoscenza in grado di ripristinare il circolo virtuoso dell’analisi critica. E il ricorso a qualcuna delle formule su cui lavorano i teorici della democrazia deliberativa (che prevede cittadini più informati sui temi di interesse pubblico), di quelle che vengono facilitate nella loro applicazione proprio dalle tecnologie informatiche e comunicative. Perché, giustappunto, la tecnologia è bellissima, ma lo è ancora di più quando la si usa con un pizzico di spirito critico.

Il sogno della fusione nucleare

(Alessandra Viola, Il Sole 24 Ore) Energia pulita e sicura, economica e virtualmente illimitata. È la promessa della fusione nucleare: una speranza – secondo le ultime stime disponibili – che per trentacinque nazioni del mondo, in cui vive più di metà della sua popolazione, vale almeno venti miliardi di euro. A tanto ammonterà il costo complessivo dell’International termonuclear experimental reactor (Iter), gigantesco esperimento in costruzione nel Sud della Francia che dovrà dimostrare la fattibilità scientifica e tecnologica della fusione termonucleare. Un progetto che coinvolge sette partner (Unione europea, Stati Uniti, Cina, Russia, India, Corea e Giappone), e che dopo una ventennale programmazione ha preso il via nel 2006. Anche se il cantiere di Cadarache, in Provenza, è ancora quasi solo un grande buco nel terreno (i lavori sono appena al 20%), Iter impressiona già per numero e qualità delle sfide che pone. <Abbiamo un’opportunità unica: un progetto globale di ricerca che potrebbe cambiare la vita dell’umanità> dice Bernard Bigot, nuovo direttore generale insediatosi in marzo. <Ogni giorno di ritardo costa un milione di euro: il vero rischio dunque non è tecnologico ma è quello di dimostrare che non siamo stati dei buoni manager. Se non dovessimo riuscire, come faremo? Quale energia potremo utilizzare nel prossimo secolo senza devastare il pianeta?>.

I lavori a Cadarache procedono di buona lena, anche se una nuova agenda temporale, che prevedibilmente farà slittare i tempi per l’inizio degli esperimenti alla fine del prossimo decennio, sarà resa nota in novembre. Del resto le dimensioni di Iter, il più grande progetto di cooperazione internazionale al mondo dopo la Stazione spaziale, spiegano i ritardi: alto come un palazzo di dieci piani, avrà una vita di settant’anni e peserà 23mila tonnellate, come tre torri Eiffel. Lo scopo di questa enorme macchina è ambizioso quanto le sue misure: accendere il Sole sulla Terra, imbrigliarlo e usarlo per produrre l’energia più pulita che sia mai stata disponibile per l’uomo. Un Sole in scatola, che dovrebbe aiutarci a garantire la nostra sopravvivenza sul pianeta evitando inquinamento atmosferico, emissioni di gas serra e persino possibili guerre per accaparrarsi scarse risorse energetiche. Iter dovrà produrre dieci volte più energia (500 MW) di quella necessaria per il suo funzionamento (50MW). Lo farà fondendo tra loro nuclei di deuterio e trizio (due isotopi dell’idrogeno che verranno portati allo stato di plasma, gas caldissimo e carico elettricamente), ottenendo come sottoprodotti l’innocuo elio e un neutrone (per ogni reazione).

Le sfide tecnologiche per la costruzione del reattore sono innumerevoli: ogni singola cosa, in un tokamak (così si chiama il campo magnetico a forma di ciambella in cui viene “ingabbiato” e riscaldato il plasma per costringere gli atomi a scontrarsi tra loro) di queste dimensioni, è complicata. Facciamo qualche esempio. Alcuni componenti sono talmente grandi da non poter viaggiare su strada, quindi dovranno essere costruiti in loco. Altri dovranno resistere a carichi termici e temperature critiche: dai 150 milioni di gradi del cuore del plasma ai 400 gradi del mantello che lo circonderà, fino ai -269 gradi che dovranno essere assicurati dai magneti ai loro superconduttori. Sbalzi termici che si susseguono in pochi metri e sarebbero in grado di mandare in tilt qualsiasi macchinario, che renderanno necessario ingegnerizzare i materiali per renderli resistenti al calore e anche alle fortissime sollecitazioni cui verranno sottoposti dagli urti con i neutroni in movimento generati dalla fusione. Poi c’è il sistema di controllo remoto, che si rende necessario perché una volta acceso il reattore non sarà più possibile accedervi fisicamente. E infine il campo magnetico, oltre 200mila volte più potente di quello terrestre, in cui ingabbiare il plasma, “combustibile” volatile e sfuggente della fusione che raggiungerà 10 volte la temperatura del Sole.

Se il livello delle sfide è altissimo, quello delle promesse lo è però altrettanto: produrre per un anno un Giga Watt di energia con una centrale a fusione richiederà come combustibile 300 chili di litio (quello delle batterie) e 150 di deuterio, elementi che in pratica si ottengono da acqua e sabbia. Niente scorie di lunga durata, come quelle della fissione. Le centrali a fusione sono poi intrinsecamente sicure: nel reattore è presente pochissimo combustibile (circa un grammo contro le oltre 100 tonnellate della fissione) e in caso di malfunzionamento il plasma semplicemente si spegne, senza alcun rischio di derive incontrollate. Persino il peggiore scenario possibile, quello di un incendio nel deposito del trizio – dicono gli esperti – avrebbe sull’ambiente un impatto minore di quello della radioattività naturale. <Occorreranno cinquant’anni per verificare la fattibilità tecnologica e la convenienza economica dell’impresa; e ciò anche grazie a Demo, il reattore sperimentale “figlio” di Iter, la cui costruzione inizierà nel 2040. Sembra un periodo molto lungo, e a volte mi chiedono: in questo lasso di tempo, la ricerca non potrebbe fare tali avanzamenti da rendere la fusione e Iter obsoleti?>. Continua Bernard Bigot: <Io rispondo che sarebbe un grandissimo successo se questo avvenisse, anche se a quanto mi risulta il Sole non è mai divenuto una tecnologia obsoleta. Le rinnovabili, da sole, non potranno soddisfare i bisogni energetici del pianeta nei prossimi decenni né possiamo continuare a bruciare combustibili fossili. La domanda quindi non è se possiamo permetterci la fusione, ma se possiamo permetterci di non provare ad averla>.

Citazione

Tutto quello che non so, l’ho imparato a scuola (Leo Longanesi)

lorenzo.borla@fastwebnet.it

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