Ma l’Italicum non è esportabile – Zibaldone n. 393

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(Sabino Cassese, Corriere) Perché dovrebbe la nuova legge elettorale consentire una deriva autoritaria, se cerca di bilanciare rappresentanza e governabilità, come tutte le leggi elettorali democratiche? La rappresentatività assicura che sia rispettata la voce del popolo, la governabilità che il popolo abbia governi duraturi, non governi autoritari. E questa legge elettorale, come tutte quelle del mondo democratico, dà poi nuovamente voce al popolo, perché assicura ripetute elezioni, consentendo di scacciare dal governo chi non abbia dato buona prova. Questo è il meccanismo proprio della democrazia: il popolo sceglie un Parlamento e un Governo, che, a loro volta, devono rendere conto al popolo di quanto hanno fatto; il popolo rinnova loro la fiducia o gliela toglie, facendo altre scelte.

 

Non credo, però, che la nuova legge elettorale diverrà un prodotto da esportazione. E questo non perché non sia efficace ed apprezzabile, ma per un altro motivo: i maggiori Paesi democratici hanno leggi che durano da secoli, o almeno da decenni. L’aggettivo più frequente degli studi sulle leggi elettorali dei maggiori Paesi di antica democrazia è longevo. E questo si spiega: una legge elettorale (o, meglio, la formula elettorale) è un sistema di traduzione di voti in seggi. Quindi, è un patto tra società e governo sui modi in cui va interpretata la volontà espressa dal popolo. Nei Paesi dove la democrazia è di casa da molto tempo, questo patto è stato sottoscritto molti anni fa e non si cambia.

 

Ricordo soltanto che nel Regno Unito, la formula elettorale di base, first past the post, risale al 1832. Le leggi elettorali successive hanno allargato il suffragio e modificato la legislazione elettorale di contorno. La legislazione elettorale è considerata “un bastione di stabilità” (abastion of stability). Negli Stati Uniti, lo scrutinio uninominale a maggioranza semplice fu scelto nel 1842. In Germania il collegio uninominale, la formula elettorale first past the post e il doppio voto, oggi utilizzati insieme alla formula proporzionale di traduzione dei voti in seggi, furono scelti nel 1953. L’uninominale maggioritario a doppio turno francese viene fatto risalire addirittura alla monarchia orleanista (e fu poi ripreso dal Secondo Impero, dalla Terza Repubblica e dalla Quinta Repubblica). Ecco un punto sul quale occorre riflettere: in Italia, abbiamo cambiato 12 volte, dal 1861, la formula elettorale, quindi il patto tra governo e popolo, tra il Paese reale e il Paese legale. Sarebbe ora di far diventare duraturo questo patto.

 

Leggi elettorali

 

In seguito all’osservazione del professor Cassese sul numero di volte (ben 12) in cui è stata cambiata la legge elettorale in Italia dall’unificazione in poi, mi è venuta la curiosità di sapere quali fossero stati questi cambiamenti, e ho trovato in Rete una breve storia che credo possa interessare anche ai miei lettori. Mi ha colpito il fatto che il sistema elettorale secondo me preferibile sia stato il primo dell’Italia unificata: maggioritario nominale a doppio turno, quello che è oggi il sistema francese.

 

All’atto dell’unificazione dell’Italia fu mutuata la normativa del Regno di Sardegna, che per l’elezione dei deputati prevedeva un sistema maggioritario uninominale a doppio turno: in ogni collegio elettorale accedevano al ballottaggio i due candidati che al primo turno avevano ottenuto più voti. Il Senato era invece a totale nomina regia e rimase tale fino all’istituzione della Repubblica Italiana. Nel 1882 fu introdotto un meccanismo plurinominale di lista: in ogni circoscrizione si eleggeva un numero di deputati compreso fra due e cinque, in ragione dei voti attribuiti ai diversi partiti politici concorrenti. Tale sistema, tuttavia, contribuì notevolmente ad accrescere l’instabilità politica, cosicché nel 1891 la legge venne emendata ripristinando i collegi uninominali. Con tali modifiche, essa restò sostanzialmente in vigore sino al 1919, allorché fu sostituita da un nuovo provvedimento che introduceva un sistema proporzionale puro basato su 54 circoscrizioni; ciascun collegio eleggeva da 5 a 20 deputati con il metodo D’Hondt. Le liste potevano essere complete o incomplete: nel secondo caso l’elettore aveva possibilità di completarla inserendovi in fondo i nomi di candidati di altre liste secondo il meccanismo del voto disgiunto; qualora l’elettore avesse scelto una lista completa o avesse rinunciato al diritto di aggiunta di una lista incompleta, aveva la possibilità di esercitare il voto di preferenza per un numero di candidati compreso fra uno e quattro a seconda delle dimensioni della circoscrizione. All’interno di ciascuna lista i candidati venivano eletti sulla base della somma dei voti di preferenza e dei voti aggiuntivi ottenuti.

 

Nel 1923 entrò in vigore la legge Acerbo, voluta da Benito Mussolini per garantire al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare. Il provvedimento prevedeva l’adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all’interno di un collegio unico nazionale suddiviso in 16 circoscrizioni. Il risultato nel collegio unico era decisivo per determinare la ripartizione dei seggi: nel caso in cui la lista più votata a livello nazionale avesse superato il 25% dei voti validi, avrebbe automaticamente ottenuto i due terzi dei seggi della Camera, promuovendo in blocco tutti i propri candidati; in questo caso tutte le altre liste si sarebbero divise il restante terzo dei seggi. Qualora invece nessuna delle liste concorrenti avesse conseguito più del 25% dei voti, non sarebbe stato attribuito alcun premio di maggioranza. A proposito della legge Acerbo, lo storico Alessandro Visani scrisse:<L’approvazione di quella legge fu un classico caso di “suicidio di un’assemblea rappresentativa”. La riforma fornì all’esecutivo lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta>.

 

A seguito della caduta del regime fascista e della nascita della Repubblica Italiana, nel 1946 fu approvata la cosiddetta legge proporzionale classica che, con modifiche minime apportate nel corso del tempo, ha regolato lo svolgimento delle elezioni politiche fino al 1993, ovvero per quasi cinquant’anni. Per quanto riguarda l’elezione della Camera, il territorio nazionale era suddiviso in 32 circoscrizioni plurinominali assegnatarie di un numero di seggi variabile a seconda della popolazione; ogni elettore aveva inoltre a disposizione un massimo di quattro voti di preferenza. Il sistema elettorale per il Senato conteneva alcuni piccoli correttivi in senso maggioritario, pur mantenendosi anch’esso in un contesto largamente proporzionale.

 

La legge Mattarella, che fu in vigore fra il 1993 e il 2005, introdusse un sistema elettorale ibrido, definito come segue: 1. Maggioritario uninominale a turno unico per i tre quarti dei seggi del Senato e i tre quarti dei seggi della Camera. 2. Ripescaggio proporzionale dei più votati fra i candidati non eletti per l’assegnazione del rimanente 25% dei seggi del Senato 3. Proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento al 4% per il rimanente 25% dei seggi della Camera. A partire dal 2005 (legge Calderoli) è in vigore un sistema proporzionale corretto con un premio di maggioranza – attribuito su base regionale al Senato – e diverse clausole di sbarramento; la formulazione originaria della normativa non consente il voto di preferenza. Nel 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di parte della legge, in riferimento al premio di maggioranza e all’impossibilità per gli elettori di fornire una preferenza. La Costituzione prescrive che dodici deputati e sei senatori siano eletti dai cittadini italiani residenti all’estero.

 

Governabilità vs rappresentanza

 

(LB) Secondo alcuni l’Italicum, che attribuisce a un partito la maggioranza assoluta dei seggi con meno del 50% dei consensi, è“contro” la volontà della maggioranza degli elettori. Mi viene in mente che nel Regno Unito, una delle più antiche democrazie del mondo, con un sistema elettorale che è lo stesso da un paio di secoli, che ben pochi si sognano di mettere in discussione, va al governo non il partito che prende più voti, ma il partito che prende più seggi (il che accade abbastanza di frequente), dunque “contro” la volontà della maggioranza degli elettori. Ciascun seggio viene vinto da chi prende più voti degli altri candidati (“first past the post”), voti che potrebbero essere, per esempio, anche solo il 40% dei votanti, se gli altri voti fossero sfarinati; e quindi “contro” la volontà del 60% (senza contare chi a votare non ci va, cosa che qui viene considerata irrilevante, perché chi non vota lascia decidere a chi vota). Tutto ciò accade, perché l’Inghilterra è un Paese pragmatico e privilegia la governabilità sulla rappresentatività. Chi difende il sistema proporzionale lo fa per principio, volendo dare spazio “a tutte le voci, per quanto esigue”, ai partitini, che poi di regola si azzuffano fra di loro (come accade a sinistra del Pd) e se ne infischiano della governabilità. Salvo poi essere tutti qui a lamentarci ad ogni piè sospinto che il Paese va male, è inefficiente, e non fa le cose che deve fare.  

 

Sulla iniziativa di Landini

 

Scrive su “Repubblica” Ilvo Diamanti: <La “Coalizione sociale” evocata da Landini, dunque, mira a divenire una coalizione “politica”, che possa attrarre le liste a Sinistra del Pd e l’area del disagio interno del Pd. Magari non un partito, almeno per ora: domani si vedrà. Anche se c’è da sospettare che il più interessato alla costruzione del nuovo soggetto partitico di Landini sia proprio Renzi. Che “neutralizzerebbe” l’opposizione di sinistra in uno spazio, presumibilmente circoscritto, intorno al 5/7%. E allargherebbe ulteriormente lo spazio di influenza del suo “Partito della nazione” verso il centro, assorbendo quel che resta dell’elettorato berlusconiano. Così resterebbero fuori solo Salvini (e Meloni), il M5s, insieme a Landini. E’ l’opposizione che piace al premier>.

 

(Felice Besostri, Circolo Rosselli) Senza aggregazione crescente e processi unitari paralleli la Coalizione sociale resta una delle tante belle idee, che a sinistra non mancano mai. Tuttavia, se non si fa breccia nel ceto medio impoverito e timoroso del futuro non si supererà mai un 5/7%. Teniamo presente che al massimo del suo splendore Rifondazione ha avuto un picco al 9%. Per smuovere il Pd bisognerebbe raggiungere almeno una percentuale rispettabile, del 15% circa. Nelle professioni, anche nei settori innovativi e di punta c’è “gente di sinistra”: Come raggiungerli? Ad esempio Gino Strada, don Luigi Ciotti, sono persone bellissime e rispettabilissime. Ce ne fossero migliaia come loro, il mondo sarebbe migliore. Anche Rodotà è un giurista rispettato, ma noi per far decollare il progetto abbiamo bisogno di qualche centinaia di migliaia di persone normali o appena sopra la media, più che decine o centinaia di persone straordinarie. Nella pubblica amministrazione ci sono persone preparate che non hanno fatto carriera perché non ammanicate, vanno contattate. Le partite Iva non sono solo quelle finte che mascherano rapporti di lavoro subordinato ma professionisti ed artigiani, che amano il loro lavoro e che vorrebbero avere una pubblica amministrazione più efficiente, che eroghi servizi migliori. Va affrontato il fisco senza demagogie. Se crediamo nella d democrazia dobbiamo essere persuasi, prima di tutto noi, che possiamo ottenere il consenso della maggioranza senza trucchi di leggi elettorali farlocche. Se la Coalizione Sociale parte con una lacerazione tra Cgil e Fiom, non importa chi abbia torto e chi ragione, non è un buon viatico. Una forte coalizione sociale avrebbe bisogno che prima o poi non dico di unità sindacale, ma almeno di un processo di unificazione sindacale o, per essere gradualisti, dell’avvio di un processo di unificazione sindacale. Siamo in tempo, prima che il sistema dei media si impadronisca di Landini e lo sprema, finché fa audience. Renzi ha comunque un vantaggio su Landini e Salvini, quello di avere potere oltre che presenza televisiva: non è una differenza da poco.

 

I peccati di Landini

 

Caro Lorenzo, leggo anche nel tuo Zibaldone la sofferta adesione di Lanfranco Turci alla coalizione sociale di Landini, in sostanza perché in giro non vede niente di meglio. Ma secondo me Turci sbaglia, perché per proporre qualcosa di nuovo, nella sinistra italiana serve gente nuova, come è avvenuto in Spagna e in Grecia, non professionisti della politica compromessi con le stanche geremiadi di una verbosa sinistra sconfitta; e anche compromessi con le gestione fallimentare del sindacato. E’ indiscutibile che sulla vertenza Fiat Landini ha perso, sconfitto dai suoi stessi operai, e non ha senso la sua difesa <Ho perso perché Marchionne mi perseguita>: ha perso perché da ben 35 anni, una intera generazione, il sindacato ha perso i suoi sensori all’interno della fabbrica. Per dire questo, vado indietro al 1980, perché un’organizzazione sociale che si rispetta non si fa prendere di sorpresa dalla marcia dei quarantamila organizzata nella fabbrica in cui ha una presenza importante. E ancora adesso, una “coalizione sociale” che si propone a coordinarne altre, non può basarsi sui delegati aziendali nominati dal sindacato (non eletti), che verificano la linea in assemblee brevi per star dentro alle ore contrattuali per le assemblee, in cui si ascolta solo la chilometrica relazione del funzionario e qualche intervento di plauso di chi spera di avere dal sindacato dei distacchi. Il vero problema è che questo sindacato non solo non ha un credibile rapporto organizzativo coi precari, che sono la maggioranza dei lavoratori del settore privato, ma neanche coi suoi tradizionali iscritti, in genere rinnovati automaticamente quando si stipulano i contratti. Altrimenti si saprebbe che al Nord buona parte di loro vota per la Lega. Insomma medice, cura te ipsum. Claudio Bellavita

 

C’è ancora bisogno di una destra?

 

(Luca Ricolfi, Il Sole 24 Ore) Sono passati più di vent’anni da quando, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi (1994) e l’abbandono del fascismo da parte di Gianfranco Fini (1995), “essere di destra” ha cessato di essere un tratto inconfessabile di una persona. In questi lunghi anni la destra è stata un po’ al governo, un po’ all’opposizione, ma la sua legittimità e il suo ruolo non sono mai stati veramente in discussione. Oggi le cose stanno cambiando. Non perché gli italiani stiano tornando a demonizzare la destra, ma perché la destra, o meglio, le forze politiche che pretendono di rappresentarla, stanno accuratamente distruggendo quel poco che in vent’anni erano riuscite a costruire.

 

Lo spettacolo è davvero penoso. La Lega Nord di Matteo Salvini ha dimenticato di botto le sue radici federaliste, liberiste e anticentraliste, e si sta ridefinendo essenzialmente come forza anti immigrati e anti Europa. In questo processo, che per ora la premia elettoralmente, ha già perso un pezzo dell’elettorato veneto e un leader importante, come il sindaco di Verona Flavio Tosi. Del partito di Angelino Alfano non è neppure il caso di parlare, tanto la sua immagine è schiacciata su quella del governo, di cui appare come una semplice e pallida ombra. Resterebbe Forza Italia, ma non è chiaro neppure quante siano le fazioni che se ne contendono le spoglie, dopo che il patto del Nazareno ha innescato la balcanizzazione del partito.

 

Qualcuno ora ipotizza che, tornato libero (fine dell’affidamento ai servizi sociali) e resuscitato politicamente (assoluzione nel processo Ruby), Berlusconi possa rimettere insieme i cocci del suo partito, rilanciare Forza Italia, e da quella posizione tornare a svolgere il ruolo di federatore del centrodestra. Sarò ingenuo, ma mi sfugge completamente come una tale operazione possa andare in porto. Contro la ricostituzione di uno schieramento di centrodestra, capace di contendere il governo a Renzi, militano ragioni minori ovvie, e ragioni maggiori forse meno ovvie. Fra le ragioni ovvie: le sei/sette fazioni in campo sono litigiose e avide di potere; Berlusconi non si farà da parte, ma ormai la sua presenza è un “valore sottratto” più che un valore aggiunto; il premio di maggioranza previsto dall’ltalicum non va alla coalizione ma al partito (un’incredibile concessione di Berlusconi al Pd di Renzi). Ci sono però anche ragioni più serie, ovvero più strutturali, per cui la ricostituzione di un’opposizione di destra credibile, competitiva con il “partito di Renzi”, appare oggi un’impresa disperata. Le riassumerei con una domanda: c’è bisogno di una destra oggi in Italia?

 

Per certi versi sì, su terreni secondari come le politiche dell’immigrazione, o la lotta contro la criminalità, in cui è chiaro che il duo Renzi/Alfano non è in grado di intercettare il sentimento di tanti elettori, sconcertati dall’impotenza dello Stato di fronte al mancato rispetto delle regole. Ma sulle cose fondamentali, sulle cose da cui dipende il futuro economico/sociale del Paese, forse non è una ricomposizione dello schieramento di destra quello che manca all’Italia. È vero, quello di cui avremmo bisogno è una scossa di tipo liberale al sistema, che faccia dimagrire lo

Stato e ridia ossigeno ai pro-duttori.

 

Il punto, però, è che, quando ha governato, la destra non è mai stata né capace né incline a fornire una tale scossa. E quel poco (e spesso pasticciato) che Renzi sta facendo in questa direzione, è comunque di più di quello che la destra ha saputo fare quando era al comando. Il dramma dell’Italia è che né la destra né la sinistra hanno una matrice liberale, ma la sua anomalia – ciò che rende, anche in questo, eccezionale il nostro straordinario Paese – è che la destra, questo carrozzone che ora Berlusconi si accinge a rimettere in cammino, è ancora meno liberale della sinistra. Detto più esplicitamente, e ancora più crudamente: nulla assicura che, se andasse al governo, l’ennesima ammucchiata guidata da Berlusconi non finirebbe, come in passato, di lasciarsi paralizzare dai contrasti interni.

 

Questo significa che Renzi va lasciato lavorare in pace, e che non c’è alcun bisogno di un’opposizione? Tutt’altro, di un’opposizione c’è sicuramente bisogno. Il mio dubbio è che l’opposizione che servirebbe oggi in Italia sia un’opposizione di destra. Renzi è già abbastanza di destra da lasciare ben poco spazio a un’opposizione dello stesso tipo. Pensate a quel che ha fatto o sta facendo sulla Costituzione, la legge elettorale, l’articolo 18, i tagli alla spesa pubblica, la riduzione dell’Irap, gli sgravi sul costo c lavoro, la riforma della magistratura (responsabilità civile dei giudici), la gerarchia nel scuola (potere di assunzione dei presidi). Vi sembrano cose di sinistra? No, sono cose ragionevoli, più che ragionevoli, ma abbastanza di destra. Tutta la destra che l’Italia può realisticamente concedersi sta già nell’agenda Renzi. E infatti Renzi miete consensi anche nell’elettorato tradizionale della destra, fra i lavoratori autonomi, i professionisti, imprenditori.

 

Il punto debole di Renzi, sul piano sociale, sono gli esclusi, outsider, le donne e i giovani cui ama rivolgersi ma per i quali sta facendo pochissimo. Impegnato com’è a catturare il consenso entrambe le basi sociali, quella tradizionale della sinistra (con 80 euro in busta paga) e quella tradizionale della destra (co il Jobs Act), Renzi sta scordando Terza società, fatta di disoccupati, dei lavoratori in nero, donne e giovani “scoraggiati” che un lavoro non lo cercano più perché han perso ogni speranza di trovarlo. Sono 10 milioni di persone, cui pensano in pochi, e che non se brano interessare né la destra la sinistra, né il governo né l’opposizione, né i populisti alla Grillo né i nostalgici alla Landini e Cofferati. Ecco perché dico che ci vorrebbe una vera opposizione, ma niente fa pensare che avremo il piace di vederne presto una in campo.

 

Non la smettono, di telefonare

 

(Jacopo Jacoboni, La Stampa) E non la smettono, di telefonare. Che le telefonante contengano o meno reati, qui neanche importa; ma le telefonate dei potenti rivelano, oltre che un’umanità arrogante e un’opacità di mondi, una non eccelsa intelligenza, che merita di per sé che se ne vadano. Si sentono onnipotenti, usano il più clamorosamente intercettabile dei mezzi, il telefono, mai tramontato neanche nella repubblica renziana del whatsapp (anche loro intercettati, peraltro). E un rituale italiano con storie diverse ma da romanzo. Veri memorabilia, Berlusconi che chiama in questura per la nipote di Mubarak, D’Alema al telefono con Consorte <parlo con l’uomo del momento?>, Cosentino che in un anno fece il record – 6147 telefonate e 4656 sms tra clientes, affari e raccomandazioni (mille telefonate al mese, 34 al giorno, un inferno) – e poi Verdini, e Dell’Utri, e la Cancellieri “umanitaria”, disse, con i Ligresti… Quanto gli piace chiacchierare; ma non sembrano geni, se pensano che nessuno li senta.

 

Il limite delle intercettazioni

 

(Giovanni Orsina, La Stampa) Non c’è molto da dire sulle dimissioni del ministro Lupi. Non c’è molto da dire nemmeno sull’inchiesta in se stessa: la giustizia farà il suo corso, com’è sacrosanto che sia. Su come si è arrivati alle dimissioni del ministro e su come è stata avviata l’inchiesta, invece, c’è molto, anzi moltissimo da dire. Moltissimo di tutt’altro che nuovo, visto che è da più di vent’anni che continuiamo a ripercorrere le stesse strade. Ma proprio perché il nostro è il Paese della fibrillazione statica, dell’agitazione immobile, dell’isterismo sterile – proprio perché dopo vent’anni siamo comunque rimasti sempre allo stesso punto – la ripetizione forse può giovare. Com’è già avvenuto non so più quante volte nell’ultimo decennio, quest’inchiesta ha generato un’imponente ondata di intercettazioni che sono state rese di dominio pubblico. Com’è già avvenuto non so più quante volte nell’ultimo decennio, sui giornali abbiamo potuto leggere lunghi brani di conversazioni prive di qualsiasi valore giudiziario immediato, ma utilissime a generare una – per così dire – “indignazione indiziaria”.

Un esempio? Uno solo fra i tanti: la telefonata fra la moglie e il figlio d’un indagato, nella quale si parla dei beni di famiglia. Il lettore legge, e mentre legge già scrive la sentenza di condanna: così tanti soldi altro non possono che essere il frutto d’un illecito. A me invece, se mi è consentita una nota personale, mentre leggo monta la nausea: a vedere le vite di persone a tutt’oggi innocenti (ma non lo meriterebbero nemmeno se fossero colpevoli) esposte senza pudore né misericordia al disprezzo universale. E, come mi è capitato di fare non so più quante volte nell’ultimo decennio, mi viene da chiedermi che cosa ci sia di civile in tutto questo.  Ma la “casa di vetro” della democrazia, si dirà, non appartiene anch’essa alla nostra civiltà? Non abbiamo noi elettori e cittadini il diritto di essere informati su chi ci governa e gestisce i soldi pubblici? Certo che lo abbiamo – ma non è un diritto illimitato. Nell’era delle grandi semplificazioni e della demagogia rampante, a quel che sembra, abbiamo dimenticato che la democrazia liberale non è una costruzione solida, coerente, immutabile. È un campo di tensione attraversato da conflitti e contraddizioni, in movimento perenne da un equilibrio storico, fragile e provvisorio, a un altro.

In questo campo di tensione, al nostro diritto a guardar dentro le istituzioni si contrappone non soltanto il diritto alla privacy, ma anche l’opportunità che nella sfera del potere sia lasciata qualche zona d’ombra. Il conflitto fra il politico che cerca di nascondere e il giornalista che vuole scoprire è un elemento essenziale della democrazia – è una battaglia che non deve mai concludersi. La democrazia è finita se vince il politico. Ma è in pericolo anche se lo Stato, tramite un suo potere, mette a disposizione del giornalista, in misura eccessiva, uno strumento potente come le intercettazioni. In un’autentica casa di vetro, infatti, non sopravvive nessun essere umano. Un’autentica casa di vetro – che sia davvero, completamente trasparente – brucerà chiunque cerchi di occuparla. Lasciando entrare a ogni giro una nuova processione di aspiranti al governo: salmodianti i loro bravi inni di novità e purezza, inferiori per qualità ai loro predecessori, e destinati comunque anch’essi a essere inceneriti in breve tempo.

Dopo anni nei quali è stata “invasa” prima dagli imprenditori, poi dai tecnici, poi dai cittadini qualunque, la politica sta adesso recuperando un po’ di autonomia e di fiducia in se stessa – lo dimostra il fatto che, da qualche tempo, sono tornati di moda i politici di professione. È una buona notizia, a mio avviso. Perfino la decisione di Renzi di abbandonare al suo destino il non inquisito Lupi e di tenersi al governo dei sottosegretari inquisiti potrebbe esser considerato una dimostrazione di questo «ritorno della politica» – oltre che, ovviamente, dell’acclarato opportunismo del Presidente del consiglio. Si sogna però la politica di recuperare pienamente la propria autonomia e dignità se non ricostruisce l’equilibrio democratico sottoponendo a una disciplina più rigorosa le intercettazioni, e soprattutto i tempi e modi della loro diffusione pubblica.

 

Il tacchino di Bersani

 

Ve la ricordate la famosa battuta di Bersani durante la campagna elettorale del 2013, che è rimasta oscura ai più? Recitava: <Meglio un piccione in mano che un tacchino sul tetto…>. <Ci ho messo due anni per capirla> ha detto Gianni Cuperlo durante l’assemblea della minoranza Pd <fino a quando ho sentito un proverbio simile da Sigmar Gabriel (un rappresentante della Spd) che in tedesco suona così: <Meglio un passero in mano che un piccione sul tetto>. Insomma l’equivalente, in italiano, del proverbio <Meglio un uovo oggi… eccetera>

 

lorenzo.borla@fastwebnet.it

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