Milano e l’Expò – Lo Zibaldone n. 387

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Phillippe Daverio, Corriere- Apparentemente la questione si potrebbe decifrare così: l’Expo 2015 non è una questione nazionale, bensì un fatto che riguarda esclusivamente Milano, mentre il resto della Penisola non s’interessa alla faccenda. Milano s’illude di rappresentare l’Italia ma non è affatto vero, poiché lo stesso ministero dei Beni culturali non interviene sull’argomento, anzi prende lezioni di deontologia direttamente da Ponzio Pilato. Nella sostanza, Milano chiede in prestito a Reggio Calabria i bronzi di Riace, che in Calabria vedono poche decine di migliaia di visitatori l’anno, per farli vedere ad alcune decine di milioni di visitatori in occasione dell’Expo. Reggio Calabria risponde che i bronzi sono fragili, non possono viaggiare e che se uno li vuole vedere che venisse pure giù dalle parti loro. I bronzi si sa che non appartengono agli italiani ma ai calabresi. Ci si può solo chiedere perché mai allora il restauro lo abbiano pagato gli italiani e non i calabresi. Il medesimo caso si replica con l’Annunciazione di Leonardo che è conservata agli Uffizi, una grande tempera su tavola, la quale apparentemente versa in condizioni di altrettanta fragilità e quindi non può viaggiare fino a Milano, anche se otto anni fa fu prestata a Tokyo. Poiché è noto che la distanza da Firenze a Tokyo è leggermente superiore a quella da Firenze a Milano e visto che anche i disinformati possono immaginare che quel viaggio avvenne per aereo sopra i mari mentre quelle per Milano dovrebbe solo affrontare i pericoli dell’Autostrada del Sole, si vede che nel frattempo l’hanno conservata così male a Firenze quella tavola di Leonardo da averla irrimediabilmente deteriorata. Oppure anche in questo caso non appartiene agli italiani ma solo ai fiorentini. La questione è da un punto di vista teorico assai intrigante. H ministero attuale si chiama Mibac, cioè ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, il che vuol dire che non si occupa solo della conservazione dei beni me di quella “cosa” terribile nell’amministrazione pubblica che sarebbe “l’attività”, la quale dovrebbe sostenere il turismo, quella “cosa” così inutile agli italiani da averli portati a votare un referendum abrogativo del ministero del Turismo che è quindi stato inglobato in quello dei Beni culturali. Ad onore del vero la problematica dei prestiti per la mostra centrale di Expo versa in assoluta confusione. La viceministro Borletti Buitoni ha avuto la grinta di convincere Venezia a prestare il cosiddetto Uomo Vitruviano. Essendo ella signora di grinta, potrebbe adoperarsi per convincere anche Firenze.

Il futuro dell’Europa

(Pier Paolo Pecchiari, Circolo Rosselli) Credo che siamo tutti d’accordo sulla necessità, in Europa, del passaggio a uno Stato federale, visto che quell’accrocco che è l’Unione Europea non pare sia destinato ad avere un grande futuro… La domanda da porre, perciò, è questa: come accelerare il cammino verso gli Stati Uniti d’Europa? La chiave può essere la “mutualizzazione” o “monetizzazione” del debito – con l’assunzione di buona parte del debito degli Stati da parte dell’Unione. Non è un caso se questo fu il primo passo compiuto dal governo federale americano, contestualmente alla nascita degli Stati Uniti d’America. In circolazione, numerose proposte (una è il cosiddetto Piano Padre per salvare l’Europa dal debito). Un’assunzione, anche solo parziale, del debito degli Stati da parte dell’Unione obbligherebbe a: 1. Aumentare il bilancio federale, oggi ridotto a uno striminzito 1% del PIL complessivo dei paesi dell’Unione, e in gran parte assorbito dalle politiche agricole. 2. Trasformare l’unione monetaria in un’unione fiscale, vale a dire dare a Bruxelles capacità di intervento sulle politiche fiscali, sugli investimenti, sull’armonizzazione delle politiche sociali. Che è cosa ben diversa dall’imporre “compiti a casa” basati sull’applicazione ottusa e pedestre dei dogmi dei cantori delle politiche di svalutazione interna. Se devo dirla tutta, penso che questo sia l’unico modo in cui l’Europa si può salvare. Insistendo sulla strada attuale, il crollo di quell’obbrobrio che è venuto fuori sommando unione doganale e unione monetaria senza avanzare di un passo verso l’unione politica, è sicuro, e sarà, sicuramente, dolorosissimo. Il Pse avrebbe dovuto farsi carico di questa posizione, ma appare fin troppo rinunciatario e debole. Certo, il lavoro delle fondazioni, dei centri studi, delle riviste di approfondimento teorico è formidabile, per profondità, lucidità e lungimiranza. Purtroppo, però, questo lavoro non ha conseguenze né sull’azione di governo dei partiti socialisti nei rispettivi Paese, né sull’azione politica svolta a Bruxelles. Il Pse è un fantasma politico, è il nulla assoluto. Se non assume un ruolo transnazionale, i singoli partiti nazionali saranno “pasokizzati” e ridotti ad uno stato di totale impotenza.

Eccesso di orgoglio

(Nicola Rossi, Corriere) Per quanto mi sia difficile dirlo – per tutto ciò che mi lega alla Grecia – temo che la soluzione della crisi sia meno lineare di quanto non potrebbe apparire. Sgombriamo il campo dalle questioni marginali. È vero: l’Unione europea poteva affrontare la crisi greca del 2010 meglio di quanto non abbia effettivamente fatto In questo senso, non è affatto casuale la disponibilità ad aiutare la Grecia espressa dai leader dei Paesi dell’Unione prima e dopo le elezioni greche. Ma pensare di contrapporre una partita morale a una partita finanziaria (e, soprattutto, politica) significherebbe ripetere l’errore e, com’è noto, due errori non fanno una cosa giusta. Il punto di fondo è un altro. Da oltre un triennio a questa parte, l’Unione europea si muove — spesso implicitamente — su un sottilissimo crinale, riassumibile in una semplice affermazione: <Una maggiore solidarietà fra i Paesi membri è possibile, se accompagnata da una progressiva cessione di sovranità>. È così che abbiamo affrontato l’emergenza di questi anni, senza perdere di vista l’obbiettivo strategico. Ed è esattamente questa affermazione che il nuovo governo greco non intende sottoscrivere. Il rifiuto del monitoraggio da parte della cosiddetta troika esprime questa posizione con chiarezza. Ma non meno illuminanti, da questo punto di vista, sono alcuni punti del programma elettorale che ha portato Syriza alla vittoria e la natura delle stesse alleanze parlamentari che sorreggono il governo Tsipras.

Cedere su questo punto – accettare il principio per cui una maggiore solidarietà è possibile anche in assenza di una progressiva cessione di sovranità, significa avallare una improponibile disparità di trattamento fra i suoi Paesi membri, e porre le basi per una dissoluzione non solo e non tanto dell’area dell’euro quanto del percorso ideale che ci ha condotti all’Unione stessa. È arrivato il momento che i greci ricordino che in due casi su tre i membri della troika sono espressione – indiretta, certo, ma pur sempre espressione – dell’Europa e dei suoi cittadini. Di noi tutti. Anche degli stessi greci. La sensazione netta è, invece, che il nuovo governo greco stia rifacendo un percorso già visto nella storia della Grecia moderna: quello di un orgoglio nazionale anche ostentato, associato a una sostanziale subalternità agli interessi di questa o quella grande potenza (le cui bandiere si intravedono, sullo sfondo, anche nella vicenda di queste settimane). Un percorso cui non sono estranee le vicende della storia economica greca: una storia segnata da ripetuti default e da ricorrenti ristrutturazioni del debito, dalla riluttanza a comprendere che non c’è autonomia senza rispetto della parola data, e non c’è indipendenza senza finanze pubbliche in ordine. La Grecia, in altre parole, sembra essersi fermata proprio quando avrebbe dovuto fare un ultimo e decisivo passo avanti per lasciarsi alle spalle gli aspetti meno gloriosi del suo passato. La strada del negoziato va battuta, da parte di tutti i Paesi dell’eurozona, con determinazione, in fretta e senza riserve mentali. Ma è una strada che ha limiti precisi e che va percorsa nella consapevolezza che il punto di arrivo del negoziato deve essere un passo in avanti nella costruzione europea e non un definitivo passo indietro.

Realisticamente

(Claudio Bellavita, Circolo Rosselli) Realisticamente, il dramma della Grecia è che i greci non hanno niente da vendere, a parte il turismo: io faccio fatica a ricordare un prodotto greco, oltre alle olive, alla feta (che va bene solo nell’insalata greca), allo yogurt col miele e al vino bianco resinato, che mi piace e non trovo più. Bisognerebbe fargli un piano di investimenti produttivi, perché altrimenti ogni pochi anni saranno di nuovo a chiedere. In sostanza sono entrati nell’Euro imbrogliando sui numeri, con l’aiuto prezzolato di una società Usa di rating, e il vantaggio di pagare poco i debiti se lo sono mangiati in sprechi (gigantesco quello delle Olimpiadi, neanche in Italia arriveremmo a tanto) e moltiplicazione di pubblici dipendenti con obbligo di tessera di partito ma senza obbligo di lavorare, tanto che ci sono quelli che non hanno neanche la scrivania … Un buon contributo sarebbe mandargli Cottarelli, che noi non abbiamo lasciato lavorare… Ma adesso che sono entrati, tutti questi dipendenti, non credo sia possibile metterli fuori. Il problema è che se Ue trova un modo di condonarli, il giorno dopo sarebbero spazzati via i governi di Spagna, Portogallo, Irlanda e altri che han fatto grossi sacrifici, e la Slovenia non entrerebbe nemmeno nell’Euro, anzi, andrebbe a Bruxelles a fargli una pernacchia. Viceversa nella sinistra europea c’è una romantica ondata byroniana che vuol correre in aiuto alla Grecia. Ma almeno Byron c’è andato e ci ha rimesso la pelle con i Turchi. Oggi non vedo molti pronti a rischiare dei soldi, magari le nostre Coop, che peggio di quel che han fatto nelle nostre banche e nelle assicurazioni non possono fare neanche in Grecia… PS: a proposito dei turchi di Turchia, se non sono nella Ue è colpa della Germania e, in piccola parte della Grecia, mentre invece oggi sarebbe proprio necessario averli.

Una politica dell’irrealtà

(Adriana Cerretelli, Il Sole24Ore) Forse, evocando il rischio bancarotta dell’Italia, Yanis Varoufakis sperava di stornare l’attenzione dai guai in cui le sue acrobazie economico-finanziarie stanno cacciando la Grecia che pure, dopo sei anni di recessione, di sacrifici e sofferenze anche eccessive, finalmente vede un po’ di luce: nel 2015 crescerà del 2,5% e nel 2016 del 3,6 per cento. Forse ha provato a fare di tutta l’erba (del debito) un fascio scommettendo sull’effetto “mal comune mezzo gaudio”, illudendosi di procurarsi con la “forza” quella solidarietà che con i sorrisi non ha trovato a Roma e, peraltro, neanche a Parigi. Per non dire altrove. O forse ha semplicemente voluto strafare e ha compiuto un passo falso di cui potrebbe presto pentirsi amaramente. Il suo ruolo di agente provocatore che sobilla i mercati e tenta di diffondere il contagio della destabilizzazione nella moneta unica, mentre rifiuta di rispettare i patti che la Grecia ha sottoscritto, non lo aiuterà infatti nei negoziati con Eurogruppo, Bce e Fmi. La cui priorità assoluta è la garanzia della stabilità e della coesione del club.

Le azioni di disturbo da parte di chi è scampato al default, grazie agli aiuti europei ma ora pretende di ignorarne le condizioni; e, ciò nonostante, vuole ottenere nuove concessioni, cioè pescare di nuovo nelle tasche dei contribuenti europei, non sono certo accolte di buon occhio. Come non lo sono la pretesa mano libera su rigore e riforme, né un generoso rinegoziato sul debito che passi per lo stop all’attuale programma di assistenza euro-internazionale per elaborarne un altro, con prestito-ponte nell’attesa. Una cosa per ora appare certa: l’attacco del ministro delle Finanze greco al debito italiano appare la carta della disperazione perché dà l’esatta misura dell’isolamento nel quale si trova la Grecia dopo il fallimento della tournée europea del premier e di Varoufakis, che invece speravano di conquistare alleati nell’eurozona soprattutto, per ragioni di bandiera politica, tra i Governi socialisti di casa a Roma e Parigi.

L’incidente si è chiuso ieri dopo il chiarimento con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Che ha dovuto precisare l’ovvio. Il parallelismo tra Grecia e Italia non regge. E per vari motivi. Anche se per dimensioni quello nostrano (come del resto il nostro Pil) è quasi sette volte quello greco, il debito italiano è sostenibile al contrario di quello di Atene che, senza aiuti, esploderebbe. I mercati lo sanno tanto bene che ieri lo spread Btp- bund non si è sostanzialmente mosso. Se Grexit resta uno scenario assolutamente non auspicabile ma possibile per la taglia ridotta dell’economia, del debito (2/3% del totale eurozona) e dell’interdipendenza bancaria scesa negli ultimi tre anni, un “Itexit” non viene nemmeno preso in considerazione perché il divorzio dalla terza economia dell’euro non sarebbe sostenibile per nessuno. Sarebbe la fine della moneta unica. Esattamente come nel caso di una fuga della Francia.

C’è infine un altro particolare non trascurabile: l’Italia oggi è anche il terzo creditore della Grecia. Siamo esposti per circa 40 miliardi: volenti o nolenti, dunque, qualsiasi “regalo” ad Atene sarà in un modo o nell’altro pagato dal contribuente italiano. Il default greco sarebbe quindi un disastro e un salasso proibitivo, da evitare per il bene dei nostri conti pubblici e delle regole del patto di stabilità. Comunque anche un’operazione soft come il riscadenziamento del debito con tassi di interesse ridotti avrebbe un costo, più contenuto, ma sempre un costo. Per l’Italia come per tutti i creditori euro. Nell’interesse della Grecia e dell’intera eurozona, dunque, le passeggiate nell’economia e nella politica dell’irrealtà oggi sono altamente sconsigliabili. Alla fine rischiano di far avverare Grexit, un lusso che nessuno si può permettere.

Il discorso del presidente

(Luca Diotallevi Corriere) Il testo con cui il neopresidente Sergio Mattarella si è rivolto al Parlamento e al Paese è obiettivamente importante; ampiamente commentato, ricco di significati. Senza alcuna pretesa esaustiva vorrei concentrarmi su tre punti. Primo. Il ruolo delle formazioni sociali è interpretato come <corollario di una piena partecipazione alla vita pubblica>. Evidentemente siamo molto lontani da un’idea di società e di res publica libera dal primato della politica, siamo lontani dal ben più liberale magistero recente (si pensi alla Dignitatis humanae del Vaticano Il o alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II), e siamo lontani dalla lettura sturziana della Costituzione. Siamo invece di fronte ad una espressione di quella centralità della politica (magari soft) che è stata la cifra di tanta cultura democristiana, dai dorotei a molta sinistra Dc. Secondo. Nel cuore del suo intervento il neo- presidente si impegna in una sorta di riepilogo dei diritti. È evidente che sta seguendo molto da vicino i primi articoli della Costituzione. Ma con libertà: nessuna menzione per la tutela della vita umana dal suo inizio, per la libertà d’educazione, per il matrimonio, per la libertà religiosa, per le autonomie locali che, secondo la Carta, non sono creazioni dello Stato, ma qualcosa che allo Stato preesiste e che questo riconosce. Terzo. In uno dei passaggi più ripresi il neopresidente si dice “arbitro”, ma dice anche che l’arbitro <applica le regole>. In realtà, l’arbitro non applica affatto le regole, ma rileva e sanziona le violazioni. Una originale idea di arbitro questa, che però non stona accanto all’idea di un garante di qualcosa di cui chiedi la riforma.

Queste tre elementi sono sufficienti a rivelare che quello esposto dal neopresidente è un vero e proprio programma politico. Del resto è un fatto che la crisi del sistema dei partiti ha mandato in tilt gli equilibri e le regole della Prima Repubblica e ha dato molto maggior rilievo politico al capo dello Stato. Sarebbe ipocrita criticare il presidente Mattarella per aver esordito con un programma politico, ma per la stessa ragione non ci sono motivi perché esso non possa essere discusso. Proprio perché non torneranno né alla Prima Repubblica né alla Dc (troppo diverso il contesto), è opportuno cercare di capire dove ci porta il programma politico del nuovo capo dello Stato. A riguardo due sole osservazioni. Prima. Siamo chiaramente in presenza di un programma che punta al recupero di centralità sociale della politica, alternativo ad ogni prospettiva federalista e ad un programma intorno al quale si cerca una maggioranza più larga verso sinistra e verso destra. Si potrebbe dire che si tratta di un programma neo-centralista e neocentrista: fedele all’ispirazione morotea, lontano da quella degasperiana. Non si tratta di un programma antistorico. Senza pensare agli eccessi di tanti nuovi autoritarismi, su scala globale si osserva un intenso ritorno di attese nei confronti dello Stato. Seconda osservazione. Si tratta di un programma largamente convergente con quello di Renzi. Basta ricordare la spiegazione molto precisa fornita il 7 gennaio su queste colonne da Angelo Panebianco del perché l’Italicum non sia fatto per produrre bipolarismo e alternanza, ma un grande partito di centro circondato da frammenti. Se convergente, però, il programma di Mattarella potrebbe rivelarsi anche concorrente con quello di Renzi. Perché l’esultanza della minoranza Pd per la elezione di Mattarella dovrebbe avere solo ragioni sentimentali e impolitiche? Un programma politico neocentrista e neo-centralista potrebbe anche avere qualche effetto riformatore o per lo meno razionalizzatore. Si pensi alla fine del bicameralismo perfetto o a quella parziale riforma del mercato del lavoro contenuta nel Jobs act. Tuttavia una domanda è oggi quanto mai legittima. Nella politica e nella società italiana ci sono risorse per lanciare a questo programma ima sfida riformista più liberale: un po’ più bipolarista, un po’ più federalista?

Il gusto dello sputtanamento

(Giuseppe De Rita, Corriere) Chi ha partecipato, o assistito in tv, all’insediamento di Sergio Mattarella ha certo constatato la soddisfazione evidente non solo per la figura del nuovo presidente, ma anche per la prova di intelligenza, in quella circostanza, offerta dalla nostra classe politica: i ripetuti applausi a Montecitorio e l’aria festosa e distesa al Quirinale stanno a dimostrare che il recinto di coloro che vivono di politica si dichiara più che soddisfatto. Anche delle parole del presidente, lucidamente tese a recepire le preoccupazioni collettive sulla mafia, sulla corruzione, sul terrorismo, i tre fronti più pericolosi per la convivenza collettiva e per la reputazione del Paese. Possiamo allora passare all’ordine del giorno delle cose ancora da fare? Scendendo martedì lo scalone del Quirinale, mi sono posto la domanda e mi sono dato una risposta positiva. Ma mi sono anche detto che non si può dare per superato un problema molto delicato per la nostra civile convivenza e per la nostra collettiva reputazione, che consiste nel fatto che in questi ultimi mesi è entrato in circuito un pericoloso virus culturale: la crescita di una sottile “gusto feroce” di delegittimazione dei leader, veri o potenziali che siano.

Ai protagonisti della tenzone quirinalizia non è stato infatti risparmiato alcun “avviso di sputtanamento”, con grande dovizia di messaggi volti a rinfacciare antichi peccati di schieramento; recenti peccati di tradimento; vicende di soggezione ai potenti di turno; piccole furbizie casalinghe; incaute alterigie provinciali; ricordi di nomine clientelari; sospetti di conflitti d’interesse; privilegi retributivi e pensionistici; varie connessioni con parenti e collaterali nonni, padri, fratelli, figli e nipoti. Con dettagli spesso così pretestuosi da far pensare a un accanimento volutamente distruttivo, a una ferocia quasi personalizzata. Nessuno può chiedere a chi si occupa di lotta politica di dar spazio alle anime belle, per natura inadatte al mestiere; così come nessuno può chiedere al “mondo di sotto” dei social network di astenersi dal fare il tifo nelle gare di sputtanamento. Ma preoccupa che da questi due circuiti possa tracimare nella cultura collettiva un messaggio di ferocia sottile, pur se talvolta condito con nobile indignazione. Certo da sempre la nostra gente ha avuto il gusto di delegittimare la classe dirigente, con ironie o invettive di tono qualunquistico; ma in questa occasione si è andati più in là, senza una vera ragione politica e senza voler mettere in moto alcun tipo di ragionamento politico. Giova allora avanzare un incitamento sottovoce: se vogliamo coltivare la fiducia necessaria per crescere insieme, cerchiamo di evitare tutti insieme la viperina tentazione alla ferocia verso gli avversari. Potremo vivere meglio.

Il dualismo Nord/Sud

(Marco De Marco, Corriere) C’è chi ha dato la colpa ad Annibale. C’è chi ancora punta l’indice su Federico II e sulla sua idiosincrasia per le città. Chi addirittura tira in ballo la mancata partecipazione meridionale alle Crociate. E chi, saltando un bel po’ di secoli, arriva diritto ai piemontesi, accusandoli di colonialismo ai danni del Sud. Ma quando, in buona sostanza, è nato davvero il problema del dualismo italiano? Quando il Nord è diventato Nord, cioè manifatturiero, commerciale e finanziario, e il Sud è rimasto Sud, cioè prima agrario e feudale, poi non sufficientemente sviluppato rispetto al resto del Paese? Il tema resta d’attualità, sebbene oggi si usi poco parlare di questione meridionale e di questione settentrionale, e ci sia una crescente condivisione delle emergenze. La stagnazione colpisce ovunque, gli speculatori fanno danni ad Agrigento come a Rapallo le periferie si infiammano Milano come Napoli, e perfino la mafia e la camorra non sono più un’esclusiva meridionale, perché ormai si sono radicate anche a Nord. In più ci sono da considerare l’attenuarsi della passione federalista, che solo una stagione fa aveva preso la politica; la svolta nazionalista della Lega, non più antimeridionale; e la novità del decisionismo centralista di Renzi, che tende a declassare le differenze territoriali. Ma tutto ciò non annulla il dualismo, come annualmente confermano i rapporti Svimez.

Del resto, anche in passato l’Italia ha alternato tensioni locali a momenti di “unità nazionale”. È già successo negli anni della Belle Epoque, quando incontestato era il respiro europeo di Napoli; o in quelli della Prima guerra mondiale, con i soldati di Gela e di Pordenone stretti nelle stesse trincee e accomunati da un identico destino; o nel ventennio fascista, per via della retorica nazionalista che tendeva a rimuovere le diversità localistiche; o nell’Italia della contestazione sessantottina, quando la polemica ideologica e il conflitto di classe facevano di fatto decadere le presunte distinzioni antropologiche tra nordisti e sudisti. Ciò che accade oggi per effetto della crisi economica, delle migrazioni imponenti e della lenta modernizzazione del Paese, altro non è che uno di questi momenti.

Del dualismo italiano gli storici discutono almeno dal Seicento, da quando Antonio Serra, già allora superando una visione puramente naturalistica, si chiese come mai i genovesi avessero <tanti denari> pur avendo <un paese sterilissimo> e il Regno meridionale fosse invece così povero pur essendo <tanto abbondante>. Un nuovo impulso alla riflessione viene ora da un libro di recente pubblicazione (Alle origini del dualismo italiano, a cura di Giuseppe Galasso). Il dualismo, spiega Galasso (storico meridionale di grande vaglia) comincia a maturare tra il 1000 e il 1350, e poi durante il “lungo Cinquecento”, e non, con Garibaldi e Cavour nel 1860. Tuttavia, aggiunge, <è una realtà per nulla immobile, ed è invece pienamente esposta a tutti i venti delle circostanze storiche>. Vuol dire che il dualismo c’era e c’è, ma sempre <da non impedire mai il costituirsi di una struttura lato sensu unitaria della penisola>. La prima finestra a vetrate è testimoniata a Palermo solo nel 1476, all’arcivescovado, mentre è presente a Bologna dal 1335 e a Firenze alla fine del Trecento. Ma già da molti anni, queste stesse città, come Genova e Pisa, campavano solo grazie al grano siciliano. Viceversa, il ritrovamento nel 1999 di ima pergamena con versi d’amore potrebbe autorizzare l’ipotesi di una scuola poetica italiana già attiva prima della Scuola siciliana di Federico II. È la riprova che il mondo gira. Viaggiano le merci, le persone. E le parole, n dualismo italiano è parte di questo grande mercato. Impossibile venirne a capo, scrive Galasso, senza considerare «la globalità della realtà storica».

La crisi della destra italiana

(Pigi Battista, Corriere) Impressionante è la rapidità con cui è cambiata l’immagine del mondo berlusconiano. Mentre la sinistra appariva bacchettona, iper/regolamentatrice, pedagogica, altezzosa, proibizionista, prigioniera dei riflessi pavloviani tipici di questo schieramento, diffidente di ogni spontaneità; la destra berlusconiana sembrava esattamente la “Casa delle libertà” di cui faceva la parodia Corrado Guzzanti: ma agli elettori di quella casa, piaceva ciò che faceva inorridire la sinistra. La destra berlusconiana, figlia della fantasmagorica tv commerciale, appariva vitalista, sfrontata, senza complessi, energica, dinamica, carica di futuro. Per la sinistra signorile, era la vile plebaglia che si permetteva di ignorare le lezioni dell’establishment di antico lignaggio. Ma per il vasto ceto medio italiano era un messaggio di liberazione, di forza, di spregiudicatezza, di vigore, di intraprendenza. Il partito del “vietato vietare” sembrava una promessa di meno vincoli, meno autorizzazioni firmate, meno regolamenti minuziosi. E ora, guardate come sono cambiati i ruoli. La destra appare decrepita e incartapecorita, prigioniera di una corte che staziona in una reggia sempre più impolverata. Nella sinistra il maquillage sta cambiando tutto, la rivoluzione generazionale dà la sensazione della novità. Mentre sul piano dell’immagine la destra è alla disfatta. Trucemente repressiva e proibizionista, paurosa di tutto, con una voglia incontrollabile di alzare il ponte levatoio e rinchiudersi per sempre in una fortezza dentro la quale si respira aria stantia. I curatori dell’immagine berlusconiana, un tempo geni della comunicazione capace di promuovere una leadership, ora non esistono più, risucchiati nei capricci cortigiani del cerchio magico. Sono sempre un passo indietro. Non hanno più il fiuto per capire dove va il mondo. Sembrano appartenere a un’epoca al crepuscolo e infatti i loro leader si muovono come Gloria Swanson in Viale del tramonto, resa folle dall’incapacità di capire che con l’avvento del sonoro, lei ha perduto tutto. Anche quando sono giovani, i suoi dirigenti appaiono già vecchi, e non per colpa loro ma per il clima generale di vecchio mondo al capolinea che emana da ogni loro gesto. Ci vorrebbe un’immersione nella democrazia per uscire da questo grigiore uniforme. Dove perfino le felpe di Matteo Salvini sembrano, al confronto, un’oasi di freschezza.

Il gorgonzola

(Simona Marchetti, La Stampa) Nonostante i noti problemi che in questi giorni sono sotto gli occhi di tutti, la filiera del latte, in provincia di Novara, tiene ancora: <La produzione del gorgonzola – riferisce la Coldiretti di Oleggio – continua ad offrire agli allevatori un guadagno leggermente superiore al prezzo medio alla stalla rispetto ad altre zone. Qui, in questo angolo del Piemonte che confina con la Lombardia, si produce il 70% del formaggio Gorgonzola Dop. Per questo la quotazione di riferimento non è quella della regione confinante: se a Milano e dintorni il latte si paga 35 centesimi, i caseifici piemontesi riescono a pagare qualche centesimo in più per un prodotto di qualità. <Non è molto, ma è sufficiente per coprire i costi di produzione>. Questo accade sia nelle grandi aziende come la Igor, sia nelle realtà più piccole come la Latteria Sociale di Cameri, poco lontano da Novara, che ha da poco festeggiato il secolo di attività. La scelta di dare più respiro agli allevatori, pagando sempre qualcosa in più rispetto alla media di mercato, qui è una tradizione consolidata. D’altronde il gorgonzola sta attraversando una fase di crescita nutrita e costante: alla fine del 2014 sono state prodotte quasi 4 milioni e mezzo di forme, un livello mai raggiunto prima. Anche l’export continua a crescere: da gennaio a ottobre 2014 ne sono state vendute in tutto il mondo 13.452 tonnellate, con un aumento del 10,82% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; anche il prezzo ha tenuto, passando da una media di 5,88 euro al chilogrammo del 2013 ai 6,33 del 2014.

Citazione

La penitente: quando ti ho chiesto, Signore, una vita senza pene… devi avermi fraintesa…

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