Privatizzazioni, politica troppo confusa

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VINCENZO OLITA

Da un Rapporto sul processo di liberalizzazione, che verrà presentato domani a Milano (Nuovo Palazzo della Regione, Sala “Marco Biagi”, Piazza Città di Lombardia, ore 18.30), ci si attenderebbe una significativa mole di risultati, di operazioni realizzate e di obiettivi raggiunti. Invece, proprio nel bel mezzo di una crisi, che è divenuta anche sociale e di fiducia, minando la stessa coesione sociale, arrivano indicazioni che eufemisticamente possiamo definire deludenti.

Nel 2012, l’anno delle privatizzazioni “chiacchierate”, si è tentata una sola privatizzazione (il relativo decreto non è stato poi convertito in legge a causa dello scioglimento anticipato delle Camere). Il Paese non ha perso molto in termini di risanamento finanziario, si trattava della privatizzazione dell’Unione nazionale ufficiali in congedo; non è trascurabile, invece, il risultato complessivo per un paese in cui, quotidianamente, si invocano privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli di spesa quali strumenti utili per l’abbattimento del debito e per la ripresa economica. Così come a fronte di un’esigenza pressante di sburocratizzazione dei processi amministrativi, nell’ultimo anno si sono implementate ulteriori vischiosità procedurali. Due per tutte: le 38 pagine di burocratese che compongono il decreto Passera sull’efficienza energetica e un iter burocratico di undici procedure, espletate
mediamente in 234 giorni, per autorizzare un semplice intervento edilizio.

Sono esempi indicativi di un percorso inverso alla semplificazione burocratica e all’espandersi della concorrenza, che devono far riflettere sulle nostre complesse criticità. Non a caso il Rapporto evidenzia la densità di avvocati rispetto alla popolazione nei Paesi Ue, graduatoria in cui ci collochiamo al quarto posto con una quantità di operatori del diritto dieci volte superiore alla Finlandia, il quadruplo della Francia, quasi il doppio della Germania. Ma in materia di tutela dei diritti l’Italia si pone al 53° posto per l’eccessiva lentezza delle procedure giudiziarie; l’inefficacia poi della giustizia civile ha un’incisiva ripercussione sul sistema economico tale da far scivolare il nostro livello di libertà economica al 73° posto (Banca mondiale, Doing Business 2013).

A uno sguardo sommario potrebbe sembrare poco ortodossa, rispetto a una visione liberale, la posizione espressa nel Rapporto sulla realizzazione dell’alta velocità Torino-Lione. Ma così non è. La modernizzazione del paese passa anche attraverso nuove infrastrutture,ma non può non essere conseguente a scelte razionali che scaturiscano da valutazioni tecniche ed economiche. E sono proprio queste ultime a sostanziare la posizione anti Tav di un movimento di cultura liberale qual è Società Libera.
Il sostanziale arresto del processo di liberalizzazione è un ulteriore indicatore della nostra persistente stagnazione, dar corpo alla concorrenza e limitare il perimetro dello Stato avrebbe di certo contribuito a innescare meccanismi di sviluppo oltre a produrre effetti benefici sull’ammontare del debito. La crisi di un modello e di strumenti utili a un’espansione economica si è innescata nella crisi complessiva di un Paese fermo, in cui, purtroppo, la classe dirigente, nel suo insieme, è altrettanto immobile, confusa nell’individuazione di scelte di politica economica capaci di riavviare meccanismi di dinamicità nel circuito investimenti- produzione-occupazione-consumi.

Al di là di generiche buone intenzioni, non si intravedono organiche strategie di contrasto alla depressione, né scelte per un netto e comprensibile modello di sviluppo. Non si intravede chi possa assicurare un mutamento economico e culturale; chi si occuperà mai delle scandalose concessioni autostradali, dell’esosità delle commissioni bancarie, dell’abolizione delle licenze di commercio, degli ordini professionali, del valore legale del titolo di studio, del riassetto delle Autorità di garanzia, della privatizzazione di due reti Rai, dell’antieconomico statalismo municipale, di un sistema d’istruzione capace di riconoscere e valorizzare meriti e capacità?

A ben guardare, non vediamo attrezzati né la vecchia politica, né il dilagante apolitico nuovismo: ambedue, pur invocando il cambiamento con grande persistenza, denotano un ampio deficit sia di competenza che di meriti. Va da sé che la ripresa di un corposo percorso di liberalizzazioni è nelle mani della politica e della sua capacità di far uscire il Paese dal suo stato ipertrofico; l’auspicio è che sappia, in primis e con una radicalità di pensiero, riformare se stessa, perché le conseguenze dei fenomeni corruttivi hanno un indubbio impatto negativo sullo stesso sviluppo economico.

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