Vincoli esterni

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LIVIO GHERSI

Ancora una volta Angelo Panebianco ha svolto considerazioni che meritano una lettura nell’editoriale titolato “Moneta unica e democratica” (nel quotidiano “Corriere della Sera” del 21 giugno 2012, p. 1). Panebianco sostiene una tesi che forse piacerà agli iper-realisti, ma che a me risulta sgradita: l’Italia non sarebbe in grado di governarsi con metodo democratico e pertanto necessiterebbe di essere messa sotto tutela. L’editorialista del “Corriere della Sera” riconosce che ci sono fondati motivi per discutere come l’Unione Europea sia stata realizzata finora ed ammette i limiti nella costruzione della moneta unica, del resto evidenti a tutti: tuttavia, l’Unione Europea, anche nella sua criticabilissima versione attuale, fa bene all’Italia, che deve essere mantenuta in una gabbia di “vincoli esterni”. L’attuale dipendenza dalle Istituzioni di Bruxelles replica la medesima condizione di sovranità limitata che caratterizzò la nostra storia collettiva dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. In proposito, Panebianco scrive con molta crudezza: «Per tutto il periodo della guerra fredda la democrazia italiana sopravvisse più a causa dei vincoli esterni (la Nato e, per essa, il rapporto con l’America, la Comunità europea in subordine) che a causa delle sue tradizioni e della sua cultura politica». In altre parole: ci siamo salvati in passato accettando di essere camerieri degli Stati Uniti d’America; non stiamo tanto a lamentarci ora se ci acconciamo ad un ruolo di camerieri della Germania.

 

Il riferimento alla Nato mi fa venire in mente Ernesto Rossi (1897-1967); una persona libera, che aveva combattuto a viso aperto la dittatura fascista ed aveva pagato questa sua opposizione con nove anni di carcere e quattro di confino. Dopo la dittatura ed i disastri della guerra, Ernesto Rossi condivise con altri l’utopia degli Stati Uniti d’Europa, su base federale. Voleva il completo superamento degli Stati nazionali ed un ordinamento in cui tutte le genti europee vivessero in pace, in eguaglianza di trattamento e di dignità. La divisione del mondo in due blocchi contrapposti gli sembrò un tradimento degli ideali; in nessuno dei due blocchi si era veramente liberi perché si doveva accettare una potenza egemone. Fu così che Ernesto Rossi, amico di Gaetano Salvemini, di Carlo e di Nello Rosselli, già considerato un emblema vivente del Movimento “Giustizia e Libertà”, cominciò ad argomentare ed a prendere posizione contro l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico nel 1949 e contro la Nato. Al riguardo bisogna ricordare che ci fu una frattura nell’ambito della sinistra democratica. Autorevoli rappresentanti del socialismo democratico e liberale, come Ugo Guido Mondolfo ed Ignazio Silone, non volevano che l’Italia entrasse a far parte dell’alleanza militare internazionale di cui la Nato era espressione. Su sponde opposte si trovava Giuseppe Saragat, al quale toccò l’appellativo di “americano”, come insulto. In seguito, Ernesto Rossi avrebbe dato un contributo importante al successo del settimanale “Il Mondo” (successo in termini di prestigio culturale, mai di vendite); ma non condivise mai del tutto le posizioni filo-atlantiche di Vittorio De Caprariis (1924-1964) e dello stesso direttore Mario Pannunzio. Nel saggio storico “L’Italia contemporanea. 1946-1953“, De Caprariis così scrisse a proposito dell’adesione al Patto Atlantico: «quello che sfuggiva alla sinistra della DC, dossettiana o gronchiana che fosse, era che il patto era più politico che militare: proprio perché l’Italia era un Paese non-atlantico ma mediterraneo, una certa visione del suo sviluppo e destino esigeva che lo si disincagliasse moralmente, psicologicamente e politicamente dal Mediterraneo e lo si rendesse omogeneo ai Paesi dell’area atlantica» (Si veda il terzo volume degli “Scritti” di De Caprariis, a cura di Tarcisio Amato e Maurizio Griffo, Messina, 1986, p. 226). In questa impostazione di De Caprariis c’era un pregiudizio: che il mondo Nord-atlantico fosse culturalmente, economicamente, moralmente, superiore al mondo mediterraneo. Ernesto Rossi, il quale pure era amico di Luigi Einaudi e conosceva gli aspetti positivi del liberismo economico, non condivideva il pregiudizio filo-atlantico e filo-occidentale. Quando il rapporto con Pannunzio entrò in crisi e contestualmente entrò in crisi il Partito Radicale, Rossi riprese a sostenere pubblicamente le stesse posizioni anti-Nato della fine degli anni Quaranta. Criticava i radicali filo-socialisti Eugenio Scalfari e Leopoldo Piccardi scrivendo, ad esempio: «La loro posizione, secondo me, è analoga a quella dei laburisti inglesi: non chiedono neppure l’abolizione delle basi americane esistenti sul territorio nazionale per il lancio dei missili» (lettera a Leo Valiani dell’8 gennaio 1962, raccolta in “Epistolario 1943-1967. Dal Partito d’Azione al Centro-sinistra“, cura di Mimmo Franzinelli, Roma-Bari, 2007, p. 357).

 

Non è giusto concepire il Mediterraneo come un’area di ineluttabile sottosviluppo. Grandi civiltà sono nate e si sono sviluppate proprio qui. La bellezza della natura e la bellezza che deriva dalla creatività umana qui sono sempre state di casa. Lo Spirito umano qui ha raggiunto alcune fra le sue vette più alte, sia quanto al sapere filosofico e scientifico, sia quanto alla religiosità. Piuttosto, come si fa ad argomentare la superiorità, quasi razziale, di una civiltà nord-atlantica? Chi ragiona con i tempi della Storia sa bene che non ci sono potenze imperiali che riescano a durare oltre un certo tempo. Il grande impero britannico è poco più di un ricordo. Piaccia o non piaccia, anche gli Stati Uniti d’America sono una potenza economico-militare declinante. Basta ripassare la composizione del G-20 per rendersi conto quali siano gli attuali rapporti di forza nel mondo.

 

Secondo il mio modesto punto di vista, ci vuole uno stomaco molto forte per dichiararsi estimatori del sistema politico-istituzionale degli Stati Uniti d’America. Sono passati molti anni da quando proprio un Presidente degli USA, Eisenhower, introdusse nel discorso pubblico l’espressione “complesso militare-industriale”. Il potere politico, che esprime il livello istituzionale legittimato dalle elezioni, nel tempo è divenuto sempre più debole nei confronti delle tecnostrutture finanziarie ed industriali. La debolezza deriva da cause strutturali. Ad esempio, gli Stati Uniti sono interessanti da una costante febbre elettorale. Le elezioni importanti sono ogni due anni, quando si rinnova per intero la Camera dei Rappresentanti e per un terzo il Senato. Per non dire che ogni quattro anni c’è l’elezione presidenziale, preceduta da un lungo iter di primarie. A prescindere dalle loro capacità personali, i candidati alle varie cariche (Presidente degli USA, governatore di uno Stato, senatore, deputato) hanno un disperato bisogno di risorse finanziarie. E finiscono per essere condizionati da chi può decidere se e quanto finanziarli, se e quando dirottare i finanziamenti su un candidato alternativo. Da tempo i detentori del potere reale (ossia i vertici delle tecnostrutture finanziarie, economiche, industriali) considerano il circuito democratico-rappresentativo come una seccatura necessaria, di cui purtroppo non si può fare a meno, per tenere tranquilla l’opinione pubblica. Nei fatti, i titolari del potere politico non devono permettersi di assumere decisioni che nuocciano agli interessi dei detentori del potere reale. Se ci provano, possono essere travolti da campagne denigratorie organizzate, condotte dagli organi d’informazione di massa. Se non basta, negli Stati Uniti c’è, purtroppo, una lunga e consolidata tradizione di omicidi per scopi politici.

 

Tra gli strumenti utilizzati dal potere reale ha avuto finora un ruolo importante il Fondo monetario internazionale (FMI). Chi volesse saperne di più può leggere, ad esempio, il libro dell’economista statunitense Joseph Stiglitz, “La globalizzazione che funziona” (Torino, 2007). Il FMI non è un’Istituzione filantropica, non interviene per aiutare i Paesi economicamente in difficoltà; meno che mai si preoccupa di mettere a punto politiche efficaci per farli uscire da fasi di recessione economica. Il suo principale obiettivo è tutelare chi ha prestato denaro a quei Paesi; magari determinando le condizioni per far fare ulteriori ottimi affari ai creditori (ad esempio, attraverso la svendita di beni pubblici). Quella del debito economico, come strada veloce per impadronirsi del controllo politico in un altro Paese, è una soluzione ben conosciuta dagli studiosi di Storia. Un precedente per tutti: il Canale di Suez. Il Governo britannico nel 1875 ottenne la maggioranza del capitale azionario della Società di gestione del Canale, prima detenuta dal Khedivè d’Egitto, proprio perché quest’ultimo aveva accumulato un debito verso l’estero ritenuto non ulteriormente sopportabile. La logica del Fondo monetario internazionale è il “Washington Consensus“: il Paese “aiutato” deve impegnarsi ad attuare misure di politica economica gradite agli Stati Uniti. Il Direttore del FMI può essere un europeo; a patto che, come Christine Lagarde, dichiari di non provare alcuna simpatia per i Greci che non onorano i propri debiti.

 

Tutti ormai hanno chiaro che l’attuale crisi finanziaria ed economica globale ha avuto inizio negli Stati Uniti nel biennio 2007-2008. I mercati finanziari si sono avvantaggiati della logica della deregolamentazione affermatasi a partire dall’Amministrazione Reagan. Niente più distinzioni fra i normali istituti di credito e le banche d’investimento; niente più misure rigorose a tutela dei risparmiatori. I mercati finanziari cercano di massimizzare i profitti nel brevissimo periodo. Molti fra i prodotti finanziari di più recente invenzione sono strumenti di speculazione pura. Le banche comprano questi titoli tossici e ci lucrano nel breve termine. Nel medio periodo vanno in dissesto, ma allora, puntuale, arriva l’intervento pubblico (negli Stati Uniti, come nell’Unione Europea) per aiutare le banche con denaro proveniente dalla fiscalità generale, ossia dai contribuenti.

 

Finalmente, anche grazie alla rete Internet, fra i cittadini di tutti i Paesi comincia a diffondersi la consapevolezza che i mercati finanziari operano in danno delle popolazioni, determinando continue crisi finanziarie di cui la povera gente paga il conto. Il Movimento “Occupy Wall Street“, ad esempio, rientra fra i più tipici segni di questi nostri tempi.

 

Panebianco non se ne abbia a male; ma se le cose che ho scritto sono almeno in parte vere, è legittimo porsi il problema di quali strade occorra percorrere per non restare ulteriormente “vincolati” a questo schifo? E’ possibile che gli Italiani chiedano di avere governanti e rappresentanti istituzionali che non abbiano come massima vocazione quella di fare i camerieri ai potenti di turno della Terra?

 

Al di là delle utopie, la posizione geografica dell’Italia può ancora avere un valore strategico. E verrebbe immediatamente valorizzata qualora gli Italiani, con metodo democratico, magari con appositi Referendum autorizzati con legge costituzionale, decidessero di modificare le collocazioni internazionali (i “vincoli”, appunto), cui finora sono rimasti legati. Ci vorrebbero due Referendum: uno per la permanenza nell’Unione Europea; l’altro per la permanenza nella Nato. L’Italia potrebbe essere «una zattera alla deriva nel Mediterraneo», come scrive Panebianco; ma un’Italia finalmente libera potrebbe anche dare impulso a più stretti rapporti di cooperazione e di interscambio con tutti i popoli mediterranei e, in primo luogo, con i Paesi Arabi del Nord Africa. Potrebbe perfino contribuire a rimettere in gioco ideali come il rispetto della dignità di tutte le persone umane, la solidarietà, la concezione di uno sviluppo economico non fine a se stesso, ma subordinato alla salvaguardia dell’eco-sistema e delle bellezze naturali (in termini religiosi: del creato).

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