La verità dell’Europa e l’idea di comunità

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AUSILIA GUERRERA

È il tempo di verità per l’Europa. Si decide del suo destino, della sua unità e del suo ruolo nel mondo in rapporto ad altri popoli stati e culture. L’Europa è chiamata alla sua responsabilità. Alla prova.
Ma viene da chiedersi se non sia stato sempre così, se non sia questa la verità dell’Europa, esposta a risoluzioni che sono sempre ultime e per cui ne va del suo destino.
A fronte del multiculturalismo come fenomeno più evidente della realtà occidentale si pone il compito di una ridefinizione della cittadinanza europea di un’arte della comunità, di una definizione di un comune lessico economico.

Una comunità deve raccogliere tempi diversi e differenti identità in una contemporaneità acronica e sempre attuale, dove si tiene insieme l’invenzione e la storia. Per cementare un processo che sia temporale e non temporaneo. Comunità e continuità.

Alla luce della crisi economico-finanziaria, viene da chiedersi se non sia questa, e non un’altra, la verità; e se non un’altra verità, per L’Europa, sia mai possibile. Se ci lasciassimo prendere dalla suggestione della radice “ver”, “wahr”, quella latina e quella germanica, da cui deriva anche il termine italiano “verità”, e a cui si richiamano le lingue europee, non ci sono dubbi: vero è quello che si vede, quello che si espone ed è evidente, palese. La verità è questa: il pubblico, il visibile, il visto, l’aperto. La verità dell’Europa è nella posizione dell’Europa così come essa si pone in quanto Comunità – aperta e inglobante – che la esplica nelle sue motivazioni razionali.
Solo come comunità la continuità è possibile. La Comunità europea è l’espressione di un essere ideale, vale a dire di identità e continuabilità.

Sembra prender forma e precisarsi sempre più, il carattere della comunità: non un’istituzione precostituita e calcolata in cifre – almeno non solo – ma una comunità che ha come compito la creazione di una koinè. Essa sarà il movimento vivente dell’un con l’altro, lo stare insieme l’un l’altro. Un compito, che richiede l’impegno di ciascuno, perché non si tratta della costruzione di un modello, ma di una comunanza che si dà nell’impegno della sua edificazione.
La Comunità Europea è la nostra posizione di appartenenza all’origine nel tempo e del tempo. La comunità è al presente, in una compresenza di senso e di tempo, di vita e di storia, di mondo.

In quanto tale la comunità è memoria storica dell’origine; è già tradizione di un’origine comune di un’Europa spirituale. Cui occorrerebbe guardare di tanto in tanto, per un’Europa intesa come unità di una vita, di un’azione, di un lavoro spirituale, con tutti i suoi fini, gli interessi, le preoccupazioni e gli sforzi, con le sue finalità, i suoi scopi. I suoi istituiti, le sue organizzazioni.
Entro questa unità gli uomini agiscono raccolti in multiformi società di grado diverso, nella famiglia, nelle nazioni, in una comunità interiore e spirituale. Perciò alle persone, alle associazioni e a tutte le loro operazioni culturali si deve sempre riconoscere un carattere vincolante. Le persone che creano la cultura sono fungenti nella totalità di un’umanità personale operante.

La verità dell’Europa è compresenza: tale è la portata etica sia sul piano temporale che ontologico. Questa è la forma spirituale dell’Europa, l’idea filosofica immanente alla storia dell’Europa (spirituale): intesa come nascita di una nuova era dell’umanità. Il telos spirituale dell’umanità europea, che include il telos particolare delle singole nazioni e dei singoli uomini, è in una prospettiva infinita verso nuovi approdi e abitudini. Questa inquieta e inquietante – perché sempre in fieri – volontà di verità non può e non deve stancare mai, perché è il compito che essa si pone.

Il maggior pericolo dell’Europa è la stanchezza. Un compito di senso – dal sapore di monito in un’Europa dove la nascita è sempre più in calo e la vita è sempre più esposta alla gratuità, dove alla fine il mondo è il mondo delle cose che si hanno – per un mondo che rappresenti una legalità condivisa e condivisibile della vita. Rendere legale la vita sarà l’impegno di un mondo comune per essere cittadini europei e vivere una comunità filosofica risvegliando il senso di un legame. Una produzione di senso come sedimento e stile del presente e del futuro, come essenza di un’appartenenza.

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Laureata in Lettere e Filosofia, saggista, appassionata di cultura, ha appena terminato la Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi. Attualmente sta perfezionando il praticantato da giornalista-pubblicista.

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