Lavoro: il prossimo tabù

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di LIVIO GHERSI

La riforma del mercato del lavoro non riguarderà il settore del pubblico impiego. Questa l’assicurazione data da chi ha negoziato, a nome del Governo, con i rappresentanti delle Parti sociali.
In una trattativa politica può starci tutto ed il suo contrario. Tuttavia, l’ordinamento giuridico deve avere una sua coerenza logica.

Come tutti sanno, diciannove anni fa, con il decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, fu attuata una riforma generale del pubblico impiego, informata al principio della privatizzazione del rapporto di lavoro di impiegati e dipendenti pubblici. Il decreto legislativo n. 29/1993 non esiste più perché è stato abrogato, ma la normativa che l’ha sostituito (decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165) risponde alla medesima logica.

Per la stragrande maggioranza dei lavoratori del pubblico impiego vale la regola che il rapporto di lavoro è disciplinato dal Codice Civile e dalle disposizioni vigenti sui “rapporti di lavoro subordinato nell’impresa”. L’applicazione del regime civilistico vale per i dipendenti dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali.

Si fa prima a richiamare i profili professionali che hanno mantenuto una disciplina propria: magistrati, ordinari, amministrativi e contabili, militari e appartenenti alle Forze dell’ordine, personale delle carriere diplomatica e prefettizia.
Poi c’è tutta la dirigenza, per la quale sono previsti contratti particolari, legati al conseguimento di obiettivi.

A questo punto la domanda sorge spontanea: posto che ai rapporti di lavoro nel pubblico impiego si applica la medesima disciplina applicata ai lavoratori del settore privato, una volta che quest’ultima muta, come può essere che non ci siano conseguenze per gli impiegati pubblici?

E’ solo questione di tempo. Si obietterà: ma come è possibile che pubbliche amministrazioni, le quali hanno ciascuna una propria pianta organica, procedano al licenziamento di dipendenti per motivi economici? Nel nuovo scenario conseguente alla crisi economica molte cose cambieranno. Non penso tanto al principio del pareggio di bilancio, che pure sarà costituzionalizzato. Molto più stringenti sono gli obblighi assunti in sede di Unione Europea con la firma del nuovo “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”. Se davvero non potranno più esserci bilanci in disavanzo e se davvero dovremo ridurre il debito pubblico fino al parametro previsto del 60 per cento rispetto al PIL, con un metodo di ammortamento ventennale, allora bisognerà mettere in conto che le pubbliche amministrazioni, a tutti i livelli, dovranno costare meno.
Ergo, potrebbero essere costrette a snellire le piante organiche, privandosi di profili professionali valutati non più essenziali, né strategici.

Del resto, non è forse vero che negli Stati Uniti d’America è normale che i dipendenti pubblici possano essere licenziati, soprattutto i dipendenti dei singoli Stati? Non è forse vero che alla Grecia è stato imposto un piano di licenziamenti nel settore pubblico?

Pensandoci, non è forse vero che i fautori più decisi del federalismo fiscale in Italia hanno sempre sostenuto che il rapporto fra numero di dipendenti pubblici e popolazione residente non potesse essere troppo squilibrato passando da una Regione ad un’altra, ma dovesse attestarsi su dati medi?
La verità è che la possibilità di licenziamenti più facili da parte delle imprese, e la possibilità di licenziare pure lavoratori del settore pubblico, sono due aspetti di una medesima strategia. Con un lieve sfasamento temporale fra le due fasi. Non se ne accorge soltanto chi non vuole accorgersene.
C’è una ineluttabilità che è scritta in determinate ricette di politica economica, oggi purtroppo prevalenti. Continuerà così fino a quando non si metterà in discussione la stessa politica economica e si prenderanno seriamente in considerazione altre possibili ricette, inquadrate in diversi possibili modelli di organizzazione sociale.

La cosa che personalmente non sopporto è quella di essere preso in giro. Siamo forse meno cretini di quanto i nostri governanti suppongano. Azzardo, comunque, una facile previsione: molto presto la discussione pubblica verterà su un altro tabù da superare: il “posto fisso” nel pubblico impiego. Così, superando un tabù dopo l’altro, saremo sempre più flessibili e moderni.

1 COMMENTO

  1. Analisi puntuale che rispecchia la realtà, riporto fedelmente la Vs considerazione: “La cosa che personalmente non sopporto è quella di essere preso in giro. Siamo forse meno cretini di quanto i nostri governanti suppongano”, altresì nessuno parla di sburocratizzazione dello stato: leggi, norme, circolari, interpretazioni autentiche, casino fiscale, ecc… sono solo una “colpa” dei dopendenti pubblici che devono applicarle ed i cittadini tutti stentano a crederci. il metodo marchionne-fiat sarà applicato a tutti i lavoratori, nuovo schiavismo…. cmq i ricchi saranno sempre più ricchi e tutti gli altri sempre più poveri…

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