Del pareggio di bilancio

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di LIVIO GHERSI

I politici italiani, nella loro media, hanno il torto di non prendere sul serio le parole; di conseguenza, sono pronti e generosi nell’assumere impegni. Anche quando sanno benissimo che quegli impegni non potranno essere onorati perché mancano le condizioni strutturali per onorarli.
Tra le parole con cui troppi ritengono di poter “giocare” rientrano pure quelle che, invece, ci si aspetterebbe avessero una particolare solennità: perché destinate a far parte della Costituzione della Repubblica, mediante riscrittura delle disposizioni esistenti, o tramite l’inserimento di disposizioni nuove.

Sono meravigliato dell’unanimità che si riscontra fra le parti politiche a proposito della proposta di inserire in Costituzione il principio del pareggio di bilancio. Enunciare questo principio è facile. Metterlo in pratica, molto ma molto più difficile.
Il nostro bilancio è strutturalmente in deficit. Qui c’entra poco Berlusconi. Si tratta di una tendenza di lunghissimo periodo. Governi di diverso e fra loro alternativo indirizzo politico hanno subìto, o incentivato, questa realtà.

Cito velocemente qualche dato, attingendo a studi che ho fatto in passato.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’esercizio finanziario 1997, quando si era ancora sulla scia della politica di risanamento finanziario condotta dai governi presieduti, prima da Giuliano Amato, poi da Carlo Azeglio Ciampi, nel biennio compreso tra il mese di aprile 1992 e il mese di aprile 1994. Le entrate complessive stimate coprivano il 64,14 % del totale delle spese previste. Di conseguenza, si prevedeva di finanziare il restante 35,86 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’anno finanziario 2010, ossia con il Governo presieduto da Berlusconi e la politica economica affidata al Ministro Tremonti. Il totale complessivo delle entrate stimate copriva appena il 59,38 per cento delle spese complessive preventivate. Per fare quadrare il bilancio, si prevedeva, pertanto, di finanziare il 40,61 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’anno finanziario 2011, quello in corso. Il totale complessivo delle entrate stimate copre il 64,72 % delle spese. Per fare quadrare il bilancio, si prevede, pertanto, di finanziare il 35,27 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

La realtà ci dice che, quando va bene, le entrate coprono due terzi del totale delle spese. Così è sempre stato, non per un periodo eccezionale, ma per decenni e decenni. Sostenere che, già nel 2013, si possa conseguire il pareggio del bilancio dello Stato significa fissare un obiettivo teoricamente possibile, ma praticamente difficilissimo. Si richiederebbero tagli della spesa pubblica di tale entità da determinare sconvolgimenti sociali. Sarebbe il Governo (questo, o un altro) in grado di fronteggiare le proteste che prevedibilmente si scatenerebbero in ogni zona del Paese e che vedrebbero uniti giovani e vecchi, disoccupati e pensionati, corporazioni di ogni sorta?

Se la prospettiva realistica è questa, com’è possibile che le forze politiche, quasi unanimemente, dicano sì alla proposta di inserire in Costituzione il pareggio del bilancio, con la stessa tranquillità con cui un privato cittadino potrebbe decidere di mangiare un cono gelato?

Il punto è che liquidano questa proposta come il riconoscimento di un obiettivo tendenziale, che non costa niente affermare, e che poi resterà appunto tendenziale. Indicherà la rotta, fermo restando che la pratica è cosa del tutto diversa. L’articolo 4 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, ha forse impedito che oggi milioni di cittadini siano inoccupati, disoccupati, espulsi dal mercato del lavoro, costretti a forme di precariato e di sfruttamento lavorativo che la parola “flessibilità” non riesce del tutto a nascondere? Allo stesso modo si può affermare il pareggio del bilancio e poi continuare ad andare avanti con il deficit, constatando l’impossibilità di fare altrimenti.
Il discorso acquisterebbe subito una valenza diversa e diverrebbe più serio, se si pensasse di approvare una normativa un minimo articolata, tale da consentire una gestione dei conti pubblici non eccessivamente rigida, ma comunque molto più rigorosa rispetto alle abitudini attuali.

Servirebbero almeno quattro commi, per fissare quattro diverse regole, fra loro complementari:

a) l’affermazione del pareggio del bilancio come principio generale, che dunque non vale unicamente per lo Stato, ma che riguarda pure i bilanci delle Regioni e di ogni ente pubblico. Il pareggio serve ad evitare nuovo indebitamento;

b) la garanzia che il debito pubblico “storico” sarà onorato e che quindi i creditori attuali non hanno alcunché da temere;

c) la previsione che, per fare fronte a situazioni eccezionali, il Governo possa, sotto la propria responsabilità politica, promuovere nuovo indebitamento, ma entro limiti quantitativi esattamente definiti (e che sono molto più stringenti rispetto alla regola attualmente stabilita dall’Unione europea, che ammette il deficit entro il tre per cento rispetto al PIL, cioè al Prodotto interno lordo del Paese);

d) la garanzia della copertura e del puntuale pagamento di tutte le spese concernenti il trattamento economico dei dipendenti pubblici in servizio, considerato che qualunque criticità in materia nuoce al buon andamento delle pubbliche amministrazioni e degli apparati pubblici, con conseguente impossibilità di salvaguardare beni costituzionalmente protetti e con disagi per i cittadini amministrati. Succede, infatti, oggi che qualche ente pubblico ritenga prioritario fare spese diverse, in ipotesi l’acquisto di un immobile quale nuova sede dell’Ente, e per sostenere queste nuove spese concentri tutte le risorse disponibili, decidendo, di conseguenza, di differire i pagamenti dei dipendenti. Personalmente, rafforzerei la disposizione costituzionale con sanzioni penali a carico dei decisori politici che contravvenissero questa norma basilare di buona amministrazione.

Per rendere più chiaro il mio pensiero, non mi sottraggo al compito di articolare i quattro commi di un’ipotetica novella costituzionale, nel senso di cui ho prima argomentato. Fermo restando che la scrittura della Costituzione richiede una precisione terminologica ed una pulizia di linguaggio che si possono ottenere soltanto con un lavoro di limatura affidato ad un gruppo di persone particolarmente preparate.

Ecco il testo grezzo:

«1. Il bilancio dello Stato risponde alla regola che il totale complessivo delle spese preventivate non può eccedere il totale complessivo delle entrate stimate. La medesima regola del pareggio fra entrate e spese vale per i bilanci delle Regioni e degli altri enti pubblici.

2. Fra le spese iscritte nel bilancio annuale, una quota deve essere destinata al pagamento degli interessi ed alla restituzione del capitale ai titolari di titoli del debito pubblico emessi negli esercizi precedenti. Tale quota corrisponde normalmente al dieci per cento del totale complessivo delle spese preventivate in bilancio, ma può essere aumentata in coerenza con un piano pluriennale di ammortamento tendente all’azzeramento del debito pubblico.

3. Quando sotto la responsabilità politica del Governo, per fare fronte a situazioni eccezionali, si stabilisca di finanziare una parte delle spese facendo ricorso al mercato finanziario, la quota di nuovo indebitamento consentita non può comunque eccedere il dieci per cento del totale complessivo delle spese preventivate in bilancio nel primo esercizio finanziario di riferimento, ed il cinque per cento in tutti gli esercizi successivi, finché non sia ripristinata la condizione del pareggio di bilancio.

4. Le spese per il pagamento delle retribuzioni del personale dipendente in servizio devono essere coperte con priorità rispetto ad ogni altra finalità di spesa».

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