Il liberalismo italiano nel Novecento

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di GIUSEPPE NUCCETELLI

La lezione è iniziata con l’indicazione di un aspetto caratteristico di tutte le teorie politiche che, però, nel liberalismo italiano ha assunto particolare significato: la distanza tra teoria e prassi politica. La storia del liberalismo italiano sarebbe fortemente condizionata dalla distanza tra il liberalismo dei teorici ed il liberalismo in atto.

Altra caratteristica peculiare del liberalismo italiano, secondo il Professore, è il fatto di essere sempre stato minoritario. Questo non soltanto nel XX secolo, ma anche nell’Italia post-unitaria: rurale, fatta di analfabeti e pregna di un cattolicesimo anti-liberale ed anti-unitario. Alla guida di un siffatto Paese c’era una classe politica liberale, ma élitaria. Essa non poggiava su un ampio consenso popolare (la legge elettorale era molto censitaria ed escludeva gli analfabeti), ne’ su un ceto borghese vivo e sviluppato (altresì ancora in via di sviluppo). La sua base elettorale era ristretta e composta di notabili, aristocratici, proprietari terrieri e qualche grande industriale settentrionale. Il distacco tra la cosiddetta società civile (potremmo ben dire popolo) e la classe dirigente era forte e durò anche a lungo.

Prassi e teoria non coincidevano: niente programmi politici, ne’ grandi ideali, ma compromessi, clientelismo e «mercato delle vacche» degli interessi. L’esposizione degli aspetti negativi del mediocre liberalismo «pratico» pre-fascista, è servita al Professore per spiegare perché il liberalismo «teorico» italiano del Novecento sia stato, spesso per reazione, un liberalismo «etico». Anche pensatori laici come Croce e Gobetti, diedero al loro pensiero liberale un’impostazione etico-religiosa, morale. Ancora una volta, la distanza tra teoria e prassi appare in tutta la sua evidenza. Altro elemento che ha caratterizzato il liberalismo italiano, tanto del XIX quanto del XX secolo, è la mancata realizzazione di un grande partito liberale di massa. Prima e dopo il Fascismo, ne’ l’élite liberale post-unitaria, ne’ il giolittismo, né il liberalismo del secondo dopoguerra sono riusciti a trovare un forte radicamento sociale. Prima perché lo impediva la stessa legge elettorale, poi perché non riuscì mai a proporsi come partito interclassista e riformatore capace di raccogliere le istanze (e quindi anche i voti) di quel mondo borghese, imprenditoriale, professionale e culturalmente evoluto che altrove è sempre stata la base sociale di riferimento che ne ha fatto anche un partito di massa.

Il liberalismo italiano, soprattutto nel Novecento, ha mostrato di essere debole, scarsamente radicato nella società, incapace di interpretare i grandi mutamenti in atto (in particolar modo nei due dopoguerra) e di proporsi come realizzatore di una profonda trasformazione del Paese. Tuttavia, nonostante queste insufficienze oggettive, il liberalismo italiano, definitivamente ridimensionato dall’affermazione dei partiti di massa nel secondo dopoguerra, ha lasciato all’Italia repubblicana una grande eredità: uno Stato informato ai prinicìpi liberali di separazione dei poteri, basato sul riconoscimento dei diritti civili e politici, con un meccanismo di controllo di costituzionalità delle leggi, ecc. Insomma, un liberalismo minoritario e con tanti e gravi limiti ha pur lasciato un sistema politico-istituzionale di stampo liberale. Sull’importanza delle élite e delle minoranze (soprattutto di quelle che, in sistemi democratici, si alternano al potere), il Professore ha rapidamente esposto il pensiero ed il contributo di due studiosi italiani: Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca. \r\nLiberali conservatori (per certi versi al limite del pensiero liberale) e machiavelliani, la loro opera è stata fondamentale nel tentativo di spiegare le dinamiche del potere, indipendentemente da illusioni ideologiche e costruzioni teoriche ad uso di forze politiche del momento. In questo senso, essi ci hanno fornito strumenti conoscitivi utili a tutelare la nostra libertà, anche in sistemi in cui sembrerebbero non esserci pericoli come dovrebbero essere i sistemi liberal-democratici.

Dopo un breve accenno all’importanza del pluralismo in tutti i settori ma in specie in quello dell’informazione ed all’opportunità di rendere sempre più ravvicinato il rapporto governanti-governati, il Professore è passato a fare un’analisi del giolittismo e dei suoi avversari. Tra questi, figurano anche i cinque autori liberali che ha voluto prendere in considerazione perché, a suo avviso, maggiormente importanti per il liberalismo italiano del Novecento: Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola, Piero Gobetti e Gaetano Salvemini (democratico prima che liberale). Attraverso le critiche da loro mosse in varie occasione a Giolitti, il Professore ha fatto un quadro dei meriti ma soprattutto dei limiti del giolittismo. Una politica, la sua, rimproverata di scarso coraggio, scarsa incisività e propensa più al compromesso che non ad un’azione profondamente riformatrice della società italiana. Una società, tra l’altro, in cui forte si sentiva la mancanza di un ceto borghese numeroso e sviluppato.

Dalle accuse di clientelismo a quelle di utilizzo di sistemi camorristici, dall’accusa gobettiana di precursore del Fascismo a quella di ministro della mala vita mossa da Salvemini, la distanza tra liberalismo dei teorici e liberalismo in atto appare in tutta la sua drammaticità. Il torto più grave che Giolitti sembrava avere era proprio il non aver raddrizzato quella gobba che il sistema italiano aveva ed a cui egli, a suo medesimo dire, aveva provveduto ad adattare il vestito. Dopo l’esperienza fascista, il liberalismo italiano ha dovuto prendere atto di essere diventato definitivamente una forza politica minoritaria. Nell’Italia repubblicana, è così continuata (con sempre maggiore disagio dato il nuovo sistema elettorale) quella rincorsa al partito liberale di massa che non darà mai i risultati sperati.

Interessante è stato il richiamo al tentativo, definito utopistico, di Gobetti di superare lo stallo inerente il rapporto tra mondo politico liberale e mondo borghese. La via alternativa che egli propose per arrivare al partito liberale di massa ed alla vera rivoluzione liberale poggiava sulla parte più evoluta del mondo operaio e non su quello borghese, da lui visto sempre meno promettente. La parte finale della relazione ha riguardato due argomenti: uno è il dibattito tra Einuadi ed Croce riguardante il rapporto tra liberalismo e liberismo, l’altro è il neo-liberalismo degli ultimi anni, in realtà meglio identificabile come neo-liberismo. Critico contro l’utilizzo indiscriminato del metodo liberista in settori, ad esempio, come la sanità, il Professore ha rapidamente esposto le posizioni dei due grandi autori liberali che, negli anni trenta, hanno dato vita a quel grande dibattito che sarà l’argomento principale di discussione per tutto il secolo e che oggi è quanto mai vivo e d’attualità.

pubblicato il 28 gennaio 2005. La terza delle Lezioni Norberto Bobbio, intitolata Il liberalismo italiano nel Novecento, è stata tenuta dal Prof. Paolo Bonetti.

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