Non scherzate col fuoco!

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di ANTONIO MARTINO

La proposta di Pellegrino Capaldo, di tassare le plusvalenze immobiliari con aliquote comprese fra il cinque e il 20 per cento mi ha fatto ringiovanire di oltre trent’anni. Sono tornato con la mente a una stagione gloriosa per noi liberali: la fine degli anni Settanta e l’inizio del più formidabile trentennio di liberalizzazione, crescita economica e civile nella storia millenaria dell’umanità. Ad accendere la miccia di quella straordinaria “rivoluzione conservatrice” fu proprio la ribellione a un’imposta sugli incrementi di valore immobiliare.

La California negli anni Settanta era afflitta dall’imposta cara a Capaldo e, dal momento che il valore delle case aumentava costantemente, molti proprietari, non riuscendo a pagare il balzello, erano costretti a vendere le proprie case. Nacque così un’iniziativa per un emendamento costituzionale, nota come “proposition 13” che, per rimediare ai danni prodotti dal tributo, finì anche per innescare la grande rivolta antistatalista degli anni Ottanta. Approvato per referendum nel giugno 1978, l’emendamento bloccava i valori immobiliari rilevanti a scopi fiscali al livello medio del 1975-76, fissava l’aliquota all’uno per cento di quel valore, poneva un tetto agli aumenti futuri e fissava in due terzi degli aventi diritto le maggioranze necessarie a decidere aumenti d’imposizione. Era il preludio all’avvento di Ronald Reagan e Margaret Thatcher!

Non m’illudo: so bene che, ove il suggerimento capaldesco fosse accolto, le conseguenze sarebbero solo negative, perché in questo momento storico non mi sembra che esistano in Italia le condizioni necessarie a una rivolta fiscale preludio di una rivoluzione liberale. Suggerirei ugualmente a chi di dovere molta prudenza in questo campo: le rivolte fiscali si sa come cominciano ma non come finiscono. Giorgio III e Luigi XVI sarebbero d’accordo: per una rivolta fiscale il primo perse la sua migliore colonia, il secondo la testa.

Sorvolo sull’ovvia considerazione che l’edilizia è già in crisi nel nostro paese, dove la scarsa presenza di un mercato delle locazioni è causa non secondaria della scarsa mobilità del lavoro, e che gravarla di un altro balzello darebbe il colpo di grazia agli investimenti immobiliari. Ma temo che le argomentazioni economiche non faranno presa su chi fa delle spese pubbliche e delle tasse un articolo di fede: sono variabili indipendenti, sacre, incomprimibili; se poi lo Stato s’indebita la colpa è di chi gli ha fatto credito, i privati, che vanno esemplarmente puniti con ulteriori oneri tributari. Sappiano però che la loro cieca statolatria finirà inevitabilmente con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro; se non ci credono, cerchino di spiegarci perché l’Italia non cresce più da quasi due decenni.

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