Cosa pensare di una destra vintage

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di STEFANO PIETROSANTI

Nelle azioni di Fini e dei suoi, negli ultimi tempi, sembra esserci una certa serietà, in quanto il rischio a cui l’operazione messa in atto espone i protagonisti non è indifferente e il lavoro preparativo, soprattutto ideologico, per una volta in Italia non è misero e puramente funzionale.

Per ora sono evidenti le capacità tattiche del Presidente della Camera, ma rimangono dubbi sulle sue abilità strategiche. Le maggiori incongruenze del quadro che si disegna, pensando alle azioni succedutesi negli ultimi mesi, riguardano il potenziale bacino elettorale a cui Gianfranco Fini vuole riferirsi nel caso – ormai decisamente probabile – che si arrivi a un confronto elettorale in cui il neo-costituito gruppo parlamentare si trovi contrapposto e non incluso nel caldo ventre del PDL. Partendo dal fatto che Fini voglia rimanere a destra, che modello di destra si propone? Sicuramente distante dalle involuzioni forza-leghiste dell’ultimo ventennio, non sembra nemmeno richiamare il bagaglio ideale dipinto poco prima della crisi – in una significativa intervista sull’Espresso – da Tremonti: non sembra di essere davanti a una semplice visione DC di destra, o MSI imborghesita, che voglia predicare Dio, Patria e Famiglia senza fare la faccia feroce e riferendosi con pochi veli al concetto di conservatorismo compassionevole. Nelle dichiarazioni degli aderenti a Futuro e Libertà, come dalla lettura dei siti vicini alla compagine finiana, è evidente la distanza anche dai colori immaginati dalla mai veramente nata nuova destra: nei meeting di Farefuturo c’è voglia di essere establishment, scarsissimi i richiami effettivi a tematiche antagoniste in prospettiva di comunitarismo tradizionalista, magari anche green e “alternativo”.

Decisamente, più che verso una nuova destra, il riferimento forte sembra diretto a una destra antica (preistorica?), una destra che, in un momento di riflessione davanti alle effigi di Cavour e Sella, si fosse fermata, avesse preso un respiro e si fosse domandata se non stesse tradendo i suoi avi in nome dell’ultimo Presidente del Consiglio e se non fosse il caso di recuperare le sane abitudini di famiglia: moralità da antichi liberali, compostezza borghese, legalitarismo costituzional-democratico, razionalismo burocratico, laicità come marchio istituzionale. Un’idea di destra pre-DC, pre-fascista, che ha un suo fascino. Oltretutto – non so quanto volutamente – la brillante interpretazione data da Farefuturo della struttura di fondazione porta con se un vago odore di ciò che esisteva prima della sezione: il club. In un mondo occidentale che si va demassificando, in cui, tramite la rete, la comunicazione istantanea a distanza, la plurivocità dei luoghi che va a sovrapporsi alla plurivocità della parola, le persone si dividono sempre di più tra una moltitudine di singoli decisamente attivi e in quasi continuo contatto tra loro e le masse rimanenti come tornate sullo sfondo, potrà dimostrarsi una bella intuizione costruire una forma partecipativa più aperta, flessibile, dialogante e riflessiva, che allo stesso tempo non sia la semplice brutta copia delle vecchie strutture svuotate dai contenuti forti.

Ritornando però alla domanda sulle prospettive elettorali di questa operazione, ritornano evidenti i vuoti e le mancanze di chiarezza. Parto dal dato che i votanti di Berlusconi hanno avuto tutto il materiale necessario per giudicarne l’onestà personale, e questo –ancor più per chi era suo alleato – è vero almeno dal suo primo governo. In quel lago è quindi difficile pescare, soprattutto perché le istanze di giustizia e sicurezza dell’elettore medio del PDL in crisi di coscienza sono molto meglio corrisposte dalla Lega: linguaggio spiccio e muscolare, risposte semplici, innegabile capacità organizzativa, nessun condannato per reati infamanti in lista. Sicuramente potrà pescare alcuni elettori che oggi si trovano a votare il PD, l’IDV o i Radicali senza soddisfazione, ma in questo farebbe semplicemente un favore al principale avversario, ossia a Berlusconi. Rimanesse una forza isolata, il destino di Futuro e Libertà sarebbe praticamente segnato. C’è quindi la più seria e probabile ipotesi di terzo polo. Questo è uno scenario da analizzare con più attenzione: lasciando a margine il problema di avere, dietro il vessillo della fermezza istituzionale e della legalità franca e dura, l’UDC con Cuffaro e Mele (per tacere delle ombre, anche se frammiste a qualche luce, che emergono dal movimento di Lombardo), c’è un buono spazio per pensare all’inserimento di una figura come quella di Montezemolo, o in generale degli interessi produttivi delusi dall’azione del presente Governo.

In questa configurazione, si disegna finalmente un peso elettorale solido, ma anche alcune conseguenze da tenere presenti: in tempi di crisi, questo sarebbe il canale migliore da cui far passare una politica organica di diminuzione salariale, modificazione in favore delle industrie delle normative sui rapporti lavorativi, ma da un altro lato si potrebbe coniugare – volendo confidare sulla serietà – a una forte impostazione meritocratica e all’inizio del recupero del semplice controllo territoriale di fatto dello Stato sui vari territori in mano ai potentati criminali, situazione vergognosa e di certo danno economico. Sarebbe una strada sicuramente non pessima, da osservare con interesse, ma sarebbe veramente quanto di meglio si possa desiderare per il paese? Da un’ottica di liberalismo di sinistra sicuramente no: il presupposto della modificazione à la Marchionne del mercato del lavoro è facile sfoci in un aumento della disuguaglianza e un peggioramento della giustizia sociale, che deve essere la stella polare di qualsiasi sinistra. La situazione avrebbe comunque il pregio di ricordare che solo una sinistra che abbia ben chiara la stella polare e i suoi riferimenti ideologici potrebbe dialogare fruttuosamente con un simile avversario, che – sempre volendosi affidare alla lettura più rosea – non sarebbe più né “nemico”, né propriamente deleterio, ma semplicemente altro e contrapposto.

Ammesso e non concesso che una buona fetta dell’elettorato PDL si faccia convincere da questo disegno e lo voti, questa compagine dovrebbe governare abbastanza a lungo – con la sicura spina nel fianco di una Lega forte nel Nord-Est – da accentrare attorno a se e possibilmente bonificare le leve del potere da tre anni in mano al partito del Premier. Nel fare questo, per non rendere tutta l’operazione un cambiare tutto per non cambiare niente, lo schieramento che comprenda al suo interno i finiani dovrebbe rassegnarsi a un lungo e defatigante lavoro di “rieducazione” dell’elettorato, ormai abituato a toni e modi di fare molto lontani da quelli che Fini sembra intenzionato ad usare. E quale la truppa per portare avanti questa operazione tra la gente, magari sotto la direzione ideologica di pensatoi come Farefuturo? Oggi come oggi, compatta attorno al Presidente della Camera e pronta ai mezzi della propaganda sul territorio si è mostrata quasi solo la sopravvissuta Azione Universitaria. Non parliamo di grandi numeri e soprattutto si richiederebbe una mutazione forte del dna di questi gruppi, con l’eliminazione delle suggestioni da ventennio, qualche volta ancora avvertibili e alle quali almeno la militanza sembra abbastanza affezionata.
Insomma, le mie speranze in un deciso miglioramento della qualità della destra italiana sono scarse.

Oltretutto mi viene da ricordare un piccolo saggio del 1995: “Il sogno di una destra normale” a cura di Furio Colombo e Vittorio Foa. All’epoca, pur accanto alla nascita del Berlusconi politico, si guardava con un grande interesse e una certa speranza alla defascistizzazione di Fini. Con la potenza del senno di poi sembra la vecchia favola del saggio che indica la Luna e della folla che osserva il dito. Fini, all’epoca, si prestò benissimo al ruolo di dito che indicava Arcore, questo per la sua proverbiale prudenza tattica e la scarsa abitudine al ricoprire posizioni coraggiose.

Per capire la situazione, dato la fumosità del momento, bisognerà osservare in due direzioni: prima di tutto a Fini e al suo gruppo come soggetto a se, in secondo luogo bisognerà cercare il punto in cui Fini e il suo gruppo, in funzione di dito, potrebbero indicare.

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