Il caso Brancher: amministrare lo Stato o risolvere le vicende personali

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di MARTINA CECCO

L’on. Aldo Brancher non è dei primi della classe, nonostante la presenza a quasi la metà delle sedute parlamentari in veste di Ministro per il Federalismo, rappresentante del PDL per la circoscrizione del Veneto 1, non ha presentato nessun atto proprio ed è tra gli onorevoli meno attivi nel proporre modifiche e nel proporre documenti, anche nel voto più spesso accondiscende che non contrasta il suo gruppo. Tuttavia la linea che rappresenta la condivide fino in fondo, in linea con le decisioni del presidente è intervenuto a tutt’oggi con oltre 100 contributi in sede di Assemblea o di Commissione.

Il 23 giugno era in seduta, nei giorni successivi ha dichiarato di essere impegnato per discutere la proposta sul “Federalismo Fiscale” come da onere assunto con Tremonti: il non essersi presentato in aula per “il processo Antonveneta” gli ha comportato un forte richiamo dal Quirinale, da sempre preciso nel ribadire che i Ministri sono chiamati prima di tutto a rispondere delle proprie responsabilità di fronte ai cittadini italiani e poi di fronte alle proprie responsabilità personali nei rispettivi ambiti di competenza.

In risposta il Ministro Brancher assicura di non volersi effettivamente avvalere della facoltà di astenersi dal processo con l’escamotage del “Legittimo impedimento” un fatto di cui però al momento non ci sono certezze, sono due le diverse richieste di rinvio a giudizio che non consentono di fare chiarezza sulla effettiva volontà del Ministro, che ufficialmente non ha ancora dato dimissioni.

Se l’opposizione, IDV e PD coglie l’occasione per chiedere l’ennesima dimissione, il PDL batte per la discesa in aula del Ministro, appoggiando la posizione di non avvalersi del “Legittimo Impedimento” nonostante sia stato proprio il Governo Berlusconi a compiere un lungo percorso per concretizzare la approvazione della legge, che consente a un politico di alto livello, come il Capo del Governo e i Ministri, di concludere il mandato per il quale ha ricevuto incarico per elezione, nomina o delega, anche nel caso in cui sia chiamato a rispondere di procedure legali a suo carico.

In questo modo si va dividendo la vita dei politici in due sfere nettamente distinte: da una parte l’uomo politico, cioè un uomo “in rappresentanza di” che si muove “secondo modalità prestabilite” per gestire il suo ruolo e dall’altra parte l’uomo reale, che terminato il mandato riprende in mano la sua quotidianità. Quale è il giusto confine tra l’uomo politico e l’uomo reale?

Da parte dei “suoi” un incarico pesante, quello di occuparsi della riforma federalista, incaricato da Umberto Bossi di intervenire alla Camera, in Ministero e anche per voce del Parlamento Europeo laddove si trattino temi di rilevanza per il suo incarico, di cui effettivamente ha delega ampia, per la Sussidiarietà e il Decentramento.

Prima Sottosegretario con delega alle Riforme per il Federalismo nel IV Governo Berlusconi fino al 17/06/2010 e il giorno successivo nominato Ministro senza portafoglio con validità a decorrere dal 23 giugno 2010, data di pubblicazione in Gazzetta del Dpr. 144.

In fatto di impegni non ci sono dubbi: il Ministro Brancher non ha bisogno certo di trovare un motivo per non avere del tempo, tuttavia il problema rimane un altro: la approvazione della legge sul “Legittimo Impedimento” è recente, approvata con l’appello del Capo di Stato a mantenere alta la collaborazione tra il mondo politico e il mondo della giustizia, dopo anni di discussione in aula è stata votata favorevolmente, ora che cosa porta a discutere della facoltà di avvalersene? Quali sono i reali motivi per cui il Ministro Brancher, ora senza portafoglio, si trova nella condizione di dover decidere se avvalersi di un diritto oppure no? Coincidenze e decisioni che non possono cadere nel vuoto.

Il non comparire in aula non è per il Capo di Governo e per i Ministri motivo di contumacia, ma fa tornare ai tempi della famosa “Immunità Parlamentare” uno dei problemi di sempre della politica italiana. E poi ci lamentiamo nei bar se non c’è stabilità e se i Governi durano un soffio.

I nostri politici arrivano al Governo, senza rendersene conto cominciano a occuparsi di tutto, diventano esperti, improvvisano legislazione, insegnano, imparano, modificano, escono con dichiarazioni a volte anche sconcertanti e sbagliano, spesso, tanto, anche tantissimo, perché sono comunque degli esseri umani, con un presente, ma anche con un passato. Si perdono e non amministrano. In fin dei conti sarebbero stati chiamati al Governo solo per amministrare.

Il problema non è capire se gli uomini al Governo possono o meno usufruire di un periodo di immunità, anche legittima se si deve lavorare davvero per uno Stato, ma capire se gli uomini al Governo sono “di una buona pasta” oppure no; i nostri uomini al Governo sono vittime di ostracismo o sono furbi pallottolieri? E ancora, chi sta fuori non attende altro di colpire oppure per arrivare al Governo è assolutamente necessario avere un passato sporco?

L’impressione è che la politica in Italia, sia arrivata così tanto oltre il limite del reale, che per un uomo che decide di buttarsi nella mischia il destino sia segnato: c’è un inizio, ma non c’è una fine, perché ogni scelta è come “una spada di Damocle” che al termine del mandato, tornerà alla base. Colpendo duro. E’ chiaro che nessun giovane ci sta a scendere in politica a questo prezzo, come è chiaro che chi è ormai in ballo non vuole scendere dalla giostra per niente al mondo.

La lapidaria nota da Palazzo Chigi su cui anche c’è molto da riflettere: “Alcuni quotidiani si dilettano anche stamani nelle più fantasiose ricostruzioni. Si va da improbabili chiacchierate di fronte a tazzine di caffè a giudizi e commenti sul caso Brancher e sul Quirinale che il Presidente Berlusconi non ha mai pronunciato né pensato” per voce della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Di Martina Cecco

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