Testamento biologico: o liberale o niente

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di Massimo Teodori

Sono ben consapevole che il testamento biologico è una questione che non può essere affrontata con semplicismo: in essa si intrecciano scelte personali e familiari, credenze morali e religiose, dilemmi tecnologici sullo sfondo di condizioni personali spesso drammatiche. La vicenda di Eluana, di fronte a cui si è appassionata e divisa la nazione, insegna.

Ma al di là delle complicanze tecniche e degli strumentalismi politici, non può essere elusa la scelta di fondo che il Parlamento deve compiere nel momento in cui si accinge a legiferare. Da un lato c’è il principio secondo cui il valore inalienabile da preservare è l’autodeterminazione della persona umana la quale deve conservare il diritto di decidere su tutto ciò che riguarda la propria vita, a partire dalle proprie convinzioni etiche e/o religiose.

Dal lato opposto si pone la diversa visione secondo cui, in ultima analisi, spetta a un’autorità esterna decidere sopra la persona, si tratti dello Stato che detta le norme anche contrarie a ciò che ciascuno vuole per sé, o della Chiesa che trasferendo i suoi codici morali nella legislazione civile, impone i principi religiosi destinati ai credenti anche a coloro che credenti non sono.

Certo, nessuno ignora che la questione è ben più complicata del semplice dilemma ora illustrato. Gli interrogativi aperti sono molti: dove comincia e finisce il trattamento sanitario? Cosa succede se la volontà di fine vita è stata espressa in tempi lontani? Quand’è che lo stato di “coma permanente” equivale alla morte? E’ certamente vero che con lo sviluppo delle biotecnologie, che prolungano ogni oltre limite naturale il fine vita, le zone d’incertezza aumentano sempre più.

Ma l’alternativa tra i diversi modi di intendere il testamento biologico – l’autodeterminazione della persona o l’imposizione di una rigida norma – resta il vero spartiacque tra la visione liberale e quella autoritaria. In Italia, d’altronde, anche la Costituzione, scritta sessant’anni or sono, stabilisce all’art.32 un principio liberale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Il disegno di legge maggioritario ora in discussione al Senato si fonda su una visione statalista e antiliberale per cui la volontà della persona è sovrastata da norme dettate dall’alto che non lasciano alcun margine neppure alla “scienza e coscienza” del medico. Il tutto aggravato – almeno a stare all’attuale testo – da una assurda procedura burocratica che costringe alla stipula di milioni di dichiarazioni di intenti da ripetersi infinite volte con la partecipazione di medici di famiglia, notai e fiduciari.

Se così è – e speriamo che alla fine non sarà così –, allora è meglio lasciare le cose come stanno, senza leggi assurde. Anche in questo caso vale il vecchio adagio per cui lo Stato migliore resta quello che meno entra nella vita delle persone.

Pubblicato da “Il Tempo” il 22 febbraio 2009 con il titolo “Testamento biologico sì, ma liberale”

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