Mitchell torna alla carica

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ANTONIO PICASSO

Gli Stati Uniti tentano un nuovo assalto alla “nebulosa” israelo-palestinese. L’inviato speciale Usa per il Medio Oriente, George Mitchell, è arrivato ieri a Gerusalemme per incontrare le massime autorità israeliane e poi quelle palestinesi. Una visita che conclude una settimana di nuove tensioni nella regione. È di questi ultimi giorni la denuncia israeliana per cui la Siria di avrebbe rifornito Hezbollah di missili Scud da utilizzare in un conflitto prossimo venturo. Damasco però ha negato ogni accusa. Il caso ha generato frizioni anche oltre Atlantico. Mercoledì a Washington, il rappresentante diplomatico siriano è stato convocato dal Dipartimento di Stato per chiarimenti. Nel frattempo si è verificato un non meglio precisato lancio di razzi su territorio giordano. Di questi tuttavia non si sa né la motivazione né l’origine dell’attacco. Il dialogo tra israeliani e palestinesi a sua volta resta bloccato e Mitchell è arrivato in Medio Oriente proprio per tentarne una riaccensione. Il rappresentante di Obama si è incontrato con il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e con il Ministro della Difesa Ehud Barak. Il colloquio con il Presidente palestinese Abu Mazen è in corso nel momento in cui andiamo in stampa.

Le note ufficiali che sono seguito ai vertici fra Mitchell e i leader israeliani lasciano trasparire un ritrovato ottimismo. Va ricordato che, a metà marzo, il viaggio in Israele del vice Presidente Usa Joe Biden era risultato totalmente fallimentare. Il Governo Netanyahu aveva fatto capire agli Stati Uniti, con parole e fatti, che la sua politica espansionistica degli insediamenti intorno a Gerusalemme non sarebbe stata oggetto di discussione. La vicenda fece parlare di una crisi senza precedenti fra i due Governi. Mitchell questa volta è arrivato in Israele per ricucire gli strappi di un mese e mezzo fa e per capire se sia emerso, in seno al Governo israeliano, uno spazio per riprendere i negoziati con l’Autorità Palestinese.

A questo proposito, Ehud Barak si è detto favorevole a invertire la rotta di intransigenza adottata dal suo governo e quindi aprirsi all’Anp, come pure alla Siria. La disponibilità del Ministro della Difesa israeliano tuttavia non è stata appoggiata dal suo Premier. L’ufficio di Netanyahu proprio ieri mattina ha smentito il quotidiano Haaretz il quale ha scritto di una sua eventuale accettazione di uno “Stato palestinese provvisorio in Cisgiordania, nel contesto di un accordo di transizione che preveda anche il rinvio dei negoziati sullo status di Gerusalemme est”. Nulla di vero, secondo l’entourage di Netanyahu. L’intransigenza israeliana questa volta però non appare assoluta. Il Governo infatti ha parlato di “formule diverse attualmente in elaborazione”, sulle quali starebbero lavorando gli analisti locali.

Volendo tracciare un bilancio provvisorio quindi, si può dire che la visita di Mitchell non è stata negativa. D’altra parte, non si può vederla nemmeno come un successo. Netanyahu ha riservato all’inviato di Obama un’accoglienza “senza sorprese”, come invece era stata quella di Biden. Mentre il vice Presidente Usa era in Israele infatti – proprio per convincere il Paese a fermare gli insediamenti – il Ministero dell’Interno elaborava il decreto per la realizzazione di 1.600 appartamenti a Ramat Shlomo, appena fuori Gerusalemme. Un gesto che aveva provocato la collera del Segretario di Sato Usa, Hillary Clinton. La presenza in sé di Mitchell in Medio Oriente, a conclusione di questa settimana calda, lascia pensare che i fatti più recenti costituissero una serie di “bolle” politiche speculative, facilmente strumentalizzabili.

Del colore contrario però è la situazione nelle piazze. Ieri a Bilin, un villaggio tagliato in due dalla barriera protettiva che separa Israele dai Territori Palestinesi, una manifestazione di protesta è degenerata in uno scontro fisico tra la Polizia israeliana e i manifestanti. Nei tafferugli un militante pacifista originario di Jaffa è rimasto gravemente ferito. Che il corteo potesse sfociare in un momento di violenza era prevedibile, se si tiene conto che i manifestanti si fossero presentati muniti di sassi e che la Polizia fosse in assetto anti-sommossa. Altrettanto preoccupante è l’annuncio dato da alcuni coloni per cui durante i falò della festa ebraica di “Lag-ba Omer”, in programma la prossima settimana, verrà bruciato anche un fantoccio del Presidente Obama. La ricorrenza celebra la rivolta degli ebrei contro l’Impero romano, avvenuta nel 132 d.C. Di solito durante i festeggiamenti vengono date alle fiamme le figure rappresentanti i nemici storici di Israele: da Hitler al Presidente egiziano Nasser, passando per Arafat e il Segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Il fatto che alcuni coloni vogliano includere “Hussein Obama, agente dell’Olp” – così come si legge nella nota diffusa – appare grottesco. Soprattutto suggerisce quanto sia distante la percezione della Casa Bianca dal contesto sociale in cui si sta ostinatamente impegnando per concludere il processo di pace. Al di là del risultato asettico raccolto da Mitchell ieri, le posizioni dell’opinione pubblica israeliana restano ben chiare. Né Obama né tanto meno Netanyahu possono sottovalutarle.

Pubblicato su liberal del 24 aprile 2010

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