Il Partito Comunista Cinese apre il suo XXesimo Congresso

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FILE - Chinese President Xi Jinping, front row center, stands with his cadres during the Communist song at the closing ceremony for the 19th Party Congress at the Great Hall of the People in Beijing on Oct. 24, 2017. China's long-ruling Communist Party on Tuesday, Aug. 30, 2022, set October 16 for its 20th party congress, at which leader Xi is expected to be given a third five-year term. (AP Photo/Ng Han Guan, File)

Il Partito Comunista Cinese – che conta ormai circa 96 milioni di iscritti – si appresta al suo XXesimo Congresso nazionale, che si terrà il 15 e 16 ottobre.

2296 i delegati provenienti da tutta la Cina, comprendenti anche le minoranze etniche, che si riuniranno per eleggere i 300 componenti del Comitato Centrale, che guideranno il partito e stabiliranno le politiche in ambito economico e di politica estera, per i prossimi cinque anni.

Prevista anche l’elezione del nuovo Segretario del Partito, che potrebbe nuovamente riconfermare l’attuale Segretario e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, che guida il Partito dal 2012.

L’agenzia di stampa cinese Xinhua ha fatto presente che “I candidati sono stati selezionati secondo principi di integrità personale, lealtà e competenza secondo le indicazioni arrivate dalla leadership. A valutare questi criteri sono stati i locali organismi di disciplina di partito”.

E un rapporto della riunione del Comitato Centrale del PCC, pubblicato sempre dall’agenzia di stampa cinese Xinhua sottolinea che “Il Comitato Centrale del PCC, con al centro il compagno Xi Jinping, ha tenuto alta la bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e ha unito e guidato l’intero Partito, le forze armate e il popolo di tutti i gruppi etnici, nel completare la storica missione di costruire una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti e realizzare, così, il primo obiettivo del centenario e intraprendere un nuovo viaggio verso la costruzione di un Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti”.

C’è chi sottolinea come la Cina moderna, da MaoTse-Tung a Xi Jinping, sia diventata un esempio di emancipazione pacifica. Mao, infatti, riuscì a liberare il popolo cinese dal colonialismo e dal feudalesimo; Deng Xiaoping, uno dei leader riformisti che gli successe, rese invece i cinesi più prosperi economicamente; mentre Xi Jinping ha saputo rafforzare tali conquiste, combattedo la corruzione e riducendo la povertà nel Paese. Il tutto attraverso il perseguimento della pace e della concordia con tutti i popoli.

E proprio questa, secondo il prof. Fabio Massimo Parenti, autore di numerosi saggi sulla Cina, nonché professore associato in Geografia, attualmente insegnante di The Global Political Economy, Globalization, Global Financial Markets, China’s Development e War and Media presso l’Italian International Institute “Lorenzo de ‘Medici” e in varie sedi accademiche, sarebbe una delle motivazioni principali che avrebbe portato all’ascesa pacifica cinese.

Proprio di recente, il prof. Parenti, sul suo canale Youtube, ha spiegato, fra le altre cose, quanto segue:

L’ascesa pacifica della Cina è legata a tre ragioni principali, reali e concrete.

In primo luogo, è una prerogativa della storia cinese. Fairbank (1992) e Giovanni Arrighi (2007) sottolineano che la Cina visse in pace per circa cinque secoli (XIV-XIX), con poche eccezioni di brevi conflitti regionali, mentre l’Occidente conobbe solo un secolo di pace continua in Europa (1815-1914). Nel complesso, l’esperienza cinese non è mai stata espansionistica e mai, nemmeno oggi, promotrice della corsa agli armamenti, contrariamente alle potenze occidentali.

In secondo luogo, la pace e lo sviluppo pacifico sono anche una prerogativa (e un’aspirazione) della migliore tradizione socialista internazionalista, in cui è considerata una precondizione per lo sviluppo e l’emancipazione delle masse. Basti pensare che la Cina, nella storia recente, ha sempre fatto parte delle forze antimperialistiche, anche come leader dei Paesi del Terzo Mondo non allineati.

Terzo, la pace è una prerogativa della cultura diplomatica cinese nella storia contemporanea. Tale cultura è riassunta dai cinque principi cinesi a partire dal 1954: rispetto reciproco; non aggressione; non interferenza; uguaglianza e vantaggi reciproci e convivenza pacifica”.

E proprio la ricerca dell’equilibrio e della pace è la chiave che la Cina socialista di Xi Jinping vorrebbe difendere, chiedendo all’Occidente di abbandonare la mentalità da Guerra Fredda e lavorando tutti assieme per “costruire una comunità globale centrata sullo sviluppo”, come ebbe a dire nel 2021, praticando il “multilateralismo” e costruendo relazioni internazionali fondate su “rispetto reciproco, equità e giustizia nonché cooperazione dal mutuo vantaggio (win-win)”, come ribadito spesso dal Ministro degli Esteri cinese Wang.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

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