Il confronto virtuale Biden-Xi conferma lo stallo e l’ombra di Pechino su Taiwan

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Il vertice virtuale tra Joe Biden e Xi Jinping, pur non producendo risultati eclatanti, ha tuttavia mostrato ancora una volta quali sono le differenze tra una società chiusa (nel senso popperiano del termine) e una aperta. Con ciò intendo dire che sulla situazione politica Usa possediamo un sacco di informazioni (a volte fin troppe), il che ci consente di formulare giudizi basati su dati di fatto. Anche se, ovviamente, a partire dagli stessi dati spesso si giunge a interpretazioni che divergono tra loro.

Nulla di simile accade nella Repubblica Popolare. Il plenum del Partito comunista cinese si è chiuso con la prevista incoronazione di Xi Jinping quale presidente a vita, e con la sua ascesa nell’Olimpo dei padri fondatori della patria. Tuttavia non ci è concesso sapere se, sotto l’unanimismo di facciata, si nascondano o meno dissensi sulla linea del leader.

In effetti pare che dal plenum sia emerso un chiaro invito a non esacerbare troppo la tensione con gli Stati Uniti. Questo spiegherebbe l’atteggiamento assai pragmatico adottato da Xi nell’incontro virtuale con il suo omologo (e vecchia conoscenza) americano. Si tratta però di congetture, giacché può darsi che sia stato lo stesso presidente cinese a scegliere una simile strategia senza tenere conto degli input provenienti dal plenum.

Qual è il problema? Ovviamente il fatto che, nel caso cinese, dobbiamo affidarci a congetture e segnali vari. Non esistendo nel Paese del Dragone mass media e stampa autonomi dal Partito, e quindi indipendenti, nulla sappiamo di quello che è realmente accaduto nel plenum, tranne il poco che il Partito lascia trapelare.

Non che quel poco sia da sottovalutare, al contrario. Sappiamo ad esempio che Xi, nel corso dei lavori, ha sottolineato i gravi errori compiuti da Mao Zedong per quanto riguarda il “Grande balzo in avanti” e la “Rivoluzione culturale”, aggiungendo che tali errori causarono disastri tali da mettere in pericolo la stabilità del Partito stesso e dell’intera nazione. Critiche pesanti, quindi, le quali fanno capire che è forse errato attribuire all’attuale presidente la volontà di ritornare al maoismo.

La battaglia all’ultimo sangue condotta da Xi contro Bo Xilai e la cosiddetta “sinistra maoista” del PCC, non sarebbe quindi stata ispirata da motivi ideologici. Si trattava, piuttosto, di una pura lotta di potere, volta a stroncare per sempre una figura popolare presso i quadri dirigenti e intermedi del Partito, che poteva compromettere l’ascesa di Xi Jinping. Battaglia di grande successo. Bo Xilai, infatti, risulta scomparso e si sa solo che è rinchiuso in qualche prigione, magari sottoposto al solito trattamento di “rieducazione” politica.

È pure importante rilevare che invece, per Deng Xiaoping, Xi ha avuto solo parole di elogio, e ciò fa capire che si considera erede del pragmatico Deng più che del rivoluzionario Mao. Né ci si deve stupire che l’elogio si estenda anche al massacro di piazza Tienanmen con il quale, a suo avviso, “Deng prese una chiara posizione, difendendo il potere e salvaguardando gli interessi del popolo”. Pare di capire, quindi, che l’attuale leader condivida in toto la svolta di Deng Xiaoping, che rifiutò decisamente di abbinare riforme politiche a quelle economiche.

In sostanza Xi ha sempre in mente l’idea di un Partito comunista “eterno”, destinato a governare il Paese per sempre, nonché unico garante dell’unità e della stabilità nazionali. A lui, come ai precedenti leader, non importa nulla che tale ruolo sia sancito dal voto popolare. Esso è un feticcio delle democrazie liberali (o “borghesi”, come si diceva una volta), mentre in Cina si sta realizzando il progetto di uno Stato socialista e, al contempo, prospero dal punto di vista economico. Ecco perché le richieste delle forze democratiche di Hong Kong sono state stroncate prima che il “desiderio elettorale” si estendesse al resto del Paese.

Occorre notare che nel corso del colloquio virtuale Xi ha respinto al mittente tutte le richieste di Biden relative al rispetto dei diritti umani in Tibet, Xinjiang e nella stessa Hong Kong. Sostenendo, come sempre, che si tratta di affari interni della Cina nei quali gli stranieri non devono intromettersi. Il presidente americano ha poi fatto trapelare che gli Stati Uniti potrebbero boicottare i giochi olimpici che si terranno a Pechino nel 2022, ma questa non sembra una mossa destinata a impressionare i cinesi più di tanto.

Pure sulla questione più importante – quella di Taiwan – si è registrata una posizione di stallo. Biden ha ribadito la volontà Usa di difendere tutti gli alleati da aggressioni esterne ma, nello stesso tempo, ha confermato che gli Stati Uniti intendono attenersi alla politica espressa dallo slogan “una sola Cina”. Nessuna speranza, per Taiwan, di ristabilire rapporti diplomatici formali con Washington, ma resta comunque la volontà di difendere l’isola anche con le armi, se necessario. Posizione debole, che presta il fianco alle tentazioni autoritarie di Pechino.

Come dicevo all’inizio, l’incontro virtuale ha sottolineato che i Paesi che adottano il modello della società aperta sono in difficoltà quando si trovano in una situazione di contrapposizione con nazioni rette da regimi autoritari. Questi ultimi non hanno bisogno di elezioni libere né le cercano, e questo fatto li rende più stabili rispetto ai loro avversari. E l’assenza di mass media indipendenti consente loro di proiettare all’esterno un’immagine di forza forse maggiore di quella reale. Il problema ci riguarda direttamente, poiché il mondo politico italiano annovera parecchie personalità – anche di primo piano – sensibili alle sirene di Pechino, e che non perdono occasione per sottolineare i vantaggi offerti dal “modello cinese”. Per questo è importante vigilare. Ordine e stabilità rappresentano certamente un vantaggio, a patto che non vengano conseguiti grazie all’annullamento di ogni libertà.

Di Michele Marsonet in ATLANTICO QUOTIDIANO QUI

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