“Due pesi e due misure. Il diritto internazionale e Israele” di David Elber

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Nella trentesima serata delle Riflessioni in Comune del Comune di Lodi è stato preso in esame un testo che “risponde” alla narrazione politica che vuole vedere nel conflitto tra israeliani e palestinesi un conflitto in cui Israele viola il Diritto internazionale.

Il ViceSindaco del Comune di Lodi, Lorenzo Maggi ha spiegato come alla base della militanza antisraeliana c’è una fondamentale disonestà intellettuale perché Israele rappresenta l’avamposto della democrazia in Medioriente. L’antisionismo non sarebbe altro che antisemitismo.

“Tramite la conoscenza dei fatti storici e legali l’opinione pubblica obbligherà informazioni e la politica ad abbandonare l’attuale strada lastricata di falsità, errori e pregiudizi. Ciò avrà un duplice effetto. Da un lato si potrà così ristabilire una vertà storica e legale ormai completamente perduta. Dall’altro si potranno gettare le basi di una necessaria presa di coscienza da parte degli Arabi, che lo stato di Israele non è nato come un torto fatto nei loro confronti bensì come un naturale processo di autodeterminazione nazionale che ha riguardato un piccolo ma antichissimo popolo in una minuscola terra, anche se tanto ambita e contesa.”

Il libro di David Elber si pone l’obiettivo di dare una visione d’insieme storica che si poggia sui materiali documentali che riportano come la storia di Israele sia fondata su una lunga serie di trattative e di accordi che emergono chiaramente dalle “carte” smontando le tesi complottistiche e le fake news che sono fondamentalmente una lettura molto parziale degli ultimi anni (post bellici) di uno stato che affonda le radici in oltre 2 mila anni fa.

Il libro spiega come mai le posizioni attuali siano politiche e non storiche, in quanto non contemplano la storia di Israele: gli attivisti, i giornalisti, i politici – secondo la tendenza – patteggiano per l’una o l’altra posizione senza alcun fondamento.

L’idea della serata è che sia fondamentale fare chiarezza per rendere conto della questione: il conflitto tra israeliani e palestinesi, come letto sui giornali e come letto dalla posizione delle piazze, non è un conflitto che si scontra nell’ambito del Diritto internazionale, ma sul piano della politica militante.

“Nessun trattato internazionale cita gli insediamenti come criterio decisionale: la questione in Israele, rinvigorita dopo il governo degli anni settanta di James Carter – ha detto Elber – rappresenta un pretesto senza fondamento giuridico” la ratio per cui nel periodo di istituzione e di registrazione dei confini, è che si sono mantenuti i limiti precedenti. Israele viene così spesso accusato in maniera esclusiva, nonostante si siano ricalcati i confini delle colonie portoghesi e spagnoli. Il periodo della decolonizzazione ha grossomodo disegnato il mondo (tranne in alcuni casi) nella maniera in cui era già prima, a prescindere da aspetti morali o etnici.

Il principio del Diritto internazionale ha seguito nella maggioranza dei casi questi criteria. Un caso del genere è facilmente comprensibile se si pensa alla ex Jugoslavia. A questo principio generale vi sono apporti eccezionali, come ad esempio nel caso della Cecoslovacchia.

“Dopo Versailles furono i mandati a gestire la situazione mediorientale. Tra il 1914-22 avvenne uno scorporamento dei territori dall’Impero Ottomano. I due Trattati che hanno scorporato i territori sono stati, in Medioriente, oggetto di attenzione da parte dell’Occidente, Inglese, Francese in quanto si riteneva che le popolazioni indigene non fossero in grado di gestire uno Stato moderno.”

Il territorio compreso nel Mandato per la Palestina avrebbe dovuto occupare lo spazio che attualmente è occupato da Istraele e dalla Jordania. Il confine amministrativo è dato dal deserto e dal fiume Giordano, dividendo la riva della parte est dalla parte ovest. Dunque sul Mediterraneo si apre la parte israeliana e diverso l’entroterra la transgiordania. L’idea era che da una parte vi fosse la prelazione ebraica e dall’altra quella araba. In questo frangente si inserisce il problema: non esistono Stati creati in precedenza, esistono popolazioni in gran parte itineranti che vivevano lì.

Con la Risoluzione 181 dell’ONU la UNSCOP propose una ulteriore ripartizione basata sul principio fondamentale della non possibilità di convivenza tra le diverse popolazioni, in particolare ebrei ed arabi. La questione fu discussa e approvata in sede generale, il percorso iniziato abortì immediatamente. Dal punto di vista del diritto internazionale la Risoluzione 181 era una sorta di specchietto per le allodole che non ha mai considerato, se non in termini generali e aspecifici, la definizione dei termini. L’ONU ha deciso di non prendere una decisione in merito.

Per volontà principalmente araba, in seguito agli accordi di Rodi, si specifica che le linee di demarcazione di Israele sono in fieri. Attualmente i confini con la Jordania e con l’Egitto sono pacifici, dal punto di vista fattuale persistono le incomprensioni con il Libano e con la Siria.

In Israele sono gli stessi Organismi di sicurezza internazionale che prendono parte nella questione in modo ambiguo, dando spazio alle diverse posizioni politiche senza dare una chiara lettura di come si posizionano le diverse parti, militarizzate e non. La mescolanza tra diversi modi di intendere la sovranità e la legge, che sarebbero per l’occidente l’amministrazione e il diritto, rende impossibile la convivenza pacifica e non lascia molto spazio alle trattative. L’ONU stesso, seppure favorendo il riconoscimento da parte della comunità internazionale di Israele, non ha mai definito in modo chiaro il concetto che, Israele, è uno stato unico. In seno al ritardo anche la posizione della ex Unione Sovietica, che ancora ha interesse alla precarietà.

Tuttavia Israele non è uno Stato precario, ma uno stato in cui serve gestire molte posizioni estreme.

MC

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