In autobus alla ricerca della speranza

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[riportiamo il reportage fatto dal nostro amico Lorenzo Di Pietro così come pubblicato su TERRA del 17.12.2010]

REPORTAGE. Lungo il Niger per seguire le rotte della migrazione. Uomini che cercano il futuro in Nord Africa e alcuni proveranno a varcare il Mediterraneo.

di LORENZO DI PIETRO

Niamey, capitale del Niger: mancano due ore all’alba. Tutto è pronto, i bus allineati con i fari accesi, puntati verso i cancelli blu ancora chiusi. Via-vai di donne e uomini con il loro bagaglio, tappeti, sacchi di tuberi, stoffe e altri oggetti. Siamo al capolinea dei pullman, uno dei nodi nevralgici sulle rotte dei migranti. Su ciascun mezzo è possibile leggere la destinazione: Accra e Bamako, rispettivamente in Ghana e in Mali, dove si arriva al termine di un lungo viaggio che attraversa anche il Burkina Faso. Sono solo due delle tipiche rotte di ritorno, oggi più battute che in passato, a seguito delle nuove norme anti-immigrazione. Un altro pullman andrà a Zinder, verso est, il quarto ad Arlit, 1300 km attraverso il Sahel, toccando città come Agades, porta del Teneré, riferimento logistico per le esplorazioni di uranio e snodo cruciale dei flussi migratori. La città è al centro dei traffici carovanieri fin dall’antichità, oggi è un crocevia di migranti, principale risorsa economica di una città rimasta lungamente isolata per via della guerriglia.

Molti viaggiatori conservano il carattere tradizionale della migrazione locale, quella che termina solitamente nei paesi dell’Africa del nord, senza alcuna intenzione di raggiungere l’Europa. Solamente una parte di queste persone intende raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo. Da Agades partono i camion diretti in Algeria e soprattutto a nord est, verso l’oasi di Dirkou, tappa obbligatoria per tutti coloro che puntano alla Libia. La migrazione interna è un aspetto di cui l’Europa – Italia e Spagna in testa – sembra non aver tenuto conto nell’ambito degli accordi bilaterali con i paesi del Nord Africa, che oggi rimpatriano indiscriminatamente i viaggiatori diretti in Europa e quelli che raggiungono il maghreb come lavoratori stagionali, quando la stagione delle piogge è ormai terminata, e le riserve di cibo esaurite.

Giardinieri, operai, ma anche minatori nelle miniere di carbone algerine, faranno ritorno ai loro villaggi alcuni mesi più tardi, quando il clima consentirà nuovi raccolti. Quando il pullman inizia il suo viaggio è ancora notte, ma quando il sole spunta all’orizzonte la temperatura inizia rapidamente a salire. Una moltitudine di villaggi e case di fango e paglia fanno da contorno lungo i primi 600 chilometri. Per ogni villaggio c’è una fermata, e una folla di persone che si accalca intorno al pullman per vendere cipolle, carne di montone abbrustolita e acqua sigillata in buste di plastica trasparente, le stesse distribuite dalla compagnia di trasporto alla partenza. Attraversiamo luoghi come Dogon Doutchi, simbolo della resistenza nigeriana all’avanzata dei colonizzatori europei, fu qui che -racconta lo storico Abdoulaye Mamanì- all’inizio ‘900, i tirailleurs, le truppe coloniali francesi, composte da senegalesi e maliani comandati da Voulet Chanoine, furono costretti ad arrestare l’avanzata, di fronte alla resistenza opposta dalle popolazioni locali capeggiate dalla regina amazzone Saraounia Mangou.

Siamo in zona touareg, una società tradizionalmente matriarcale e di matrice animista, dove hanno iniziato a spuntare come funghi le moschee costruite dalla cooperazione saudita o kuwaitiana, strutture visibilmente distinguibili per il colore turchese delle porte e dei tetti dei minareti, che contrastano il color fango delle costruzioni circostanti. All’ingresso campeggia sempre ben distinguibile un cartello scritto in arabo, gli unici in questa lingua che è possibile incontrare in da queste parti, dove le lingue parlate sono unicamente haussa, tamasheq o zarma, oltre all’immancabile francese.

La gente scruta un occidentale così fuori posto in quel viaggio, con sguardi di diffidenza, che facilmente si sciolgono di fronte a un sorriso. A metà percorso sale un gruppo di giovani, avranno vent’anni, si distinguono sia per gli abiti occidentali, che per i tratti somatici visibilmente diversi. Prendono posto intorno a me, l’occasione è buona per raccogliere qualche informazione sul loro conto, ma non reagiscono ai miei tentativi di socializzare, uno di essi fa cenno agli altri di non rispondere. Si parlano in inglese, una lingua che in Niger conoscono in pochissimi, tutto ciò lascia intuire una provenienza dai paesi anglofoni dell’Africa occidentale. Dopo un lungo corteggiamento riesco a sapere che intendono attraversare il confine libico, ma alla domanda se intendano raggiungere l’Europa, si rifiutano di rispondere.

Gli ultimi 200 chilometri sono durissimi, l’asfalto termina definitivamente e il viaggio prosegue su piste di sabbia, le buche sono insopportabili, i sobbalzi violenti abbastanza da far battere la testa. Qualche bagaglio cade sulla testa dei passeggeri, è il trionfo di polvere, terra e sabbia, impossibile non respirarli. Lungo questo tratto di strada i bus non vengono lasciati passare da soli, è troppo alto il pericolo di banditismo, un prodotto della guerriglia che ha recentemente deposto le armi, senza aver ancora fatto rientro nelle case. I mezzi di passaggio vengono bloccati dai militari, che dopo averne incolonnati alcuni fanno partire un convoglio: tre fuoristrada con uomini armati ci scorteranno fino ad Agades, dove il mio viaggio terminerà verso sera. È venerdì, alle 16.00 il tramonto infiamma i colori, il convoglio si ferma per la preghiera, ma dai tre pullman che lo compongono solo 5 persone scenderanno a pregare.

Il viaggio riprende senza sosta fino all’ingresso della città, dove un posto di blocco militare controlla l’accesso. i viaggiatori senza documenti vengono fatti scendere. Un locale mi dice che che resteranno lì fino a fine giornata, quando il traffico terminerà, lontano da occhi indiscreti verranno lasciati andare sotto pagamento. Per i militari un modo per arrotondare stipendi che spesso tardano ad arrivare. Quando il bus entra finalmente alla gare routiere è ormai notte. Prima ancora che i passeggeri possano scendere, i bagagli vengono scaricati a terra sollevando nuvole di polvere e sabbia. Il bus proseguirà verso Arlit, la zona delle miniere di uranio. La strada attraversa l’area l’Air, la zona montuosa roccaforte della guerriglia. Un lavoro complicato attende ora ad Agades, raccontare in controluce un’attualità che scotta ogni giorno di più, e dove distratto o connivente, a fare l’indiano è il ricco occidente.

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