Cancel Culture: quasi due terzi degli americani hanno paura di esprimere la propria opinione politica

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Se allo squadrismo politicamente corretto si aggiunge l’autocensura… I dati di un sondaggio del Cato Institute.

C’era una volta the land of the free and the home of the brave. La libertà di parola, cifra costitutiva dell’America, è a forte rischio e sono sempre meno i coraggiosi disposti a far valere questo fondamentale diritto, che incidentalmente sarebbe anche sancito dal primo emendamento. Si fa sempre più sentire la furia medievale, da caccia alle streghe, della cancel culture, quella che, anche se il tuo lavoro è scrivere o dire quello che pensi, ti fa perdere il lavoro (se non peggio) solo per aver scritto o detto qualcosa di minimamente non allineato all’idea-che-bisogna-avere o anche solo per esserti accompagnato o aver dato voce a qualcuno che non piace alla gente che piace. Ma anche dove non arriva la barbarie dello squadrismo politicamente corretto (o politicamente corrotto), sempre più spesso subentra comunque l’autocensura. Viste le teste che sono già rotolate, insomma, anche negli Stati Uniti sta iniziando a prevalere il principio del “tengo famiglia” tipico di altre longitudini.

Una deriva che non riguarda solo i media o le personalità più o meno in vista, ma che è rintracciabile anche tra la gente comune: un sondaggio del Cato Institute ha rivelato che quasi due terzi (il 62 per cento) degli americani ritiene che il clima attuale impedisca loro di dire cose in cui credono perché altri potrebbero trovarle offensive. È la dittatura degli ingiustificatamente suscettibili. Più ci si allontana dalle convinzioni (cosiddette) progressiste, più la paura e l’autocensura crescono: i (cosiddetti) liberal sono gli unici che per la maggior parte sentono di poter esprimere la propria opinione politica, mentre ritiene di dover tenere per sé le proprie idee il 64 per cento di chi si definisce moderato e il 77 per cento di chi si identifica come conservatore. Un lavoratore americano su tre (32 per cento) afferma poi di essere personalmente preoccupato di perdere opportunità di carriera o di essere licenziato nel caso in cui si scoprisse come la pensa, un dato che sale al 38 per cento tra i Repubblicani. A essere maggiormente angosciato è chi ha un titolo di studio più alto: quasi la metà (44 per cento) degli americani con titoli post-laurea teme di subire danni professionali qualora rendesse note le proprie idee, una statistica che arriva al 60 per cento tra i Repubblicani, mentre almeno tre Democratici su quattro da questo punto di vista dormono sonni tranquilli, a prescindere dal proprio titolo di studio. Il timore di ripercussioni è più elevato tra i giovani: più di un under 30 Repubblicano su due (51 per cento) ha paura di essere “scoperto”.

Non è certo un caso che a prevedere più conseguenze siano coloro che hanno trascorso più tempo nelle università americane. Università come Harvard, dove meno dell’1,5 per cento dei docenti (nonostante l’anonimato garantito dalla ricerca svolta da The Harvard Crimson) ha dichiarato di essere conservatore e solo 3 su 260 hanno detto di sostenere Trump. E a proposito del presidente repubblicano, il già citato sondaggio ha rilevato inoltre che il 31 per cento degli intervistati (e il 50 per cento di chi si professa fortemente liberal) è convinto che chi si macchia della colpa di fare donazioni per la sua rielezione andrebbe licenziato.

“Nel complesso – concludono gli analisti del Cato Institute – questi risultati indicano che una maggioranza significativa di americani autocensura le proprie opinioni politiche. Se le persone sentono di non poter discutere di queste importanti questioni, tali punti di vista non avranno l’opportunità di essere esaminati, compresi o modificati”.

Sarebbe il caso che tra i media, nelle università, sui posti di lavoro e nelle piazze d’America venisse fatto circolare quel discorso del 27 ottobre 1984 in cui l’allora inquilino della Casa Bianca diceva: “Ebbene, penso che sia ora di chiederci se conosciamo ancora le libertà che erano state pensate per noi dai padri fondatori”. Se non fosse che, di questi tempi, cancellerebbero pure Ronald Reagan.

Di Matteo Cassol in ATLANTICO QUOTIDIANO QUI

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