Qualcuno ci salvi non dal coronavirus ma dal CoronaConte. Un vaccino contro la demagogia non c’è

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“La situazione è sotto controllo, nessun allarmismo”. Dopo sei ore: “La situazione è di allarme, siamo all’epidemia”. Qualcuno ci salvi non dal coronavirus ma dal CoronaConte, primo ministro per allegria, si fa per dire: sotto la pochette, poco o niente. “Abbiamo tutto chiaro, tutto monitorato”, e intanto a Roma due cinesi di Wuhan, il focolaio del contagio globale, giravano insospettati da una decina di giorni. Quell’altro, il ministro della Salute, si fa per dire, Speranza, si fa sempre per dire, sempre con quell’aria sbigottita, da pulcino bagnato, uno che non sa a che santo votarsi, piazzato in base al seguente curriculum: coordinatore di Articolo Uno, poi Pd, poi Leu. Un trionfo della scienza e conoscenza, quella della lottizzazione: prosit!

No, l’epidemia in Italia non c’è, non è ancora arrivata, ma con questi manici che ci vuole? Col premier per caso (o per Colle) che si spreca in luoghi comuni, abbiamo la sanità più bella del mondo, siamo i più organizzati del mondo, l’Italia è il Paese più bello del mondo? Perché non c’è un vaccino contro la demagogia? Populisti son sempre gli altri: ma dalla sinistra trionfante (a Bologna e dintorni?), stante l’obiettiva difficoltà di incolpare Salvini pure del virus cinese, hanno trovato modo di crocifiggerlo almeno all’accusa di sciacallaggio; lui, eh? “Nessuna polemica, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo tutti”, ha ammonito Beatrice Lorenzin che è un po’ come un virus influenzale, tutti gli anni si ripresenta, però in forma diversa e, ora che trovano l’antidoto, lei ha già mutato forma ovvero partito.

I grillini, se ci fossero ancora, troverebbero certo un gomblotto, forse le scie chimiche, forse le cene bunga bunga, ma si sono estinti e così i loro fanatici elettori: “Chi, io? Mai votati e soprattutto mai li rivoterò”. Perché non esiste un vaccino contro l’idiozia? Quanto ci manca Frank Zappa, il suo cinismo corrosivo, senz’altro capace di imprigionare in una composizione al vetriolo le follie deprimenti di questi assurdi tempi, da un virus che nessuno conosce ma che tutti si rinfacciano, alla incredibile Greta che, dopo aver rincoglionito i coetanei, si fa griffe, registra il suo nome, le trecce l’egida “fridays for future” e dice, no, ma mica ci vogliamo guadagnare, sono solo i miei diciotto avvocati che mi hanno consigliata: vieni avanti, Gretina, sotto con felpe, cappelletti, magliettine, rosari, bracciali, cianfrusaglie e paccottiglia, tutto ovviamente made in China.

E il coronavirus no, non l’aveva considerato neppure lei, regina di dannazioni. Tutti in giro con la mascherina in faccia, giustamente prodotta a Wuhan: ma contro la cialtronaggine politica non serve, le polveri sottili dell’incompetenza passano, circolano e, come sempre, toccherà cavarsela all’italiana: a macchia di leopardo, tanti esempi di abnegazione, di capacità, di generosità che non fanno il leopardo, dispersi nel pantano di avventurismo, di retorica e di vanagloria. A proposito: dalla Cina, l’inviata Giovanna Botteri ci va cauta, raccoglie e rilancia storie drammatiche di contagi, di isolamenti, di città spettrali, ma si guarda bene dall’additare le autorità cinesi, le quali ereditano un danno di immagine colossale perché ottimo a ripescare i cliché sull’enigma cinese, dai mercatini delle carni equivoche ad oscuri complotti di laboratorio. Cliché, appunto, luoghi comuni storici, sconfessati, superati dalla contemporaneità di un subcontinente modernissimo e trasfigurato; ma, siccome un cliché contiene sempre almeno un pizzico di verità, la psicosi si scatena automatica e inevitabile e la Cina dovrà superare ben altro che una pandemia virale e i suoi dirigenti non potranno che stringere ulteriormente le maglie del controllo e della censura, sempre ammesso che possa bastare, che possa servire. Ma così è la democrazia autoritaria del Dragone comunista. Fosse stata ancora nella tirannica America, Botteri avrebbe già trovato il colpevole, servito caldo sul vassoio della militanza, in bocca una carota dello stesso color dei capelli.

Di Max del Papa in ATLANTICO QUOTIDIANO QUI

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