Libano: una riforma elettorale per la riconciliazione del Paese

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di Giovanni Radini

Anche la pace nasconde le sue insidie. La riforma elettorale approvata l’altro giorno dal Parlamento libanese è il terzo step raggiunto dalle istituzioni di Beirut per la riconciliazione interna. Dopo l’elezione dell’ex generale Suleyman a Presidente e la formazione di un governo di unità nazionale, presieduto da Siniora ma sostenuto anche da Hezbollah, questo risultato permette agli osservatori di assumere un atteggiamento ottimistico in merito alla persistente crisi in Libano. La pace tra le fazioni religiose e politiche che costituiscono il complesso arcipelago del Paese dei Cedri è adesso una speranza concreta. Attenzione alle zone d’ombra però. Perché questa riforma può risultare un’arma a doppio taglio per chi, in Occidente, mira a fare del Libano un facile esecutore delle proprie ambizioni di influenza nell’area mediorientale.

La nuova legge elettorale infatti soddisfa in particolare una richiesta che il “Partito di Dio” reclamava da tempo. Con gli sciiti che ormai rappresentano il 40% della popolazione libanese, era ormai impensabile che le leve del potere fossero manovrate quasi unicamente dai maroniti. Di conseguenza, l’introduzione del sistema maggioritario uninominale e la ridistribuzione dei collegi elettorali risponde alla necessità di revisionare la struttura rappresentativa demografica del Paese. Questo significa che nel 2009, quando il Libano sarà chiamato a rinnovare l’Assemblea Nazionale, le probabilità di una vittoria del fronte sciita saranno più che elevate. Lecito risultato democratico, questo. Nulla di ineccepibile. Salvo il fatto che si tratterebbe della vittoria di uno dei peggiori nemici di Usa, Israele e, per alcuni aspetti, Unione Europea. Hezbollah al potere, infatti, significherebbe dare il Libano in mano a un movimento politico che, in un passato non molto remoto, ha utilizzato la violenza come strumento per raggiungere i propri obiettivi e che, per questo, appare in molte “liste nere” del terrorismo. Certo, al “Partito di Dio” bisogna anche riconoscere l’impegno, espresso più volte dalla propaganda del suo Segretario Hassan Nasrallah, di governare con gli strumenti della democrazia. Peraltro nessuno, fuorché il popolo sovrano – in questo caso quello libanese – è autorizzato a scegliere chi deve guidare il Paese. Tuttavia, bisogna rendersi conto in anticipo con chi sarà necessario confrontarsi una volta chiuse le urne. Un Libano sensibilmente islamizzato non è una tragedia. Basta saperlo e accettarlo però.

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