Giustizia a pagamento

0
3268

Il disegno di legge, gabellato come provvedimento utile all’efficienza del processo civile, è una ennesima prova di analfabetismo giuridico del ceto politico, oltre che un tentativo surrettizio, quanto spregiudicato, di introduzione di principi di stato etico nell’ordinamento costituzionale.

Costituiscono analfabetismo giuridico sia la previsione della responsabilità solidale dell’avvocato per lite temeraria, perché il mandato difensivo si esaurisce nel rapporto tra avvocato e cliente e non entra nell’oggetto della domanda proposta alla valutazione del giudice, sia la motivazione a pagamento, quindi facoltativa, posto che “Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati” (art. 111 Cost.).

Costituisce pretesa surrettizia di stato etico la subordinazione dell’esercizio dei diritti alla potestà punitiva della funzione giurisdizionale, deputata, piuttosto, per principio costituzionale, a riconoscere, incoraggiare e sostenere i diritti personali ed economici affidati alla tutela della funzione difensiva.
Il segnale è inequivoco.

Il legislatore, confortato nelle scelte di esercizio del potere dai consiglieri “tecnici”, molto ben pagati, organici alla politica, collegati tra loro e sottratti al controllo del voto e alla regola della trasparenza, vuole conculcare l’attesa di giustizia del cittadino, intimidendo l’avvocatura, vera sentinella della legalità, unico strumento tecnico di tutela dei diritti effettivamente indipendente ed autonomo.

L’aggressione alle libertà della persona è violenta, come forse non è mai stata.

La sentenza immotivata, quindi apodittica, assertiva, oracolare, sostenuta dalla minaccia della sanzione personale del legale impegnato nell’attività difensiva, è una brutalità che tradisce l’anima di questo ceto dirigente, non solo politico, che ha deciso di fare strame dei principi di libertà conquistati con il sangue e si arrocca pretenziosa, supponente, arrogante, ignorante, nelle stanze del potere, tra velluti e damaschi.

La magistratura, sempre attenta a reclamare la propria autonomia e indipendenza, tra l’altro come ceto, dichiaratamente a tutela dei diritti dei cittadini e non delle proprie prerogative esclusive, ancora non si è pronunciata nel merito del provvedimento.

Sarebbe bene che lo facesse ufficialmente, prontamente e chiaramente, e si unisse alla protesta degli avvocati, per sgombrare il campo dall’equivoco che l’ordine giurisdizionale possa essere considerato il suggeritore dell’attentato ai valori fondanti della civiltà giuridica italiana e per scongiurare il rischio, non più remoto, che, per decreto, nella disattenzione pilotata dei mezzi di comunicazione, vengano ristretti gli ambiti di libertà personale.

Non ne siamo molto lontani, se “viene discussa”, non denunciata, l’ipotesi della sanzione legale dell’esercizio dei diritti personali ed economici.

Non risulta che il presidente Napolitano sia intervenuto nella materia, pur essendo il presidente del Csm e quindi si presuma versato nella materia dei diritti. Non risultano interventi di filosofi, di saggi, di maitre a penser, di quella banda di pensatori un tanto al chilo che affollano a pagamento gli studi televisivi con la speranza, spesso soddisfatta, di incentivare i propri affari, non sempre specchiati.

Nel mese di dicembre Il Sole 24 Ore ha pubblicato la notizia, non smentita, che la lobby dei grandi studi legali intende concorrere alla nomina del terzo commissario Consob.

Perché offra un caffè agli amici che lo vanno a trovare dopo aver concorso alla prestigiosa nomina, che, sia detto per inciso, è prerogativa di funzioni pubbliche?

I primi tre grandi studi nazionali, quanto meno per numero degli addetti e per fatturato, sono Chiomenti, Gianni Origoni Grippo e Partners, Erede Bonelli e Pappalardo.

Potrebbero smentire che esista una lobby dei grandi studi intenta ad influenzare la nomina segnalando (a chi poi?) il terzo commissario Consob.

Salvo che la lobby non sia costituita tra altri studi legali, meno appariscenti, ma collusi con le stanze del potere politico ed economico, e quindi questi primi tre studi non intendano piuttosto unirsi al grido di protesta.

Stanno accadendo nel silenzio della stampa, ormai da vari anni, fatti che preludono alla affermazione di un potere autoreferenziale, oppressivo, incostituzionale, liberticida.

Mentre non pochi imprenditori scelgono la morte (centinaia nel solo Veneto) e i cittadini italiani vengono privati, in forza di legge, di diritti e di beni, una società quotata, munita di pareri eccellenti, viene esonerata dal pagamento di sostanziosi tributi di imposta, perché vengono considerati componenti negativi del reddito di impresa gli oneri finanziari sostenuti per distribuire, in assenza di riserve (sì, in assenza di riserve!), un dividendo miliardario (in euro), finanziato dal debito all’inizio del primo esercizio (sì, del primo esercizio!) dell’attività di impresa, acquistata ugualmente a debito.

La società quotata è dissestata, la Consob, pur sollecitata, si è finora sottratta a giudizi e interventi, il fallimento ancora non è stato dichiarato, i risparmiatori hanno perso miliardi (di euro).

Nel frattempo un imprenditore fallito, reo di avere creduto con fede “caparbia, pervicace” (così in sentenza) nella propria attività di impresa e averla finanziata con mezzi propri, è stato condannato in via definitiva per bancarotta semplice, visto che la contabilità era perfettamente in ordine.

Non siamo alla giustizia di classe e personalmente, liberale per principi, educazione ed esperienza politica, aborro l’idea e l’espressione.

Ma non siamo nemmeno lontani dalla prospettiva di una giustizia che funzioni a gettone di chi se la può permettere (la motivazione a pagamento) e sanzioni gli avvocati che si permettono opinioni diverse dal magistrato, al quale, di converso, è riconosciuta l’immunità dalle conseguenze del suo operato, ancorchè abnorme (e non capita così di rado).

La prospettiva di questa riforma, analfabeta e liberticida, deve essere considerata un argine, al di là del quale si trova il magma del potere totalitario, definitivamente sottratto al controllo dei cittadini.

Gli avvocati devono risolvere il nodo della crisi di ogni rappresentanza, impegnandosi in prima persona per riconquistare il ruolo che loro compete, per tradizione e per valori costituzionali e democratici, nella società.

Propongo ad Afec di assumere l’iniziativa dell’opposizione al disegno liberticida in tutti i modi consentiti dalla legge, calpestata dalla politica e dal ceto dirigente dello Stato. Io sarò il primo esecutore.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome