Egitto: un popolo strozzato da troppi interessi

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MARTINA CECCO

A poca distanza dal golpe del 3 luglio che ha visto la destituzione del governatore egiziano Mohamed Morsi, il suo possibile successore, individuato tra le persone che potevano essere in grado di ricostruire un tessuto democratico alla guida del paese, Mohamed El Baradei, viene a essere messo in un angolino, in quanto accusato dal movimento di liberazione dell’Egitto di essere troppo americano , e troppo laico e troppo liberale per poter governare l’Egitto.

Premio Nobel per la Pace ha ricevuto incarico per farsi uomo di transizione tra la caduta del vecchio Primo ministro e la elezione di quello nuovo, ma l’Egitto, pur essendo al centro di quella che i ribelli hanno chiamato Primavera araba, pare più mettere in discussione il sistema, facendo emergere una profonda lacerazione tra il popolo che crede nella democrazia armata, frutto di una qualificazione militare e il popolo che crede in una democrazia elettorale, frutto del suffragio universale.

In ogni tipo di società esiste un metodo, un sistema, che consente a tutti di inserirsi nel tessuto sociale e politico a un livello superiore rispetto a quello in cui si nasce, succede in modo direttamente proporzionale alla qualificazione sociale, in occidente la chiamano semplicemente l’arrampicata, che può essere un fatta di diritti essenziali, laddove scarseggia o manca completamente la pari opportunità, diventa via – via un fatto meno evidente dove le leggi consentono un livello di uguaglianza tra le persone che non ha particolari discriminazioni (economiche, sessuali, di colore, di status).

Va da sé che per tutta la parte politica che grazie alla militanza nelle forze armate, è riuscita a liberarsi dalla povertà e dalla sottomissione non è pensabile mettere in discussione il sistema così com’è. Al contrario per chi ha potuto sperimentare la democrazia e uscire da questa gabbia sociale (da cui l’accusa di eccessivo liberalismo ad Mohamed El Baradei) è altrettanto impensabile delegare l’educazione, l’empowerment e la liberazione democratica a un sistema di ranghi come quello dell’esercito.

Appartenere all’esercito in Egitto, fino al mese scorso, significava avere la possibilità di battersi per il proprio popolo, diventando “qualcuno”; lontano dal concetto di mercenario e di combattente che è tipico di altri modelli sociali; essere un riferimento di potere di questo genere ha consentito più vantaggi che effetti collaterali.

Ora però i tempi sono maturi per chiedere che le nazioni intenzionate a far parte della moderna società, quelle che si mettono in gioco nell’economia globale, adeguino i sistemi politici e amministrativi avvicinandoli a un sistema più concertativo, considerando comunque il grave problema che attualmente potrebbe affondare l’Egitto, qualora al vertice il Fronte di salute nazionale e il Fronte Liberale non riuscissero ad accordarsi sulla nomina di un Primo ministro di centro – sinistra. Il mondo intero è sulle spine per questa decisione, che spetta all’Egitto, dalla quale dipendono parte delle quotazioni delle borse europee (che nell’emergenza crollano per le azioni petrolifere e la non stabilità) e in cui si inserisce il grave problema arabo – palestinese.

Gli USA e gli Europei sono al centro di un gravissimo conflitto di interesse economico/culturale. La volontà di avere stabilità economica, indispensabile per uscire dalla crisi che attanaglia il blocco anglo-latino va a cozzare con il diritto alla maturazione delle democrazie arabo-mediterranee, “passando letteralmente sopra” cioè schiacciando e devastando il già flebile, debole e precario equilibrio interno delle regioni arabe, dove il conflitto religioso e specialmente economico che derivano dalla diversa appartenenza politico/culturale non consentono la maturazione di un sistema democratico basato sulla elettività e sulla libertà individuale, bensì sul collettivismo e sul rigore “alla carta”.

La superficialità con cui sono state gestite le trattative militari e politiche internazionali in cui la NATO ha avuto un ruolo chiave, hanno fatto sì che ad oggi, un paese come l’Egitto, in cui non mancano né il progresso, né una buona economia, né una buona cultura educativa, tantomeno un mercato estero e interno, si trova a far convergere in un unico governo, tutt’al più impreparato, due parti oppostamente composte di persone, che si trovano ad annullarsi a vicenda. Da una parte persone che hanno imparato a cavarsela nella società moderna, libera e emancipante, dall’altra il concetto di gruppo e di fede. Possiamo immaginare come mai un presidente liberale terrorizzi i ranghi e altrettanto possiamo capire come i ranghi non siano più accettabili nell’Egitto moderno.

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