Il deficit e l’inizio della corsa di Obama

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di DOMENICO MACERI

“Il signor Reagan aumenterà le tasse ed io farò la stessa cosa. Lui non lo ammette. Io lo faccio”. Nella convention democratica del 1984 Walter Mondale, il candidato presidenziale del suo partito, annunciava così
onestamente il modo per fare quadrare il bilancio.

La mitologia politica sostiene che Mondale sia stato sonoramente sconfitto da Ronald Reagan per la sua onestà sulla questione fiscale. In realtà, come ha spiegato lo stesso Mondale in un recente articolo sul Washington Post, fu la ripresa economica di quell¹anno a rieleggere Reagan. Gli americani, dopotutto, riconfermano un presidente quando le loro tasche sono piene.
Barack Obama ha recentemente dimostrato una simile sincerità fiscale quando ha dichiarato che il deficit va affrontato non solo con tagli ma anche con l’aumento delle tasse. Obama però ha qualificato la sua asserzione reiterando che solo quelli con redditi di almeno 250.000 dollari annui vedranno aumentate le tasse.
Parecchi recenti sondaggi gli danno ragione. Secondo un’inchiesta del McClatchy-Marist, il 64% degli americani è d’accordo con l’aumento delle tasse mentre il 34% è contrario. Il supporto più forte, come era da
aspettarsi, viene dai democratici (83%) ma anche gli indipendenti lo favoriscono (63%). I repubblicani invece sono contrari (54%).

Inoltre lo stesso sondaggio ha scoperto che gli americani sono contrari ai tagli del Medicare e del Medicaid, l’assicurazione medica degli anziani e dei poveri rispettivamente (80%).
Questi dati, confermati anche da altri recenti sondaggi, dovrebbero fare sorridere Obama il cui piano per risolvere il deficit si basa in parte su tagli ma anche sull’aumento delle tasse. Paul Ryan, invece, l’architetto del piano repubblicano che imporrebbe tagli stratosferici come pure la privatizzazione del Medicare, approvato dalla Camera recentemente solo con voti del suo partito, avrebbe ragioni per piangere.
Sorriderebbero anche alcuni candidati repubblicani presidenziali come Mitt Romney, Tim Pawlenty, Haley Barbour, Mitch Daniels e Mike Huckabee, già governatori dei loro rispettivi Stati, i quali hanno “peccato” di avere aumentato le tasse.

Nonostante le “accuse” dei repubblicani ai democratici di tassare e spendere, il presidente Obama ha tagliato le tasse negli ultimi due anni. In uno di questi casi lo ha fatto ingoiando duro l’anno scorso quando ha esteso
i tagli alle tasse dei benestanti apportati da George Bush perché parte di un pacchetto di legge che includeva l’estensione dei benefici ai disoccupati.
A nessuno piace pagare tasse perché in un modo o nell’altro si vede solo l’aspetto negativo dell’uso di questi fondi. I conservatori vedono gli sprechi che beneficiano solo i fannulloni. I liberal sono contrari alle spese per la difesa. Vedere il bene che le tasse ci producono è sempre difficile. Molto più facile demonizzare le tasse ed eliminarle come vorrebbe la “religione” repubblicana.

La realtà è che le tasse federali sono al punto più basso dal 1950. Ryan li vorrebbe ridurre ancora di più da un massimo di 35% al 25%. Egli si preoccupa del deficit ma vuole ancora ridurre le casse del tesoro che inevitabilmente creerebbe deficit più drastici. La spiegazione è sempre che la tasse più basse creano attività economica che aumenta le casse del tesoro.
Alan Greenspan, che per 18 anni fu segretario della Federal Reserve, repubblicano, non è d’accordo. In una recente intervista durante il programma Meet the Press della Nbc, ha dichiarato che si dovrebbero fare scadere i tagli alle tasse dall’ex presidente Bush. Secondo Greenspan, la riduzione delle tasse comporterebbe un effetto negativo al deficit.

Il discorso del presidente Obama sugli aumenti delle tasse come soluzione parziale al deficit è riuscito a cambiare l’opinione degli americani del 5% secondo il citato sondaggio della McClatchy-Marist. Obama ha cominciato recentemente una serie di viaggi negli Stati Uniti per convincere gli americani che la sua sia la strada giusta.
Obama, che poco tempo fa ha dichiarato la sua candidatura alla rielezione, si trova già in un clima di campagna politica. Non si tratta solo di risolvere il deficit ma anche di ipotecare altri quattro anni di residenza
alla Casa Bianca.

Domenico Maceri , PhD della Università della California a Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA. I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornali ed alcuni hanno vinto premi dalla National Association of Hispanic Publications.

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