Il Risorgimento italiano nella storiografia liberale

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Penso, comunque, che Cavour sia la figura storica centrale da mettere a fuoco, senza nulla togliere all’importanza degli altri protagonisti (Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, eccetera). Dare la preminenza a Cavour, significa pure considerare il Risorgimento da un particolare punto di vista: l’attenzione si sposta dagli anni 1848-1849, il periodo romantico, il periodo dell’esaltazione ideale, sia che si trattasse dell’ideale repubblicano di Mazzini, sia che si trattasse del progetto di una Federazione degli Stati italiani con il patrocinio del Papa, secondo la visione di Gioberti, agli anni del realismo, del gran lavoro di tessitura diplomatica, fino al quasi miracoloso precipitare degli eventi nello straordinario biennio 1859-1860.
L’aggettivo “miracoloso” non è usato a caso. Basta considerare che soltanto quattro anni prima si era tenuto il Congresso internazionale di Parigi, per trovare nuovi equilibri fra le potenze europee, dopo la guerra di Crimea.

Allora Cavour era riuscito ad ottenere che, a conclusione di quel Congresso,
nel mese di aprile del 1856, si parlasse della situazione italiana. In quel momento né lui, né qualsiasi altro statista o diplomatico europeo, potevano prevedere cosa sarebbe successo in Italia da lì a qualche anno.
In particolare, nessuno avrebbe potuto prevedere che uno Stato vasto e densamente popolato come il Regno delle Due Sicilie, dotato di un esercito apparentemente forte, almeno stando ai dati numerici, potesse sgretolarsi sotto l’urto di un migliaio di camicie rosse garibaldine, armate in modo inadeguato. Eppure i fatti parlano chiaro: tra lo sbarco a Marsala (11 maggio 1860) e l’ingresso di Garibaldi a Napoli, accolto come un trionfatore (7 settembre 1860), intercorrono appena 119 giorni. Evidentemente, il Regno borbonico cadde perché era marcio fino al midollo, minato dalla sfiducia, tradito in primo luogo da quanti, per i ruoli ricoperti, avrebbero dovuto sostenerlo e difenderlo.

L’ultimo re della dinastia dei Borbone di Napoli, Francesco II, dopo essersi arreso a Gaeta il 13 febbraio del 1861, si rifugiò a Roma, presso lo Stato Pontificio. Fra i briganti c’erano anche lealisti borbonici, che erano in collegamento con Roma e ne ricevevano sostegno, pure finanziario. C’era una coincidenza di interessi fra i lealisti borbonici e la politica dello Stato Pontificio, che si sentiva direttamente minacciato dall’unificazione nazionale italiana ed in ogni modo la contrastava. La Chiesa usava le proprie armi spirituali: l’8 dicembre 1864 fu pubblicata l’enciclica “Quanta cura” di Papa Pio IX; unitamente ad essa venne pubblicato “Il Sillabo”, elenco di 80 proposizioni che evidenziavano i “principali errori dell’età nostra”.
Val la pena ricordare quanto scrisse Silvio Spaventa nei confronti di chi aveva fomentato e alimentato il brigantaggio: “Marchio più rovente di infamia non fu mai impresso ad una causa, che, non avendo saputo difendersi in campo col valore delle armi, ricorreva al braccio di ladri e di assassini, capaci di ogni specie di scelleratezze, confidando che l’odio dei popoli, che ne erano vittima, nuocerebbe più al governo, che si chiariva impotente a reprimerle, che non agli istigatori, per cui conto e nome quelle scelleragini erano consumate”.

Quando Cavour formò il suo primo governo, nel novembre del 1852, egli dimostrò subito di avere chiaro che le possibilità di espansione del Regno di Sardegna erano strettamente legate alla sua capacità di farsi carico della causa italiana; e che per poter essere idealmente attrattivi nei confronti degli altri Italiani occorreva puntare sulle riforme, sulla modernizzazione, sulla crescita della ricchezza.

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