Usa: immigrazione e la bolla Obama

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di MARTINA CECCO

Una legge controversa quella della Arizona che viene rimessa in discussione all’indomani dalla approvazione e a qualche giorno dalla sua effettiva entrata in vigore: la Corte Suprema già ha considerato le possibili incompatibilità con la Legge Federale, che di fatto non è mai stata riformata alla luce dei cambiamenti storici della moderna America. Con una lunghissima lista di appunti che controbattono i passaggi essenziali della legge, viene chiamato a prendere una posizione il presidente degli Stati Uniti.

“Siamo un popolo di immigrati” con l’affondo del presidente degli Stati Uniti, durante il suo intervento all’American University, che ricorda ancora una volta come siano sempre stati territori di conquista quelli americani, viene aperta al vaglio la proposta per revisionare nelle incompatibilità la legge che regola l’immigrazione in tutti gli stati della federazione. Nella sua posizione, per motivi politici ma anche economici e di immagine, il presidente non può astenersi dal premere l’acceleratore per richiamare al tavolo i legislatori della federazione.

Lavoratori senza i permessi di soggiorno, con documentazioni incomplete, migranti, le frontiere controllate dalla polizia armata, la Suprema Corte non accetta, con l’approvazione del Centro Nazionale per la Immigrazione negli Stati Uniti che risponde al presidente Barack Obama per voce del suo direttore esecutivo Marielena Hincapié chiedendo che siano rimessi in discussione i valori fondamentali del popolo americano: lo spirito dell’America si distingue per la sperimentazione, per la giovinezza delle leggi, adatte al presente, per la adattabilità alla società del presente.

Il Centro Nazionale si pronuncia chiedendo cioè di intraprenderla, ora, questa strada che revisioni la legge per la immigrazione in USA, non tralasciando di ricordare come l’America, nonostante tutto, rappresenti per gli stati limitrofi il sogno e la speranza, tirando in ballo il Dream Act, la carta che regola la permanenza in USA degli studenti poveri che arrivano dall’America del Sud.

La legge che viene messa in discussione, di cui tanto si è parlato fin dalla sua approvazione nel mese di aprile, considera come applicabili delle forme di repressione e di controllo dei confini che rimettono in gioco , cioè ancora la violenza, ritornando ai tempi del massacro dei messicani. Con la gente che scavalca il confine anche rischiando di farsi sparare, per andare in quella che per i nostri nonni fu “La Merica” e che per gli ispanici continua ad essere un sogno.

Più spesso il bisogno di lavoratori dal Sud America è temporaneo, nel settore agricolo e nelle fabbriche, un bisogno non continuativo, ma nei periodi più neri è una invasione quella degli ispanici che cercano fortuna nella federazione i dati parlano di 300 mila unità all’anno in più circa e non si tratta sempre di persone che arrivano con maglietta e occhiali da sole .. tra gli onesti vi sono tanti, troppi contrabbandieri, spacciatori e trafficanti: le statistiche che descrivono la componente della società clandestina che ha a che fare con la delinquenza non aiuta certo ad aprire le frontiere (al momento il muro è alto tre metri e tutto in acciaio) con il sorriso sulle labbra.

Un costo quello della regolarizzazione degli stranieri, che non può essere sostenuto in blocco, un sistema quello americano, che si basa su un dare e un avere, che non è in grado di anticipare, che non può garantire prestazioni sanitarie e pensionistiche a tutti questi stranieri e deve fare dietrofront, ma senza perdere di vista la coerenza e il futuro. Insieme a questo alcuni problemi contingenti: il paese non si è ancora ripreso dalla crisi economica, la crisi del mercato ha colpito duramente le famiglie americane del ceto medio – basso, la crisi dei mutui sub prime ha messo in mezzo alla strada centinaia di famiglie, non dimentichiamolo, priorità per il Governo Federale e il tasso di disoccupazione ha toccato i massimi storici solo poco meno di nove mesi fa.

Il problema di Obama è quello di dover mantenere una linea riformatrice per l’intera unione, mettendo d’accordo le anime contrastanti degli Stati Uniti: se da una parte ha bisogno di cercare consenso per rivedere l’intera normativa in fatto di emigrazione, dall’altra ha l’assoluto compito di mantenere l’ordine negli stati dove l’immigrazione è un problema. Non a caso esempi citati da tutti i quotidiani nazionali, come quelli della sondaggistica per valutare il parere dei cittadini dell’Arizona e il referendum spontaneo del Nebraska devono fare riflettere sulla posizione degli statunitensi, favorevole alla repressione delle forme di illegalità che hanno ormai preso piede nelle cattive abitudini di chi questi immigrati senza documenti li assume “illegalmente”. La situazione interna della federazione non è molto dissimile dai casi che sono trapelati anche in Italia.

Come fare coincidere il diritto alla vita e al lavoro, che è identico in ogni uomo, con il diritto civile legato alle norme di uno stato o della unione. Il partito di Obama, la sua linea di pensiero, il suo programma, sono in continua contraddizione con quanto accade nel paese, promesse che non possono essere mantenute e che confermano come spesso dietro a un desiderio di cambiamento e di avanguardia non ci siano le premesse per arrivare alle conclusioni.

ll rischio di un nuovo fallimento anche sulla immigrazione porta l’ago della bilancia definitivamente dall’altra parte: non ci siamo in fatto di raggiungimento di obiettivi. Un tergiversare e una macchietta del sistema per far passare le scelte non condivise oppure l’ennesimo trucco visionario?

Dove ha fallito Obama: i consensi del voto non sono consensi espliciti all’interno della sua realtà politica. I retaggi della precedente amministrazione non sono affatto storici, ma vivono e pulsano nell’americano medio, che ancora diffida delle scelte politiche di un concittadino di colore che è arrivato alla presidenza degli Stati Uniti.

Contraddetto dai suoi ministri fallisce sul problema dei prigionieri politici in Cina, fallisce su Cuba, fallisce sull’ambiente, sia a Copenhagen che nel caso BP. Rassegna un contentino per il traguardo della riforma sanitaria e poi cade di nuovo in economia interna, dove la tassazione bancaria non crea certo un ambiente favorevole per ricucire i rapporti tra le finanziarie. Problemi non da poco, ma questa ultima frenata sulla immigrazione rischia di chiudere definitivamente le porte con il mondo militare, molto importante per un paese in cui l’esercito rappresenta un ideale più che una professione. Le premesse per la chiusura dal fallimento delle promesse su Guantanamo e dal volta faccia dell’interno per la prevenzione al terrorismo.

Tutti questi fattori, messi insieme, confermano che la Unione non era ancora pronta per affrontare tutti questi ostacoli dall’interno e il messaggio che passa da tutte queste situazioni che improvvisamente esplodono è che l’America non ha una unitarietà di pensiero condivisa con il suo presidente.

Se i presidenti del passato a partire da Bush, a Clinton a Bush junior furono più furbi e più efficaci nell’individuare “un mostro” da cui difendersi e su cui concentrarsi, spostando il mirino di volta in volta sullo spauracchio di turno e in questo modo permettendosi scelte fondamentali a cuor leggero, Obama non è in grado di distrarre il mondo politico e combatte, rischiando così di generare insicurezza, cioè tutto ciò che l’americano medio non vuole, abituato a certezze inestimabili: lavoro, casa, salute, danaro, benessere e sovranità: “Io sono buono. Io sono il migliore. Io mi devo difendere.”

Non ci sono dubbi che le missioni fondamentali per la liberazione del mondo dai tiranni fossero cosa buona e giusta, ma l’umanesimo oramai non attacca, non c’è differenza in termini di diritti umani tra combattere il dittatore in Iraq e salvare delle vite umane o combattere per i prigionieri politici in Cina. La differenza sta nel fatto che combattere in Iraq porta vantaggi economici per interessi fondati sul commercio delle risorse petrolifere, mentre aprire le frontiere con la Cina e combattere per la democratizzazione in terra gialla comporta una apertura alla concorrenza, che francamente agli Stati Uniti poco interessa.

E così funziona anche negli altri ambiti: quando una battaglia giusta porta a un risultato che non interessa o che spaventa i cittadini, per quanto il fine possa essere buono, l’obiettivo non viene raggiunto. Ecco perché tutte queste false promesse riformiste avrebbero dovuto trovare riflessione. La figura del politico di colore (fuori di certo) che combatte contro i mostri rivela nella cartina tornasole della opinione pubblica che i mostri non fanno paura. Un giochino che serve per procrastinare e per fare emergere il lato oscuro della nuova america: mettiamo un uomo nero al Governo, che si muove in opposizione a quanto i poveri o i meno abbienti desiderano, facciamo in modo che sia lui a mostrare i problemi dell’America, per tornare poi a decidere che in fondo non si possono risolvere, questi problemi, e che era meglio quando si stava peggio.

Insomma, teste che saltano per mano di una testa messa al comando in modo del tutto meno che casuale. Dove sta la vittoria di Obama e del popolo nero? Una immagine cristologica, che rimbalza in tutto il mondo, qualcosa che richiama a un concetto molto adatto alla situazione “Tu sei il Salvatore? Perché non salvi te stesso?” Ecco che si torna alla base, dimostrando che un presidente che non riesce a gestire i problemi interni di una federazione, tanto meno riuscirà in politica estera, dove la sua immagine porta consensi. In fin dei conti poco importa agli USA se per un periodo si lavora sui problemi interni, poi ci sarà modo di tornare alla casa di proprietà, alla salute, alla assicurazione garantita, al giardino fiorito, al college e alla squadra di pallacanestro, perché un paese sta bene solo se si fanno gli interessi di quel paese e l’America, fortunatamente non ha bisogno di un altro eroe visionario non occorre inventare, è sufficiente applicare quello che già è scritto, dove non viene applicato.

Per tornare al problema attuale, che divide in due gli statunitensi, già abbastanza chiusi su loro stessi per dimostrare che ormai “L’american dream” vale solo per chi ce l’ha: “Siamo favorevoli alla revisione della legge comprensiva sulla immigrazione che è nelle mani del Governo Federale, contando di risvegliare l’inattività del Governo attuale”. Rispondono i Progressisti, un gruppo di legislatori che si pongono all’avanguardia rispetto al Governo centrale. “ Si tratta di una legge draconiana che ha un impatto immediato negativo sulle proiezioni economiche e di impiego” come ha descritto State Rep. Kyrsten Sinema (Arizona) nel suo intervento alla stampa. Ma nessuno degli intervenuti in conferenza può permettersi di pronunciare parole di troppo, la sanatoria per tutti gli irregolari non è alla portata.

Di Martina Cecco

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