Brancher: un’altra sedia al tavolo del federalismo

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di MATTEO DI STEFANO

Il neo Ministro:“necessaria una cabina di regia tra Governo ed enti locali”.

Aldo Brancher è il nuovo ministro senza portafoglio con delega al federalismo. Nato in provincia di Belluno 67 anni fa, Brancher lascerà la sua carica di sottosegretario alla presidenza del consiglio. La decisione del Presidente del consiglio di proporre un nuovo ministro che si occuperà di federalismo, oltre al ministro Bossi, ministro delle riforme per il federalismo, al quale (come lui stesso ha sottolineato) non sono state rimosse le deleghe, rappresenta un segnale politico non di poco conto. Tanto per cominciare, sembra essere una risposta alle osservazioni che Gianfranco Fini qualche mese fa fece all’assemblea nazionale del pdl, dove il Presidente della Camera rimproverava al proprio partito di non essere abbastanza propositivo, soprattutto in tema di riforme istituzionali, e a Berlusconi di farsi dettare l’agenda politica dalla Lega e da Bossi; ebbene il pdl esprime un ministro che si occuperà di federalismo, come a voler rappresentare un contrappeso della Lega, anche se la storia politica di Brancher lo ha visto più volte protagonista nel ruolo di mediatore tra “forzisti” e leghisti.

Dall’altra parte l’opposizione: l’udc si dichiara sconcertata dalla creazione dell’ennesimo dicastero che a loro dire non sarà null’altro che un doppione, considerando i ruoli svolti, oltre che dal senatur, dai ministri Fitto e Calderoli nell’attuale Governo; il pd sottolinea il fatto che con questa nomina cresce il numero dei componenti del Governo che potranno avvalersi del legittimo impedimento (Brancher è uno degli accusati nello stralcio all’indagine sulla scalata Bpl – Antonveneta); Antonio Di Pietro sottolinea che la nomina rappresenta un chiaro messaggio ai cittadini: “il delitto paga”.
Di fondo c’è che questa mossa non sembra essere quella svolta decisiva che i sostenitori del federalismo attendevano. E di svolta, in effetti, ci sarebbe bisogno: i mesi che hanno seguito le elezioni regionali dello scorso marzo hanno mostrato un non perfetto stato di salute della maggioranza, con l’equilibrio e la stabilità messe a repentaglio da divisioni, talvolta molto profonde. Il volto che avrà il federalismo dipenderà molto da come la maggioranza e il presidente del consiglio riusciranno a superare il momento di impasse e di conseguenza come andranno a finire le questioni che sono oggi allo studio del Parlamento, due su tutte, il tema intercettazioni e la manovra economica.

Quel che è certo è che il federalismo continua a rappresentare una delle più grandi sfide istituzionali per l’Italia della seconda repubblica. Con l’entrata dell’Italia nella moneta unica, il problema della spesa pubblica non è più aggirabile tramite la svalutazione della Lira, ma si pone oggi come uno dei punti all’ordine del giorno più scottanti, avendo per altro come cassa di risonanza la crisi economica e finanziaria mondiale che ha ulteriormente ridotto le prospettive di crescita e quindi di entrate. Il federalismo ha l’ambizione di aggredire il problema alla radice, in quanto le spese sostenute dalle regioni e dagli enti locali rappresentano una fetta importante delle uscite dello Stato. Il passaggio dalla spesa storica alla spesa standard rappresenta il primo vero tentativo di controllo della spesa delle regioni, oltre a responsabilizzare gli amministratori locali che con maggiore difficoltà potranno cedere alla tentazione di aprire le borse alla ricerca di un facile consenso; di contro, c’è il timore di assistere ad un forte acutizzarsi della sperequazione tra regioni ricche e regioni meno virtuose. Non è infatti sacrificabile il principio di equità in nome del principio di efficienza.
Con il federalismo demaniale, che permette agli enti locali di gestire direttamente il patrimonio immobiliare dello Stato sul proprio territorio, entrato da poco in vigore, si sta cercando di verificare il primo impatto che questo nuovo sistema può avere sulle dinamiche locali. Ha rappresentato un primo passo verso una maggiore autonomia delle amministrazioni locali, oltre che una sorta di prova generale del federalismo vero e proprio, nonché un test di elasticità da parte degli enti locali, visto il lungo confronto che si aprirà tra questi e il Governo nei prossimi mesi.

Nel frattempo si cominciano a vedere i primi effetti della legge sul federalismo votata al Senato il 29 aprile dello scorso anno. Gli effetti, per il momento, sono solo positivi. Proprio in questi giorni molti comuni e molte regioni d’Italia sono alle prese con la stesura dei propri bilanci; di particolare rilievo è il bilancio che l’amministrazione capitolina e il sindaco Alemanno hanno messo a punto in queste ore. Si tratta in poche parole del primo documento finanziario che deve tener conto dei dettami sul federalismo fiscale; e, guarda caso, è il primo bilancio di reale risanamento e con le voci contabili perfettamente in pareggio. Ebbene qui sta il punto di tutta la faccenda: è noto che la spesa pubblica è iniziata a decollare negli anni ’70 con l’istituzione delle Regioni. Il meccanismo del finanziamento attraverso la spesa storica di questi enti, ha rappresentato una sorta di stimolo a spendere, in quanto sei io regione “X” nell’anno 2000 spendevo 12, l’anno dopo, nel 2001, lo Stato mi avrebbe garantito trasferimenti per 12, a condizione che i bilanci fossero stati redatti a norma di legge, secondo il parere della Corte dei Conti. Oggi, con il meccanismo della spesa standard, lo Stato garantisce trasferimenti pari al costo medio ragionevole di ogni singolo servizio. Ciò comporta e comporterà che per la prima volta le amministrazioni locali saranno costrette a controllare come spendono i propri soldi. Tornando all’esempio di Roma, quest’anno per la prima volta si è proceduto al confronto dei costi per i medesimi servizi. Si è scoperto ad esempio che alcune mense scolastiche della Capitale spendevano fino a ieri il 35 – 40% in più per alunno rispetto ad altre mense in diverse zone di Roma. E’ ragionevole pensare che una merendina piuttosto che un piatto di pasta, possa costare lo stesso al prenestino come al trionfale.
Con questo meccanismo l’amministratore locale ha l’obbligo formale e sostanziale di mantenere il proprio bilancio in ordine, pena l’ineleggibilità a qualsiasi carica pubblica.

Questa deve essere la via maestra da percorrere se si vuole un’Italia di nuovo competitiva: bilanci in ordine e spesa sotto controllo sono i presupposti fondamentali per arrivare a concretizzare quel disegno che ha come obiettivo ultimo l’abbassamento della pressione fiscale nel nostro paese, chiesto a gran voce dalle milioni di imprese italiane e dal sempre più numeroso popolo delle partite iva.
Tutte le regioni e tutti i comuni dovranno adeguarsi a questo nuovo sistema. E’ ragionevole pensare che per quegli enti locali che fino ad oggi hanno saggiamente amministrato, il processo di adeguamento sarà pressoché immediato; così come è presumibile che per altri sarà un processo più lungo e difficoltoso. Sicuramente, però, si arriverà ad un effettivo controllo della finanza pubblica per tutti, perché davanti alla prospettiva del baratro, è nella natura umana mordere il freno.

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