Il default politico dell’Africa

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di ANTONIO PICASSO

È stato pubblicato il rapporto 2010 del “Fund for Peace and Foreign Policy Magazine”, uno studio redatto annualmente dall’autorevole periodico statunitense Foreign Policy (Fp) sul livello di stabilità politica di 177 Paesi. Da questo lavoro è emerso un preoccupante primato per l’Africa, in quanto accoglie le prime cinque nazioni più insicure del pianeta. I cosiddetti “Stati falliti”. Si tratta di Somalia, Ciad, Sudan, Zimbabwe e della Repubblica Democratica del Congo. Cinque realtà vessate dalla quasi totale assenza di un sistema istituzionale e di governo, vittime di una guerra civile interna che non riesce a trovare uno sbocco risolutivo e vincolate a un contesto di indigenza radicata per la popolazione locale.

A livello mediatico della Somalia si è detto tanto. Forse troppo in rapporto all’inoperosità della comunità internazionale. Da tre anni il Paese risulta il primo della lista tra gli Stati falliti secondo Fp. Mogadisho è una “terra di nessuno” ormai dal 1991. I tentativi di ricostruzione del Paese da parte dell’Occidente, ancora durante l’Amministrazione Usa di Bill Clinton, si sono bloccati nel momento in cui i soldati occidentali si sono resi conto che il contesto era veramente critico. Dal ritiro dei Caschi blu (1995) a oggi, la situazione è degenerata in modo incontrollabile. Oggi la Somalia rappresenta l’epicentro nel Corno d’Africa delle criticità africane. Va aggiunto il radicamento della pirateria nelle acque prospicienti.

Differenti sono invece le condizioni di Ciad e Sudan. I due Paesi vivono un continuo status di pace armata fra loro. Sono stati coinvolti entrambi dal dramma del Darfur. Questo ha aumentato le frizioni fra N’Djamena e Karthoum. Inoltre sono posizionati in un punto nevralgico per quanto riguarda i flussi migratori clandestini verso le coste del Nord Africa e la diffusione di idee jihadiste che, dal Corno d’Africa, vengono diffuse nel cuore del Sahara, fino ad arrivare nel lontano Maghreb. A tutto questo bisogna aggiungere che il Presidente sudanese Omar al-Bashir, fresco di conferma nel suo nuovo mandato, è ricercato dal Tribunale internazionale dell’Aja in quanto è stato giudicato colpevole di crimini contro l’umanità.

In Zimbabwe invece la situazione sta apparentemente e con estrema lentezza migliorando. L’accordo raggiunto nel febbraio 2009 fra il Presidente, Robert Mugabe, e il Primo ministro, Morgan Tsvangirai, ha permesso a Fp di effettuare un “down grade”, dalla seconda alla quarta posizione per le istituzioni di Harare. D’altra parte il compromesso fra le due massime cariche dello Stato è uno specchietto per le allodole. Mugabe infatti tiene sotto scacco il Paese attraverso una dittatura personalistica che ha devastato l’economia nazionale. Secondo i rilevamenti della Banca mondiale il tasso di inflazione del Paese è all’89,7×(1021)%. Percentuale de facto incalcolabile, secondo gli standard economici. All’inizio del 2009, l’Istituto di credito nazionale ha introdotto la banconota da 100 trilioni di dollari zimbabwani, pari a 33 dollari USA. Al tempo stesso la disoccupazione ha toccato la soglia record dell’80%. Mugabe inoltre ha preteso di intervenire nella guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Un conflitto che si è combattuto tra il 1998 e il 2003 e del quale solo nel 2008 si è potuto stilare un bilancio approssimativo: 8 nazioni africane coinvolte, in appoggio a 25 gruppi armati, per un totale di 5,8 milioni di morti.

L’Rdc è la quinta nazione che occupa questa lista. A Kinshasa il Presidente Joseph Kabila viene accusato di mancato rispetto dei diritti umani e crimini contro l’umanità nei confronti dei suoi oppositori e alla stregua di Mugabe. Human Right Watch ha lanciato più volte l’appello per un intervento della comunità internazionale a sostegno di una popolazione oppressa dal regime di Kabila, malnutrita e sulla quale gravita costantemente il rischio di una nuova guerra etnica.

La lista di Fp esce poi dal contesto africano e chiama in causa due Paesi che sono decisamente sotto il faro della comunità internazionale. Si tratta dell’Afghanistan e dell’Iraq, dove “le truppe Usa sono massicciamente schierate”, come si legge nel rapporto. Ciononostante, il Governo di Kabul e quello di Baghdad hanno ottenuto rispettivamente la sesta e la settima posizione. A seguire si incontrano casi di peggioramento della stabilità interna, per esempio lo Yemen, o di recupero di credibilità, come lo Sri Lanka. Gli ultimi tre Paesi per i quali non si può temere nulla sono quelli scandinavi, Svezia, Finlandia e Norvegia.

Di fronte a questo report è necessaria una riflessione sul concetto di “Stato fallito”. Il termine vuol far pensare che la condizione di tracollo politico di un Paese sia attribuibile unicamente a responsabilità interne. Il caso sudanese è esemplificativo. Finché Bashir resterà al potere, saranno ben pochi gli spazi di manovra per avviare un processo di normalizzazione politica. Tuttavia, proprio sulla base delle analisi di Fp, bisogna che le Nazioni Unite e le altre Og facciano esse stesse un bilancio della loro capacità di intervento e di influenza affinché scenari disastrati da vent’anni, com’è la Somalia, vengano finalmente risolti.

Pubblicato su liberal del 23 giugno 2010

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