Montaigne ritorna spesso a parlare della gloria, quel vento vuoto che per lui è vanagloria, con scetticismo constata la vacuità di tale disonesta situazione, che tutti criticano negli altri, ma che ci motiva in sé a tenercela per noi stessi, baldanzosi speriamo che duri, ma come l’aria la perdiamo non appena è nostra.
La gloria che un umanista non vorrebbe, che un filosofo deve evitare perché non si trasformi in Hybris. Quello stesso sentimento che porta in alto e fa precipitare non appena si inceppa il meccanismo.
Noi siamo tutti figli di questa gloria sottesa, che non vi è posto nessuno dove essa non sia. Nonostante nei Saggi Montaigne prenda le distanze da questa gloria, nullificandola, cancellandola, relegandola in un luogo nascosto, essa non può che essere ciò a cui aneliamo.
Potendo fingere che non sia così potendo sistemare perché non sia così, una volta raggiunto il successo non è pensabile non vantarne la gloria, fatto salvo un momento di solitudine o un momento di celebrazione universale dove la gloria è per tutti. E non vi è un momento che non sia glorioso, fatto salvo negarlo, come i Saggi sono per Montaigne non l’opera, ma la realizzazione.
Martina Cecco












