Montaigne e la Solitudine, saggio XI

0
236

Se un saggio fosse saggio, fosse filosofo, non fosse così umanamente attaccato alle cupidigie e alle necessità materiali e di appagamento interiore, legate agli altri, non dovrebbe passare tutta la sua vita a imparare, a sfoggiare e a difendere l’immagine di sé. Noi passiamo per gli altri tutta la vita, fino a che, da vecchi, ci ritiriamo e ci rendiamo conto che ogni singola miseria, pure quella altruistica, l’abbiamo fatta per gli altri, in funzione di altri o per apparire ad altri.

Incredibile, vero? Eppure, anche se non lo ammettiamo, è dura ritirarsi in sé stessi cominciando a godersi la libertà. L’anima felice è in silenzio, non frena e non accelera, la solitudine del saggio è un distacco, un distacco zen, potremmo dire ora, non certo allora.

La cura che Socrate derideva degli uomini che partono portando sé stessi, quindi non guariscono, è lasciare indietro il vecchio noi stessi, portando solamente la libertà.

Imparare a stare bene nella nostra pelle e a bastarci: “Con ciò non si vuol dire che il saggio non possa vivere dovunque, o solo, o in mezzo alla folla d’un palazzo; ma se avrà possibilità di scegliere, ne fuggirà perfino la vista. La sopporterà, se necessario; ma per quanto può, cercherà sempre di evitarla. Non gli parrà mai d’essersi sufficientemente sbarazzato dal vizio, se dovrà combattere coi vizi degli altri.” Montaigne nel suo saggio sulla Solitudine sottolinea che non sapremo fare nulla di buono fino a che non siamo capaci di essere liberi da soli.

In contrasto allora con l’aristotelismo, l’uomo di Montaigne si allontana dalla scienza per tornare a se stesso: “Non c’è nulla di più socievole ed insocievole dell’uomo; socievole per natura, insocievole per difetto.{85} Per conto mio ritengo che il fine sia sempre il medesimo: vivere a nostro agio e piacimento. Ma non sempre la via che scegliamo è quella giusta.”

Le catene allora, fino a quanto sappiamo di Montaigne, ce le infliggiamo noi, con quello che studiamo, con la religione, con le ideologie, con le convinzioni e con le nostre esperienze, dopo di che queste catene non smettiamo mai di togliercele di dosso e ce le portiamo quasi tutti fino alla fine della vita, come una malattia, che se ci spostiamo peggiora perché l’abitudine rinforza la capacità di sopportare.

“Trasciniamo con noi le nostre catene. La nostra libertà non è mai genuina, perché ci voltiamo troppo spesso a guardare ciò che abbiamo lasciato: la nostra immaginazione ne è sempre affascinata.”

In fin dei conti, con il sistema che ci siamo inventati nella società moderna, la vita diventa la gestione del tempo dalla nascita alla morte e più siamo vecchi, più cominciamo a pensare che lasceremo il mondo e per non pesarci di questo, ci prepariamo a lasciare tutto. Tanto varrebbe rimanere sempre liberi, per essere da principio pronti. Con realismo e fatalismo.

A morire saremo comunque da soli, serve che ci arriviamo liberi e felici, non con il cuore gonfio, ma con il cuore leggero, senza che la morte ci sia di peso. E lo stesso per quello che lasciamo di noi, comprese le persone intorno a noi, non sono la nostra libertà, ma il nostro correlato, cioè il limen che ci separa dalla libertà, che pensiamo sia una cosa buona e invece sono lo specchio, il metro, l’ostacolo alla felicità, anche nelle relazioni sane e nel possesso materiale. Non cambia, sono confronto, giudizio, misura e dunque un limite.

Martina Cecco

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome