Il VII saggio di Montaigne è dedicato alla Morte, il filosofo, che è conosciuto per aver riscritto una interpretazione della vita libera da preconcetti di morale e di etica tradizionali, in realtà non si allontana dalla visione stoica dell’esistenza, anche se si avvale della facoltà di unire virtù e vizi in una unica grande dinamica di forze umane, tendenti all’equilibrio naturale.
L’uomo di Montaigne non forza la vita umana, la accetta in quanto vita umana, in tutte le sue parti: l’unica cosa di cui possiamo essere certi, sostiene, è della nostra morte. Molti moriranno prima di noi, altri dopo.
La morte per Montaigne è la liberazione, dal dolore di vivere che è legato a sofferenze materiali, fisiche ma anche psichiche, non ultima il pensare che si deve morire, come facevano gli antichi egizi, ma se è libertà è anche piacere, allora il desiderio del piacere è esso stesso il piacere e il piacere goduto è il preludio della sofferenza che viene dal pensiero che tutto deve cessare.
Cicerone insegna che filosofare vuol dire prepararsi a morire, sia perché la meditazione e lo studio attirano l’animo nostro fuori di noi e lo impegnano indipendentemente dal corpo (e questo è già un prepararsi a morire); sia perché la saggezza e la sapienza del mondo non mirano che ad insegnarci a non temere la morte. Montaigne. Saggi (Classici Vol. 353) (p.15). REA Multimedia. Edizione del Kindle.
La preparazione filosofica di Montaigne è un pensiero ricorrente, ovvero essere in grado di pensare che tutto può durare, ma solo per un tempo limitato. Esserne consapevoli comporta sia l’alleggerire il carico della vita, che ad ogni modo non dura per sempre, sia dare un forte peso ai momenti, che sono quello che porta il piacere. Non è il fine del piacere, ma il percorso, anch’esso parte del piacere. Godersi il percorso è avere consapevolezza che potrebbe anche fallire, sempre equilibrandolo con la certezza che finirà, ma senza la certezza di cosa ci sarà dopo la morte. Che potrebbe celare un nuovo inizio.
Nessuno è in grado di prevedere dove e come la morte lo colga. Attendiamola dunque in ogni luogo. La premeditazione della morte è premeditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci scioglie dal vincolo di ogni soggezione e di ogni timore. Non c’è male, nella vita, quando si è ben capito che la fine della vita non è un male. Montaigne. Saggi (Classici Vol. 353) (p.20). REA Multimedia. Edizione del Kindle.
La morte secondo Montaigne è da accettare nel modo degli antichi stoici, ma anche essere pronti, al modo dei credenti, perché non c’è un momento preciso in cui tutti saremo chiamati a cambiare aspetto, ma c’è un momento di sicuro in cui non saremo più: la morte è come la nascita, imprescindibile. Il credere in Dio di Montaigne era una disciplina che equilibra virtù e piacere: essere se stessi è d’obbligo, la parresìa che l’essere umano deve sempre indossare come biglietto da visita, che si stacca dall’ipocrisia della perfezione, impossibile, del fedele, di fronte a Dio.
Il fatto che tutti siamo nati e tendiamo alla morte dovrebbe rallegrarci nel tollerare il peso della dipartita: la scelta che non abbiamo fatto di venire al mondo sarà lieta come la scelta che non faremo di andarcene.
Montaigne non affonda nella possibilità di levarsi la vita in modo puntuale e programmato, nel suo capitolo sulla morte non affronta il tema del suicidio, anche se lascia chiaramente capire che, la morte, non è un pensiero evitabile. Morire è liberarsi. Pensare alla morte è pensare alla libertà. Ma allora, come mai abbiamo paura di morire?
Secondo Montaigne, la nostra non è paura di morire, ma angoscia di dover lasciare ciò che ci piace per andare verso un incontro oscuro e ignoto; per questo molte religioni hanno creato mondi paralleli luminosi e dorati, per far credere a un dopo la morte più bello e radioso, per non temerla.
Montaigne vuole alleggerire il carico del peso della morte, cercando di metterla in un contesto di normalizzazione: morire mentre si raccolgono i cavoli, è molto meglio che in un letto o in un ospedale, è bello perché improvviso e fuori da ogni contesto.
Martina Cecco












