“Meglio poter scegliere” Mingardi presenta il suo libro a Lodi Liberale

0
461
Lunedì 7 luglio è stato presentato il libro “Meglio poter scegliere. I referendum del 1995 e la battaglia per la televisione commerciale” insieme a ALBERTO MINGARDI, Professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università IULM di Milano; SERGIO SCALPELLI, Giornalista; CARLO MOMIGLIANO, Direttore Marketing Publitalia 1986-1998; CAMILLA CONTI, Giornalista.
“Il pensiero liberale è alle radici di tutte le nostre libertà, l’occidente è basato su tutto il pensiero liberale, in tutte le sue sfaccettature. Lo scontro tra le diverse scuole può essere acerrimo, ma tutte hanno in comune la difesa della libertà, molto spesso diamo per scontate delle libertà che non lo sono o che non sono irreversibili. La difesa della libertà non è al centro del dibattito pubblico, accademico, ma Lodi Liberale lo fa con costanza.”
Questo libro, ha detto Lorenzo Maggi, parla del Referendum del 1995 quando si trattò di difendere la televisione commerciale, un momento importantissimo per la difesa della libertà degli italiani. Questo libro racconta l’esperienza di un periodo complicato ma importantissimo per l’Italia, con relatori che sono stati altrettanto importanti per la storia della televisione italiana, per il ruolo che ebbero in quel periodo, da cui sono passati ormai trent’anni.
“Alberto ci ricorda che il centro destra di allora aveva in gioco molte questioni, siamo tutti legati al 27 maggio 1994, ma pochi pensano all’11 giugno 1995, che fu una data importante per i liberali. L’unica rivoluzione liberale che c’è stata.” Il presidente di Lodi Liberale Lorenzo Maggi ha raccontato brevemente del percorso e dell’apertura ai privati della questione televisiva. Alberto chiude il libro spiegando che all’epoca la televisione era vista dagli intellettuali come un qualcosa di negativo perché tenderebbe a indottrinare il popolo bue, con un ruolo quasi deterministico delle scelte pubbliche e lo spiega con una ricca bibliografia con una dote di testi molto ricca, con la chiave di volta che ha fatto reagire gli italiani, che si sono espressi in senso contrario. I quesiti riguardavano il numero delle reti di un produttore, la pubblicità e le condizioni per le assegnazioni delle frequenze, etc.. la parte principale riguardava la Fininvest, era un referendum finalizzato a depotenziare l’influenza di Berlusconi e delle sue televisioni. Il comitato per il NO fu irripetibile, geniale e efficace in modo straordinario, poiché portò a un risultato incredibile.”
Alberto Mingardi ha detto che ha scritto questo libro per affetto e per curiosità: “La storia è quel che la storia successiva ritiene importante nell’epoca precedente, eppure i referendum del 1995 sono da pochi ritenuti importanti, ci sono libri che citano il referendum a piè di pagina, ma mi sono improvvisato storico dei fatti e non delle idee, visto che mettendo insieme dei ricordi e facendo degli scavi in vicende dimenticate, ci sono delle cose che vengono trascurate da chi si occupa di leggere fenomeni come il berlusconismo, ma non lo sono rispetto ai fatti che accadono e che vanno considerati e raccontati. Il libro mette la parte più noiosa all’inizio.”
“Gli ultimi 3 capitoli mettono al centro il Governo Berlusconi, il rapporto con Montanelli e il 1995. Il primo capitolo inizia con un dibattito intellettuale e il secondo parla della cultura di massa. I primi due capitoli servono per delineare l’ostilità alla TV commerciale anche altrove, ad esempio nel Regno unito. Da una parte c’è la scarsità, come elemento che giustificherebbe il monopolio. In Italia si assume che lo spettro elettromagnetico sia molto basso e che quindi sia diritto dello Stato usufruirne. In Italia la RAI è sostanzialmente coeva di due fenomeni. In UK si inizia a elaborare un sistema che ammette una rete privata, in USA si passa al colore in TV, in Italia iniziano le trasmissioni. A prescindere da questo lo Stato viene visto nel suo ruolo pedagogico. Il sogno di una RAI che sia di tutti, anche se invece era controllata dalla DC nonché ostile alla pubblicità che costringe a fare una TV che piace al pubblico.”
Ai tempi di Tele Biella le cose iniziano a cambiare: come si fa quando arrivano le TV via cavo a giustificare il Monopolio di fronte allo sviluppo delle radio libere e tutto il resto? Negli anni ’70 il clima era favorevole alle nazionalizzazioni, c’è il terrorismo e manca l’unione e la coesione sociale. Il partito socialista ha in mente il modello inglese, ci pensa Claudio Martelli, poi lo fanno altri che sono in seno alla DC e che vorrebbero aprire alla TV privata, ma solo localmente, a livello provinciale, ma che per definizione non deve essere un concorrente della RAI. Arriva tuttavia Silvio Berlusconi, che mette insieme una serie di idee, facendo della sua TV una piattaforma per vendere la pubblicità.”
“Berlusconi crea la televisione meno politica di sempre, in questo modo cercando di scardinare le idee, cercando di non imporre a nessuno degli obblighi, delle regole, delle impostazioni culturali. L’offerta televisiva era più che raddoppiata in questi anni, la sera gli italiani potevano scegliere che cosa vedere e non avrebbero potuto farlo, agli inizi degli anni ’70. Questo avvenne inizialmente in assenza di una legge e spesso contro una legge. In un contesto pietrificato come il nostro, l’innovatore rompe le regole, specialmente in un paese che non aveva niente di liberale e questo è quello che conta per comprendere il referendum del 1995.”
L’elemento dirompente era la rottura dell’equilibrio tra i partiti. Servirebbe perlomeno leggere tra le righe dello scontro tra Berlusconi e Occhetto. Il Partito Comunista era quello che si sarebbe aspettato di vincere le elezioni e invece Berlusconi in meno di un anno scende in campo, questo spiega come mai la battaglia si sia fatta cercando di colpire le televisioni di Berlusconi, per affossare anche il politico Berlusconi.
“Quando Berlusconi vince le elezioni sono presentati questi quesiti e lui rimane alla fine da solo con AN, tutti i partiti sono contro e i referendum sulla TV paiono essere una débâcle annunciata. Ma le persone non vanno a votare in un referendum pro o contro Berlusconi. Al consumatore non interessa a chi comprano le cose, ma semplicemente non vogliono tornare al monopolio.” La campagna elettorale viene depersonalizzata e condotta dai dipendenti Fininvest e dalle stelle della TV dell’epoca. Per questo con il senno di poi questo momento è stato straordinario.
La giornalista Camilla Conti ha raccontato che questo momento fu particolare, anche per fare un referendum, nonostante non fosse un periodo in cui c’era un problema di affluenza, ma fu un referendum che di fondo aveva delle idee molto importanti, tra cui specialmente la depoliticizzazione, facendo scendere in campo l’azienda. Eppure, questo referendum, fu nascosto, in quanto non si era raggiunto il risultato che si voleva.
“Il tentativo di creare un grande gruppo a livello europeo non si sarebbe mai potuto realizzare, tutto ciò che c’è in voga attualmente in Europa è un problema, anche a livello di regolamentazione. I politici che erano all’epoca interessati dalle televisioni erano molto diversi da quelli di oggi. Molte volte andavano in TV e si occupavano di TV, attualmente invece non lo fanno. La TV non è morta attualmente, nemmeno i giornali di carta, c’è un’evoluzione. Berlusconi era in grado di comunicare anche con i suoi social. Trasmetteva l’idea che fosse legittimo decidere di scegliere che cosa guardare.”
Gli intellettuali hanno sempre avuto l’impressione di sapere che cosa piace alle élite, Berlusconi ebbe il merito, attraverso anche la pubblicità, di trasmettere e di far decidere che cosa si vuole vedere perché la pubblicità si adatta al pubblico. Pure le trasmissioni a pagamento sono arricchite con la pubblicità. Questo era cambiato. Nel momento in cui Fininvest era ai massimi storici era paragonabile alla rivoluzione che vediamo adesso in altri contesti. All’epoca c’era la tendenza a obbligare dal punto di vista pedagogico a insegnare che cosa si doveva vedere, invece Berlusconi aveva il gusto di far scegliere che cosa guardare a chi lo guardava. Noi lo guardiamo con gli occhi di adesso ma in quel momento lì fu una rivoluzione epocale.
IL CONCRETO BUONSENSO DELLE PERSONE COMUNI, DAL 1948 AL 1995 A OGGI
“Dal punto di vista della libertà Berlusconi utilizzò i social, ma non li utilizzò bene.” Il Presidente di Lodi Liberale Lorenzo Maggi ha voluto tornare su episodi politici, in particolare il Referendum, quando Silvio Berlusconi dovette organizzarsi per i dibattiti pubblici, senza mettersi in prima linea.
Carlo Momigliano ha raccontato la vicenda referendaria in cui dovette prendersi in carico di limitare Silvio Berlusconi nella sua battaglia, cercando di depoliticizzare il messaggio. “Questo libro non cerca consenso da nessuno. Descrive in maniera rispettosa e molto corretta e feroce questa visione pessimista dell’uomo, in generale, delle masse e della classe media ancora più in particolare. Un fil rouge che accompagna tutto il libro dalle stelle alle stalle. Il terzo elemento espone con altrettanto dettaglio e rispetto la giurisprudenza costituzionale in questo campo. Descrive la grande strategia del Berlusconi imprenditore e usa la tecnica del fallibilismo popperiano per distruggere una delle tesi più gettonate, quella dello screen slaver, ovvero che le classi medie siano schiavizzate dalla televisione.”
“L’atomizzazione della plebe è un fatto che scatena un argomentare molto ampio, si arriverà a pensare che la televisione possa essere al margine del consenso. Alberto Mingardi descrive l’art. 21 della Costituzione italiana, che concerne la libertà di esprimere il proprio parere personale. La legge, invece, mette in risalto la libertà di esprimersi, con il diritto di essere informati. Nel libro di Mingardi si coglie tutto il capovolgimento della Costituzione.”
“La televisione non vende le trasmissioni in sé, ma vende i prodotti della pubblicità, motivo per cui tutto deve essere massimizzato alla vendita del prodotto. Berlusconi è stato il protagonista della nazionalizzazione della TV commerciale, che diventa uniforme in tutto il paese. Dunque in seguito replica le reti, per rispondere alla TV pubblica, parificando a 3 reti con la controprogrammazione. Come IV elemento della strategia utilizza la promozione non stoccabile, cioè capire il momento di picco in cui inserire la pubblicità. L’ultimo elemento della strategia di Berlusconi, visto che non era gestito l’auditel ma c’erano le agenzie pubblicitarie, poiché all’epoca servivano dei mesi per capire il risultato, allora Berlusconi crea una rete vendite di venditori che vanno direttamente sui clienti nella catena corta. Berlusconi non riesce a comprare programmi attraverso la vendita delle pubblicità locali. Siamo nel 1978 e in corsa corregge l’errore!”
Sergio Scalpelli ha descritto il rapporto che c’era a Milano con il Mondo Fininvest, le relazioni che erano molto diverse, anche con i comunisti milanesi c’era una forte interlocuzione.
“Il monopolio del Big Tech attualmente fa paura. Ora si chiede il patentino per l’accesso ai social, per internet.” Il giornalista Stefano Magni è intervenuto per fare un confronto tra vecchie e nuove tecnologie. Quale la risposta alla nuova era, dei social network, dei new media che propongono giornalisti e intrattenitori che hanno più audience e follower dei media tradizionali?
“Le radio libere sono celebrate come un momento di auto liberalizzazione nel paese, ed è vero. Invece, la televisione, viene considerata un momento di imbarbarimento nel paese, sia per chi l’ha fatta, che per come. Tuttavia c’erano dei rapporti a Milano, come detto prima – ha detto Mingardi – anche con la sinistra. Leopoldo Elia è andato in RAI nel 1961, Enrico Manca pure, sono esponenti politici che sono stati parte della televisione da sempre, esperti nel settore, in questo contesto determinate candidature sono tollerate perché sono in fondo nel settore.”
“Berlusconi prese parte a una Festa dell’Unità, dopo aver raccolto le critiche propose un quesito, in un modo semplice, dicendo: ‘Sento di nuovo dire che in Italia come sempre, manca una legge, ma sarebbe stato meglio avere una legge o avere una televisione?’ Cioè è vero rispettare le norme o cercare di realizzare le proprie idee? E’ una domanda a cui anche i liberali possono darsi delle risposte diverse. In genere è sempre stato così: si riportano le colpe della corruzione della società ai nuovi media, ma in questo modo si pensa che le persone siano dei burattini, invece queste cose che non ci piacciono magari piacciono ai più.”
Martina Cecco

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome