La mentalità anticapitalista, von Mises a Lodi Liberale

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Lunedì 30 giugno, nella 320esima serata di Lodi Liberale è stato presentato il libro di Ludwig von Mises “La mentalità anticapitalista”, pubblicato da Istituto Liberale, insieme a Raimondo Cubeddu (Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni), Bernardo Ferrero (Vicedirettore di StoriaLibera), Luigi Valente (Social Media Manager di Istituto Liberale) e Jolyon Hine (Cofondatore dell’associazione Comitato Ventotene).

Nella giornata di oggi Lodi Liberale ha presentato un testo che non è noto a tutti perché appartiene a una scuola che non viene spesso presa in esame. Tuttavia uno dei più bei testi in merito alla Scuola Austriaca.

Nella serata ci sono due relatori nuovi, che possono aiutare a allargare il parterre di Lodi Liberale, perché non sia un consesso tra i soliti 4 gatti, come diceva Piero Ostellino, specialmente ai giovani.

Il primo relatore Bernardo Ferrero ha presentato il libro come un esempio di un tema molto importante e non dogmatico e non prasseologico, ovvero un libero che parla di altro, rispetto al solito, nella Scuola Austriaca.

“Mises in questo testo prende delle posizioni che non sono apodittiche, sono dei ragionamenti ipotetici che si basano su analisi non solo economici ma anche psicologici e sociologici.”

“Coloro che vogliono una società di piano vogliono mettere in rilievo solamente il proprio ego, anche per nascondere l’ordine complesso che trascende i nostri piani. Il desiderio di pianificazione trova di fondo una spiegazione psicologica, un disordine mentale.”

L’ordine capitalista è garante di un processo di selezione sociale, dove il capitale ogni istante viene canalizzato e diretto nelle linee di produzione che soddisfano maggiormente le esigenze del consumatore. Mises pensa ai mezzi di produzione e ai mezzi di capitale, come privati. Il termine era stato usato in maniera dispregiativa in Marx. in questo caso si tratta di un sistema di beni di produzione e di beni di capitale, che consentono una stima in termini monetari. Tutto viene tradotto con il termine capitale.

Nei sistemi socialisti esistono bene i beni di capitale, gli stadi intermedi nella produzione, come stadi che portano dalla concezione del progetto fino alla culminazione in un bene.

“Per Mises il sistema capitalista non si distingue dal punto di vista tecnico, è un sistema economico di ordine sociale, l’unico sistema che permette l’ordine sociale basandosi sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.”

“Una critica a Mises è probabilmente quella di chi ha sviluppato una distanza rispetto al concetto, ma oggi anche gli imprenditori di maggiore successo sono anticapitalisti, coloro che guidano le nostre società sono così, e noi come ce lo spieghiamo questo? Il saggio si chiama ‘Le radici psicologiche dell’anticapitalismo’ in un modo o nell’altro questo modo di pensare influenza indirettamente quasi tutti. Una sorta di idea che chi ha fatto i soldi sia nell’errore.”

“Il problema dell’invidia e del risentimento, condizioni umane che sono impossibili da immaginare, si riducono a una questione: esistono degli ammortizzatori sociali che possano ridurre questo genere di invidia per fondare la politica sociale? Una interessante analisi sarebbe quella di usare idee delle famiglie, corpo intermedi, il pensiero della chiesa, per sintetizzare il pensiero.”

Questo libro stimola a pensare alle lacune, specialmente quelle di ogni giorno.

Jolyon Hine è intervenuto per inquadrare dal punto di vista storico e sociale la questione della visione politica delle persone nell’Ancien Régime.

“Prima dello Stato liberaldemocratico moderno, l’individuo è un membro parte di tutto che solamente è inquadrato in una situazione di ceto, che lo separa dagli altri uomini. Storicamente gli individui non si sentivano parte di una Nazione nel complesso, ma parte di un’età nel senso di classe, condizione sociale, casta se vogliamo. Questa è una chiave fondamentale per comprendere il legame tra l’individuo e la società, perché si confrontavano solamente con il proprio ceto.”

“Nella società delle caste c’è molto meno di cui parlare, che non ora: l’appartenenza a un gruppo nazionale, etnico o quel che cambia, governa il pensiero relativamente al concetto della Giustizia distributiva. Se c’è un beneficio per il gruppo, allora si accetta lo status quo, altrimenti no. Politicamente questo ha un grande rilievo, c’è più preoccupazione per le disuguaglianze nazionali che globali, che vengono snobbate. Il giudizio sulla giustizia distributiva si ferma al proprio ambito, mentre il confronto con il resto del mondo rimane distante. Tuttavia anche il concetto di nazionalismo la gioca dalla sua parte: infine c’è un’origine che parte dal socialismo, che è molto diverso dalla liberaldemocrazia. L’egualitarismo che c’p in una piccola casta, passa dalla microsocietà alla macrosocietà.”

“Far comprendere che ognuno ha una posizione, nel capitalismo, che dipende dalle proprie azioni, fa comprendere, dice Mises, che tutte le disuguaglianze sono date dalle occasioni perse.”

Il pensiero liberale è cosmopolita ed ecumenico e il liberale è cosmopolita ed ecumenico a sua volta in relazione con il mondo, ha detto Hine. Un fatto di partecipazione soprattutto volontaria nella governance e non per coercizione, deve consentire di portare le lamentele, le persone hanno delle comunità precise e delle comunità personali, nel mondo, come enti sovrani non scelti, ovvero istituzioni che riflettono i sistemi valoriali degli individui.

Le considerazioni di Mises resistono alle prove della storia, nonostante quanto tempo passato, infine il capitalismo e il liberalismo non sono senza sostanza, nonostante tutte le limitazioni e le lamentele, le avversioni spesso basate sull’ignoranza e sulla limitazione nel comprendere come funziona l’economia.

Luigi Valente è intervenuto citando Alessio Cotroneo rispettivamente al motivo per cui molte persone si sentono anticapitaliste: si tratta di ideologizzazione e attribuiscono al capitalismo i danni fatti dallo Stato onnipotente, che ha limitato le conquiste del capitalismo. I giovani sono inquadrati fin da piccoli come anticapitalisti, in quanto a loro viene spiegato che siamo in regime di libero mercato, ma i problemi economici attuali sono determinati non certo dal capitalismo, ma dallo statalismo.

“Il nostro compito è di smontare le idee dell’uomo comune sul capitalismo. Mises scrive che il capitalismo sfrutta in realtà i bisogni dei consumatori di massa, producendo in massa. Nel regime antico a nessuno interessava la necessità delle masse fuori dal concetto di classe sociale. La società capitalista invece lavora in favore delle masse.”

“Molti anticapitalisti non hanno capito che la possibilità di criticare le scelte del mercato e del commercio, è dovuto ai risultati che il capitalismo ha portato ad oggi. Nel 2025 l’anticapitalismo è un fatto politico, diventato sostanzialmente mentalità dominante, che sta distruggendo tutto quello che è stato costruito. Un esempio è quello della stampa che, dopo molti esperimenti in oriente tutti rigettati dai governi, è stata concessa solamente quando in Germania è stato permesso di realizzare un macchinario funzionale, molti decenni dopo. Questo è un esempio di come il governatore possa determinare importanti limitazioni al progresso.”

Il professor Raimondo Cubeddu ha presentato questo libro non come il migliore di quelli di Mises.

“La cooperazione capitalistica ha avuto numerosi risultati nel suo percorso e Mises cerca di capire il motivo per cui essa sia spesso stata vituperata. Da questo punto di vista serve fare un salto indietro. Un salto che ha fatto anche Lorenzo Infantino nel suo ultimo libro in uscita in autunno, da Rubbettino. Il titolo era ‘La reazione totalitaria’ come una reazione a una novità che si stava prospettando, che era già stata annunciata da Hume, quando nelle sue opere aveva detto che il grande centro motore di tutta questa rivoluzione che è la modernità è stata la scoperta della proprietà privata, il fondamento di una società libera. Mises riprende questa idea fondamentale di Hume, che aveva sostenuto che la proprietà privata non è innata, ma un riconoscimento dei vantaggi della cooperazione, ovvero l’impegno per adoperarsi reciprocamente affinché la condizione personale migliori.”

“In Europa il problema è la visione del capitale, che viene ancora e tutt’ora letta attraverso il post marxismo. L’idea del Bene comune è profondamente diversa rispetto a quella del bene dello scambio di utilità individuali, dalle quali potrebbe venire anche un vantaggio comune. Mises spiega come fare, ma queste idee sono state sostituite dal concetto della redistribuzione, che potrebbe essere guidata da criteri etici, dove utile e uguale, libero e buono si sovrappongono. Evidentemente chi guarda il processo moderno dell’economia, non si rende conto di qualcosa di fondamentale: anche il mercato ha delle conseguenze non intenzionali, e non tutte le aspettative si realizzeranno. I tentativi di intervenire, come scriveva Mises nei sui saggi sull’interventismo, è l’idea che lo Stato con finalità etiche e redistributive, potesse tappare le lacune del mercato, attraverso la politica, nelle conseguenze inintenzionali della libertà individuali e dei risultati delle sttività di scambio. Da qui parte l’ideologia anticapitalista.”

Invece il capitalismo è creazione di nuove risorse e non sfruttamento delle risorse, ovvero chi acuisisce un vantaggio nel mercato lo fa perché interpreta le esigenze dei consumatori e dà delle risposte in termini di beni.

“Questo libro è importante perché si ricollega alla teoria del capitale, come teoria per la produzione al consumo, ovvero l’etica non può sostutire la teoria del capitale, fino a che noi penseremo che il mercato deve pagare anche i costi dello Stato etico, allora il problema è che non sempre quello che pensano gli uni corrisponde alle idee degli altri, ovvero nei confronti del successo, ad esempio.”

“L’invidia è un sentimento che non si può eliminare, sarebbe bene riuiscire a capire come mai ci sia invidia laddove vediamo che le persone hanno riconoscimento, noi pensiamo spesso che il riconoscimento altrui non sia meritato rispetto al nostro. Insomma l’idea che il Mercato debba avere una mentalità etica ha una origine molto antica. Anche Aristotele pensava al sistema degli scambi, ma non la vedeva come un soddisfacimento del benessere individuale che sarebbe poi riemerso nel collettivo, ma nelle finalità etiche di un individuo. Questo pensiero trova poi traccia in quello Cristiano. Non ritrovando nel mercato le caratteristiche di questo pensiero, ne vediamo le ostilità, che si risolvono nella redistribuzione, da una parte, il fissaggio di obiettivi etici, religioni, comunutari, dall’altra.”

I pensatori liberali vedono nello scambio il principio di arricchimento, per altri pensatori, no. In questo secondo caso il finalismo diventa la funzione entro cui gestire il libero mercato.

Martina Cecco

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