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    Randolfo Pacciardi: profilo politico dell’ultimo mazziniano

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Stefano Disegni e Greg: due artisti tra musica e fumetto

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Stefano Disegni e Greg: due artisti tra musica e fumetto

di GIANNI CELA

Stefano Disegni e Claudio Gregori, alias Greg, sono due artisti dai molti talenti e con una caratteristica in comune: il grande amore per il fumetto e per la musica, in particolare il rock ‘n’ roll, e su questi due argomenti abbiamo ascoltato i loro pareri. Prima, per i pochi che non dovessero conoscerli, riassumiamo la storia delle loro carriere.

Stefano è autore e disegnatore satirico, autore televisivo, scrittore, nonché motociclista duro e puro e, naturalmente, musicista. Tra le tappe fondamentali della sua carriera, ricordiamo gli inizi con Radio rabbia alternativa, libro di satira sul mondo delle radio della sinistra (era la fine degli anni ’70) e del loro modo di parlare: poi iniziarono le collaborazioni con “la Repubblica†“Il Manifestoâ€, “Paese Sera†e così via. Una tappa molto importante fu l’inizio della collaborazione con Massimo Caviglia, durata (con il marchio Disegni & Caviglia) fino al 1997, e con cui lavorò al satirico “Cuore†(di cui Disegni è stato anche direttore) e insieme al quale approdò in TV, negli anni ’80, nella trasmissione Lupo Solitario dove i due parodiavano a fumetti i film più (e meno) quotati. E’ di questo periodo l’invenzione dello Scrondo, un piccolo mostro verde, con la coda e i capelli biondi, sgraziato, politicamente scorretto, volgare, e con uno spiccato accento romanesco, ma dalle battute fulminanti e irresistibili: nato come fumetto, divenne personaggio televisivo in carne e ossa nelle trasmissioni Matrioska e L’araba fenice. La collaborazione tra Stefano e Massimo portò in seguito a pubblicare, nel ’92, Razzi amari, primo musical a fumetti della storia, con allegata musicassetta da ascoltare durante la lettura, con pezzi cantati e suonati da Stefano con il suo Gruppo Volante. A questo fece seguito, nel ’95, Il figlio di Razzi amari, secondo musical a fumetti della storia, anche questo con cassetta allegata, dove Stefano stavolta cantava e suonava l’armonica con gli Ultracorpi.

Ricordiamo, poi, le molte vittorie al Premio per la Satira di Forte dei Marmi, sia con Caviglia che da solo, sia con le testate giornalistiche con cui ha collaborato, sia con le trasmissioni televisive di cui è stato autore. Tra le collaborazioni giornalistiche di Stefano, oltre a “Cuoreâ€, sono da citare quelle con il “Guerin Sportivoâ€, “Linusâ€, “L’Unitàâ€, “La Motoâ€, ma soprattutto con “Ciak†e il “Corriere della Seraâ€, sui quali da anni pubblica le sue strips. E’ attualmente direttore del “Misfattoâ€, il settimanale satirico del quotidiano “Il Fatto Quotidianoâ€.

Ha pubblicato varie raccolte delle sue strisce, tra cui Ve lo do io il bel calcio, Telescherno, Al cinema con Stefano Disegni, e soprattutto il mitico Due ruote e una sella, sul mondo dei motociclisti visto da uno di loro. L’ultima uscita è stata Indemoniato!.

Come scrittore ha pubblicato vari libri: citiamo La coscienza di Zen, Dodici atti impuri, Non sai che t’aspetta, uomo!, e alcuni libri per bambini.

Come autore televisivo ha collaborato a trasmissioni come Convenscion, Mediamente, Crozza Italia, Cronache Marziane, Ciro Visitors, Tintoria. Occasionalmente, è anche attore: è stato il Dottor ASL – parodia del Dottor House- nel pluri-replicato Tintoria.

E’ un valente armonicista, cantante e autore di canzoni e attualmente il suo gruppo è Ruggine…

Greg è attore, e, in coppia con il suo storico partner Pasquale Petrolo, alias Lillo, forma un celebre ed esilarante duo; è talentuoso chitarrista e compositore; illustratore autore e disegnatore di fumetti e, insieme a Lillo, autore e conduttore radiofonico. Ha pubblicato nel 2007, in coppia con Lillo e con la collaborazione di Fabrizio Trionfera, Questo libro cambierà la vostra vita’e, da solo, sempre nel 2007, AgGregazioni. Dal 2005 al 2008 Greg e Lillo hanno collaborato con “La Repubblicaâ€.

Greg inizia la sua carriera come autore e disegnatore di fumetti: i suoi personaggi sono Sergio e i Sottotitolati. Nella stessa casa editrice per cui lavora, la ACME, Greg conosce Lillo, anch’egli autore dei suoi personaggi a fumetti, e da lì inizia la loro storica collaborazione. Quando la casa editrice fallisce, i due decidono, nel 1991, di dare vita, insieme a Paolo Di Orazio, al gruppo rock-demenzial-cabarettistico Latte & i suoi derivati, che, dopo un inizio poco incoraggiante, incontra il successo e pubblica diversi CD: da Greatest Hits a 57 quaranta 170 06 per chi chiama da fuori Roma, a 22 celebri motivi… per sognare, a Sei sicuro che era solamente tabacco?, a Noi e gli animali. Greg, del resto, aveva già militato in altri gruppi musicali, di cui il più importante era stato quello dei Jolly Rockers.

Nel 1997 Greg dà vita ai Blues Willies, con musicisti di prim’ordine, e dove spicca la personalità del fantasmagorico Max Paiella: i fratelli Maranzano (questo il loro nome d’arte) propongono classici blues, swing, rock ‘n’ roll, r’n’b d’annata e ironici brani originali. Oltre a pubblicare due CD, Greg & the Blues Willies e Suonare Stella, hanno partecipato a varie trasmissioni televisive, tra cui Mmhhh con Serena Dandini, Telenauta ‘69, poi Bla bla bla e Suonare Stella. Si sono inoltre esibiti al Concerto del I Maggio a Roma.

Dal 2004 Greg e Lillo sono autori e conduttori della fortunata trasmissione radiofonica 610, in onda su Radio 2, insieme all’altro conduttore Alex Braga e con la regia di Fabrizio Trionfera: tra i vari personaggi, tormentoni e gag spicca, interpretato da Greg, l’esilarante opinionista grande capo indiano Estiqaatsi.

Le partecipazioni di Greg e Lillo a trasmissioni televisive sono moltissime, e tra queste ricordiamo: Le Iene, di cui sono tra i fondatori, L’ottavo nano con Serena Dandini e Corrado Guzzanti, B. R. A. Braccia Rubate all’Agricoltura di Serena Dandini, ed anche Abbasso il frolloccone e Un medico in famiglia. Inoltre commentano le puntate dello show giapponese Takeshi’s Castle. Poi ancora Parla con me, della Dandini, con la parodistica Greg Anatomy, e Victor Victoria e Mettiamoci all’opera. Sono ospiti di Sanremo 2011, nella serata dei duetti, con Max Pezzali, e, attualmente, prendono parte al nuovo programma di Serena Dandini The show must go off su La 7.

Al cinema Greg è protagonista di Tre mogli di Marco Risi, partecipa al corto Gix di Monica Zullo ed è premiato al Fano Film Festival Internazionale come attore protagonista nel corto Metodo di Chiara Siani; è inoltre protagonista de Il fascino discreto della parola, corto di Maurizio Costanzo. In coppia con Lillo citiamo la partecipazione a Blek Giek di Enrico Caria, e Lillo e Greg- The movie, composto da una serie di sketch.

Innumerevoli, poi, i lavori teatrali che Greg e Lillo scrivono e interpretano o che scrive uno e interpretano entrambi. Ricordiamo, tra gli altri, 57 quaranta 170 06 per chi chiama da fuori Roma, Il mistero dell’assassino misterioso (riproposto anche da Rai 2), Work in regress, The Blues Brothers- il plagio, La baita degli spettri, Rockandrology, interpretato dai Blues Willies, AgGregazioni, tratto dal libro omonimo, Intrappolati nella commedia, e, ancora, La Dolce Diva- Burlesque Show e il surreale L’uomo che non capiva troppo.

Chiediamo ai due poliedrici artisti:

Oltre ad essere molte altre cose, siete entrambi disegnatori-autori di fumetti e musicisti: in che maniera si è sviluppato in voi questo intreccio, e che influenze reciproche hanno avuto musica e arti visive (fumetto, illustrazione, pittura) nella vostra formazione?

Stefano: Per me non è stata una decisione a tavolino, quella di passare dal fumetto alla musica e viceversa. Fumetti e musica (rock ) sono sempre stati qualcosa che ha accompagnato tutta la mia vita fin dalla più tenera età, sia letti e ascoltati che disegnati o suonati in prima persona. Ad essere sincero non mi sono mai soffermato troppo a chiedermi cosa stessi facendo e perché. Si è trattato di un’eruzione spontanea continua, non poteva accadere diversamente. Così sono stato un ragazzino tutto rock e fumetti che hanno finito per permeare indelebilmente anche l’adulto. E mi piace pensare che quel ragazzino sia ancora qua da qualche parte, non nell’infantilismo, ma nella curiosità tipica e nell’onnipotenza dei ragazzi che fanno le cose e basta, sarà la realtà poi a decidere se le sanno o non le sanno fare. Io l’ho fatto, coniugare le due cose che amo di più in un’unica proposta, si chiamava Razzi Amari, il protagonista del fumetto cantava le canzoni che potevi ascoltare in cuffia, cantate da me con la mia band. Musica e fumetti, in fondo sono due strumenti al servizio di una stessa esigenza, almeno per me: narrare. Raccontare storie con consistente tasso di emozioni da condividere con gli altri. E’ quello che faccio praticamente da tutta la vita, divertendomi e stupendomi a volte di essere pagato per questo.

Greg: Non saprei dirlo con esattezza. Credo sia un’alchimia sviluppatasi in parallelo. Ricordo che a cinque/sei anni disegnavo, seduto al tavolo di formica azzurra della cucina, mentre alla radio passavano i brani dei Beach Boys, dei Beatles e di Tom Jones. Oppure mentre ascoltavo i dischi di Jazz e di Swing di papà. Lui dipingeva quadri d’Impressionismo astratto. Li trovavo perfettamente fusi con la musica di King Oliver e di Fletcher Henderson.

A mio parere nella storia della musica popolare americane e in arte in quella dell’arte visiva italiana è possibile individuare un continuum fluido, un gioco di richiami e rimandi tra forme alte e basse che non esiste, invece, nella storia della musica italiana, dove le divisioni tra musica colta, leggera, e popolare sono più nette, e, tutto sommato, creano tante fette di ascolto di nicchia, ma che, in fondo, sono una povera eredità di una grande tradizione musicale: che ne pensate e, se siete d’accordo, quali potrebbero essere le cause di questo fenomeno?

Stefano: E’ senz’altro vero: il continuum di cui parli, nella musica americana, è dovuto, secondo me, ad una assenza di pregiudiziali nei confronti dell’espressione artistica povera o popolare che viene considerata non già in base a criteri di confronto con una presunta musica nobile (che peraltro in America non c’è o non è influente, non avendo quel paese tradizioni e radici culturali antiche come le nostre, voglio dire in America c’è stato il gospel ma non certo il Barocco) ma in base alla capacità di coinvolgimento dell’ascoltatore, qualsiasi sia il genere.
Da noi c’è stato il bel canto, la melodia, la musica alta, i grandi maestri: un tacito continuo riferimento, con confronto e complesso di inferiorità, ha fatto sì che soltanto negli ultimi decenni si siano affrontate avventure musicali infischiandosene del suddetto complesso e cantando con l’anima piuttosto che con la tecnica.
Per l’arte visiva è stato diverso: in Italia, non so per quale motivo, sarà l’aria, la ricerca artistica è stata incessante da sempre, con artisti che si sono mossi in totale libertà tracciando spesso la strada a movimenti nati all’estero, utilizzando tecniche di ogni tipo.

Greg: Io sono fortemente convinto che l’Arte negli Stati Uniti abbia avuto tre precise matrici: quella Afroamericana, quella Ebraica e quella Italiana. Il primo brano di Jazz inciso (1917) fu Tiger Rag, scritto e suonato da Nick La Rocca, un cornettista nato a New Orleans da genitori siciliani. Ma di cognomi palesemente italiani ne troviamo a migliaia nella musica, nel cinema, nella letteratura ed in qualsiasi corrente artistica che abbia influenzato il Nuovo Mondo. Quindi non mi sento così distante dalla musica d’oltreoceano.
Non va nemmeno dimenticato che in Italia il filo della nostra tradizione musicale si è interrotto quando arrivò il Jazz. I compositori nostrani si uniformarono immediatamente ai nuovi ritmi e non fu più possibile tornare indietro. Dopodiché giunsero lo Swing, il Rock’n’Roll, il Beat, lo Shake, il Folk, il Rock e la musica italiana fu decisamente seppellita.

Che ne pensate della musica leggera (pop, rock ecc.) attuale, in generale, rispetto a quella degli anni ’60 e ’70 e del fumetto italiano attuale (con le sue filiazioni artistiche) rispetto a quello del periodo, a mio parere innovativo, della fine degli anni ’70?

Stefano: La musica leggera o pop attuale, paga, a mio avviso, una grossa mancanza: quella di un establishment musicale da contrastare, da ribaltare, da far saltare. Oggi non c’è musica in contrapposizione che proponga modi forti e creativamente urticanti rispetto alla musica di consumo. L’ultima innovazione dei linguaggi secondo me risale agli anni ’90, poi tutto è stato assimilato, digerito, riproposto o quando va bene…rappato. Negli anni ’60 e ’70 ogni giorno nasceva un linguaggio nuovo, ogni giorno esplodeva una nuova fisionomia artistica. Oggi al massimo si scimmiottano quei linguaggi sapendo che funzionano, ma non c’è molto di innovativo.
Quanto al fumetto, la penso diversamente: la differenza non è nell’assenza di talenti che possano reggere il confronto con i disegnatori di allora, dirigo un giornale di satira e mi arrivano proposte di tanti giovani disegnatori bravissimi e innovativi.
Oggi la differenza con gli anni ’70 e ’80, quelli per intenderci in cui sono nato professionalmente io, è nella drammatica mancanza di spazi.
Prima in edicola c’erano un florilegio di riviste a fumetti, preziosa palestra per chi voleva fare questo mestiere. Ora la carta stampata è in crisi, non ci sono giornali a fumetti o di semplice umorismo disegnato, forse inevitabilmente viste le nuove tecnologie, Internet per prima; ed è difficilissimo per chi ha una buona mano e intelligenza narrativa trovare spazi per far arrivare il proprio prodotto al pubblico.

Greg: Negli anni Settanta ancora c’era una divisione al 50 per cento tra musica commerciale ed alternativa ed entrambe erano di ottima fattura. Il decennio successivo già vede restringersi drasticamente la nicchia della musica alternativa, mentre quella commerciale diventa sempre più discutibile. Si arriva negli anni Novanta, dove troviamo una nicchia assai esigua e l’egemonia di una musica commerciale di bassissima qualità.
Oggi c’è molta confusione. In Italia non esiste il Rock, ma soltanto una pletora di cantanti di musichetta leggera, da vasco rossi a gianna nannini, dai negramaro a fabrifibra, dai tiro mancino a ligabue. Per non parlare delle gabbie aperte da trasmissioni televisive come i vari Io canto, x-factor e Amici. Negli States, forse, qualcosa di meglio c’è. Ma anche loro hanno una bella immondizia da gestire, tra rihanna, shakira, mika e tutta la corrente r’n’b e hip-hop.

Senza pensarci troppo: quale autore vi ha influenzato di più graficamente e quale musicalmente?

Stefano: E’ una domanda difficile, sono troppi quelli che ho trovato grandi e che consapevolmente o no, possono avermi influenzato: Schulz senza dubbio, per la sua capacità di raccontare mondi con quattro segni, Johnny Hart che con l’assurdità delle storie di B.C. mi ha affascinato con l’imprevedibilità folle delle battute, Walt Kelly con la surrealtà pura delle storie della Palude di Okefenokee…e poi Moebius per la totale libertà creativa che si permetteva infischiandosene a volte persino della comprensibilità delle storie a vantaggio del fascino delle immagini. E poi Altan, le cui battute sono un grandissimo esempio di come si possa fare satira usando il cervello senza mai puntare ai bassi istinti, leggi parolaccia facile. Musicalmente, io sono esattamente la generazione che vide la luce grazie ai Beatles, che aprirono praterie di colori e fantasia musicale, anticipando praticamente tutto quello che è stato fatto dopo, insegnando che si poteva perfino distruggere quanto fatto poco prima a vantaggio del nuovo. Un grande insegnamento. Poi crescendo, assolutamente Rolling Stones, sesso, rock e vita veloce, forse quelli che amo tuttora di più. Ho avuto anche un grande amore, non ancora cessato per Brian Eno e tutto ciò che ha prodotto, Talking Heads per primi. Ma anche qua se mi metto a pensarci non la finisco più, meglio fermarsi.

Greg: Ho tre riferimenti grafici: Robert Crumb, Benito Jacovitti ed Elzie Crisler Segar, in questo ordine. Nella musica invece ho tratto ispirazione da Buddy Holly, inizialmente, poi da Chuck Berry ed adesso da Brian Wilson.

Queste le opinioni dei Nostri su rock ‘n’ roll e fumetti e, per concludere, un consiglio: se capitate dalle parti di un concerto dei Ruggine o dei Blues Willies non ve lo perdete per niente al mondo…

Per la redazione dell’articolo, l’autore ringrazia Chiara C. per la collaborazione.
© Artapartofculture

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Marco Pannella. Biografia di un irregolare

Posted in Personaggi | Posted by redazione
Marco Pannella. Biografia di un irregolare

di LUCA BAGATIN

Sarà anche sin troppo elogiativa, ma, la biografia di Marco Pannella scritta dal giornalista Valter Vecellio, “Marco Pannella. Biografia di un irregolare“, edito dalla Rubbettino, è indubbiamente il primo ed unico documento che racconta per filo e per segno chi è e chi fu il leader radicale.

Potrebbe apparire strano che una biografia sia scritta prima della dipartita dell’attore principale, ma ciò non fa che renderla contemporanea, attuale.

Come attuali sono le battaglie che conduce il Partito Radicale o come cavolo si chiama di volta in volta (Lista Pannella, Lista Bonino, Rosa nel Pugno…).
Il Partito Radicale di Pannella, come ci racconta lo stesso Vecellio, può dirsi continuatore, per molti versi, di quel Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici che fu messo in piedi gli intellettuali laici che, negli anni ’50, si raccolsero attorno al settimanale liberale “Il Mondo”: Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Niccolò Carandini, Leopoldo Piccardi, Ugo La Malfa e molti altri.

Il “primo” Partito Radicale, era forse un po’ più “austero”, ma aveva gli stessi caratteri di lotta ai privilegi ed alle corporazioni del partito radicale pannelliano.

L’avventura degli Amici del Mondo si concluderà presto e quei radicali finiranno chi nel Partito Repubblicano (la maggioranza), chi nel Partito Socialista, chi fonderà il Partito Radicale che erediterà Pannella.
La biografia di Vecellio parte dalle origini del Nostro: abruzzese di Teramo nato il 2 maggio 1930, battezzato Giacinto in ricordo dello zio ma chiamato dalla madre, Andrea Estechon, di famiglia svizzera francese, Marco. Sarà dunque la madre ad iscrivere il figlio in una delle tre scuole Montessori d’Italia, prima che siano bandite dal fascismo, assieme alla sua fondatrice.

Nel 1938, il bambino Pannella, seguirà corsi di scherma e violino, sotto l’insegnamento del professor Righetti, antifascista e repubblicano, e sarà proprio da lui che inizierà a respirare la prima aria liberaldemocratica.
Pannella, di quegli anni, come racconta a Vecellio, ricorda ancora la sua prima fidanzatina, Adria, che un giorno però non incontrò più e scoprì in seguito che se ne era dovuta andare con la famiglia perché ebrea: erano gli anni delle leggi razziali e quell’episodio fu decisivo per Pannella e per le battaglie per i diritti umani che intraprenderà negli anni a venire.
Un altro episodio segnerà la sua futura connotazione politica, ovvero quando fu ospite di una coppia, nell’alta Savoia, ove era stato spedito dalla famiglia per studiare. La coppia era così mal assortita che litigava tutte le sere e fu allora che iniziò a sentir parlare di divorzio e poi persino di obiezione di coscienza perché, in quegli anni, il figlio della coppia era partiti militare e temava lo scoppio della Guerra.
E’ così che, durante la Seconda Guerra Mondiale, il giovane Marco inizia a leggere “Risorgimento Liberale”, il foglio clandestino antifascista del Partito Liberale Italiano, fondato e diretto da Mario Pannunzio.
Marco Pannella si sente dunque un liberale, in particolare ricordando che l’Unità d’Italia l’hanno fatta i liberali, mentre l’altro punto di riferimento dell’epoca, ovvero il comunismo, non lo attira a causa della dittatura bolscevica.

Il giovane Pannella matura anche l’idea di andare a parlare con il filosofo Benedetto Croce, per convincerlo ad appoggiare la marcia per Trieste italiana e liberale e ci riesce. A Napoli, a casa di Croce, scopre persino di essere legato a lui da lontana parentela.
Da allora, Pannella, inizierà la militanza nel PLI, ovvero nella Giovane Sinistra Liberale e nell’Unione Goliardica Italiana, che allora raccoglieva laici, liberali, socialisti e repubblicani nelle Università.
Sono gli anni ’50 e di qui all’incontro con gli Amici del Mondo e dunque alla fondazione del Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici (che comprenderà liberali di sinistra ed ex del Partito d’Azione), il passo è breve.

Non manca, nella biografia di Vecellio su Pannella, un capitolo dedicato agli amori del Nostro.
Pannella ne ha avuti molti, vista anche la sua prestanza fisica ed i suoi occhi azzurri. Affascina, con il suo sguardo, persino Paola Fallaci, sorella di Oriana, la giornalista Natalia Aspesi e Sabina Ciuffini, allora valletta di Mike Bongiorno. Ma l’amore della sua vita è e rimane Mirella Parachini, di ventisei anni più giovane di lui, con la quale ha vissuto sempre un rapporto franco ed aperto.

E poi, ma chi l’avrebbe mai detto che Marco Pannella, abituato agli scioperi della fame, fosse in realtà un abile cuoco ? Fra i radicali sono ancora molti, come documenta Vecellio, che ricordano i suoi conditissimi ed abbondanti piatti di spaghetti. Cucinati anche quando lui faceva i digiuni.
Digiuni di dialogo, a sentire Pannella. Mai ricattatori. Digiuni che hanno origine con i famosi Sathyagraha di Gandhi, per lottare in maniera nonviolenta contro gli inglesi oppressori.
Il primo digiuno Pannella lo portò avanti a Parigi, negli anni ’60, quando era corrispondente del quotidiano “Il Giorno”, per la libertà dell’Algeria.
In Francia diverrà così popolare che persino il celebre scrittore e drammaturno Eugnène Ionesco ne diverrà amico e si iscriverà al Partito Radicale.
Saranno, del resto, moltissimi gli intellettuali che daranno fiducia a Pannella ed al PR: Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini, Vladimir Bukowskij e numerosi altri. Sciascia sarà persino eletto deputato radicale in Parlamento ed a lui, così come ad Enzo Tortora, Pasolini, Pannunzio e Rossi sarà dedicato un capitolo a parte.

Pannella non è dunque solo il paladino dei diritti civili, del divorzio, dell’aborto, del voto ai diciottenni, delle primissime lotte per gli omosessuali con il FUORI! e quelle femministe, ma anche colui il quale, attraverso il determinante contributo di Luca Coscioni, negli anni 2000, porrà al centro della politica la libertà di cura per i malati. Malati di sclerosi laterale amiotrofica come Luca, e non solo.
Luca Coscioni, ricordano Pannella e Vecellio, fu censurato dalla classe politica italiana: a sinistra non vorranno candidare Liste Luca Coscioni, mentre a destra, non vorranno parlare di libertà di cura.

Però quella battaglia, quelle battaglie, non sono mai morte, al punto che oggi, in Parlamento, siede la vedova di Luca: Maria Antonietta Farina Coscioni, una fra le parlamentari più presenti e produttive.
Nelle biografia scritta da Vecellio, di Pannella c’è molto, molto altro: c’è il rapporto con i socialisti di Craxi, ma anche quello con i comunisti.
L’utopia pannelliana era e forse sarebbe quella di rinnovare la sinistra, o, meglio, di democratizzarla. Ci provò persino con Berlusconi, nel ’94, quando sembrava l’erede di quella destra storica, che in realtà è la sinistra liberale. Ci ha provato con Bersani, tentando di democratizzare il Pd, anche qui, fallendo.

Il Partito Radicale sopravviverà a Pannella, si chiede l’ultimo capitolo della biografia ? Mah, chissà.
La cosa fondamentale e prioritaria è, ad ogni modo, quella di conoscere la storia, le storie radicali, così vilipese e nascoste dalla vulgata partitocratica e mediatica.
Storie di un’Italia libera e democratica, che, purtroppo, è inconsapevole di sè stessa.

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Il compagno Napolitano

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Il compagno Napolitano

di LUCA BAGATIN

Lanfranco Palazzolo, romano, classe 1965, è militante repubblicano di lungo corso, nonchè giornalista di Radio Radicale ed autore di numerosi saggi e libri-inchiesta.
Ricordiamo qui il libro su Leonardo Sciascia deputato radicale; i discorsi parlamentari di Marco Pannella; il libro relativo agli scritti ed ai discorsi di Enzo Tortora sulla giustizia giusta; il libro-inchiesta sull’ex Presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy e le sue simpatie fasciste; quello sulla Banca Nazionale del Lavoro e “Fumus persecutionisâ€, che mette a nudo le regalie di assoluzioni ed impunità dei parlamentari durante la XVI legislatura. Tutti editi da Kaos Edizioni.
Oggi Lanfranco ha dato alle stampe “Il compagno Napolitano†(Kaos Edizioni), un dossier sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano ed “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliattiâ€, ovvero una riedizione di un romanzo di fantapolitica degli anni ’50.
Ma vediamo di approfondire, assieme a Lanfranco, le tematiche relative ai suoi libri e di parlare un po’, con lui, di attualità politica.

Luca Bagatin: Sei il primo giornalista che, obiettivamente, ha scritto un libro che racconta dell’imbarazzante passato comunista del Presidente della Repubblica.
Com’è nata quest’idea ?

Lanfranco Palazzolo: L’idea non è mia. Alla fine dello scorso luglio, l’editore Kaos mi aveva proposto di fare una ricerca su Napolitano. Invece di fare questa ricerca ho scritto il ‘Compagno Napolitano’. Alla fine di agosto, quando l’editore è tornato dalle vacanze si è ritrovato il libro sul tavolo. Nei mesi di settembre ed ottobre abbiamo curato i particolari del libro. Sapevamo che questa raccolta di interventi non avrebbe aumentato la nostra popolarità. Da parte nostra non c’era nessuna intenzione di toccare la figura del Capo dello Stato, ma solo di mettere i puntini sulle i per far capire agli italiani come si forma un “grande†politico.

LB: Che cosa “svela”, di nuovo “Il compagno Napolitano” ?

LP: “Il libro è utile per le giovani generazioni e per chi si è formato un’idea sbagliata su Giorgio Napolitano. Molti immaginano questo personaggio come un moderato del PCI. Invece, per molti anni non lo fu. Si è creato il mito del comunista moderno e aperto all’Occidente. Invece Napolitano rimase ancorato all’orbita del mondo comunista fino agli sgoccioli chiedendo che non fosse sciolto il Patto di Varsavia, non fosse riunificata la Germania e impedendo il passaggio dei parlamentari comunisti, nell’estate del 1989, nel gruppo parlamentare del socialismo europeo. Il libro è tutto un programma. La serie degli interventi del ‘Compagno Napolitano’ si apre con un durissimo intervento contro la Nato a Napoli. Napolitano è stato il più conformista dei comunisti. Ha fatto carriera politica lavorando, ma anche evitando di guardare in faccia i compagni. Del resto, la sua carriera spiccò il volo all’indomani del discusso intervento a favore dei carri armati sovietici in Ungheria. Napolitano svolse quell’intervento per distruggere Antonio Giolitti con uno scopo ben preciso: farsi strada nel PCI. In quel caso fu bravissimo.

LB: Il tuo spirito intransigentemente anticomunista, oltre che informativo, peraltro, non si è fermato ed hai riesumato addirittura un romanzo di fantapolitica risalente agli anni ’50, pubblicato dalla DC per contrapporsi al Fronte socialcomunista…

LP: Non sono anticomunista. Non mi piacciono le semplificazioni dell’ideologismo. Queste manipolazioni portano solo a perseguire una linea politica di rigido realismo politico. Quando i comunisti vanno al potere diventano come i loro predecessori, anzi peggio di loro. Il governo in carica è lo specchio di questa tattica. Purtroppo si tratta di una logica aberrante. Quando ho deciso di pubblicare ‘5 anni di Governo Togliatti’ l’ho fatto perché pensavo che il comunismo di ieri fosse come quello di oggi. Il fatto stesso che una delegazione del PD si reca ancora sulla tomba di Togliatti è a dir poco illuminante.

LB: Puoi raccontarci qualcosa, in anteprima, di “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliatti” ?

LP: Il libro riporta alla luce un opuscolo della Dc realizzato durante le elezioni politiche del 1953 per dimostrare cosa sarebbe successo all’Italia se il 18 aprile del 1948 avessero vinto i comunisti. Da repubblicano ho visto la sorte che, nella finzione del racconto fantapolitico, tocca a Randolfo Pacciardi. Il nostro amato leader repubblicano, pur di non essere fucilato dai comunisti, si uccide in carcere. Credo che se lo avessero preso per farlo fuori, Pacciardi avrebbe fatto proprio così per non dare ai comunisti la soddisfazione di impallinarlo.

LB: Kaos Edizioni e Stampa Alternativa. Due case editrici di controcultura con le quali sei riuscito a pubblicare i tuoi saggi…

LP: Averli pubblicati con queste due case editrici è una fortuna. Non le cambierei mai con una grande casa editrice. La Rizzoli, tanto per non fare nomi, due libri così non me li farebbe fare.

LB: C’è spazio, secondo te, oggi, per la saggistica “scomoda”, non convenzionale, o, meglio ancora, lontana dalla cosiddetta “egemonia culturale” della sinistra cattocomunista ?

LP: No, i cattocomunisti sono troppo potenti.

LB: Sei un repubblicano di lungo corso, già giovanissimo nella Federazione Giovanile Repubblicana. Che cosa ti ha spinto, sin da ragazzo, ad iscriverti al partito di Giuseppe Mazzini ?

LP: Credevo che ci fosse una sinistra diversa da quella comunista. Con gli anni mi sono reso conto che quel tipo di cultura ha divorato e cannibalizzato i nostri ideali per riutilizzarli nel peggior modo possibile. E’ la storia di Mazzini che sposa Marx. Mi sembra che la storia sia andata diversamente. Purtroppo questa è l’altra faccia del cattocomunismo: mi riferisco al Laico-comunismo.

LB: Che ne pensi, obiettivamente, della politica di oggi?

LP: Mi sembra che tutti siano schifati della politica. Non sono d’accordo con questo schifo per due ragioni: io ci vivo tutti i giorni e non voglio fare la figura del masochista; negli anni ’70 la gente moriva per la politica. Oggi mi sembra che la politica non produca morte, ma solo disgrazie. Direi che è un passo avanti.

LB: C’è spazio, a tuo parere, per un’alternativa laica e repubblicana ?

LP: Dovrei dire di sì. Ho l’impressione che molti, soprattutto coloro che non si sono formati con la cultura mazziniana e democratica, abbiano operato una sorta di furto e di saccheggio nei confronti di questo patrimonio. Mi riferisco alla Chiesa, che ha partecipato in pompa magna alle celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello Stato Unitario e alle forze di sinistra, le quali hanno sempre disprezzato gli ideali del Risorgimento associandoli al fascismo. Di fronte a questa sorta di trasformismo culturale i veri repubblicani sono rimasti pochi. Dovrebbero avere più coraggio e impedire certe appropriazioni indebite. Tuttavia, devo constatare che sono stati proprio molti di loro ad incoraggiare questa pessima operazione di furto culturale. Il fatto che il PRI sia andato nel centrodestra è stata la conseguenza estrema di questa situazione.

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

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Omaggio a Lelio Luttazzi

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Omaggio a Lelio Luttazzi

Sabato 3 dicembre, alle 21.00 Casa del Jazz e Fondazione Lelio Luttazzi hanno presentato “Omaggio a Lelio Luttazziâ€, a cura di Dario Salvatori. Nel corso della serata, è stato mostarto al pubblico il cofanetto “Il cinema di Lelio Luttazziâ€, prodotto da Sergio Cossu, etichetta Blue Serge, da un’idea di Paolo Mosele e Rossana Luttazzi, contenente due cd con il meglio delle colonne sonore scritte da Luttazzi per il cinema dal 1956 al 1976, premiato al MEI con il premio speciale colonne sonore.
Il Progetto Urban Fabula, ha presentato il nuovo lavoro discografico del Trio di Seby Burgio (pianoforte, Alberto Fidone contrabbasso e Peppe Tringali batteria), giovani e talentuosi vincitori della prima edizione del Premio Lelio Luttazzi 2011, nel luglio scorso a Trieste.

Il cinema di Lelio Luttazzi” è la prima antologia delle musiche – in massima parte inedite su vinile e cd – scritte per il cinema dal Maestro Luttazzi utilizzando i master originali, ripuliti e digitalizzati per la prima volta, grazie ad un accordo col gruppo Sugar che ha acquisito i diritti dalla Cam, e con la collaborazione della Titanus, della Warner, della Universal e della Carosello. Il cofanetto è una preziosa testimonianza del talento di un grande compositore italiano e di un felice momento del cinema del nostro paese, attraverso i soundtracks di film come “Souvenir d’Italieâ€, “Totò Peppino e la malafemminaâ€, “Promesse di marinaioâ€, “Le bellissime gambe di Sabrinaâ€, “I due gondolieriâ€, “Risate di gioiaâ€, “L’ombrellone†e molti altri, firmati da registi come Dino Risi, Steno, Luciano Salce, Sergio Corbucci, Mario Monicelli. Questo doppio cd contiene inoltre anche il prezioso inedito del 1965 “Chi siete?â€, uno splendido brano scritto da Lelio Luttazzi e cantato da Mina. Nella brochure del cofanetto sono contenuti scritti di Piera Detassis direttore di Ciak e del Festival internazionale del Cinema di Roma, del regista Pupi Avati, del critico cinematografico Lorenzo Codelli, del producer Sergio Cossu e del critico musicale Dario Salvatori.

“Il cinema di Lelio Luttazzi” «è un excursus di storia della musica del cinema italiano nel quale il Maestro Lelio Luttazzi con il suo genio compositivo e la grande conoscenza del linguaggio e dell’estetica musicale, ha sottolineato con le sue composizioni, il cambiamento dei costumi e del linguaggio stesso degli italiani, che via via la produzione cinematografica proponeva. Con le sue canzoni , i temi orchestrali di grande respiro, Luttazzi ha spaziato dall’orchestrazione classica e operistica a quella americana ( alcune pellicole prendono le sembianze sonore di una produzione d’oltreoceano e a queste, nulla hanno da invidiare) ha creato dei veri e propri “mondi sonoriâ€che fanno ormai parte del nostro “italico sentire collettivoâ€. Ma primo fra tutti il suo immancabile e personalissimo jazz. In questa sorta di antologia, anche gli “addetti ai lavoriâ€, gli amanti di quell’Italia che “lasciava o raddoppiava†potranno scoprire l’evoluzione della musica nella cinematografia italiana e la grande capacità del Maestro Lelio Luttazzi, di essere stato un compositore, capace di percepire ed anticipare musicalmente i cambiamenti. Se il cinema fosse un quadro, la musica di Lelio Luttazzi sarebbe la cornice d’autore che lo ha impreziosito» (Paolo Mosele).

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Amy Winehouse, la ragazza che e’ morta tre volte

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Amy Winehouse, la ragazza che e’ morta tre volte

a cura di Bianca Maria Sezzatini

conduce Massimo Ghini

Un programma di Ezio Guaitamacchi
Regia di Rinaldo Gaspari

E’ dedicata alla tragica scomparsa della cantante inglese Amy Winehouse l’ultima puntata di “Delitti Rockâ€, in onda mercoledì 23 novembre alle ore 23:25, su Rai 2. Massimo Ghini conduce una puntata speciale incentrata su un fatto accaduto la scorsa estate e che ha commosso milioni di persone.

Londra, 23 luglio 2011, Camden Square.
Sono più o meno le 4 del pomeriggio. Nell’appartamento al numero 30 c’è uno strano silenzio. Eppure, sino a qualche ora prima, i vicini si sono lamentati: qualcuno, in tarda serata, si è messo a suonare batteria e percussioni. Andrew Morris, un ragazzone nero che lavora per la Island Records, riesce però a tranquillizzare tutti: la calma torna presto in Camden Square. Morris è la guardia del corpo della cantante che abita in quel loft, la stravagante rockstar inglese Amy Winehouse. E’ stato lui a convincere Amy (appassionata di percussioni) a smettere. Basta fare casino: la gente, a quell’ora, vuole solo dormire. E anche lui, Morris, a quell’ora vorrebbe andare a dormire: ma con Amy non sempre è possibile farlo… Bisogna stare in guardia. Anche quando la ragazza, come ha fatto nelle ultime due o tre settimane, dà l’impressione di essere tranquilla. Il giorno prima, ad esempio, Miss Winehouse è stata felice di incontrare sua madre Janis.

“I love you mumâ€, le ha detto dopo averla baciata. Lo stesso giorno, è stata visitata dal suo medico personale che l’ha trovata in buone condizioni. Andrew Morris, alle 10 del mattino, va in camera da letto e trova Amy addormentata. Neppure 6 ore dopo, la ragazza non respira più. Morris, in preda al panico, chiama il pronto soccorso. Alle 16.05 un’ambulanza si ferma di fronte al numero 30 di Camden Square. I paramedici, dopo una rapida visita, non hanno dubbi: la cantante che diceva “no, no, no†al rehab è morta. Amy Jade Winehouse non aveva ancora compiuto 28 anni.

Questa puntata speciale, dal titolo “Amy Winehouse – La ragazza che è morta tre volte†presenta interviste a: ALEX FODEN, il parrucchiere di Amy (quello che ha inventato la sua celebre acconciatura) ma anche uno dei suoi migliori amici. I due hanno condiviso lo stesso appartamento dal 2006 a metà 2007; NICK JOHNSTONE, giornalista e scrittore, autore della prima biografia sulla Winehouse (“Amy, Amy, Amyâ€); LUCY O’BRIEN, giornalista e scrittrice, esperta di musica al femminile, ha conosciuto Amy Winehouse; MISSiNCAT, nome d’arte di Caterina Barbieri, cantautrice milanese che dal 2006 vive a Berlino e che ha aperto i concerti di di Amy Winehouse nel tour tedesco del 2007; Dr. GIORGIO CERIZZA, psichiatra esperto in problemi di tossicodipendenze e alcolismo.

La colonna sonora della puntata sarà costituita da performance della stessa Amy Winehouse.

Mercoledì 23 novembre, ore 23:25

RAI 2

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L’ora d’aria: mix di disperazione e salvifica ironia

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L'ora d'aria: mix di disperazione e salvifica ironia

di Elisa Palmieri

Nella mia ora di libertà è, come da sottotitolo, una confessione semi-seria di un detenuto durante l’ora e mezza di “passeggio all’ariaâ€. Lo spettacolo è stato pieno di sorprese e musica.
Giampiero Pellegrini, il protagonista, è un giovane attore che sa sfruttare bene la creatività innata per rendere tangibili i testi teatrali e musicali affidatigli.

Le atmosfere sono gonfie di ironia e autoironia, i testi ci portano a riflettere. Un’esplorazione dell’animo umano profonda e sfaccettata, lontana da giudizi o categorie morali.

L’empatia è la capacità di lasciarsi coinvolgere nel mondo emozionale e Giampiero, con i testi di Salvatore Ferraro, la rende possibile durante la recitazione comunicando emozioni, riflessioni ed analisi con responsabilità ed attenzione per far esprimere al pubblico le sue impressioni e ridere con intelligenza.

Li abbiamo incontrati per fare loro qualche domanda.

Elisa Palmieri: Da sette anni una delle punte di diamante del progetto dei Presi per Caso, le tue performance sono state definite istrioniche e esilaranti, dopo la regia del musical Delinquenti e molti altri progetti torni sulle scene con questo nuovo spettacolo di cui sarai l’unico protagonista.
Confessa: a che livelli è arrivata la tua emozione?

Giampiero Pellegrini: La mia emozione è alle stelle. Devo dire, da sempre. Dalla prima volta all’ultima di ieri sera. E’ una tensione che mi prende da molte ore prima di andare in scena, fino a pochi minuti dopo i saluti o la chiusura di un concerto. Confesso che il giorno che non dovessi più sentire certe emozioni, o tensioni, vuol dire che è arrivata l’ora di smettere. Per ora me la sto facendo sotto, quindi vado sul palco e “me lo magno”, come si dice a Bergamo.

EP: Quale importanza ha avuto l’incontro intellettuale ed artistico con i Presi per Caso?
GP: L’incontro con I presi per caso oltre che per “caso” è stato fondamentale, determinante. Lavorare con loro è un laboratorio continuo. Stare vicino a Salvatore Ferraro ti rende sicuramente ogni giorno migliore, cresci inevitabilmente, non solo artisticamente. Per me è un genio, anche se il mio maestro di recitazione è Salvatore Mannino che dopo Michele La Ginestra mi ha insegnato tutti i fondamentali dello stare sul palco. Oggi collaboriamo insieme a molte cose, ma l’attività principale, quella che mi emoziona di più è l’attivita con i presi, sia per la qualità delle cose che facciamo, ma soprattutto, COSA raccontiamo. Io stesso, ero oscuro alle vicende carcerarie, oggi devo dire che senza esserne stato ospite, conosco molte situazioni che altrimenti non avrei saputo. Ecco, spero che anche altri fruitori dei nostri spettacoli, possano dire la stessa cosa. In fondo E’ quello, il nostro obiettivo.

EP: Il teatro è spesso fonte di riflessione e di confronto, c’è secondo te ricerca della verità agitata dalla speranza?
GP: Non credo che nel teatro ci sia una vera ricerca della verità e neanche agitata da chissà che cosa. Il teatro è soprattutto sacrificio, ti fai un mazzo allucinante e in cambio si riceve poco, ma quello che ti produce dentro è inestimabile.
Credo più ricerca di se stessi e voglia di farsi sentire. Voglia di mettersi in discussione, voglia di comunicare fuori dai canoni normali. Io almeno la penso così.

EP: C’è un progetto in particolare a cui ti piacerebbe prendere parte o c’è un ruolo in particolare che ti piacerebbe interpretare?
GP: Il progetto che ho adesso. E’ quello che voglio e quello che desidero. Il prossimo? e chi lo sa…

Salutiamo Giampiero, che ha, tra le tante, la rara dote di uno splendido sorriso, e dedichiamoci all’autore.

Elisa Palmieri: L’ironica irriverenza caratteristica dei tuoi testi sottolinea con dolce amarezza, perdona il gioco di parole, le lunghe giornate trascorse all’interno delle mura carcerarie e la spudorata superficialità degli “azzeccagarbugli” di turno.
La capacità espressiva di poter sorridere di casi eclatanti di mala giustizia e della moda forcaiola, da sempre in voga, sono diventati il marchio che ti contraddistingue.
Quanto ti diverti a coinvolgere anche i più restii degli spettatori?

Salvatore Ferraro: Il carcere, la giustizia in generale sono argomenti che toccano corde emotive molto particolari e trattarli ti obbliga, in qualche modo, a essere rispettoso del sentire altrui. Spesso la gente preferisce sentirsi lontana da problemi del genere. E, soprattutto con il carcere, tende ad avere un atteggiamento di rimozione. Ma il carcere è lì e riguarda la società tutta. TUTTA. Presentarle il problema in maniera ironica, spesso esilarante, è a mio avviso il modo migliore per avvicinare la gente, invitarla al dialogo e alla comprensione. Magari anche a farle mettere momentaneamente da parte qualche posizione preconcetta.

EP: Nella Mia Ora Di Libertà è anche il titolo di una canzone di De Andrè, quanto c’è di lui nell’ispirazione dello spettacolo teatrale, o almeno nel titolo?
SF: Di vero c’è “L’ORA D’ARIA” che facevo assieme a tanti compagni detenuti, un’ora fuori dalla cella per sgranchirsi il fisico ma anche un po’ l’anima. In quell’ora raccoglievi meglio gli stati d’animo che nel detenuto sono sempre una potente boccata d’ossigeno. Lo spettacolo è una lunga confessione carceraria con l’aria un pò più pulita di quella che si respirava dentro.

EP: Non hai mai pensato che esiste il rischio contraddittorio di fare un teatro elitario pur facendo un teatro di critica del reale?
SF: Il teatro è, in passato, è stato il piedistallo ideale del reietto. L’unico pulpito da cui poteva far sentire la propria voce. Oggi con la rete le cose sono cambiate parecchio ma il teatro rimane ancora il miglior luogo d’incontro tra chi vuole comunicare un’emozione e chi vuole riceverla. Non esiste il teatro elitario. Il teatro è per la gente. E più gente raccogli intorno al messaggio o alla storia che vuoi raccontare meglio è. E’ solo una questione di spazio. Come il carcere, appunto: una questione di spazio.

EP: Sei a tutti gli effetti un autore poliedrico (autore, compositore, chitarrista, tastierista, suoni persino l’ukulele). Cosa manca, secondo te, nel panorama dello showbiz che potrebbe essere di vantaggio a persone capaci come voi?
SF: In verità, non mi sono mai posto un problema del genere. Io mi limito a proporre delle cose e osservare se c’è una risposta della gente. Finora è andata sempre piuttosto bene. Ma c’è poco da pensare in termini di pianificazione…c’è solo l’azione. Sette anni fa cominciammo con uno spettacolo, quasi per gioco, fu un successo incredibile. Ora non abbiamo difficoltà a fare concerti e spettacoli, anche all’estero. Il tutto senza un soldo di sovvenzione o finanziamento. L’arte è azione chi ragiona in termini di showbiz aspira a un’azione forse troppo, troppo comoda.

Prove in cantina de “La mia ora di libertà” con Giampiero Pellegrini

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Fausto Coppi: analisi sociologica di un mito

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di THOMAS MARGONI

Sono passati 51 anni dalla sua morte. Eppure, cosa che accade rarissime volte, la sua figura non ha perso nulla della lucentezza di cui si era rivestita in vita. Anzi, l’ha vista addirittura aumentare.

Cosa rende il mito di Fausto Coppi così impenetrabile, da parte delle incrostazioni del tempo? Come mai è così differente da qualunque altro personaggio dello sport di tutti i tempi e luoghi?

L’analisi non può essere ridotta alle (incredibili) imprese sportive compiute da quest’uomo, che segnò per vent’anni la vita quotidiana, non già la sola passione domenicale, delle persone che ebbero la fortuna di vederlo (o spesso di sentirne raccontate le gesta) in competizione. L’obiettività della disamina non può prescindere dalla congerie storica in cui la carriera del Campionissimo si dipanò: il secondo conflitto mondiale, pregno di tragedie e di umiliazioni per l’Italia e gli italiani tutti, ed un dopoguerra irto di enormi difficoltà materiali come spirituali, furono sottofondi ‘ideali’, se mi è permesso usare questo aggettivo, affinché le straordinarie vittorie dell’Airone trovassero eco ancora superiore a quella che già avevano.

Gli italiani, come ben dice Mario Fossati, “non sapevano più nemmeno come si facesse non a ridere, ma a sorridereâ€, e la loro vita trovò nelle soddisfazioni che il ciclismo, primo sport all’epoca, sapeva dare al nostro Paese un motivo di riscatto, specialmente verso i francesi, il cui odio, è la parola giusta, verso di noi raggiungeva punte di acerrimo impatto. La rivalità con Gino Bartali, altro ‘mostro’ del pedale, regalò all’italiano quella possibilità di scegliere tra due fazioni opposte che, da sempre egli preferisce come tipologia di opzione, in politica come nello sport o negli altri ambiti.

Dal punto di vista atletico, Coppi fu campione di incommensurabile grandezza, riuscendo a compiere gesta mai prima realizzate e che mai potranno essere emulate. La capacità di esprimere potenza in salita come sul passo lo rese capace di fughe che la mente umana difficilmente può realizzare, se non con categorie non convenzionali. Tratti da extraterrestre caratterizzano le medie che riusciva a sviluppare su strade simili a mulattiere. Uomo schivo e timido, ma di intelligenza e classe raffinatissime, seppe affascinare anche i tifosi del rivale toscano, in virtù di una umanità e di una ‘vicinanza’ alla gente comune, che lo resero popolarissimo, pur trattandosi di una personalità del gotha dello sport, come tale giocoforza un po’ astratta rispetto al livello delle folle.

L’Istituto Nazionale di Ricerca arrivò alla conclusione, che sbalordì anche il Presidente del Consiglio Alcide Degasperi, che il suo nome era stato stampato più volte di quello di Benito Mussolini. Una cosa incredibile.

La morte tragica del fratello Serse, la sua “fuga†d’amore con Giulia Occhini, impossibile per l’Italia benpensante e bigotta del tempo, lo misero di fronte a difficoltà umane che ognuno di noi può trovarsi ad affrontare, acuendo quell’alone di ‘parafulmine etico’ (la definizione è di Rino Negri) che naturalmente emenava. Fu addirittura processato e la compagna, imprigionata, tutto per la loro relazione clandestina.

La sua morte, stupida anche se si vuole, nella sua colossale insensatezza, lo circondò dell’aureola di immortale assoluto che nello sport, almeno questo è il mio pensiero, solo questo personaggio unico, ha avuto, ha tuttora, e avrà in futuro.

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Il nostro padrone è il lettore

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di PAOLA FERRARIO

Trent’anni fa, la mattina del 17 luglio, moriva a Vicenza, sua città, il giornalista e scrittore Gigi Ghirotti. Stroncato da un linfogranuloma maligno chiamato morbo di Hodgkin. Una malattia neoplastica che aggredisce il sistema linfatico. Un cancro.

Gli fu diagnosticato nel 1972 ma lui non si arrese e per due anni lottò contro la malattia, attraverso una lunga trafila di ricoveri nelle strutture ospedaliere pubbliche.

Raccontò la sua esperienza come malato nel libro “Lungo viaggio nel tunnel della malattia†ed in alcuni articoli sulle pagine de “La Stampa†descrivendo i vari problemi delle strutture ospedaliere pubbliche italiane e il senso di isolamento dei malati che egli stava vivendo sulla sua pelle.

Per tutta la vita non aveva fatto che un mestiere: il giornalista.

Entrato nel 1945 a “Il Giornale di Vicenzaâ€, per passare a “La Stampa†(1950-1958), quindi a “L’Europeo†(1958-1960), poi ancora aâ€La Stampa†(1960-1974).

Attento osservatore della realtà italiana del dopoguerra, soprattutto degli anni del cosiddetto boom economico, aveva indagato, firmato articoli, scritto libri, su personaggi e svariati temi.

Cronista attento Ghirotti, preciso come pochi, in poche parole un uomo di carta stampata. Ma soprattutto un uomo libero e onesto.

Talmente onesto che semplicemente alle dieci di una domenica sera- era il 27 maggio 1973- Gigi Ghirotti decise di farsi riprendere, in pigiama e vestaglia, dall’obiettivo di una telecamera e di mostrarsi in televisione mentre, in un corridoio di ospedale, intervistava medici e compagni di malattia.

E narrava dell’isolamento dei malati, dell’insufficienza delle strutture sanitarie( problema ancora purtroppo molte volte attuale) delle carenze dell’assistenza pubblica. Della paura e del dolore. Come se il malato fosse una terza persona e non lui stesso.

Il servizio venne trasmesso, sul secondo canale sotto la testata “Orizzonti. L’uomo, la scienza, la tecnica†di Giulio Macchi.

La trasmissione fu seguita da otto milioni di italiani.

Fu per tutti il toccare con mano la sofferenza, la solitudine, l’emarginazione del malato.

Certo, in trent’anni molto è stato fatto, soprattutto sotto il profilo psicologico-assistenziale,  come sia normale oggi discutere di diagnostica, cure palliative, di terapia del dolore, questo grazie anche ad Umberto Veronesi.

Ma trent’anni fa molto meno. Ma era proprio questo lo scopo del giornalista vicentino.

Gigi Ghirotti con la sua umiltà di cronista è stato uno dei pochi che ha lasciato in profondità il segno del cambiamento dando una svolta alla condizione del malato.

Un giornalista come lui non ci si stanca mai di ricordarlo, infatti quest’anno a dicembre si è tenuto un incontro in memoria sua dove erano presenti vari giornalisti e personaggi di primo ordine come Umberto Veronesi e Bruno Vespa.

Ma soprattutto non ci si stanca di ricordare che il buon giornalismo piano piano sta scomparendo lasciando spazio all’inutile corsa a chi vende più copie o al numero di odience.

Chissà cosa avrebbe pensato Ghirotti di tutto questo. Di come sia diventata l’Italia, che poi più di tanto non è cambiata.

Forse Lui avrebbe suggerito di ritornare al buono e caro giornalismo di strada, quello fatto da una scrittura semplice ma allo stesso tempo elegante, da una profonda e accurata analisi delle fonti in modo da non ingannare i lettori e rendere sempre e comunque comprensibile gli scritti.

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Bobby, eredità ideale per i giovani europei

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Presentata la nuova versione dei diari di Sands

di ROBERTA ANGELILLI*

Sono passati quasi 30 anni da quando Bobby Sands si è lasciato morire a soli 27 anni, dopo uno sciopero della fame di 66 giorni, seguito da altri nove prigionieri anche loro giovanissimi. Un gesto estremo per raccontare al mondo le condizioni disumane in cui vivevano i prigionieri politici nel famigerato carcere di Long Kesh, per lanciare un grido d’allarme sulla guerra civile che insanguinava l’Irlanda del Nord negli anni settanta. Il loro sacrificio ebbe l’effetto di scuotere le coscienze e di accendere i riflettori sulla questione nordirlandese.
Ma ci sono voluti quasi 40 anni per far ammettere a un primo ministro inglese le responsabilità dell’esercito di Londra sul Bloody Sunday di Derry, quando il 30 gennaio 1972 i paracadutisti inglesi spararono sui partecipanti a una manifestazione pacifica per i diritti umani uccidendo 14 civili.
E il 15 giugno scorso è stato proprio David Cameron, premier britannico nonché leader dei conservatori, a definire la strage del Bloody Sunday «ingiustificata ed ingiustificabile». «On behalf of the Government, indeed on behalf of our country, I am deeply sorry». Sono state commosse e lapidarie le parole pronunciate dal primo ministro a commento del rapporto Saville.

Quello di Cameron è stato un discorso storico. Un’ammissione di colpa tanto coraggiosa quanto poco ascoltata dai leader unionisti delle 6 Contee. Bastava, infatti, vedere la Bbc nei giorni del 12 e 13 luglio per scoprire che Belfast è ancora teatro di scontri di piazza, come sono ancora all’ordine del giorno i conflitti e le lacerazioni sociali tra protestanti e cattolici. C’è ancora molto da fare in Irlanda del Nord per avviare un autentico percorso di pacificazione, attento al dialogo tra le comunità, vigile sul rispetto dei diritti umani.
Per tutti questi motivi abbiamo voluto organizzare, il 15 luglio presso la sede italiana del Parlamento europeo, la presentazione del libro Diario di Bobby Sands, storia di un ragazzo irlandese (Castelvecchi Edizioni) con la curatrice della nuova versione, Silvia Calamati.

Un libro toccante, quello della Calamati che ci riporta a quei giorni di dolore, alla sofferenza di quegli uomini che non esitarono a lasciarsi morire per difendere diritti umani fondamentali, per difendere il loro sogno di libertà.
È un libro che ci aiuta a comprendere il senso di identità che animava i giovani nazionalisti irlandesi, il loro impegno per il loro popolo. Un libro che ci impone il “dovere della memoriaâ€, per non dimenticare un pezzo di storia europea che deve far parte del patrimonio ideale delle giovani generazioni.

*Europarlamentare Pdl

Pubblicato su FareFuturo Magazine 20 luglio 2010

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