Maddalena Crippa legge La poesia di Pier Paolo Pasolini

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Maddalena Crippa legge La poesia di Pier Paolo Pasolini

Il mio tributo alla parola poetica di P.P. Pasolini, si compone di poesie tratte da:
POESIA IN FORMA DI ROSA
LE CENERI DI GRAMSCI
TRASUMANAR E ORGANIZZAR
POESIE DISPERSE II
LA RELIGIONE DEL MIO TEMPO

Tutte le poesie sono state riprese da Bestemmia, edizioni Garzanti.

I due blocchi poetici sono inframmezzati da una parte che ho costruito unendo brani tratti da diverse interviste, in cui Pasolini parla della sua infanzia e della poesia.

Il background Pasoliniano, Intervista rilasciata a Dacia Maraini, Altre interviste, Il sostrato mentale, Pasolini su Pasolini, Il malinteso, Il sogno del centauro, Prefazione dell’ intervistato, Dialoghi con i lettori, Dichiarazioni, inchieste, dibattiti, ( Quasi un Testamento ).

Meridiani edizioni Mondadori
La scelta e’ assolutamente personale ma attraversa tutta l’opera poetica di Pasolini che e’ davvero immensa, ad esclusione solo delle poesie in lingua friulana, per ovvie ragioni di comprensione.
Si parla sempre molto di Pasolini, artista poliedrico che ha lasciato enormi testimonianze della sua arte, ma trovo che ancora troppo poco si conosca o raramente si abbia l’occasione di ascoltare la forza e la dolcezza della sua parola poetica.

Questo evento apre una rassegna dedicata a Pasolini che al Teatro Vascello vedrà protagonisti anche Antonello Fassari in LA RICOTTA il 25-26-27 gennaio e Fabrizio Gifuni in ‘NA SPECIE DI CADAVERE LUNGHISSIMO dal 29 gennaio al 3 febbraio e tanti altri bravi ed importanti artisti.

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Lavinia Guglielman: raro esempio di talento italiano

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Lavinia Guglielman: raro esempio di talento italiano

di LUCA BAGATIN

 

Lavinia Guglielman è una giovane attrice italiana.
Romana, figlia della scrittrice toscana Tiziana Marini, sin da piccola inizia a frequentare la Dance School Academy e, ancora bambina, viene notata dalla regista Cristina Comencini e ciò le ha permesso di lavorare nel film “Và dove ti porta il cuore”, a fianco di Virna Lisi, tratto dall’omonimo romanzo di Susanna Tamaro.
Da allora ha interpretato numerosi ruoli, in particolare drammatici, come ad esempio il ruolo della figlia di Enzo Tortora, Gaia, nel film di Maurizio Zaccaro “Un uomo perbene” ed è apparsa in numerose fiction per la televisione.
Ha vinto la “Rosa d’Argento della città di Roseto degli Abruzzi” come protagonista del film “Samir”; il premio “Sogno D’Amore” al Gran Galà di San Valentino della Città di Terni per “Distretto di Polizia”; nonché il premio “Cristallo dei corti di Sabaudia 2006″ come protagonista del corto “La ninfetta e il maggiordomo” di Luca Verdone.
Seguo Lavinia da molto tempo, come raro esempio di talento italiano in ambito artistico. Inoltre non posso negare che è una cara amica dalla spiccata simpatia ed è anche per questo che ho deciso di proporle quest’intervista, in esclusiva.

 

Luca Bagatin: Dunque, Lavinia, hai iniziato la tua carriera artistica con la danza. E certamente non presso una scuola qualsiasi. Chi ti ha infuso questa passione ? Come mai sei approdata proprio alla Dance School Academy ?

Lavinia Guglielman: Ricordo perfettamente che fin da piccolissime io e mia sorella Ilaria passavamo intere giornate davanti alla televisione ad imitare in ogni minimo dettaglio i passi di danza delle ballerine dei corpi di ballo e, i miei genitori, vedendo la passione che ci mettevamo, hanno deciso di iscriverci presso questa scuola, dove ho trovato insegnanti favolosi che mi hanno insegnato tecnica e disciplina e hanno radicato ancora di più in me l’amore verso quest’arte meravigliosa .


Luca Bagatin: Il tuo primo ruolo come attrice, peraltro molto commovente (ancora ricordiamo i tuoi tristi occhioni neri), lo interpretasti bambina.
Com’è stato per Lavinia-bambina recitare quel ruolo ?

Lavinia Guglielman: Avevo 9 anni quando ho recitato con Virna Lisi in “Và dove ti porta il cuore†e per me fu una grande opportunità. Recitare è un divertente gioco per i grandi, figuriamoci per i bambini ! Loro si immedesimano con molta più naturalezza e spigliatezza degli adulti. Per me questa è stata ‘un’occasione di esprimere, fare, dire, inventare, creare situazioni, il tutto seguita da grandi professionisti che mi hanno coccolato dal primo all’ultimo giorno di set.

 

Luca Bagatin: Tu di provini, sin da bambina, ne hai fatti parecchi, in effetti…

Lavinia Guglielman: Penso che la vita in generale sia un continuo provino. Come diceva Eduardo “gli esami non finiscono maiâ€. Sì ,è vero,ho fatto tanti provini. Credo, in realtà,di non averne mai saltato uno. E questo per coerenza e serietà professionale. Il provino è un momento molto importante per un attore, inutile negarlo. Se va bene, può cambiarti la vita, se va male “domani è un altro giorno†e ci sarà una nuova occasione. Io metto in questo aspetto del mio lavoro un po’ di sano ottimismo e mi avvicino ai provini con la massima preparazione.

 

Luca Bagatin: I ruoli che spesso interpreti sono drammatici ed il tuo sguardo, ad un’attenta osservazione, è in effetti profondo ed a tratti un po’ malinconico.
Cosa c’è, nello sguardo di Lavinia Guglielman ?

Lavinia Guglielman: Nello sguardo di tutti c’è il nostro vissuto, i momenti più belli ma anche quelli più delicati della nostra vita, e forse, data la mia forte sensibilità che con il tempo ho cercato di far diventare il mio punto di forza, c’è proprio questo. L’aver vissuto ogni situazione con grande partecipazione emotiva. Quando recito, quelle emozioni diventano lo strumento atraverso il quale affronto un personaggio.


Luca Bagatin: Sei molto giovane, ma hai già un interessante curriculum alle spalle. Pensi di continuare a recitare, oppure hai altri progetti per il futuro ?

Lavinia Guglielman: Sì, sono convinta che è quello che voglio fare. E’ ciò che mi fa stare bene e, dato che di vita ce ne è stata data solo una, voglio viverla facendo quello che amo fare.


Luca Bagatin: Una cosa che mi colpì molto di te, chiacchierando in privato, fu che anche tu detesti profondamente gli errori grammaticali (in particolare l’uso scorretto del congiuntivo !) inseriti nelle sceneggiature dei copioni di film e fiction.

Lavinia Guglielman: Fortunatamente sono nata e cresciuta in una famiglia che mi ha insegnato a parlare e scrivere bene, ma mi rendo conto che, per i più svariati motivi, non per tutti è così. Al di là di questo penso che spesso i giovani abbiano una sorta di pigrizia nello scrivere, per cui tendono ad abbreviare con sigle incomprensibili ciò che vogliono dire e ad usare lo stesso tempo per passato, presente e futuro e ciò si riflette anche nel modo di parlare. Detto ciò, quasi sempre i copioni e le sceneggiature riflettono la lingua parlata. Quindi va anche bene che talvolta l’indicativo renda più scorrevole e realistico il discorso rispetto al congiuntivo. Certo, ovviamente tutto questo va contestualizzato e visto nell’ottica del personaggio che si sta esprimendo. Insomma,sono per una lingua vera, parlata, ma mai sgrammaticata! In generale, abbiamo degli ottimi sceneggiatori. Certo, qualche volta ci sono delle incoerenze, delle lacune, a mio avviso, ma non è facile esprimere un giudizio e non mi metto certo in cattedra a fare la maestrina. Tuttavia sono sempre per la qualità e purtroppo talvolta non la percepisco.


Luca Bagatin: Preferisci recitare in teatro, in un film o in una fiction ?

Lavinia Guglielman: Non ho una preferenza particolare. La mia esperienza riguarda di più la telecamera, ma per me recitare è recitare, in qualsiasi forma.


Luca Bagatin: Che cosa ne pensi della televisione di oggi ? E, peraltro, avendo una madre scrittrice, della cultura d’oggi ?

Lavinia Guglielman: La televisione è lo specchio dei tempi. Talvolta ci troviamo a guardare programmi superficiali e di basso livello culturale. Ora, poiché ritengo che fra i compiti della televisione ci sia quello di migliorare il livello culturale dell’ascoltatore medio, sono contraria a certi programmi un po’ stupidi. Però ritengo anche che la tv, proprio perché specchio dei tempi debba offrire una vasta gamma di prodotti al suo pubblico, che è ovviamente eterogeneo. Credo che ognuno debba poter trovare il “suo programmaâ€. E poi non dimentichiamoci che lo spettatore ha un’arma potentissima per neutralizzare le eventuali imbecillità e cioè il telecomando. Comunque devo dire che oggi l’offerta della tv è molto ampia, per cui alla fine qualcosa di buono si trova sempre. La cultura oggi ? Ce n’è di buona e di cattiva. Non si deve mai generalizzare e non è facile dare un giudizio. Però penso che, volendo, senza spendere troppo si possono leggere buoni libri, si può andare al cinema e a teatro. Insomma, anche la tv a suo modo è cultura, i giornali, internet. Insomma voglio dire che ognuno può arricchire cuore e mente in modi diversi, come meglio crede. Io sono per una cultura che salvi la creatività, l’originalità, la fantasia, l’intelligenza, la memoria, sempre con un occhio rivolto all’uomo ed alla società. Non mi piace la cultura che omologa e appiattisce.

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Michael Vick: quando lo sport non è passione ma una questione di “immagine”

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Michael Vick: quando lo sport non è passione ma una questione di "immagine"

MARILDA BONANNI

E’ vero che era la sua ultima stagione, ma pesa ritrovarsi, dopo una carriera da star, al settantesimo posto della Nfl Top 100, la classifica annuale dei migliori cento giocatori di football americano. Ha pensato di rivalersi ancora una volta, Michael Vick, classe 1980, campione della squadra dei Philadelphia Eagles passato però alla storia per una vicenda meno onorevole. I combattimenti tra cani. E si è inventato la riscossa: una linea di abiti che porta il suo nome con una sigla: piace ai teen-agers portare le maglie griffate del proprio beniamino, al quale a sua volta fa piacere ricordare il talento atletico che fu e mantenere l’alto tenore di vita da 130 milioni di dollari all’anno: un record per Vick, ricordato come il campione di football più pagato del mondo dal 2004.

Che lo scandalo dei combattimenti di cani abbia segnato la vita del giocatore, è sicuro. Il suo profilo in Wikipedia è occupato per il 50 per cento dalla notizia della perquisizione del 2007 nella casa di Vick in Virginia, durante la quale si scoprì il set dei dog-fighting e tutto quello che lo sportivo combinava a danno degli animali con altri tre gradassi: uccisione di cani non abbastanza bravi a combattere, sevizie e crudeltà a base di scosse elettriche e colpi di pistola, tra le quali strangolamento e sbattimenti sul pavimento, esecuzioni dei cani che perdevano le gare. Si scoprì che avevano affogato un cane in un secchio pieno d’acqua e un altro lo avevano ucciso scaraventandolo più volte sul pavimento, fino a spezzargli la colonna vertebrale. Uno dei cani perdenti era stato bagnato e poi ucciso con scariche elettriche.

Alle scommesse clandestine e al godimento nel vedere il sangue durante i combattimenti si aggiungeva senz’altro, quindi, una forma di sadismo: un qualsiasi veterinario avrebbe potuto sedare e addormentare gli animali agonizzanti, invece di tutta questa disumana follia.

In occasione della perquisizione mentre la polizia cercava droga per inchiodare il cugino di Vick, trovò 54 pitbull feriti e in cattive condizioni, la metà di questi incatenati ai semiassi delle macchine; un ring coperto di sangue dove si svolgevano i combattimenti e anche veri e propri strumenti di tortura, tra cui: un bloccatesta per costringere le femmine ad accoppiarsi con i maschi, un bastone per aprire i denti ai cani quando non mollavano l’avversario e persino droghe che aumentassero il potenziale dei lottatori e anche per farli continuare a combattere sebbene gravemente feriti. Vick dapprima diede la colpa ai familiari, asserendo di non aver mai vissuto in quella casa. Lui era un campione con un contratto da 130 milioni di dollari.

Certe cose fanno parte di una cultura, purtroppo. Due colleghi di Vick lo difesero dicendo che non era reato far combattere cani e che quella era casa sua e ci faceva quello che gli pareva. Gli otto cani uccisi violentemente dai compari di Vick furono trovati scavando nel giardino della casa. L’indagine fu lunga, complessa, ma rispettosa dei diritti degli animali come spesso non avviene in Italia e in altri paesi. Alla fine Vick, nonostante il favore popolare – accompagnato però a una parte consistente di esecrazione di chi invece amava gli animali – nel 2007 fu condannato a 23 mesi di carcere: il pm ne aveva chiesti tra i 12 e i 18, gliene furono dati cinque in più perché aveva mentito dicendo di non aver mai ucciso cani personalmente. Condanne esemplari anche per i tre “aiutanti” boia. Al giocatore venne imposto il divieto di comprare, vendere e possedere cani.

Anche il New York Times seguì la vicenda. Solo un pitbull di quelli ritrovati malridotti dopo i combattimenti organizzati da Vick fu soppresso perché troppo reattivo. Gli altri furono trovati idonei per l’adozione in famiglia e 22 andarono in “santuari” per la riabilitazione dei cani aggressivi.
Particolarmente significativa la storia di Georgia, una pitbull che fu trovata senza nemmeno uno dei 42 denti che madre natura le aveva dato: glieli avevano strappati, per evitare che mordesse il maschio che la montava per la riproduzione forzata di questi scommettitori e allevatori fuorilegge.

Vick fu messo dalla madre sulla strada del football americano: a scuola da ragazzino aveva continui scontri con gli insegnanti a causa di forti crisi adolescenziali. Nel suo sito web si fa riferimento ad alcune fondazioni benefiche con le quali aiuterebbe persone in difficoltà: notizia singolare per uno di cui i giudici scrivono che era stato il principale responsabile di aver promosso, fondato e agevolato questa crudele e inumana attività sportiva”. Dopo essere stato sottoposto alla macchina della verità, Vick confessò di aver legato una corda intorno a un cane, di averla stretta intorno al ramo di un albero e di averlo impiccato. L’abito non farà il monaco, ma se il “sarto” ha le mani sporche di sangue, fate un po’ voi…

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Andrea Galatà, trentaquattrenne di Catania, protagonista de “Un uomo nuovoâ€

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Andrea Galatà, trentaquattrenne di Catania, protagonista de “Un uomo nuovoâ€

Ha esordito nel mondo dello spettacolo a quindici anni, come danzatore classico e moderno in una compagnia nazionale di giro.

A teatro ha ricpoerto e ricopre numerosi ruoli, interpretando Romeo, Mercuzio, Prometeo e molti altri. Ha lavorato con artisti quali Irene Papas, Judith Malina, Romano Bernardi, Roberto Laganà e Wendell Wells; nonché in televisione in fiction quali “Quo vadis baby ?â€, “Il capo dei capiâ€, “La vita rubata†e “Due imbroglioni e mezzoâ€.

Laureato in giurisprudenza, è uno dei principali occupanti del Teatro Valle di Roma, nonché referente del Movimento per la Cultura per il Lazio.

Oggi ho il piacere di intervistarlo e di ringraziarlo per avermi fatto conoscere questo suo ultimo lavoro.

 

Luca Bagatin: Dunque, Andrea, la domanda è d’obbligo. Visto che esordisci come danzatore, come nasce la tua passione per la danza?

Andrea Galatà: Mi ha sempre attratto la possibilità di esprimermi attraverso il gesto fisico. L’energia che si smuove in maniera potente e divertente. Ho sempre praticato molti sport e sentito la necessità di superare i miei limiti, ma non mi sono mai accontentato di sudare e basta. Ho bisogno anche di incanalare queste forti energie verso uno scopo comunicativo, di condividerle. Questo rappresenta la danza per me.

Luca Bagatin: Preferisci danzare, recitare in teatro o, piuttosto, davanti alla macchina da presa?

Andrea Galatà: Non riesco, per fortuna, a percepire differenze particolari. Vedo un palcoscenico, o un set, come luoghi nei quali è possibile esprimersi. Come lo facciamo riguarda piuttosto l’efficacia del linguaggio che scegliamo per esprimere determinati contenuti. Ad esempio il linguaggio cinematografico è diverso da quello teatrale e non bisogna sottovalutare questo punto; altrimenti si rischia di peccare di presunzione e di non riuscire a comunicare con il pubblico in maniera consapevole ed efficace. Non è sufficiente essere ottimi attori in teatro per esserlo anche al cinema, così come non è sufficiente essere ottimi musicisti classici per essere automaticamente brillanti jazzisti. Approfondire i diversi linguaggi è invece un atto d’amore e di umiltà che può aprire la mente e rendere un palcoscenico un luogo in cui esprimersi senza limiti. E questo è davvero stimolante.

Luca Bagatin: Dalla laurea in giurisprudenza alla recitazione. Da Catania a Roma. Percorso certamente impegnativo. Puoi parlarcene?

Andrea Galatà: Sono sempre stato un curiosone e la vita, così come la famiglia, mi hanno spinto a percorrere strade apparentemente contraddittorie. Per anni non ho saputo gestire questo conflitto, temendo di non essere capace di riconoscere la mia strada; di essere dispersivo. Poi ho capito che forse la mia specificità stava proprio nel mio essere eclettico, nel mio rifiuto per dogmi e percorsi predeterminati, nel piacere di mettere in comunicazione tra loro mondi apparentemente inconciliabili. Forse è questo il mio talento. Mi piace tentare strade nuove e rompere gli schemi. Per quanto riguarda i miei viaggi, in realtà lasciare la mia terra non è stato facile. Il “richiamo†di cui è capace una terra come la Sicilia può comprenderlo solo chi in Sicilia ha vissuto, anche solo per un breve periodo; chi ne ha sentito gli odori, osservato la natura e spiato le tradizioni. Oggi però è difficile per un attore radicarsi in un posto, perché la grande concorrenza e la scarsa offerta ci costringono ad inseguire il lavoro superando ogni confine geografico. Sono molto legato alla mia terra, infatti lavoro spesso in Sicilia e ci torno ogni volta che posso.

Luca Bagatin: Che cosa significa, per un ragazzo giovane, oggi, lavorare in un mondo precario come quello della cultura e dello spettacolo?

Andrea Galatà: Per la nostra generazione purtroppo quasi tutti i lavori sono precari. Condividiamo tutti questa faticosa esperienza, nella quale ogni giorno bisogna difendersi dagli attacchi al nostro futuro, alla nostra dignità sociale. Quello che davvero mi stupisce è l’incapacità della classe politica di percepire l’arte come un investimento e non come una voce di spesa. In una nazione come l’Italia l’arte e la cultura rappresentano la principale fonte di ricchezza spirituale e… materiale! Con l’arte e la cultura si può diventare più ricchi. Più ricchi nel cuore, più ricchi intellettualmente e più ricchi economicamente! Spero che la crisi economica ci aiuti presto a reinventare almeno la nostra scala di valori e riscoprire l’immenso valore dell’arte come strumento primario di evoluzione intellettuale e spirituale di un popolo.

Luca Bagatin: Mi hai confessato di essere un appassionato di esoterismo e di universi spirituali. Come nascono queste tue curiosità ?

Andrea Galatà: Fin da bambino sono sempre stato affascinato dal simbolismo e dai rituali. E’ proprio questo che mi ha condotto verso uno dei riti magici collettivi più antichi: il teatro. Se si ama l’arte, si ama l’essere umano, si ama la vita, così come la necessità di narrarla e investigarla. Secondo me non è possibile scollegare questi aspetti. Le storie che raccontiamo, attraverso i simboli e le analogie, cercano di confrontarsi con le passioni umane, con gli archetipi, cercano di svelare la vita, il visibile e l’invisibile. Le storie migliori narrano le grandi trasformazioni dei personaggi, per stimolare quelle del pubblico. L’arte è da sempre uno strumento “alchemicoâ€.

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Stefano Disegni e Greg: due artisti tra musica e fumetto

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Stefano Disegni e Greg: due artisti tra musica e fumetto

di GIANNI CELA

Stefano Disegni e Claudio Gregori, alias Greg, sono due artisti dai molti talenti e con una caratteristica in comune: il grande amore per il fumetto e per la musica, in particolare il rock ‘n’ roll, e su questi due argomenti abbiamo ascoltato i loro pareri. Prima, per i pochi che non dovessero conoscerli, riassumiamo la storia delle loro carriere.

Stefano è autore e disegnatore satirico, autore televisivo, scrittore, nonché motociclista duro e puro e, naturalmente, musicista. Tra le tappe fondamentali della sua carriera, ricordiamo gli inizi con Radio rabbia alternativa, libro di satira sul mondo delle radio della sinistra (era la fine degli anni ’70) e del loro modo di parlare: poi iniziarono le collaborazioni con “la Repubblica†“Il Manifestoâ€, “Paese Sera†e così via. Una tappa molto importante fu l’inizio della collaborazione con Massimo Caviglia, durata (con il marchio Disegni & Caviglia) fino al 1997, e con cui lavorò al satirico “Cuore†(di cui Disegni è stato anche direttore) e insieme al quale approdò in TV, negli anni ’80, nella trasmissione Lupo Solitario dove i due parodiavano a fumetti i film più (e meno) quotati. E’ di questo periodo l’invenzione dello Scrondo, un piccolo mostro verde, con la coda e i capelli biondi, sgraziato, politicamente scorretto, volgare, e con uno spiccato accento romanesco, ma dalle battute fulminanti e irresistibili: nato come fumetto, divenne personaggio televisivo in carne e ossa nelle trasmissioni Matrioska e L’araba fenice. La collaborazione tra Stefano e Massimo portò in seguito a pubblicare, nel ’92, Razzi amari, primo musical a fumetti della storia, con allegata musicassetta da ascoltare durante la lettura, con pezzi cantati e suonati da Stefano con il suo Gruppo Volante. A questo fece seguito, nel ’95, Il figlio di Razzi amari, secondo musical a fumetti della storia, anche questo con cassetta allegata, dove Stefano stavolta cantava e suonava l’armonica con gli Ultracorpi.

Ricordiamo, poi, le molte vittorie al Premio per la Satira di Forte dei Marmi, sia con Caviglia che da solo, sia con le testate giornalistiche con cui ha collaborato, sia con le trasmissioni televisive di cui è stato autore. Tra le collaborazioni giornalistiche di Stefano, oltre a “Cuoreâ€, sono da citare quelle con il “Guerin Sportivoâ€, “Linusâ€, “L’Unitàâ€, “La Motoâ€, ma soprattutto con “Ciak†e il “Corriere della Seraâ€, sui quali da anni pubblica le sue strips. E’ attualmente direttore del “Misfattoâ€, il settimanale satirico del quotidiano “Il Fatto Quotidianoâ€.

Ha pubblicato varie raccolte delle sue strisce, tra cui Ve lo do io il bel calcio, Telescherno, Al cinema con Stefano Disegni, e soprattutto il mitico Due ruote e una sella, sul mondo dei motociclisti visto da uno di loro. L’ultima uscita è stata Indemoniato!.

Come scrittore ha pubblicato vari libri: citiamo La coscienza di Zen, Dodici atti impuri, Non sai che t’aspetta, uomo!, e alcuni libri per bambini.

Come autore televisivo ha collaborato a trasmissioni come Convenscion, Mediamente, Crozza Italia, Cronache Marziane, Ciro Visitors, Tintoria. Occasionalmente, è anche attore: è stato il Dottor ASL – parodia del Dottor House- nel pluri-replicato Tintoria.

E’ un valente armonicista, cantante e autore di canzoni e attualmente il suo gruppo è Ruggine…

Greg è attore, e, in coppia con il suo storico partner Pasquale Petrolo, alias Lillo, forma un celebre ed esilarante duo; è talentuoso chitarrista e compositore; illustratore autore e disegnatore di fumetti e, insieme a Lillo, autore e conduttore radiofonico. Ha pubblicato nel 2007, in coppia con Lillo e con la collaborazione di Fabrizio Trionfera, Questo libro cambierà la vostra vita’e, da solo, sempre nel 2007, AgGregazioni. Dal 2005 al 2008 Greg e Lillo hanno collaborato con “La Repubblicaâ€.

Greg inizia la sua carriera come autore e disegnatore di fumetti: i suoi personaggi sono Sergio e i Sottotitolati. Nella stessa casa editrice per cui lavora, la ACME, Greg conosce Lillo, anch’egli autore dei suoi personaggi a fumetti, e da lì inizia la loro storica collaborazione. Quando la casa editrice fallisce, i due decidono, nel 1991, di dare vita, insieme a Paolo Di Orazio, al gruppo rock-demenzial-cabarettistico Latte & i suoi derivati, che, dopo un inizio poco incoraggiante, incontra il successo e pubblica diversi CD: da Greatest Hits a 57 quaranta 170 06 per chi chiama da fuori Roma, a 22 celebri motivi… per sognare, a Sei sicuro che era solamente tabacco?, a Noi e gli animali. Greg, del resto, aveva già militato in altri gruppi musicali, di cui il più importante era stato quello dei Jolly Rockers.

Nel 1997 Greg dà vita ai Blues Willies, con musicisti di prim’ordine, e dove spicca la personalità del fantasmagorico Max Paiella: i fratelli Maranzano (questo il loro nome d’arte) propongono classici blues, swing, rock ‘n’ roll, r’n’b d’annata e ironici brani originali. Oltre a pubblicare due CD, Greg & the Blues Willies e Suonare Stella, hanno partecipato a varie trasmissioni televisive, tra cui Mmhhh con Serena Dandini, Telenauta ‘69, poi Bla bla bla e Suonare Stella. Si sono inoltre esibiti al Concerto del I Maggio a Roma.

Dal 2004 Greg e Lillo sono autori e conduttori della fortunata trasmissione radiofonica 610, in onda su Radio 2, insieme all’altro conduttore Alex Braga e con la regia di Fabrizio Trionfera: tra i vari personaggi, tormentoni e gag spicca, interpretato da Greg, l’esilarante opinionista grande capo indiano Estiqaatsi.

Le partecipazioni di Greg e Lillo a trasmissioni televisive sono moltissime, e tra queste ricordiamo: Le Iene, di cui sono tra i fondatori, L’ottavo nano con Serena Dandini e Corrado Guzzanti, B. R. A. Braccia Rubate all’Agricoltura di Serena Dandini, ed anche Abbasso il frolloccone e Un medico in famiglia. Inoltre commentano le puntate dello show giapponese Takeshi’s Castle. Poi ancora Parla con me, della Dandini, con la parodistica Greg Anatomy, e Victor Victoria e Mettiamoci all’opera. Sono ospiti di Sanremo 2011, nella serata dei duetti, con Max Pezzali, e, attualmente, prendono parte al nuovo programma di Serena Dandini The show must go off su La 7.

Al cinema Greg è protagonista di Tre mogli di Marco Risi, partecipa al corto Gix di Monica Zullo ed è premiato al Fano Film Festival Internazionale come attore protagonista nel corto Metodo di Chiara Siani; è inoltre protagonista de Il fascino discreto della parola, corto di Maurizio Costanzo. In coppia con Lillo citiamo la partecipazione a Blek Giek di Enrico Caria, e Lillo e Greg- The movie, composto da una serie di sketch.

Innumerevoli, poi, i lavori teatrali che Greg e Lillo scrivono e interpretano o che scrive uno e interpretano entrambi. Ricordiamo, tra gli altri, 57 quaranta 170 06 per chi chiama da fuori Roma, Il mistero dell’assassino misterioso (riproposto anche da Rai 2), Work in regress, The Blues Brothers- il plagio, La baita degli spettri, Rockandrology, interpretato dai Blues Willies, AgGregazioni, tratto dal libro omonimo, Intrappolati nella commedia, e, ancora, La Dolce Diva- Burlesque Show e il surreale L’uomo che non capiva troppo.

Chiediamo ai due poliedrici artisti:

Oltre ad essere molte altre cose, siete entrambi disegnatori-autori di fumetti e musicisti: in che maniera si è sviluppato in voi questo intreccio, e che influenze reciproche hanno avuto musica e arti visive (fumetto, illustrazione, pittura) nella vostra formazione?

Stefano: Per me non è stata una decisione a tavolino, quella di passare dal fumetto alla musica e viceversa. Fumetti e musica (rock ) sono sempre stati qualcosa che ha accompagnato tutta la mia vita fin dalla più tenera età, sia letti e ascoltati che disegnati o suonati in prima persona. Ad essere sincero non mi sono mai soffermato troppo a chiedermi cosa stessi facendo e perché. Si è trattato di un’eruzione spontanea continua, non poteva accadere diversamente. Così sono stato un ragazzino tutto rock e fumetti che hanno finito per permeare indelebilmente anche l’adulto. E mi piace pensare che quel ragazzino sia ancora qua da qualche parte, non nell’infantilismo, ma nella curiosità tipica e nell’onnipotenza dei ragazzi che fanno le cose e basta, sarà la realtà poi a decidere se le sanno o non le sanno fare. Io l’ho fatto, coniugare le due cose che amo di più in un’unica proposta, si chiamava Razzi Amari, il protagonista del fumetto cantava le canzoni che potevi ascoltare in cuffia, cantate da me con la mia band. Musica e fumetti, in fondo sono due strumenti al servizio di una stessa esigenza, almeno per me: narrare. Raccontare storie con consistente tasso di emozioni da condividere con gli altri. E’ quello che faccio praticamente da tutta la vita, divertendomi e stupendomi a volte di essere pagato per questo.

Greg: Non saprei dirlo con esattezza. Credo sia un’alchimia sviluppatasi in parallelo. Ricordo che a cinque/sei anni disegnavo, seduto al tavolo di formica azzurra della cucina, mentre alla radio passavano i brani dei Beach Boys, dei Beatles e di Tom Jones. Oppure mentre ascoltavo i dischi di Jazz e di Swing di papà. Lui dipingeva quadri d’Impressionismo astratto. Li trovavo perfettamente fusi con la musica di King Oliver e di Fletcher Henderson.

A mio parere nella storia della musica popolare americane e in arte in quella dell’arte visiva italiana è possibile individuare un continuum fluido, un gioco di richiami e rimandi tra forme alte e basse che non esiste, invece, nella storia della musica italiana, dove le divisioni tra musica colta, leggera, e popolare sono più nette, e, tutto sommato, creano tante fette di ascolto di nicchia, ma che, in fondo, sono una povera eredità di una grande tradizione musicale: che ne pensate e, se siete d’accordo, quali potrebbero essere le cause di questo fenomeno?

Stefano: E’ senz’altro vero: il continuum di cui parli, nella musica americana, è dovuto, secondo me, ad una assenza di pregiudiziali nei confronti dell’espressione artistica povera o popolare che viene considerata non già in base a criteri di confronto con una presunta musica nobile (che peraltro in America non c’è o non è influente, non avendo quel paese tradizioni e radici culturali antiche come le nostre, voglio dire in America c’è stato il gospel ma non certo il Barocco) ma in base alla capacità di coinvolgimento dell’ascoltatore, qualsiasi sia il genere.
Da noi c’è stato il bel canto, la melodia, la musica alta, i grandi maestri: un tacito continuo riferimento, con confronto e complesso di inferiorità, ha fatto sì che soltanto negli ultimi decenni si siano affrontate avventure musicali infischiandosene del suddetto complesso e cantando con l’anima piuttosto che con la tecnica.
Per l’arte visiva è stato diverso: in Italia, non so per quale motivo, sarà l’aria, la ricerca artistica è stata incessante da sempre, con artisti che si sono mossi in totale libertà tracciando spesso la strada a movimenti nati all’estero, utilizzando tecniche di ogni tipo.

Greg: Io sono fortemente convinto che l’Arte negli Stati Uniti abbia avuto tre precise matrici: quella Afroamericana, quella Ebraica e quella Italiana. Il primo brano di Jazz inciso (1917) fu Tiger Rag, scritto e suonato da Nick La Rocca, un cornettista nato a New Orleans da genitori siciliani. Ma di cognomi palesemente italiani ne troviamo a migliaia nella musica, nel cinema, nella letteratura ed in qualsiasi corrente artistica che abbia influenzato il Nuovo Mondo. Quindi non mi sento così distante dalla musica d’oltreoceano.
Non va nemmeno dimenticato che in Italia il filo della nostra tradizione musicale si è interrotto quando arrivò il Jazz. I compositori nostrani si uniformarono immediatamente ai nuovi ritmi e non fu più possibile tornare indietro. Dopodiché giunsero lo Swing, il Rock’n’Roll, il Beat, lo Shake, il Folk, il Rock e la musica italiana fu decisamente seppellita.

Che ne pensate della musica leggera (pop, rock ecc.) attuale, in generale, rispetto a quella degli anni ’60 e ’70 e del fumetto italiano attuale (con le sue filiazioni artistiche) rispetto a quello del periodo, a mio parere innovativo, della fine degli anni ’70?

Stefano: La musica leggera o pop attuale, paga, a mio avviso, una grossa mancanza: quella di un establishment musicale da contrastare, da ribaltare, da far saltare. Oggi non c’è musica in contrapposizione che proponga modi forti e creativamente urticanti rispetto alla musica di consumo. L’ultima innovazione dei linguaggi secondo me risale agli anni ’90, poi tutto è stato assimilato, digerito, riproposto o quando va bene…rappato. Negli anni ’60 e ’70 ogni giorno nasceva un linguaggio nuovo, ogni giorno esplodeva una nuova fisionomia artistica. Oggi al massimo si scimmiottano quei linguaggi sapendo che funzionano, ma non c’è molto di innovativo.
Quanto al fumetto, la penso diversamente: la differenza non è nell’assenza di talenti che possano reggere il confronto con i disegnatori di allora, dirigo un giornale di satira e mi arrivano proposte di tanti giovani disegnatori bravissimi e innovativi.
Oggi la differenza con gli anni ’70 e ’80, quelli per intenderci in cui sono nato professionalmente io, è nella drammatica mancanza di spazi.
Prima in edicola c’erano un florilegio di riviste a fumetti, preziosa palestra per chi voleva fare questo mestiere. Ora la carta stampata è in crisi, non ci sono giornali a fumetti o di semplice umorismo disegnato, forse inevitabilmente viste le nuove tecnologie, Internet per prima; ed è difficilissimo per chi ha una buona mano e intelligenza narrativa trovare spazi per far arrivare il proprio prodotto al pubblico.

Greg: Negli anni Settanta ancora c’era una divisione al 50 per cento tra musica commerciale ed alternativa ed entrambe erano di ottima fattura. Il decennio successivo già vede restringersi drasticamente la nicchia della musica alternativa, mentre quella commerciale diventa sempre più discutibile. Si arriva negli anni Novanta, dove troviamo una nicchia assai esigua e l’egemonia di una musica commerciale di bassissima qualità.
Oggi c’è molta confusione. In Italia non esiste il Rock, ma soltanto una pletora di cantanti di musichetta leggera, da vasco rossi a gianna nannini, dai negramaro a fabrifibra, dai tiro mancino a ligabue. Per non parlare delle gabbie aperte da trasmissioni televisive come i vari Io canto, x-factor e Amici. Negli States, forse, qualcosa di meglio c’è. Ma anche loro hanno una bella immondizia da gestire, tra rihanna, shakira, mika e tutta la corrente r’n’b e hip-hop.

Senza pensarci troppo: quale autore vi ha influenzato di più graficamente e quale musicalmente?

Stefano: E’ una domanda difficile, sono troppi quelli che ho trovato grandi e che consapevolmente o no, possono avermi influenzato: Schulz senza dubbio, per la sua capacità di raccontare mondi con quattro segni, Johnny Hart che con l’assurdità delle storie di B.C. mi ha affascinato con l’imprevedibilità folle delle battute, Walt Kelly con la surrealtà pura delle storie della Palude di Okefenokee…e poi Moebius per la totale libertà creativa che si permetteva infischiandosene a volte persino della comprensibilità delle storie a vantaggio del fascino delle immagini. E poi Altan, le cui battute sono un grandissimo esempio di come si possa fare satira usando il cervello senza mai puntare ai bassi istinti, leggi parolaccia facile. Musicalmente, io sono esattamente la generazione che vide la luce grazie ai Beatles, che aprirono praterie di colori e fantasia musicale, anticipando praticamente tutto quello che è stato fatto dopo, insegnando che si poteva perfino distruggere quanto fatto poco prima a vantaggio del nuovo. Un grande insegnamento. Poi crescendo, assolutamente Rolling Stones, sesso, rock e vita veloce, forse quelli che amo tuttora di più. Ho avuto anche un grande amore, non ancora cessato per Brian Eno e tutto ciò che ha prodotto, Talking Heads per primi. Ma anche qua se mi metto a pensarci non la finisco più, meglio fermarsi.

Greg: Ho tre riferimenti grafici: Robert Crumb, Benito Jacovitti ed Elzie Crisler Segar, in questo ordine. Nella musica invece ho tratto ispirazione da Buddy Holly, inizialmente, poi da Chuck Berry ed adesso da Brian Wilson.

Queste le opinioni dei Nostri su rock ‘n’ roll e fumetti e, per concludere, un consiglio: se capitate dalle parti di un concerto dei Ruggine o dei Blues Willies non ve lo perdete per niente al mondo…

Per la redazione dell’articolo, l’autore ringrazia Chiara C. per la collaborazione.
© Artapartofculture

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Marco Pannella. Biografia di un irregolare

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Marco Pannella. Biografia di un irregolare

di LUCA BAGATIN

Sarà anche sin troppo elogiativa, ma, la biografia di Marco Pannella scritta dal giornalista Valter Vecellio, “Marco Pannella. Biografia di un irregolare“, edito dalla Rubbettino, è indubbiamente il primo ed unico documento che racconta per filo e per segno chi è e chi fu il leader radicale.

Potrebbe apparire strano che una biografia sia scritta prima della dipartita dell’attore principale, ma ciò non fa che renderla contemporanea, attuale.

Come attuali sono le battaglie che conduce il Partito Radicale o come cavolo si chiama di volta in volta (Lista Pannella, Lista Bonino, Rosa nel Pugno…).
Il Partito Radicale di Pannella, come ci racconta lo stesso Vecellio, può dirsi continuatore, per molti versi, di quel Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici che fu messo in piedi gli intellettuali laici che, negli anni ’50, si raccolsero attorno al settimanale liberale “Il Mondo”: Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Niccolò Carandini, Leopoldo Piccardi, Ugo La Malfa e molti altri.

Il “primo” Partito Radicale, era forse un po’ più “austero”, ma aveva gli stessi caratteri di lotta ai privilegi ed alle corporazioni del partito radicale pannelliano.

L’avventura degli Amici del Mondo si concluderà presto e quei radicali finiranno chi nel Partito Repubblicano (la maggioranza), chi nel Partito Socialista, chi fonderà il Partito Radicale che erediterà Pannella.
La biografia di Vecellio parte dalle origini del Nostro: abruzzese di Teramo nato il 2 maggio 1930, battezzato Giacinto in ricordo dello zio ma chiamato dalla madre, Andrea Estechon, di famiglia svizzera francese, Marco. Sarà dunque la madre ad iscrivere il figlio in una delle tre scuole Montessori d’Italia, prima che siano bandite dal fascismo, assieme alla sua fondatrice.

Nel 1938, il bambino Pannella, seguirà corsi di scherma e violino, sotto l’insegnamento del professor Righetti, antifascista e repubblicano, e sarà proprio da lui che inizierà a respirare la prima aria liberaldemocratica.
Pannella, di quegli anni, come racconta a Vecellio, ricorda ancora la sua prima fidanzatina, Adria, che un giorno però non incontrò più e scoprì in seguito che se ne era dovuta andare con la famiglia perché ebrea: erano gli anni delle leggi razziali e quell’episodio fu decisivo per Pannella e per le battaglie per i diritti umani che intraprenderà negli anni a venire.
Un altro episodio segnerà la sua futura connotazione politica, ovvero quando fu ospite di una coppia, nell’alta Savoia, ove era stato spedito dalla famiglia per studiare. La coppia era così mal assortita che litigava tutte le sere e fu allora che iniziò a sentir parlare di divorzio e poi persino di obiezione di coscienza perché, in quegli anni, il figlio della coppia era partiti militare e temava lo scoppio della Guerra.
E’ così che, durante la Seconda Guerra Mondiale, il giovane Marco inizia a leggere “Risorgimento Liberale”, il foglio clandestino antifascista del Partito Liberale Italiano, fondato e diretto da Mario Pannunzio.
Marco Pannella si sente dunque un liberale, in particolare ricordando che l’Unità d’Italia l’hanno fatta i liberali, mentre l’altro punto di riferimento dell’epoca, ovvero il comunismo, non lo attira a causa della dittatura bolscevica.

Il giovane Pannella matura anche l’idea di andare a parlare con il filosofo Benedetto Croce, per convincerlo ad appoggiare la marcia per Trieste italiana e liberale e ci riesce. A Napoli, a casa di Croce, scopre persino di essere legato a lui da lontana parentela.
Da allora, Pannella, inizierà la militanza nel PLI, ovvero nella Giovane Sinistra Liberale e nell’Unione Goliardica Italiana, che allora raccoglieva laici, liberali, socialisti e repubblicani nelle Università.
Sono gli anni ’50 e di qui all’incontro con gli Amici del Mondo e dunque alla fondazione del Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici (che comprenderà liberali di sinistra ed ex del Partito d’Azione), il passo è breve.

Non manca, nella biografia di Vecellio su Pannella, un capitolo dedicato agli amori del Nostro.
Pannella ne ha avuti molti, vista anche la sua prestanza fisica ed i suoi occhi azzurri. Affascina, con il suo sguardo, persino Paola Fallaci, sorella di Oriana, la giornalista Natalia Aspesi e Sabina Ciuffini, allora valletta di Mike Bongiorno. Ma l’amore della sua vita è e rimane Mirella Parachini, di ventisei anni più giovane di lui, con la quale ha vissuto sempre un rapporto franco ed aperto.

E poi, ma chi l’avrebbe mai detto che Marco Pannella, abituato agli scioperi della fame, fosse in realtà un abile cuoco ? Fra i radicali sono ancora molti, come documenta Vecellio, che ricordano i suoi conditissimi ed abbondanti piatti di spaghetti. Cucinati anche quando lui faceva i digiuni.
Digiuni di dialogo, a sentire Pannella. Mai ricattatori. Digiuni che hanno origine con i famosi Sathyagraha di Gandhi, per lottare in maniera nonviolenta contro gli inglesi oppressori.
Il primo digiuno Pannella lo portò avanti a Parigi, negli anni ’60, quando era corrispondente del quotidiano “Il Giorno”, per la libertà dell’Algeria.
In Francia diverrà così popolare che persino il celebre scrittore e drammaturno Eugnène Ionesco ne diverrà amico e si iscriverà al Partito Radicale.
Saranno, del resto, moltissimi gli intellettuali che daranno fiducia a Pannella ed al PR: Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini, Vladimir Bukowskij e numerosi altri. Sciascia sarà persino eletto deputato radicale in Parlamento ed a lui, così come ad Enzo Tortora, Pasolini, Pannunzio e Rossi sarà dedicato un capitolo a parte.

Pannella non è dunque solo il paladino dei diritti civili, del divorzio, dell’aborto, del voto ai diciottenni, delle primissime lotte per gli omosessuali con il FUORI! e quelle femministe, ma anche colui il quale, attraverso il determinante contributo di Luca Coscioni, negli anni 2000, porrà al centro della politica la libertà di cura per i malati. Malati di sclerosi laterale amiotrofica come Luca, e non solo.
Luca Coscioni, ricordano Pannella e Vecellio, fu censurato dalla classe politica italiana: a sinistra non vorranno candidare Liste Luca Coscioni, mentre a destra, non vorranno parlare di libertà di cura.

Però quella battaglia, quelle battaglie, non sono mai morte, al punto che oggi, in Parlamento, siede la vedova di Luca: Maria Antonietta Farina Coscioni, una fra le parlamentari più presenti e produttive.
Nelle biografia scritta da Vecellio, di Pannella c’è molto, molto altro: c’è il rapporto con i socialisti di Craxi, ma anche quello con i comunisti.
L’utopia pannelliana era e forse sarebbe quella di rinnovare la sinistra, o, meglio, di democratizzarla. Ci provò persino con Berlusconi, nel ’94, quando sembrava l’erede di quella destra storica, che in realtà è la sinistra liberale. Ci ha provato con Bersani, tentando di democratizzare il Pd, anche qui, fallendo.

Il Partito Radicale sopravviverà a Pannella, si chiede l’ultimo capitolo della biografia ? Mah, chissà.
La cosa fondamentale e prioritaria è, ad ogni modo, quella di conoscere la storia, le storie radicali, così vilipese e nascoste dalla vulgata partitocratica e mediatica.
Storie di un’Italia libera e democratica, che, purtroppo, è inconsapevole di sè stessa.

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Il compagno Napolitano

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Il compagno Napolitano

di LUCA BAGATIN

Lanfranco Palazzolo, romano, classe 1965, è militante repubblicano di lungo corso, nonchè giornalista di Radio Radicale ed autore di numerosi saggi e libri-inchiesta.
Ricordiamo qui il libro su Leonardo Sciascia deputato radicale; i discorsi parlamentari di Marco Pannella; il libro relativo agli scritti ed ai discorsi di Enzo Tortora sulla giustizia giusta; il libro-inchiesta sull’ex Presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy e le sue simpatie fasciste; quello sulla Banca Nazionale del Lavoro e “Fumus persecutionisâ€, che mette a nudo le regalie di assoluzioni ed impunità dei parlamentari durante la XVI legislatura. Tutti editi da Kaos Edizioni.
Oggi Lanfranco ha dato alle stampe “Il compagno Napolitano†(Kaos Edizioni), un dossier sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano ed “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliattiâ€, ovvero una riedizione di un romanzo di fantapolitica degli anni ’50.
Ma vediamo di approfondire, assieme a Lanfranco, le tematiche relative ai suoi libri e di parlare un po’, con lui, di attualità politica.

Luca Bagatin: Sei il primo giornalista che, obiettivamente, ha scritto un libro che racconta dell’imbarazzante passato comunista del Presidente della Repubblica.
Com’è nata quest’idea ?

Lanfranco Palazzolo: L’idea non è mia. Alla fine dello scorso luglio, l’editore Kaos mi aveva proposto di fare una ricerca su Napolitano. Invece di fare questa ricerca ho scritto il ‘Compagno Napolitano’. Alla fine di agosto, quando l’editore è tornato dalle vacanze si è ritrovato il libro sul tavolo. Nei mesi di settembre ed ottobre abbiamo curato i particolari del libro. Sapevamo che questa raccolta di interventi non avrebbe aumentato la nostra popolarità. Da parte nostra non c’era nessuna intenzione di toccare la figura del Capo dello Stato, ma solo di mettere i puntini sulle i per far capire agli italiani come si forma un “grande†politico.

LB: Che cosa “svela”, di nuovo “Il compagno Napolitano” ?

LP: “Il libro è utile per le giovani generazioni e per chi si è formato un’idea sbagliata su Giorgio Napolitano. Molti immaginano questo personaggio come un moderato del PCI. Invece, per molti anni non lo fu. Si è creato il mito del comunista moderno e aperto all’Occidente. Invece Napolitano rimase ancorato all’orbita del mondo comunista fino agli sgoccioli chiedendo che non fosse sciolto il Patto di Varsavia, non fosse riunificata la Germania e impedendo il passaggio dei parlamentari comunisti, nell’estate del 1989, nel gruppo parlamentare del socialismo europeo. Il libro è tutto un programma. La serie degli interventi del ‘Compagno Napolitano’ si apre con un durissimo intervento contro la Nato a Napoli. Napolitano è stato il più conformista dei comunisti. Ha fatto carriera politica lavorando, ma anche evitando di guardare in faccia i compagni. Del resto, la sua carriera spiccò il volo all’indomani del discusso intervento a favore dei carri armati sovietici in Ungheria. Napolitano svolse quell’intervento per distruggere Antonio Giolitti con uno scopo ben preciso: farsi strada nel PCI. In quel caso fu bravissimo.

LB: Il tuo spirito intransigentemente anticomunista, oltre che informativo, peraltro, non si è fermato ed hai riesumato addirittura un romanzo di fantapolitica risalente agli anni ’50, pubblicato dalla DC per contrapporsi al Fronte socialcomunista…

LP: Non sono anticomunista. Non mi piacciono le semplificazioni dell’ideologismo. Queste manipolazioni portano solo a perseguire una linea politica di rigido realismo politico. Quando i comunisti vanno al potere diventano come i loro predecessori, anzi peggio di loro. Il governo in carica è lo specchio di questa tattica. Purtroppo si tratta di una logica aberrante. Quando ho deciso di pubblicare ‘5 anni di Governo Togliatti’ l’ho fatto perché pensavo che il comunismo di ieri fosse come quello di oggi. Il fatto stesso che una delegazione del PD si reca ancora sulla tomba di Togliatti è a dir poco illuminante.

LB: Puoi raccontarci qualcosa, in anteprima, di “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliatti” ?

LP: Il libro riporta alla luce un opuscolo della Dc realizzato durante le elezioni politiche del 1953 per dimostrare cosa sarebbe successo all’Italia se il 18 aprile del 1948 avessero vinto i comunisti. Da repubblicano ho visto la sorte che, nella finzione del racconto fantapolitico, tocca a Randolfo Pacciardi. Il nostro amato leader repubblicano, pur di non essere fucilato dai comunisti, si uccide in carcere. Credo che se lo avessero preso per farlo fuori, Pacciardi avrebbe fatto proprio così per non dare ai comunisti la soddisfazione di impallinarlo.

LB: Kaos Edizioni e Stampa Alternativa. Due case editrici di controcultura con le quali sei riuscito a pubblicare i tuoi saggi…

LP: Averli pubblicati con queste due case editrici è una fortuna. Non le cambierei mai con una grande casa editrice. La Rizzoli, tanto per non fare nomi, due libri così non me li farebbe fare.

LB: C’è spazio, secondo te, oggi, per la saggistica “scomoda”, non convenzionale, o, meglio ancora, lontana dalla cosiddetta “egemonia culturale” della sinistra cattocomunista ?

LP: No, i cattocomunisti sono troppo potenti.

LB: Sei un repubblicano di lungo corso, già giovanissimo nella Federazione Giovanile Repubblicana. Che cosa ti ha spinto, sin da ragazzo, ad iscriverti al partito di Giuseppe Mazzini ?

LP: Credevo che ci fosse una sinistra diversa da quella comunista. Con gli anni mi sono reso conto che quel tipo di cultura ha divorato e cannibalizzato i nostri ideali per riutilizzarli nel peggior modo possibile. E’ la storia di Mazzini che sposa Marx. Mi sembra che la storia sia andata diversamente. Purtroppo questa è l’altra faccia del cattocomunismo: mi riferisco al Laico-comunismo.

LB: Che ne pensi, obiettivamente, della politica di oggi?

LP: Mi sembra che tutti siano schifati della politica. Non sono d’accordo con questo schifo per due ragioni: io ci vivo tutti i giorni e non voglio fare la figura del masochista; negli anni ’70 la gente moriva per la politica. Oggi mi sembra che la politica non produca morte, ma solo disgrazie. Direi che è un passo avanti.

LB: C’è spazio, a tuo parere, per un’alternativa laica e repubblicana ?

LP: Dovrei dire di sì. Ho l’impressione che molti, soprattutto coloro che non si sono formati con la cultura mazziniana e democratica, abbiano operato una sorta di furto e di saccheggio nei confronti di questo patrimonio. Mi riferisco alla Chiesa, che ha partecipato in pompa magna alle celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello Stato Unitario e alle forze di sinistra, le quali hanno sempre disprezzato gli ideali del Risorgimento associandoli al fascismo. Di fronte a questa sorta di trasformismo culturale i veri repubblicani sono rimasti pochi. Dovrebbero avere più coraggio e impedire certe appropriazioni indebite. Tuttavia, devo constatare che sono stati proprio molti di loro ad incoraggiare questa pessima operazione di furto culturale. Il fatto che il PRI sia andato nel centrodestra è stata la conseguenza estrema di questa situazione.

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

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Omaggio a Lelio Luttazzi

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Omaggio a Lelio Luttazzi

Sabato 3 dicembre, alle 21.00 Casa del Jazz e Fondazione Lelio Luttazzi hanno presentato “Omaggio a Lelio Luttazziâ€, a cura di Dario Salvatori. Nel corso della serata, è stato mostarto al pubblico il cofanetto “Il cinema di Lelio Luttazziâ€, prodotto da Sergio Cossu, etichetta Blue Serge, da un’idea di Paolo Mosele e Rossana Luttazzi, contenente due cd con il meglio delle colonne sonore scritte da Luttazzi per il cinema dal 1956 al 1976, premiato al MEI con il premio speciale colonne sonore.
Il Progetto Urban Fabula, ha presentato il nuovo lavoro discografico del Trio di Seby Burgio (pianoforte, Alberto Fidone contrabbasso e Peppe Tringali batteria), giovani e talentuosi vincitori della prima edizione del Premio Lelio Luttazzi 2011, nel luglio scorso a Trieste.

Il cinema di Lelio Luttazzi” è la prima antologia delle musiche – in massima parte inedite su vinile e cd – scritte per il cinema dal Maestro Luttazzi utilizzando i master originali, ripuliti e digitalizzati per la prima volta, grazie ad un accordo col gruppo Sugar che ha acquisito i diritti dalla Cam, e con la collaborazione della Titanus, della Warner, della Universal e della Carosello. Il cofanetto è una preziosa testimonianza del talento di un grande compositore italiano e di un felice momento del cinema del nostro paese, attraverso i soundtracks di film come “Souvenir d’Italieâ€, “Totò Peppino e la malafemminaâ€, “Promesse di marinaioâ€, “Le bellissime gambe di Sabrinaâ€, “I due gondolieriâ€, “Risate di gioiaâ€, “L’ombrellone†e molti altri, firmati da registi come Dino Risi, Steno, Luciano Salce, Sergio Corbucci, Mario Monicelli. Questo doppio cd contiene inoltre anche il prezioso inedito del 1965 “Chi siete?â€, uno splendido brano scritto da Lelio Luttazzi e cantato da Mina. Nella brochure del cofanetto sono contenuti scritti di Piera Detassis direttore di Ciak e del Festival internazionale del Cinema di Roma, del regista Pupi Avati, del critico cinematografico Lorenzo Codelli, del producer Sergio Cossu e del critico musicale Dario Salvatori.

“Il cinema di Lelio Luttazzi” «è un excursus di storia della musica del cinema italiano nel quale il Maestro Lelio Luttazzi con il suo genio compositivo e la grande conoscenza del linguaggio e dell’estetica musicale, ha sottolineato con le sue composizioni, il cambiamento dei costumi e del linguaggio stesso degli italiani, che via via la produzione cinematografica proponeva. Con le sue canzoni , i temi orchestrali di grande respiro, Luttazzi ha spaziato dall’orchestrazione classica e operistica a quella americana ( alcune pellicole prendono le sembianze sonore di una produzione d’oltreoceano e a queste, nulla hanno da invidiare) ha creato dei veri e propri “mondi sonoriâ€che fanno ormai parte del nostro “italico sentire collettivoâ€. Ma primo fra tutti il suo immancabile e personalissimo jazz. In questa sorta di antologia, anche gli “addetti ai lavoriâ€, gli amanti di quell’Italia che “lasciava o raddoppiava†potranno scoprire l’evoluzione della musica nella cinematografia italiana e la grande capacità del Maestro Lelio Luttazzi, di essere stato un compositore, capace di percepire ed anticipare musicalmente i cambiamenti. Se il cinema fosse un quadro, la musica di Lelio Luttazzi sarebbe la cornice d’autore che lo ha impreziosito» (Paolo Mosele).

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Amy Winehouse, la ragazza che e’ morta tre volte

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Amy Winehouse, la ragazza che e’ morta tre volte

a cura di Bianca Maria Sezzatini

conduce Massimo Ghini

Un programma di Ezio Guaitamacchi
Regia di Rinaldo Gaspari

E’ dedicata alla tragica scomparsa della cantante inglese Amy Winehouse l’ultima puntata di “Delitti Rockâ€, in onda mercoledì 23 novembre alle ore 23:25, su Rai 2. Massimo Ghini conduce una puntata speciale incentrata su un fatto accaduto la scorsa estate e che ha commosso milioni di persone.

Londra, 23 luglio 2011, Camden Square.
Sono più o meno le 4 del pomeriggio. Nell’appartamento al numero 30 c’è uno strano silenzio. Eppure, sino a qualche ora prima, i vicini si sono lamentati: qualcuno, in tarda serata, si è messo a suonare batteria e percussioni. Andrew Morris, un ragazzone nero che lavora per la Island Records, riesce però a tranquillizzare tutti: la calma torna presto in Camden Square. Morris è la guardia del corpo della cantante che abita in quel loft, la stravagante rockstar inglese Amy Winehouse. E’ stato lui a convincere Amy (appassionata di percussioni) a smettere. Basta fare casino: la gente, a quell’ora, vuole solo dormire. E anche lui, Morris, a quell’ora vorrebbe andare a dormire: ma con Amy non sempre è possibile farlo… Bisogna stare in guardia. Anche quando la ragazza, come ha fatto nelle ultime due o tre settimane, dà l’impressione di essere tranquilla. Il giorno prima, ad esempio, Miss Winehouse è stata felice di incontrare sua madre Janis.

“I love you mumâ€, le ha detto dopo averla baciata. Lo stesso giorno, è stata visitata dal suo medico personale che l’ha trovata in buone condizioni. Andrew Morris, alle 10 del mattino, va in camera da letto e trova Amy addormentata. Neppure 6 ore dopo, la ragazza non respira più. Morris, in preda al panico, chiama il pronto soccorso. Alle 16.05 un’ambulanza si ferma di fronte al numero 30 di Camden Square. I paramedici, dopo una rapida visita, non hanno dubbi: la cantante che diceva “no, no, no†al rehab è morta. Amy Jade Winehouse non aveva ancora compiuto 28 anni.

Questa puntata speciale, dal titolo “Amy Winehouse – La ragazza che è morta tre volte†presenta interviste a: ALEX FODEN, il parrucchiere di Amy (quello che ha inventato la sua celebre acconciatura) ma anche uno dei suoi migliori amici. I due hanno condiviso lo stesso appartamento dal 2006 a metà 2007; NICK JOHNSTONE, giornalista e scrittore, autore della prima biografia sulla Winehouse (“Amy, Amy, Amyâ€); LUCY O’BRIEN, giornalista e scrittrice, esperta di musica al femminile, ha conosciuto Amy Winehouse; MISSiNCAT, nome d’arte di Caterina Barbieri, cantautrice milanese che dal 2006 vive a Berlino e che ha aperto i concerti di di Amy Winehouse nel tour tedesco del 2007; Dr. GIORGIO CERIZZA, psichiatra esperto in problemi di tossicodipendenze e alcolismo.

La colonna sonora della puntata sarà costituita da performance della stessa Amy Winehouse.

Mercoledì 23 novembre, ore 23:25

RAI 2

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