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	<title>LiberalCafè (since 2004)</title>
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	<description>Un caffe'? E' molto piu' buono se preso liberamente. Take it liberal!</description>
	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 16:51:35 +0000</pubDate>
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			<title>LiberalCafè (since 2004)</title>
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		<title>Il PDL ha fatto da solo il pasticcio, tutti sono coinvolti</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

		<category><![CDATA[decreto interpretativo]]></category>

		<category><![CDATA[Lazio]]></category>

		<category><![CDATA[Napolitano]]></category>

		<category><![CDATA[PDL]]></category>

		<category><![CDATA[Regionali]]></category>

		<category><![CDATA[regole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberalcafe.it/?p=736</guid>
		<description><![CDATA[<p>di RAFFAELLO MORELLI</p>
<p><em>I gravi errori PDL non riguardano solo il PDL: il contrario lo sostiene solo la cultura delle procedure slegate dalle questioni reali della società. </em></p>
<p>Nel presentare le liste, gli incaricati PDL , a Roma hanno fatto cose assurde che non hanno precedenti nella Repubblica e a Milano sono stati del tutto approssimativi. Cumulati, i due casi vanno oltre il grosso pasticcio. Ribadiscono che il PDL confonde la necessità del fare politica in modo non burocratico ( che sarebbe un tipico principio liberale) con l&#8217;arroganza di chi, invasato dall&#8217;esser maggioritario, pensa di poter fare senza regole (che è un tipico atteggiamento illiberale).   </p>
<p>La sintesi del pasticcio è qui. Punto e a capo. Alla pagina dopo il seguito. Che pure c&#8217;è. </p>
<p>Gli incredibili errori hanno reso altissimo il rischio che in due grandi regioni  siano assenti le liste del partito più votato. Da qui l&#8217;innegabile interesse del Presidente del Consiglio a trovare un rimedio. Che però non esclude l&#8217;interesse di tutti a trovarlo. </p>
<p>Senza dubbio, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto cominciare dalle scuse per gli errori, e dopo proporre una rosa di soluzioni da scegliere con l&#8217;opposizione. Le scuse non le ha chieste e la rosa l&#8217;ha presentata al Presidente della Repubblica. Così si è arrivati al decreto interpretativo. A questo punto, è irresponsabile rifiutarlo perché non è stata la strada più giusta. Contano solo la valutazione del rischio e la conseguente natura  del decreto (tralasciando il sofisma di salotto  che lo Stato non potrebbe intervenire in materia di raccolta firme alle regionali, nonostante  il paese unitario). </p>
<p>Primo. I liberali sono fautori delle regole procedurali perché le procedure della convivenza rendono possibile la convivenza tra diversi. Insomma, la procedura è sostanza ma a patto di non prescindere dalla sostanza della convivenza. Nel caso, lasciare fuori la maggior forza politica (seppure per colpa sua) è profondamente antidemocratico perché trasforma le procedure in sostanza facendole prevalere sui rapporti della convivenza reale. Non lo diciamo solo noi. Lo affermano anche due massimi esponenti della cultura di riferimento dell&#8217;opposizione di sinistra, l&#8217;attuale Presidente Napolitano e l&#8217;ex Presidente Scalfaro.  </p>
<p>Secondo. Il decreto è stato controfirmato da Napolitano in quanto non innovativo delle regole elettorali. Interpretando quelle esistenti, consente agli organi amministrativi di porre qualche rimedio al pasticcio. Si badi bene. Il pasticcio di una tornata elettorale senza il partito maggiore, non il rischio – che riguarda solo il Popolo della Libertà e che rimane immutato – del giudizio degli elettori sui comportamenti degli incaricati.  </p>
<p>Arrivati qui, il PDL ha avuto un colpo di fortuna. Al pasticcio della maggioranza, l&#8217;opposizione non è stata capace di dare risposta politica. Proseguendo nella linea di un’alternativa affidata ai tribunali, ha sollevato solo questioni di tipo procedurale e per di più si é divisa sul comportamento del Presidente della Repubblica. Il PD declama che le regole non si cambiano durante la partita, che é meglio rischiare l’assenza di una lista e che Napoliltano è incolpevole. Invece Di Pietro grida che il decreto è incostituzionale e chiede l&#8217;impeachment per Napolitano reo di non averlo bloccato. Ma queste sono posizioni fragili e contrastanti che faciltano la campagna tradizionale del centro destra. Infatti, la necessità che sia alle elezioni il maggior partito è l&#8217;assunto di Napolitano, noto come uomo di sinistra coerente. Anzi, Berlusconi  ha fatto quel tipo di decreto per lo stop di Napolitano a scelte assai più invasive. E dare per scontata l&#8217;incostituzionalità del decreto senza averne titolo, cerca i voti della gente eccitata sulla complicità di Napolitano, ma è un&#8217;idea repellente per l&#8217;opinione pubblica non movimentista e lontana dalle esasperazioni.  </p>
<p>Dunque, il colpo di fortuna del Popolo della Libertà è intanto che  gli elettori non hanno più presente solo i gravi errori del centro destra  ma anche quelli che sta commettendo l&#8217;opposizione. E soprattutto che può ricominciare il solito refrain dell&#8217;opposizione che dice di no a tutto e che disfa senza mai costruire qualcosa. Se poi la lista PDL a Roma – non ammessa dal TAR lunedì 8 e lo stesso giorno ripresentata in base al decreto – sarà questa volta ammessa dall&#8217;Ufficio Elettorale di Roma e se nella manifestazione di sabato 13 l&#8217;opposizione sarà unita nei toni esagitati e sui temi esasperati, bisognerà riconoscere che la fortuna aiuta anche chi fa di tutto per non meritarla. </p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di RAFFAELLO MORELLI</p>
<p><em>I gravi errori PDL non riguardano solo il PDL: il contrario lo sostiene solo la cultura delle procedure slegate dalle questioni reali della società. </em></p>
<p>Nel presentare le liste, gli incaricati PDL , a Roma hanno fatto cose assurde che non hanno precedenti nella Repubblica e a Milano sono stati del tutto approssimativi. Cumulati, i due casi vanno oltre il grosso pasticcio. Ribadiscono che il PDL confonde la necessità del fare politica in modo non burocratico ( che sarebbe un tipico principio liberale) con l&#8217;arroganza di chi, invasato dall&#8217;esser maggioritario, pensa di poter fare senza regole (che è un tipico atteggiamento illiberale).   </p>
<p>La sintesi del pasticcio è qui. Punto e a capo. Alla pagina dopo il seguito. Che pure c&#8217;è. </p>
<p>Gli incredibili errori hanno reso altissimo il rischio che in due grandi regioni  siano assenti le liste del partito più votato. Da qui l&#8217;innegabile interesse del Presidente del Consiglio a trovare un rimedio. Che però non esclude l&#8217;interesse di tutti a trovarlo. </p>
<p>Senza dubbio, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto cominciare dalle scuse per gli errori, e dopo proporre una rosa di soluzioni da scegliere con l&#8217;opposizione. Le scuse non le ha chieste e la rosa l&#8217;ha presentata al Presidente della Repubblica. Così si è arrivati al decreto interpretativo. A questo punto, è irresponsabile rifiutarlo perché non è stata la strada più giusta. Contano solo la valutazione del rischio e la conseguente natura  del decreto (tralasciando il sofisma di salotto  che lo Stato non potrebbe intervenire in materia di raccolta firme alle regionali, nonostante  il paese unitario). </p>
<p>Primo. I liberali sono fautori delle regole procedurali perché le procedure della convivenza rendono possibile la convivenza tra diversi. Insomma, la procedura è sostanza ma a patto di non prescindere dalla sostanza della convivenza. Nel caso, lasciare fuori la maggior forza politica (seppure per colpa sua) è profondamente antidemocratico perché trasforma le procedure in sostanza facendole prevalere sui rapporti della convivenza reale. Non lo diciamo solo noi. Lo affermano anche due massimi esponenti della cultura di riferimento dell&#8217;opposizione di sinistra, l&#8217;attuale Presidente Napolitano e l&#8217;ex Presidente Scalfaro.  </p>
<p>Secondo. Il decreto è stato controfirmato da Napolitano in quanto non innovativo delle regole elettorali. Interpretando quelle esistenti, consente agli organi amministrativi di porre qualche rimedio al pasticcio. Si badi bene. Il pasticcio di una tornata elettorale senza il partito maggiore, non il rischio – che riguarda solo il Popolo della Libertà e che rimane immutato – del giudizio degli elettori sui comportamenti degli incaricati.  </p>
<p>Arrivati qui, il PDL ha avuto un colpo di fortuna. Al pasticcio della maggioranza, l&#8217;opposizione non è stata capace di dare risposta politica. Proseguendo nella linea di un’alternativa affidata ai tribunali, ha sollevato solo questioni di tipo procedurale e per di più si é divisa sul comportamento del Presidente della Repubblica. Il PD declama che le regole non si cambiano durante la partita, che é meglio rischiare l’assenza di una lista e che Napoliltano è incolpevole. Invece Di Pietro grida che il decreto è incostituzionale e chiede l&#8217;impeachment per Napolitano reo di non averlo bloccato. Ma queste sono posizioni fragili e contrastanti che faciltano la campagna tradizionale del centro destra. Infatti, la necessità che sia alle elezioni il maggior partito è l&#8217;assunto di Napolitano, noto come uomo di sinistra coerente. Anzi, Berlusconi  ha fatto quel tipo di decreto per lo stop di Napolitano a scelte assai più invasive. E dare per scontata l&#8217;incostituzionalità del decreto senza averne titolo, cerca i voti della gente eccitata sulla complicità di Napolitano, ma è un&#8217;idea repellente per l&#8217;opinione pubblica non movimentista e lontana dalle esasperazioni.  </p>
<p>Dunque, il colpo di fortuna del Popolo della Libertà è intanto che  gli elettori non hanno più presente solo i gravi errori del centro destra  ma anche quelli che sta commettendo l&#8217;opposizione. E soprattutto che può ricominciare il solito refrain dell&#8217;opposizione che dice di no a tutto e che disfa senza mai costruire qualcosa. Se poi la lista PDL a Roma – non ammessa dal TAR lunedì 8 e lo stesso giorno ripresentata in base al decreto – sarà questa volta ammessa dall&#8217;Ufficio Elettorale di Roma e se nella manifestazione di sabato 13 l&#8217;opposizione sarà unita nei toni esagitati e sui temi esasperati, bisognerà riconoscere che la fortuna aiuta anche chi fa di tutto per non meritarla. </p>
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I gravi errori PDL non riguardano solo il PDL: il contrario lo sostiene solo la cultura delle procedure slegate dalle questioni reali della società. 
Nel presentare le liste, gli incaricati PDL , a Roma hanno fatto cose assurde che non hanno precedenti nella Repubblica e a Milano sono stati del tutto approssimativi. Cumulati, i due casi vanno oltre il grosso pasticcio. Ribadiscono che il PDL confonde la necessità del fare politica in modo non burocratico ( che sarebbe un tipico principio liberale) con l&#8217;arroganza di chi, invasato dall&#8217;esser maggioritario, pensa di poter fare senza regole (che è un tipico atteggiamento illiberale).   
La sintesi del pasticcio è qui. Punto e a capo. Alla pagina dopo il seguito. Che pure c&#8217;è. 
Gli incredibili errori hanno reso altissimo il rischio che in due grandi regioni  siano assenti le liste del partito più votato. Da qui l&#8217;innegabile interesse del Presidente del Consiglio a trovare un rimedio. Che però non esclude l&#8217;interesse di tutti a trovarlo. 
Senza dubbio, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto cominciare dalle scuse per gli errori, e dopo proporre una rosa di soluzioni da scegliere con l&#8217;opposizione. Le scuse non le ha chieste e la rosa l&#8217;ha presentata al Presidente della Repubblica. Così si è arrivati al decreto interpretativo. A questo punto, è irresponsabile rifiutarlo perché non è stata la strada più giusta. Contano solo la valutazione del rischio e la conseguente natura  del decreto (tralasciando il sofisma di salotto  che lo Stato non potrebbe intervenire in materia di raccolta firme alle regionali, nonostante  il paese unitario). 
Primo. I liberali sono fautori delle regole procedurali perché le procedure della convivenza rendono possibile la convivenza tra diversi. Insomma, la procedura è sostanza ma a patto di non prescindere dalla sostanza della convivenza. Nel caso, lasciare fuori la maggior forza politica (seppure per colpa sua) è profondamente antidemocratico perché trasforma le procedure in sostanza facendole prevalere sui rapporti della convivenza reale. Non lo diciamo solo noi. Lo affermano anche due massimi esponenti della cultura di riferimento dell&#8217;opposizione di sinistra, l&#8217;attuale Presidente Napolitano e l&#8217;ex Presidente Scalfaro.  
Secondo. Il decreto è stato controfirmato da Napolitano in quanto non innovativo delle regole elettorali. Interpretando quelle esistenti, consente agli organi amministrativi di porre qualche rimedio al pasticcio. Si badi bene. Il pasticcio di una tornata elettorale senza il partito maggiore, non il rischio – che riguarda solo il Popolo della Libertà e che rimane immutato – del giudizio degli elettori sui comportamenti degli incaricati.  
Arrivati qui, il PDL ha avuto un colpo di fortuna. Al pasticcio della maggioranza, l&#8217;opposizione non è stata capace di dare risposta politica. Proseguendo nella linea di un’alternativa affidata ai tribunali, ha sollevato solo questioni di tipo procedurale e per di più si é divisa sul comportamento del Presidente della Repubblica. Il PD declama che le regole non si cambiano durante la partita, che é meglio rischiare l’assenza di una lista e che Napoliltano è incolpevole. Invece Di Pietro grida che il decreto è incostituzionale e chiede l&#8217;impeachment per Napolitano reo di non averlo bloccato. Ma queste sono posizioni fragili e contrastanti che faciltano la campagna tradizionale del centro destra. Infatti, la necessità che sia alle elezioni il maggior partito è l&#8217;assunto di Napolitano, noto come uomo di sinistra coerente. Anzi, Berlusconi  ha fatto quel tipo di decreto per lo stop di Napolitano a scelte assai più invasive. E dare per scontata l&#8217;incostituzionalità del decreto senza averne titolo, cerca i voti della gente eccitata sulla complicità di Napolitano, ma è un&#8217;idea repellente per l&#8217;opinione pubblica non movimentista e lontana dalle esasperazioni.  
Dunque, il colpo di fortuna del Popolo della Libertà è intanto che  gli elettori non hanno più presente solo i gravi errori del centro destra  ma anche quelli che sta commettendo l&#8217;opposizione. E soprattutto che può ricominciare il solito refrain dell&#8217;opposizione che dice di no a tutto e che disfa senza mai costruire qualcosa. Se poi la lista PDL a Roma – non ammessa dal TAR lunedì 8 e lo stesso giorno ripresentata in base al decreto – sarà questa volta ammessa dall&#8217;Ufficio Elettorale di Roma e se nella manifestazione di sabato 13 l&#8217;opposizione sarà unita nei toni esagitati e sui temi esasperati, bisognerà riconoscere che la fortuna aiuta anche chi fa di tutto per non meritarla. 
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		<item>
		<title>Nigeria: prosegue il massacro dei cristiani</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/nigeria-prosegue-il-massacro-dei-cristiani/</link>
		<comments>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/nigeria-prosegue-il-massacro-dei-cristiani/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberalcafe.it/?p=734</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a> </p>
<p>Il fine settimana appena trascorso è stato testimone di una nuova strage di cristiani in Nigeria. Come già successo a gennaio e negli anni passati, il massacro è avvenuto nella regione di Jos, pressoché al centro del Paese. Questa volta si contano almeno 500 morti, fra donne, bambini e anziani, 200 in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. La popolazione inerme dei villaggi che fanno da cintura alla città di Jos, abitati prevalentemente da cristiani, è stata fatta oggetto di un assalto plurimo da parte di bande armate di machete e kalashnikov. Saccheggi, incendi e correlati omicidi, che a questo punto possiamo considerare di massa, hanno scritto le pagine di cronaca di questi ultimi giorni in Nigeria. </p>
<p>A dispetto delle attese proteste però, l’Arcivescovo della diocesi locale, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, ha invitato tutti a mantenere la calma. Ha sottolineato che dall’accaduto non si deve arrivare alla conclusione sbrigativa e semplicistica di uno scontro religioso, che sarebbe in corso nella regione. Anzi, l’opinione del prelato – in linea con quella di alcuni osservatori locali – è che la strage sia da vedere più come un regolamento di conti fra bande e tribù rivali. Si tratterebbe di scorribande da parte di miliziani fulani e hausa, i gruppi etnici dominanti in Nigeria, scesi dalle montagne per fare razzia nei ricchi ma indifesi villaggi della regione. L’ammonimento di monsignor Kaigama è plausibile. In un contesto tribale come quello nigeriano – dove è in netta crescita il traffico di armi –non si può pensare di poter spiegare tutte le espressioni di violenza come un rigurgito di guerre di religione. Si resta però sconcertati di fronte ad altre parole sempre di Kaigama, quando dice: “ogni cosa viene letta in chiave religiosa. Anche se due persone litigano al mercato, certi giornali tirano in ballo la loro fede come motivo del litigio”. In questo senso è difficile ridurre i recenti 500 morti a un “litigio in un mercato”. </p>
<p>Questa sorprendente tendenza a minimizzare l’accaduto, da parte di Kaigama, può avere lo scopo attenuare gli odi e le rivalità. Appare incisivo infatti il suo invito a “evitare un linguaggio che inciti gli animi, bensì predicare la pace e la riconciliazione”. Oltre agli interlocutori locali però, quella dell’arcivescovo di Jos appare come un’osservazione relativa all’intera area nigeriana e non solo. Per una serie di vicissitudini disconnesse ma coincidenti fra loro, il contesto sub sahariano sta tornando a essere una zona di crisi elevata. I miliziani di al-Qaeda dal Maghreb e dal Sahel si starebbero espandendo verso sud, in direzione proprio della Nigeria, con l’intenzione di creare nuove cellule terroristiche, ma soprattutto per destabilizzare un Paese già di per sé precario, ma strategico per le sue ricchezze di petrolio e gas. Allo stesso tempo va ricordato il golpe di cui è stato testimone il vicino Niger. Anche questo appare come un fattore di pericolo per tutta la zona. Infine l’attenzione dev’essere rivolta ad Abuja. Qui da oltre quattro mesi il futuro della stabilità del governo federale rischia quotidianamente di essere messa in discussione. </p>
<p>A novembre il Presidente Umaru Yar’Adua è stato ricoverato in una clinica in Arabia Saudita per un intervento cardiochirurgico. La sua prolungata assenza dal Paese ha innescato le proteste dell’opposizione, la quale ha chiesto al vice-Presidente, Goodluck Jonathan, di assumere il controllo del Paese, praticamente destituendo Yar’Adua. Il repentino rientro in patria di quest’ultimo dieci giorni fa ha evitato che anche la Nigeria fosse vittima di un palese Colpo di Stato. Permangono tuttavia le tensioni fra la Presidenza, l’opposizione e il vice Presidente Jonathan, le cui capacità di temporeggiatore hanno eluso un’escalation. Di fronte a tutto questo, appaiono chiare le intenzioni espresse da Kaigama in nome di tutte le comunità cristiane locali. Se nell’area dovesse accendersi una miccia di violenza, i cristiani non vogliono passare come i responsabili della stessa. Possono esserne le vittime, ma non i fautori. Meglio quindi, secondo questo vescovo tanto realista, minimizzare il peso di 500 morti e farli passare come un episodio di “litigio”, piuttosto che fomentare l’odio contro l’Islam presso la sua diocesi.</p>
<p><em><font size="1">Pubblicato su liberal del 9 marzo 2010</font></em></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a> </p>
<p>Il fine settimana appena trascorso è stato testimone di una nuova strage di cristiani in Nigeria. Come già successo a gennaio e negli anni passati, il massacro è avvenuto nella regione di Jos, pressoché al centro del Paese. Questa volta si contano almeno 500 morti, fra donne, bambini e anziani, 200 in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. La popolazione inerme dei villaggi che fanno da cintura alla città di Jos, abitati prevalentemente da cristiani, è stata fatta oggetto di un assalto plurimo da parte di bande armate di machete e kalashnikov. Saccheggi, incendi e correlati omicidi, che a questo punto possiamo considerare di massa, hanno scritto le pagine di cronaca di questi ultimi giorni in Nigeria. </p>
<p>A dispetto delle attese proteste però, l’Arcivescovo della diocesi locale, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, ha invitato tutti a mantenere la calma. Ha sottolineato che dall’accaduto non si deve arrivare alla conclusione sbrigativa e semplicistica di uno scontro religioso, che sarebbe in corso nella regione. Anzi, l’opinione del prelato – in linea con quella di alcuni osservatori locali – è che la strage sia da vedere più come un regolamento di conti fra bande e tribù rivali. Si tratterebbe di scorribande da parte di miliziani fulani e hausa, i gruppi etnici dominanti in Nigeria, scesi dalle montagne per fare razzia nei ricchi ma indifesi villaggi della regione. L’ammonimento di monsignor Kaigama è plausibile. In un contesto tribale come quello nigeriano – dove è in netta crescita il traffico di armi –non si può pensare di poter spiegare tutte le espressioni di violenza come un rigurgito di guerre di religione. Si resta però sconcertati di fronte ad altre parole sempre di Kaigama, quando dice: “ogni cosa viene letta in chiave religiosa. Anche se due persone litigano al mercato, certi giornali tirano in ballo la loro fede come motivo del litigio”. In questo senso è difficile ridurre i recenti 500 morti a un “litigio in un mercato”. </p>
<p>Questa sorprendente tendenza a minimizzare l’accaduto, da parte di Kaigama, può avere lo scopo attenuare gli odi e le rivalità. Appare incisivo infatti il suo invito a “evitare un linguaggio che inciti gli animi, bensì predicare la pace e la riconciliazione”. Oltre agli interlocutori locali però, quella dell’arcivescovo di Jos appare come un’osservazione relativa all’intera area nigeriana e non solo. Per una serie di vicissitudini disconnesse ma coincidenti fra loro, il contesto sub sahariano sta tornando a essere una zona di crisi elevata. I miliziani di al-Qaeda dal Maghreb e dal Sahel si starebbero espandendo verso sud, in direzione proprio della Nigeria, con l’intenzione di creare nuove cellule terroristiche, ma soprattutto per destabilizzare un Paese già di per sé precario, ma strategico per le sue ricchezze di petrolio e gas. Allo stesso tempo va ricordato il golpe di cui è stato testimone il vicino Niger. Anche questo appare come un fattore di pericolo per tutta la zona. Infine l’attenzione dev’essere rivolta ad Abuja. Qui da oltre quattro mesi il futuro della stabilità del governo federale rischia quotidianamente di essere messa in discussione. </p>
<p>A novembre il Presidente Umaru Yar’Adua è stato ricoverato in una clinica in Arabia Saudita per un intervento cardiochirurgico. La sua prolungata assenza dal Paese ha innescato le proteste dell’opposizione, la quale ha chiesto al vice-Presidente, Goodluck Jonathan, di assumere il controllo del Paese, praticamente destituendo Yar’Adua. Il repentino rientro in patria di quest’ultimo dieci giorni fa ha evitato che anche la Nigeria fosse vittima di un palese Colpo di Stato. Permangono tuttavia le tensioni fra la Presidenza, l’opposizione e il vice Presidente Jonathan, le cui capacità di temporeggiatore hanno eluso un’escalation. Di fronte a tutto questo, appaiono chiare le intenzioni espresse da Kaigama in nome di tutte le comunità cristiane locali. Se nell’area dovesse accendersi una miccia di violenza, i cristiani non vogliono passare come i responsabili della stessa. Possono esserne le vittime, ma non i fautori. Meglio quindi, secondo questo vescovo tanto realista, minimizzare il peso di 500 morti e farli passare come un episodio di “litigio”, piuttosto che fomentare l’odio contro l’Islam presso la sua diocesi.</p>
<p><em><font size="1">Pubblicato su liberal del 9 marzo 2010</font></em></p>
<br/><br/><form id="vozme_form_f500de93e367a851da389c62d0cfa58a" method="post" name="vozme_form_f500de93e367a851da389c62d0cfa58a" target="f500de93e367a851da389c62d0cfa58a" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Nigeria: prosegue il massacro dei cristiani.. di ANTONIO PICASSO 
Il fine settimana appena trascorso è stato testimone di una nuova strage di cristiani in Nigeria. Come già successo a gennaio e negli anni passati, il massacro è avvenuto nella regione di Jos, pressoché al centro del Paese. Questa volta si contano almeno 500 morti, fra donne, bambini e anziani, 200 in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. La popolazione inerme dei villaggi che fanno da cintura alla città di Jos, abitati prevalentemente da cristiani, è stata fatta oggetto di un assalto plurimo da parte di bande armate di machete e kalashnikov. Saccheggi, incendi e correlati omicidi, che a questo punto possiamo considerare di massa, hanno scritto le pagine di cronaca di questi ultimi giorni in Nigeria. 
A dispetto delle attese proteste però, l’Arcivescovo della diocesi locale, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, ha invitato tutti a mantenere la calma. Ha sottolineato che dall’accaduto non si deve arrivare alla conclusione sbrigativa e semplicistica di uno scontro religioso, che sarebbe in corso nella regione. Anzi, l’opinione del prelato – in linea con quella di alcuni osservatori locali – è che la strage sia da vedere più come un regolamento di conti fra bande e tribù rivali. Si tratterebbe di scorribande da parte di miliziani fulani e hausa, i gruppi etnici dominanti in Nigeria, scesi dalle montagne per fare razzia nei ricchi ma indifesi villaggi della regione. L’ammonimento di monsignor Kaigama è plausibile. In un contesto tribale come quello nigeriano – dove è in netta crescita il traffico di armi –non si può pensare di poter spiegare tutte le espressioni di violenza come un rigurgito di guerre di religione. Si resta però sconcertati di fronte ad altre parole sempre di Kaigama, quando dice: “ogni cosa viene letta in chiave religiosa. Anche se due persone litigano al mercato, certi giornali tirano in ballo la loro fede come motivo del litigio”. In questo senso è difficile ridurre i recenti 500 morti a un “litigio in un mercato”. 
Questa sorprendente tendenza a minimizzare l’accaduto, da parte di Kaigama, può avere lo scopo attenuare gli odi e le rivalità. Appare incisivo infatti il suo invito a “evitare un linguaggio che inciti gli animi, bensì predicare la pace e la riconciliazione”. Oltre agli interlocutori locali però, quella dell’arcivescovo di Jos appare come un’osservazione relativa all’intera area nigeriana e non solo. Per una serie di vicissitudini disconnesse ma coincidenti fra loro, il contesto sub sahariano sta tornando a essere una zona di crisi elevata. I miliziani di al-Qaeda dal Maghreb e dal Sahel si starebbero espandendo verso sud, in direzione proprio della Nigeria, con l’intenzione di creare nuove cellule terroristiche, ma soprattutto per destabilizzare un Paese già di per sé precario, ma strategico per le sue ricchezze di petrolio e gas. Allo stesso tempo va ricordato il golpe di cui è stato testimone il vicino Niger. Anche questo appare come un fattore di pericolo per tutta la zona. Infine l’attenzione dev’essere rivolta ad Abuja. Qui da oltre quattro mesi il futuro della stabilità del governo federale rischia quotidianamente di essere messa in discussione. 
A novembre il Presidente Umaru Yar’Adua è stato ricoverato in una clinica in Arabia Saudita per un intervento cardiochirurgico. La sua prolungata assenza dal Paese ha innescato le proteste dell’opposizione, la quale ha chiesto al vice-Presidente, Goodluck Jonathan, di assumere il controllo del Paese, praticamente destituendo Yar’Adua. Il repentino rientro in patria di quest’ultimo dieci giorni fa ha evitato che anche la Nigeria fosse vittima di un palese Colpo di Stato. Permangono tuttavia le tensioni fra la Presidenza, l’opposizione e il vice Presidente Jonathan, le cui capacità di temporeggiatore hanno eluso un’escalation. Di fronte a tutto questo, appaiono chiare le intenzioni espresse da Kaigama in nome di tutte le comunità cristiane locali. Se nell’area dovesse accendersi una miccia di violenza, i cristiani non vogliono passare come i responsabili della stessa. Possono esserne le vittime, ma non i fautori. Meglio quindi, secondo questo vescovo tanto realista, minimizzare il peso di 500 morti e farli passare come un episodio di “litigio”, piuttosto che fomentare l’odio contro l’Islam presso la sua diocesi.
Pubblicato su liberal del 9 marzo 2010
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		<item>
		<title>Tutela della proprietà privata ed espropriazione per Pubblica Utilità (per così dire) nello Stato di Israele</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/tutela-della-proprieta-privata-ed-espropriazione-per-pubblica-utilita-per-cosi-dire-nello-stato-di-israele/</link>
		<comments>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/tutela-della-proprieta-privata-ed-espropriazione-per-pubblica-utilita-per-cosi-dire-nello-stato-di-israele/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberalcafe.it/?p=731</guid>
		<description><![CDATA[<p>di ALESSANDRO OLMO</p>
<p>Uno degli elementi che, a mio avviso, caratterizza maggiormente la società israeliana e più in generale lo Stato di Israele, è la curiosa unione di elementi direttamente derivanti dalla dottrina socialista (assai presenti, assieme ad elementi nazionalisti nella prima fase del Sionismo), e della conseguente prevalenza dell’interesse presuntamente pubblico rispetto a quello individuale, con elementi liberali, molto visibili nella società civile israeliana, a volte quasi anarchica.  </p>
<p>Il diritto alla proprietà non era inizialmente riconosciuto come diritto costituzionale, ma come diritto di base, e quindi sacrificabile; tale situazione ha avuto conseguenza fortissime, e lo possiamo vedere prendendo ad esempio un tema caro ai liberali, quali la tutela della proprietà privata, ed osservando le norme di base israeliane in materia di espropriazione per pubblica utilità di terreni per la costruzione di opere pubbliche. </p>
<p>Innanzitutto le norme che regolano il settore sono la Land Ordinance (Acquisition for Public Purposes), 1943 and in the Road and Railway Ordinance (Protection and Development), 1943, entrambe risalenti al periodo del Mandato Britannico di Palestina e create per permettere la costruzione di basi militari britanniche durante la seconda guerra mondiale, ed adeguate, nel corso degli anni, a tutelare al meglio la “pubblica utilità” israeliana, sia nei confronti dei cittadini di Israele che dei Palestinesi. </p>
<p>I principi fondamentali che emergono dalle leggi in questione sono i seguenti:</p>
<p>(a) Il Tribunale non dovrà in primo luogo tenere conto del fatto che la terra sia stata acquisita con la forza;</p>
<p>(b) Il valore del compenso sarà quello che avrebbe avuto il bene se venduto a prezzi di mercato da un venditore consenziente.</p>
<p>(c) Il Tribunale non terrà conto (nella valutazione del valore del terreno) dell&#8217;idoneità o della preparazione speciale della terra per un qualunque scopo particolare, se questo è diverso dallo scopo per il quale lo acquista il Ministro di Finanza;</p>
<p>(g)Al Tribunale è richiesto di tenere conto di qualunque aumento del valore della terra dovuta alla sua prossimità alla opera pubblica che verrà edificata a seguito dell’espropriazione. </p>
<p>E’ evidente che il criterio che si evince da quanto sopra è che il giudice dovrebbe tener solo conto dei criteri favorevoli al proprietario (ossia dell’eventuale aumento di valore dei terreni che rimangano al proprietario espropriato nelle vicinanze dei suoi vecchi appezzamenti), ma non riconoscere il danno realmente patito; ad esempio al Giudice non è consentito di valutare il fatto che i terreni si siano deprezzati a causa dell’opera pubblica costruita.</p>
<p>Sembrerebbe infatti che il legislatore israeliano ritenga che qualora lo Stato vi costruisca in giardino una autostrada questo non potrà che aumenterà il valore di casa vostra o del vostro terreno.. </p>
<p>A questo aggiungete che alcune norme ulteriori (The Planning and Construction Law, 5725 – 1965 e Israel National Road Law, 5755 – 1994) permettono di pagare soltanto il 60% dei terreni espropriati ed il quadro che ne esce risulta assai sconfortante.</p>
<p>Ci sarebbe quindi da chiedersi in che modo i cittadini israeliani possano difendersi e tutelarsi da un intervento così violento da parte del legislatore. </p>
<p>La risposta deriva dalla applicazione al caso, da parte della Corte Suprema Israeliana, per analogia, la “Human Basic Law, Liberty and Dignity” approvata dalla Knesset (Parlamento) nei primi anni 90 e che ha finalmente ridotto le tendenze “socialisteggianti” del primo periodo legislativo della vita dello Stato di Israele.</p>
<p>La Suprema Corte infatti, nella sentenza relativa al caso Krasic (ennesimo proprietario espropriato che aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Finanze), ha recentemente statuito che:</p>
<p>  “a. Se lo scopo pubblico che è servito da base per l&#8217;espropriazione della terra secondo l&#8217;ordinanza è cessato, l&#8217;espropriazione è revocata ed il proprietario della terra espropriata è autorizzato al recupero del terreno.</p>
<p>b. L&#8217;espropriazione deve adeguarsi al criterio della proporzionalità. Quindi tre condizioni cumulative devono essere soddisfatte: l&#8217;esistenza di uno scopo pubblico specifico e definito; il collegamento dello scopo pubblico alla terra che sta per essere espropriata; e l&#8217;esistenza dell&#8217;esigenza di questa espropriazione particolare per raggiungere lo scopo pubblico. La proporzionalità deve essere permanere non solo nella fase dell&#8217;acquisto della terra dai suoi proprietari originali, ma anche da allora in poi, dato che finchè l&#8217;atto dell&#8217;espropriazione continua.</p>
<p>c. L&#8217;autorità  espropriante non è autorizzata ad usare la terra espropriata come voglia,ma solo per usi pubblici.</p>
<p>e. La legge fondamentale“Human Basic Law, Liberty and Dignity” ha causato un cambiamento significativo nello statuto giuridico del diritto di proprietà e lo ha trasformato non solo in un diritto fondamentale, ma anche un diritto costituzionale.</p>
<p>L&#8217;espropriazione è valida solo finchè il bisogno pubblico esiste.</p>
<p>f. Inoltre conformemente a questa decisione, quando l&#8217;esigenza pubblica dell&#8217;espropriazione è cessata, il proprietario originario non riceve automaticamente il possesso del diritto di proprietà, ma solo dopo che una decisione in materia è stata presa dall&#8217;autorità espropriante o dalla corte. Ne consegue che quando l&#8217;autorità espropriante diventare cosciente che il bisogno pubblico è cessato, è suo preciso dovere attivarsi.” </p>
<p>Di conseguenza, conclude la sentenza “ora è diventato possibile interpretare il potere di espropriazione in base ad un equilibrio fra i bisogni del pubblico ed il diritto di proprietà, un equilibrio che dovrà essere coerente con i valori dello stato di Israele, in un modo da rinforzare la protezione del diritto di proprietà, così fragile precedentemente; il potere di espropriazione del ministro delle finanze dovrà quindi essere limitato di conseguenza.” </p>
<p>Molto rimane ancora da fare e sarà interessante vedere in futuro come la situazione si evolverà, anche vista la necessità di infrastrutture (spesso militari) di Israele..da liberale non posso che sperare che l’orientamento emerso dalla sentenza di permetta un serio riequilibrio della situazione. </p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di ALESSANDRO OLMO</p>
<p>Uno degli elementi che, a mio avviso, caratterizza maggiormente la società israeliana e più in generale lo Stato di Israele, è la curiosa unione di elementi direttamente derivanti dalla dottrina socialista (assai presenti, assieme ad elementi nazionalisti nella prima fase del Sionismo), e della conseguente prevalenza dell’interesse presuntamente pubblico rispetto a quello individuale, con elementi liberali, molto visibili nella società civile israeliana, a volte quasi anarchica.  </p>
<p>Il diritto alla proprietà non era inizialmente riconosciuto come diritto costituzionale, ma come diritto di base, e quindi sacrificabile; tale situazione ha avuto conseguenza fortissime, e lo possiamo vedere prendendo ad esempio un tema caro ai liberali, quali la tutela della proprietà privata, ed osservando le norme di base israeliane in materia di espropriazione per pubblica utilità di terreni per la costruzione di opere pubbliche. </p>
<p>Innanzitutto le norme che regolano il settore sono la Land Ordinance (Acquisition for Public Purposes), 1943 and in the Road and Railway Ordinance (Protection and Development), 1943, entrambe risalenti al periodo del Mandato Britannico di Palestina e create per permettere la costruzione di basi militari britanniche durante la seconda guerra mondiale, ed adeguate, nel corso degli anni, a tutelare al meglio la “pubblica utilità” israeliana, sia nei confronti dei cittadini di Israele che dei Palestinesi. </p>
<p>I principi fondamentali che emergono dalle leggi in questione sono i seguenti:</p>
<p>(a) Il Tribunale non dovrà in primo luogo tenere conto del fatto che la terra sia stata acquisita con la forza;</p>
<p>(b) Il valore del compenso sarà quello che avrebbe avuto il bene se venduto a prezzi di mercato da un venditore consenziente.</p>
<p>(c) Il Tribunale non terrà conto (nella valutazione del valore del terreno) dell&#8217;idoneità o della preparazione speciale della terra per un qualunque scopo particolare, se questo è diverso dallo scopo per il quale lo acquista il Ministro di Finanza;</p>
<p>(g)Al Tribunale è richiesto di tenere conto di qualunque aumento del valore della terra dovuta alla sua prossimità alla opera pubblica che verrà edificata a seguito dell’espropriazione. </p>
<p>E’ evidente che il criterio che si evince da quanto sopra è che il giudice dovrebbe tener solo conto dei criteri favorevoli al proprietario (ossia dell’eventuale aumento di valore dei terreni che rimangano al proprietario espropriato nelle vicinanze dei suoi vecchi appezzamenti), ma non riconoscere il danno realmente patito; ad esempio al Giudice non è consentito di valutare il fatto che i terreni si siano deprezzati a causa dell’opera pubblica costruita.</p>
<p>Sembrerebbe infatti che il legislatore israeliano ritenga che qualora lo Stato vi costruisca in giardino una autostrada questo non potrà che aumenterà il valore di casa vostra o del vostro terreno.. </p>
<p>A questo aggiungete che alcune norme ulteriori (The Planning and Construction Law, 5725 – 1965 e Israel National Road Law, 5755 – 1994) permettono di pagare soltanto il 60% dei terreni espropriati ed il quadro che ne esce risulta assai sconfortante.</p>
<p>Ci sarebbe quindi da chiedersi in che modo i cittadini israeliani possano difendersi e tutelarsi da un intervento così violento da parte del legislatore. </p>
<p>La risposta deriva dalla applicazione al caso, da parte della Corte Suprema Israeliana, per analogia, la “Human Basic Law, Liberty and Dignity” approvata dalla Knesset (Parlamento) nei primi anni 90 e che ha finalmente ridotto le tendenze “socialisteggianti” del primo periodo legislativo della vita dello Stato di Israele.</p>
<p>La Suprema Corte infatti, nella sentenza relativa al caso Krasic (ennesimo proprietario espropriato che aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Finanze), ha recentemente statuito che:</p>
<p>  “a. Se lo scopo pubblico che è servito da base per l&#8217;espropriazione della terra secondo l&#8217;ordinanza è cessato, l&#8217;espropriazione è revocata ed il proprietario della terra espropriata è autorizzato al recupero del terreno.</p>
<p>b. L&#8217;espropriazione deve adeguarsi al criterio della proporzionalità. Quindi tre condizioni cumulative devono essere soddisfatte: l&#8217;esistenza di uno scopo pubblico specifico e definito; il collegamento dello scopo pubblico alla terra che sta per essere espropriata; e l&#8217;esistenza dell&#8217;esigenza di questa espropriazione particolare per raggiungere lo scopo pubblico. La proporzionalità deve essere permanere non solo nella fase dell&#8217;acquisto della terra dai suoi proprietari originali, ma anche da allora in poi, dato che finchè l&#8217;atto dell&#8217;espropriazione continua.</p>
<p>c. L&#8217;autorità  espropriante non è autorizzata ad usare la terra espropriata come voglia,ma solo per usi pubblici.</p>
<p>e. La legge fondamentale“Human Basic Law, Liberty and Dignity” ha causato un cambiamento significativo nello statuto giuridico del diritto di proprietà e lo ha trasformato non solo in un diritto fondamentale, ma anche un diritto costituzionale.</p>
<p>L&#8217;espropriazione è valida solo finchè il bisogno pubblico esiste.</p>
<p>f. Inoltre conformemente a questa decisione, quando l&#8217;esigenza pubblica dell&#8217;espropriazione è cessata, il proprietario originario non riceve automaticamente il possesso del diritto di proprietà, ma solo dopo che una decisione in materia è stata presa dall&#8217;autorità espropriante o dalla corte. Ne consegue che quando l&#8217;autorità espropriante diventare cosciente che il bisogno pubblico è cessato, è suo preciso dovere attivarsi.” </p>
<p>Di conseguenza, conclude la sentenza “ora è diventato possibile interpretare il potere di espropriazione in base ad un equilibrio fra i bisogni del pubblico ed il diritto di proprietà, un equilibrio che dovrà essere coerente con i valori dello stato di Israele, in un modo da rinforzare la protezione del diritto di proprietà, così fragile precedentemente; il potere di espropriazione del ministro delle finanze dovrà quindi essere limitato di conseguenza.” </p>
<p>Molto rimane ancora da fare e sarà interessante vedere in futuro come la situazione si evolverà, anche vista la necessità di infrastrutture (spesso militari) di Israele..da liberale non posso che sperare che l’orientamento emerso dalla sentenza di permetta un serio riequilibrio della situazione. </p>
<br/><br/><form id="vozme_form_14c3cdbef0c559523d5676bf0e0829cd" method="post" name="vozme_form_14c3cdbef0c559523d5676bf0e0829cd" target="14c3cdbef0c559523d5676bf0e0829cd" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Tutela della proprietà privata ed espropriazione per Pubblica Utilità (per così dire) nello Stato di Israele.. di ALESSANDRO OLMO
Uno degli elementi che, a mio avviso, caratterizza maggiormente la società israeliana e più in generale lo Stato di Israele, è la curiosa unione di elementi direttamente derivanti dalla dottrina socialista (assai presenti, assieme ad elementi nazionalisti nella prima fase del Sionismo), e della conseguente prevalenza dell’interesse presuntamente pubblico rispetto a quello individuale, con elementi liberali, molto visibili nella società civile israeliana, a volte quasi anarchica.  
Il diritto alla proprietà non era inizialmente riconosciuto come diritto costituzionale, ma come diritto di base, e quindi sacrificabile; tale situazione ha avuto conseguenza fortissime, e lo possiamo vedere prendendo ad esempio un tema caro ai liberali, quali la tutela della proprietà privata, ed osservando le norme di base israeliane in materia di espropriazione per pubblica utilità di terreni per la costruzione di opere pubbliche. 
Innanzitutto le norme che regolano il settore sono la Land Ordinance (Acquisition for Public Purposes), 1943 and in the Road and Railway Ordinance (Protection and Development), 1943, entrambe risalenti al periodo del Mandato Britannico di Palestina e create per permettere la costruzione di basi militari britanniche durante la seconda guerra mondiale, ed adeguate, nel corso degli anni, a tutelare al meglio la “pubblica utilità” israeliana, sia nei confronti dei cittadini di Israele che dei Palestinesi. 
I principi fondamentali che emergono dalle leggi in questione sono i seguenti:
(a) Il Tribunale non dovrà in primo luogo tenere conto del fatto che la terra sia stata acquisita con la forza;
(b) Il valore del compenso sarà quello che avrebbe avuto il bene se venduto a prezzi di mercato da un venditore consenziente.
(c) Il Tribunale non terrà conto (nella valutazione del valore del terreno) dell&#8217;idoneità o della preparazione speciale della terra per un qualunque scopo particolare, se questo è diverso dallo scopo per il quale lo acquista il Ministro di Finanza;
(g)Al Tribunale è richiesto di tenere conto di qualunque aumento del valore della terra dovuta alla sua prossimità alla opera pubblica che verrà edificata a seguito dell’espropriazione. 
E’ evidente che il criterio che si evince da quanto sopra è che il giudice dovrebbe tener solo conto dei criteri favorevoli al proprietario (ossia dell’eventuale aumento di valore dei terreni che rimangano al proprietario espropriato nelle vicinanze dei suoi vecchi appezzamenti), ma non riconoscere il danno realmente patito; ad esempio al Giudice non è consentito di valutare il fatto che i terreni si siano deprezzati a causa dell’opera pubblica costruita.
Sembrerebbe infatti che il legislatore israeliano ritenga che qualora lo Stato vi costruisca in giardino una autostrada questo non potrà che aumenterà il valore di casa vostra o del vostro terreno.. 
A questo aggiungete che alcune norme ulteriori (The Planning and Construction Law, 5725 – 1965 e Israel National Road Law, 5755 – 1994) permettono di pagare soltanto il 60% dei terreni espropriati ed il quadro che ne esce risulta assai sconfortante.
Ci sarebbe quindi da chiedersi in che modo i cittadini israeliani possano difendersi e tutelarsi da un intervento così violento da parte del legislatore. 
La risposta deriva dalla applicazione al caso, da parte della Corte Suprema Israeliana, per analogia, la “Human Basic Law, Liberty and Dignity” approvata dalla Knesset (Parlamento) nei primi anni 90 e che ha finalmente ridotto le tendenze “socialisteggianti” del primo periodo legislativo della vita dello Stato di Israele.
La Suprema Corte infatti, nella sentenza relativa al caso Krasic (ennesimo proprietario espropriato che aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Finanze), ha recentemente statuito che:
  “a. Se lo scopo pubblico che è servito da base per l&#8217;espropriazione della terra secondo l&#8217;ordinanza è cessato, l&#8217;espropriazione è revocata ed il proprietario della terra espropriata è autorizzato al recupero del terreno.
b. L&#8217;espropriazione deve adeguarsi al criterio della proporzionalità. Quindi tre condizioni cumulative devono essere soddisfatte: l&#8217;esistenza di uno scopo pubblico specifico e definito; il collegamento dello scopo pubblico alla terra che sta per essere espropriata; e l&#8217;esistenza dell&#8217;esigenza di questa espropriazione particolare per raggiungere lo scopo pubblico. La proporzionalità deve essere permanere non solo nella fase dell&#8217;acquisto della terra dai suoi proprietari originali, ma anche da allora in poi, dato che finchè l&#8217;atto dell&#8217;espropriazione continua.
c. L&#8217;autorità  espropriante non è autorizzata ad usare la terra espropriata come voglia,ma solo per usi pubblici.
e. La legge fondamentale“Human Basic Law, Liberty and Dignity” ha causato un cambiamento significativo nello statuto giuridico del diritto di proprietà e lo ha trasformato non solo in un diritto fondamentale, ma anche un diritto costituzionale.
L&#8217;espropriazione è valida solo finchè il bisogno pubblico esiste.
f. Inoltre conformemente a questa decisione, quando l&#8217;esigenza pubblica dell&#8217;espropriazione è cessata, il proprietario originario non riceve automaticamente il possesso del diritto di proprietà, ma solo dopo che una decisione in materia è stata presa dall&#8217;autorità espropriante o dalla corte. Ne consegue che quando l&#8217;autorità espropriante diventare cosciente che il bisogno pubblico è cessato, è suo preciso dovere attivarsi.” 
Di conseguenza, conclude la sentenza “ora è diventato possibile interpretare il potere di espropriazione in base ad un equilibrio fra i bisogni del pubblico ed il diritto di proprietà, un equilibrio che dovrà essere coerente con i valori dello stato di Israele, in un modo da rinforzare la protezione del diritto di proprietà, così fragile precedentemente; il potere di espropriazione del ministro delle finanze dovrà quindi essere limitato di conseguenza.” 
Molto rimane ancora da fare e sarà interessante vedere in futuro come la situazione si evolverà, anche vista la necessità di infrastrutture (spesso militari) di Israele..da liberale non posso che sperare che l’orientamento emerso dalla sentenza di permetta un serio riequilibrio della situazione. 
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		<title>Liberi Imprenditori Autonomi</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/economia-e-ambiente/liberi-imprenditori-autonomi/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 14:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di LORENZO CASTELLANI</p>
<p>L’iniziativa parte dalla Regione principe dell’imprenditoria italiana, la Lombardia. I piccoli e medi imprenditori costituiscono una nuova associazione per difendere i propri interessi. I principi ispiratori sono quelli del liberismo e del federalismo. Lo scopo è quello di garantire a tutte le imprese una pari opportunità sul piano civile, affinchè possano esprimere realmente le loro capacità in un regime di libera concorrenza.<br />
Questa associazione costituitasi per la tutela delle attività imprenditoriali si chiama LIA, liberi imprenditori autonomi. Il gruppo può essere ricompreso in quello che è stato definito il “partito dei tartassati”, composto prevalentemente dai piccoli e medi imprenditori. “Nel 2009 avete pagato il 55% di tasse” recita lo spot LIA rivolto agli industriali. Il manifesto “ideologico” continua poi sottolineando la necessità di proteggere il ceto imprenditoriale dalle ispezioni con le armi della Guardia di Finanza, dei metodi coercitivi a volte assunti da tale forza dell’ordine. </p>
<p>La LIA si scaglia poi contro il doppio bilancio fiscale e civile e contro la sovrapposizione di tasse tra Stato ed autonomie locali come Comuni, Province e Regioni. Ribadisce il sacrosanto e liberale principio garantista auspicando alla riduzione delle intercettazioni telefoniche inutili ai fini dell’indagine e ad una  “cultura del sospetto” diffusa in certi ambienti della magistratura nei confronti degli stessi imprenditori. Dopo la pars destruens il manifesto si concentra sulla pars costruens. L’associazione chiede infatti “controlli con visite previo appuntamento predeterminato” e la “smilitarizzazione della Guardia di Finanza” eccetto i casi di indagine su reati di contrabbando, traffico di stupefacenti e mafia. L’associazione imprenditoriale si batte per il passaggio ad un’aliquota al 35% in termini di tassazione fiscale. Non manca poi il tema federalista con il favore al passaggio della potestà impositiva dallo Stato alle Regioni. L’ultima parte del manifesto ha invece connotazione più spiccatamente liberale. </p>
<p>LIA promuove la semplificazione burocratica con eliminazione degli adempimenti fiscale ed il bilancio solo civile come nel resto d’Europa. Non resta inosservato il principio della legalità. L’associazione chiede infatti lotta all’elusione fiscale nelle grandi aziende e banche, sequestro dei beni e carcere per gli evasori totali ed un giustificato e corretto controllo contro l’evasione fiscale. Dunque un’iniziativa, quella degli imprenditori autonomi, volta a salvaguardare prerogative ed interessi della vera e propria spina dorsale dell’economia produttiva italiana troppo spesso bersagliata da iniquità e coercizioni derivanti dall’oppressivo esercizio del potere statale.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di LORENZO CASTELLANI</p>
<p>L’iniziativa parte dalla Regione principe dell’imprenditoria italiana, la Lombardia. I piccoli e medi imprenditori costituiscono una nuova associazione per difendere i propri interessi. I principi ispiratori sono quelli del liberismo e del federalismo. Lo scopo è quello di garantire a tutte le imprese una pari opportunità sul piano civile, affinchè possano esprimere realmente le loro capacità in un regime di libera concorrenza.<br />
Questa associazione costituitasi per la tutela delle attività imprenditoriali si chiama LIA, liberi imprenditori autonomi. Il gruppo può essere ricompreso in quello che è stato definito il “partito dei tartassati”, composto prevalentemente dai piccoli e medi imprenditori. “Nel 2009 avete pagato il 55% di tasse” recita lo spot LIA rivolto agli industriali. Il manifesto “ideologico” continua poi sottolineando la necessità di proteggere il ceto imprenditoriale dalle ispezioni con le armi della Guardia di Finanza, dei metodi coercitivi a volte assunti da tale forza dell’ordine. </p>
<p>La LIA si scaglia poi contro il doppio bilancio fiscale e civile e contro la sovrapposizione di tasse tra Stato ed autonomie locali come Comuni, Province e Regioni. Ribadisce il sacrosanto e liberale principio garantista auspicando alla riduzione delle intercettazioni telefoniche inutili ai fini dell’indagine e ad una  “cultura del sospetto” diffusa in certi ambienti della magistratura nei confronti degli stessi imprenditori. Dopo la pars destruens il manifesto si concentra sulla pars costruens. L’associazione chiede infatti “controlli con visite previo appuntamento predeterminato” e la “smilitarizzazione della Guardia di Finanza” eccetto i casi di indagine su reati di contrabbando, traffico di stupefacenti e mafia. L’associazione imprenditoriale si batte per il passaggio ad un’aliquota al 35% in termini di tassazione fiscale. Non manca poi il tema federalista con il favore al passaggio della potestà impositiva dallo Stato alle Regioni. L’ultima parte del manifesto ha invece connotazione più spiccatamente liberale. </p>
<p>LIA promuove la semplificazione burocratica con eliminazione degli adempimenti fiscale ed il bilancio solo civile come nel resto d’Europa. Non resta inosservato il principio della legalità. L’associazione chiede infatti lotta all’elusione fiscale nelle grandi aziende e banche, sequestro dei beni e carcere per gli evasori totali ed un giustificato e corretto controllo contro l’evasione fiscale. Dunque un’iniziativa, quella degli imprenditori autonomi, volta a salvaguardare prerogative ed interessi della vera e propria spina dorsale dell’economia produttiva italiana troppo spesso bersagliata da iniquità e coercizioni derivanti dall’oppressivo esercizio del potere statale.</p>
<br/><br/><form id="vozme_form_2f06dc9367acad25afd56f0b7815ec9d" method="post" name="vozme_form_2f06dc9367acad25afd56f0b7815ec9d" target="2f06dc9367acad25afd56f0b7815ec9d" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Liberi Imprenditori Autonomi.. di LORENZO CASTELLANI
L’iniziativa parte dalla Regione principe dell’imprenditoria italiana, la Lombardia. I piccoli e medi imprenditori costituiscono una nuova associazione per difendere i propri interessi. I principi ispiratori sono quelli del liberismo e del federalismo. Lo scopo è quello di garantire a tutte le imprese una pari opportunità sul piano civile, affinchè possano esprimere realmente le loro capacità in un regime di libera concorrenza.
Questa associazione costituitasi per la tutela delle attività imprenditoriali si chiama LIA, liberi imprenditori autonomi. Il gruppo può essere ricompreso in quello che è stato definito il “partito dei tartassati”, composto prevalentemente dai piccoli e medi imprenditori. “Nel 2009 avete pagato il 55% di tasse” recita lo spot LIA rivolto agli industriali. Il manifesto “ideologico” continua poi sottolineando la necessità di proteggere il ceto imprenditoriale dalle ispezioni con le armi della Guardia di Finanza, dei metodi coercitivi a volte assunti da tale forza dell’ordine. 
La LIA si scaglia poi contro il doppio bilancio fiscale e civile e contro la sovrapposizione di tasse tra Stato ed autonomie locali come Comuni, Province e Regioni. Ribadisce il sacrosanto e liberale principio garantista auspicando alla riduzione delle intercettazioni telefoniche inutili ai fini dell’indagine e ad una  “cultura del sospetto” diffusa in certi ambienti della magistratura nei confronti degli stessi imprenditori. Dopo la pars destruens il manifesto si concentra sulla pars costruens. L’associazione chiede infatti “controlli con visite previo appuntamento predeterminato” e la “smilitarizzazione della Guardia di Finanza” eccetto i casi di indagine su reati di contrabbando, traffico di stupefacenti e mafia. L’associazione imprenditoriale si batte per il passaggio ad un’aliquota al 35% in termini di tassazione fiscale. Non manca poi il tema federalista con il favore al passaggio della potestà impositiva dallo Stato alle Regioni. L’ultima parte del manifesto ha invece connotazione più spiccatamente liberale. 
LIA promuove la semplificazione burocratica con eliminazione degli adempimenti fiscale ed il bilancio solo civile come nel resto d’Europa. Non resta inosservato il principio della legalità. L’associazione chiede infatti lotta all’elusione fiscale nelle grandi aziende e banche, sequestro dei beni e carcere per gli evasori totali ed un giustificato e corretto controllo contro l’evasione fiscale. Dunque un’iniziativa, quella degli imprenditori autonomi, volta a salvaguardare prerogative ed interessi della vera e propria spina dorsale dell’economia produttiva italiana troppo spesso bersagliata da iniquità e coercizioni derivanti dall’oppressivo esercizio del potere statale.
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		<item>
		<title>Regionali 2010: meglio ricominciare da zero</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/aperitivo-liberale/regionali-2010-meglio-ricominciare-da-zero/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:54:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Aperitivo liberale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di LUCA MARTINELLI</p>
<p>Mentre il Governo è impegnato a trovare una soluzione al “caos liste”, che temiamo sarà poco politica e molto discutibile, riteniamo necessario fornire anche noi il nostro contributo alla soluzione di questo pasticcio inimmaginabile.</p>
<p>Siamo convinti che tutto questo sia il risultato ovvio (non tanto negli effetti che abbiamo di fronte agli occhi, quanto nelle sue linee generali) di un processo di costante svuotamento di importanza delle formalità decise dalle leggi elettorali. Da 15 anni a questa parte, come minimo, i radicali hanno testimoniato come le liste venissero presentate quasi sempre in condizioni di palese illegalità. Di competizioni falsate ne abbiamo vissute molte, solo che non ce ne siamo mai “accorti” fino in fondo.</p>
<p>Denunce del genere, in un Paese civile, avrebbero portato alla rimozione dei responsabili ed eventualmente al ripensamento delle formalità giuridiche a cui assoggettare la presentazione delle liste. E invece no. Le uniche reazioni avute dal sistema si sono concretizzate in provvedimenti di auto-assoluzione per tutti quei comportamenti illegali messi in atto dai partiti: attacchinaggio selvaggio, presentazione di firme false, raccolte di firme avvenute a liste non complete o addirittura non avviate, candidatura di persone che non potrebbero essere neppure candidate, stando a quanto dice la legge.</p>
<p>Per fare un esempio, sia Roberto Formigoni, candidato presidente per il centrodestra in Lombardia, che Vasco Errani, candidato presidente per il centrosinistra in Emilia - Romagna, non potrebbero candidarsi, perché la legge vieta la terza candidatura consecutiva a chi è stato eletto per due volte di fila a suffragio universale. Eppure, nessuno dei due schieramenti ha ritenuto opportuno presentare o appoggiare ricorsi contro i due candidati “illegali”.</p>
<p>I problemi sorti in questi giorni sono solo, temiamo, la punta di un iceberg: abbiamo modo di ritenere che un controllo a tappeto delle liste in tutte le regioni coinvolte permetterebbe di riscontrare ulteriori casi di non attinenza alle norme.</p>
<p>In aggiunta a questa illegalità diffusa, il Governo vorrebbe adesso “sanare” tutto attraverso un decreto legge, che permetterebbe di riaprire i termini per la presentazione delle liste. Questo, dopo aver urlato al misfatto, al golpe, all’attentato alla democrazia, dopo aver fatto ricorso alla piazza e ad affermazioni irresponsabili che avrebbero portato, in un Paese civile, alle dimissioni immediate di chi le ha pronunciate.</p>
<p>Siamo stanchi di non poter considerare l’Italia come un Paese civile. Siamo stanchi di vedere che il principio di rispettare tassativamente termini e regole vale per i cittadini, ma non per i partiti politici, che pure questi termini li decidono.</p>
<p>È per questo che sosteniamo la necessità di annullare questa tornata elettorale e di convocare nuovamente i comizi elettorali, così come riteniamo necessario una riforma condivisa delle procedure per il raccoglimento delle firme. Insomma, pensiamo che sia necessario ricominciare da zero e con nuove regole, per impedire che in futuro si continui ad agire nell’illegalità.</p>
<p>Allo stato, questa sembra essere l’unica, vera “soluzione politica” percorribile e dignitosa.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di LUCA MARTINELLI</p>
<p>Mentre il Governo è impegnato a trovare una soluzione al “caos liste”, che temiamo sarà poco politica e molto discutibile, riteniamo necessario fornire anche noi il nostro contributo alla soluzione di questo pasticcio inimmaginabile.</p>
<p>Siamo convinti che tutto questo sia il risultato ovvio (non tanto negli effetti che abbiamo di fronte agli occhi, quanto nelle sue linee generali) di un processo di costante svuotamento di importanza delle formalità decise dalle leggi elettorali. Da 15 anni a questa parte, come minimo, i radicali hanno testimoniato come le liste venissero presentate quasi sempre in condizioni di palese illegalità. Di competizioni falsate ne abbiamo vissute molte, solo che non ce ne siamo mai “accorti” fino in fondo.</p>
<p>Denunce del genere, in un Paese civile, avrebbero portato alla rimozione dei responsabili ed eventualmente al ripensamento delle formalità giuridiche a cui assoggettare la presentazione delle liste. E invece no. Le uniche reazioni avute dal sistema si sono concretizzate in provvedimenti di auto-assoluzione per tutti quei comportamenti illegali messi in atto dai partiti: attacchinaggio selvaggio, presentazione di firme false, raccolte di firme avvenute a liste non complete o addirittura non avviate, candidatura di persone che non potrebbero essere neppure candidate, stando a quanto dice la legge.</p>
<p>Per fare un esempio, sia Roberto Formigoni, candidato presidente per il centrodestra in Lombardia, che Vasco Errani, candidato presidente per il centrosinistra in Emilia - Romagna, non potrebbero candidarsi, perché la legge vieta la terza candidatura consecutiva a chi è stato eletto per due volte di fila a suffragio universale. Eppure, nessuno dei due schieramenti ha ritenuto opportuno presentare o appoggiare ricorsi contro i due candidati “illegali”.</p>
<p>I problemi sorti in questi giorni sono solo, temiamo, la punta di un iceberg: abbiamo modo di ritenere che un controllo a tappeto delle liste in tutte le regioni coinvolte permetterebbe di riscontrare ulteriori casi di non attinenza alle norme.</p>
<p>In aggiunta a questa illegalità diffusa, il Governo vorrebbe adesso “sanare” tutto attraverso un decreto legge, che permetterebbe di riaprire i termini per la presentazione delle liste. Questo, dopo aver urlato al misfatto, al golpe, all’attentato alla democrazia, dopo aver fatto ricorso alla piazza e ad affermazioni irresponsabili che avrebbero portato, in un Paese civile, alle dimissioni immediate di chi le ha pronunciate.</p>
<p>Siamo stanchi di non poter considerare l’Italia come un Paese civile. Siamo stanchi di vedere che il principio di rispettare tassativamente termini e regole vale per i cittadini, ma non per i partiti politici, che pure questi termini li decidono.</p>
<p>È per questo che sosteniamo la necessità di annullare questa tornata elettorale e di convocare nuovamente i comizi elettorali, così come riteniamo necessario una riforma condivisa delle procedure per il raccoglimento delle firme. Insomma, pensiamo che sia necessario ricominciare da zero e con nuove regole, per impedire che in futuro si continui ad agire nell’illegalità.</p>
<p>Allo stato, questa sembra essere l’unica, vera “soluzione politica” percorribile e dignitosa.</p>
<br/><br/><form id="vozme_form_5c2bb611892e9792b4ccb43b99d65b56" method="post" name="vozme_form_5c2bb611892e9792b4ccb43b99d65b56" target="5c2bb611892e9792b4ccb43b99d65b56" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Regionali 2010: meglio ricominciare da zero.. di LUCA MARTINELLI
Mentre il Governo è impegnato a trovare una soluzione al “caos liste”, che temiamo sarà poco politica e molto discutibile, riteniamo necessario fornire anche noi il nostro contributo alla soluzione di questo pasticcio inimmaginabile.
Siamo convinti che tutto questo sia il risultato ovvio (non tanto negli effetti che abbiamo di fronte agli occhi, quanto nelle sue linee generali) di un processo di costante svuotamento di importanza delle formalità decise dalle leggi elettorali. Da 15 anni a questa parte, come minimo, i radicali hanno testimoniato come le liste venissero presentate quasi sempre in condizioni di palese illegalità. Di competizioni falsate ne abbiamo vissute molte, solo che non ce ne siamo mai “accorti” fino in fondo.
Denunce del genere, in un Paese civile, avrebbero portato alla rimozione dei responsabili ed eventualmente al ripensamento delle formalità giuridiche a cui assoggettare la presentazione delle liste. E invece no. Le uniche reazioni avute dal sistema si sono concretizzate in provvedimenti di auto-assoluzione per tutti quei comportamenti illegali messi in atto dai partiti: attacchinaggio selvaggio, presentazione di firme false, raccolte di firme avvenute a liste non complete o addirittura non avviate, candidatura di persone che non potrebbero essere neppure candidate, stando a quanto dice la legge.
Per fare un esempio, sia Roberto Formigoni, candidato presidente per il centrodestra in Lombardia, che Vasco Errani, candidato presidente per il centrosinistra in Emilia - Romagna, non potrebbero candidarsi, perché la legge vieta la terza candidatura consecutiva a chi è stato eletto per due volte di fila a suffragio universale. Eppure, nessuno dei due schieramenti ha ritenuto opportuno presentare o appoggiare ricorsi contro i due candidati “illegali”.
I problemi sorti in questi giorni sono solo, temiamo, la punta di un iceberg: abbiamo modo di ritenere che un controllo a tappeto delle liste in tutte le regioni coinvolte permetterebbe di riscontrare ulteriori casi di non attinenza alle norme.
In aggiunta a questa illegalità diffusa, il Governo vorrebbe adesso “sanare” tutto attraverso un decreto legge, che permetterebbe di riaprire i termini per la presentazione delle liste. Questo, dopo aver urlato al misfatto, al golpe, all’attentato alla democrazia, dopo aver fatto ricorso alla piazza e ad affermazioni irresponsabili che avrebbero portato, in un Paese civile, alle dimissioni immediate di chi le ha pronunciate.
Siamo stanchi di non poter considerare l’Italia come un Paese civile. Siamo stanchi di vedere che il principio di rispettare tassativamente termini e regole vale per i cittadini, ma non per i partiti politici, che pure questi termini li decidono.
È per questo che sosteniamo la necessità di annullare questa tornata elettorale e di convocare nuovamente i comizi elettorali, così come riteniamo necessario una riforma condivisa delle procedure per il raccoglimento delle firme. Insomma, pensiamo che sia necessario ricominciare da zero e con nuove regole, per impedire che in futuro si continui ad agire nell’illegalità.
Allo stato, questa sembra essere l’unica, vera “soluzione politica” percorribile e dignitosa.
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		<item>
		<title>Caso Cicala: Aqmi concede altri 25 giorni</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/caso-cicala-aqmi-concede-altri-25-giorni/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 14:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[riportiamo l'articolo scritto dal nostro amico Antonio Picasso così come pubblicato su liberal del 2 marzo 2010]</em></p>
<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a></p>
<p>Altri 25 giorni. Questa la proroga che i rapitori di Sergio Cicala e di sua moglie Filomen Kabouree, originaria del Burkina Faso, hanno concesso ieri al Governo italiano, allo scadere dell’ultimatum. Il gruppo tuareg jihadista, che ha rapito Cicala il 18 dicembre nel Mali settentrionale, si è deciso a posticipare l’ultimatum in attesa delle reazione al video postato su internet due giorni fa, in cui il nostro connazionale chiedeva l’immediato soccorso delle autorità italiane. Per Roma si tratta di una boccata di ossigeno, che permette ai negoziatori sul posto di continuare le trattative. D’altra parte chi si fida di al-Qaeda? </p>
<p>Dopo la diffusione del comunicato di ieri infatti, sono giunti i commenti dei sostenitori di al-Qaeda sul web che invece insistevano affinché i rapitori procedessero “alla decapitazione degli ostaggi perché il Governo italiano non ha rispettato le richieste”. Quest’ultime prevedrebbero la liberazione di alcuni combattenti tuareg detenuti nelle carceri di Bamako. Cicala stesso aveva implorato Napolitano e Berlusconi affinché intercedano con le autorità maliane e risolvano questa crisi che si sta prolungando da quasi tre mesi. Roma, pur muovendosi con la massima cautela, è vincolata dalla necessità di mantenere un atteggiamento di irreprensibile fermezza nei confronti del gruppo terroristico. La lotta ad al-Qaeda nella regione impegna i governi locali, soprattutto quello algerino, in un confronto quotidiano che necessita l’appoggio dei partner occidentali. Se uno di questi, per vie unilaterali, cedesse ai ricatti del gruppo terroristico, buona parte degli sforzi collettivi finora spesi per contrastare il fenomeno risulterebbero vani. Roma, in questo senso, non può spezzare la catena. D’altra parte, vuole evitare il sacrificio di due nostri connazionali. Nella medesima situazione si trova la Spagna. Dal 29 novembre dello scorso anno infatti, anche tre volontari dell’Ong catalana “Acciò Solidaria” sono caduti nelle mani dei combattenti tuareg. In questo caso però il riscatto chiesto a Madrid è meramente economico: 5 milioni di dollari, secondo le fonti locali. Stando alla stampa spagnola, il governo Zapatero sarebbe orientato ad accettare lo scambio. I due governi europei si trovano di fronte a un problema simile, ma nato da cause differenti. </p>
<p>“Acciò solidaria” è, dalla sua fondazione nel 1995, un’organizzazione impegnata nella lotta all’Aids soprattutto in Africa. Per questo i suoi volontari pagano lo scotto di confrontarsi con realtà culturali, per esempio quella tuareg, che spesso si dimostrano restie al dialogo con i rappresentanti del mondo occidentale. Cicala a sua volta è celebre nel mondo degli “esploratori del Terzo millennio” per le sue avventure nelle quali già in passato aveva rischiato la vita. Nel 1994 nel deserto del Ciad, la sua jeep saltò su una mina. Cicala fu l’unico superstite dell’incidente. L’impegno sociale degli spagnoli e l’avventurismo individuale questa volta si sono però scontrati con lo stesso avversario. “Al-Qaeda per il Maghreb Islamico” (Aqmi) si è radicata nelle province settentrionali del Mali, al confine con l’Algeria e la Mauritania, stringendo alleanze con alcune tribù berbere, in particolare quelle tuareg, contrarie ai rispettivi governi nazionali, dei quali non riconoscono né l’autorità né tanto meno i confini fittizi disegnati sulle carte geografiche. Nella precarietà della situazione però, emergono due elementi che potrebbero giocare in vantaggio del Ministero degli Esteri italiano e di quello spagnolo. Da una parte la proroga di 25 giorni dell’ultimatum per la liberazione di Cicala, dall’altra i 5 milioni di dollari chiesti in riscatto degli attivisti di “Acciò solidaria”. Entrambi gli elementi suggeriscono che i sequestratori preferiscano ottenere un riscatto, anche negoziandolo, piuttosto che eliminare i rapiti. </p>
<p>In altri contesti, per esempio in quello iracheno e soprattutto oggi in quello afghano-pakistano, l’inflessibilità di al-Qaeda ha portato al fallimento delle negoziazioni e quindi alla morte dei sequestrati. Iniziando con Daniel Pearl nel 2002 a Karachi, in Pakistan, non si conta più il numero delle tante persone prima rapite e poi decapitate. In tutti i casi, l’“esecuzione capitale” è la conseguenza della mancanza di rispetto dell’ultimatum imposto dai rapitori. Ma soprattutto è un gesto dimostrativo di al-Qaeda, la quale vuol far vedere così che non è disposta a concedere dilazioni. Il caso dei sequestrati nelle mani di Aqmi sembra invece offrire proprio queste ultime. La proroga di 25 giorni può significare che i rapitori sarebbero disposti a trattare, trasformando quindi le loro istanze di liberazione dei detenuti in richieste economiche, come nel caso spagnolo. Da qui la deduzione che i tuareg alleati con al-Qaeda siano molto più malleabili rispetti alle tribù pashtun dell’Afghanistan, o ai guerriglieri sunniti in Iraq. La chiave di volta, ma soprattutto la speranza per la liberazione di Cicala e di sua moglie risiede nella capacità, da parte dei nostri uomini dell’intelligence attivi sul posto e delle loro fonti locali, di aumentare il gap che sussiste fra i guerriglieri tuareg e il jihadismo che al-Qaeda vuole loro trasmettere.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[riportiamo l'articolo scritto dal nostro amico Antonio Picasso così come pubblicato su liberal del 2 marzo 2010]</em></p>
<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a></p>
<p>Altri 25 giorni. Questa la proroga che i rapitori di Sergio Cicala e di sua moglie Filomen Kabouree, originaria del Burkina Faso, hanno concesso ieri al Governo italiano, allo scadere dell’ultimatum. Il gruppo tuareg jihadista, che ha rapito Cicala il 18 dicembre nel Mali settentrionale, si è deciso a posticipare l’ultimatum in attesa delle reazione al video postato su internet due giorni fa, in cui il nostro connazionale chiedeva l’immediato soccorso delle autorità italiane. Per Roma si tratta di una boccata di ossigeno, che permette ai negoziatori sul posto di continuare le trattative. D’altra parte chi si fida di al-Qaeda? </p>
<p>Dopo la diffusione del comunicato di ieri infatti, sono giunti i commenti dei sostenitori di al-Qaeda sul web che invece insistevano affinché i rapitori procedessero “alla decapitazione degli ostaggi perché il Governo italiano non ha rispettato le richieste”. Quest’ultime prevedrebbero la liberazione di alcuni combattenti tuareg detenuti nelle carceri di Bamako. Cicala stesso aveva implorato Napolitano e Berlusconi affinché intercedano con le autorità maliane e risolvano questa crisi che si sta prolungando da quasi tre mesi. Roma, pur muovendosi con la massima cautela, è vincolata dalla necessità di mantenere un atteggiamento di irreprensibile fermezza nei confronti del gruppo terroristico. La lotta ad al-Qaeda nella regione impegna i governi locali, soprattutto quello algerino, in un confronto quotidiano che necessita l’appoggio dei partner occidentali. Se uno di questi, per vie unilaterali, cedesse ai ricatti del gruppo terroristico, buona parte degli sforzi collettivi finora spesi per contrastare il fenomeno risulterebbero vani. Roma, in questo senso, non può spezzare la catena. D’altra parte, vuole evitare il sacrificio di due nostri connazionali. Nella medesima situazione si trova la Spagna. Dal 29 novembre dello scorso anno infatti, anche tre volontari dell’Ong catalana “Acciò Solidaria” sono caduti nelle mani dei combattenti tuareg. In questo caso però il riscatto chiesto a Madrid è meramente economico: 5 milioni di dollari, secondo le fonti locali. Stando alla stampa spagnola, il governo Zapatero sarebbe orientato ad accettare lo scambio. I due governi europei si trovano di fronte a un problema simile, ma nato da cause differenti. </p>
<p>“Acciò solidaria” è, dalla sua fondazione nel 1995, un’organizzazione impegnata nella lotta all’Aids soprattutto in Africa. Per questo i suoi volontari pagano lo scotto di confrontarsi con realtà culturali, per esempio quella tuareg, che spesso si dimostrano restie al dialogo con i rappresentanti del mondo occidentale. Cicala a sua volta è celebre nel mondo degli “esploratori del Terzo millennio” per le sue avventure nelle quali già in passato aveva rischiato la vita. Nel 1994 nel deserto del Ciad, la sua jeep saltò su una mina. Cicala fu l’unico superstite dell’incidente. L’impegno sociale degli spagnoli e l’avventurismo individuale questa volta si sono però scontrati con lo stesso avversario. “Al-Qaeda per il Maghreb Islamico” (Aqmi) si è radicata nelle province settentrionali del Mali, al confine con l’Algeria e la Mauritania, stringendo alleanze con alcune tribù berbere, in particolare quelle tuareg, contrarie ai rispettivi governi nazionali, dei quali non riconoscono né l’autorità né tanto meno i confini fittizi disegnati sulle carte geografiche. Nella precarietà della situazione però, emergono due elementi che potrebbero giocare in vantaggio del Ministero degli Esteri italiano e di quello spagnolo. Da una parte la proroga di 25 giorni dell’ultimatum per la liberazione di Cicala, dall’altra i 5 milioni di dollari chiesti in riscatto degli attivisti di “Acciò solidaria”. Entrambi gli elementi suggeriscono che i sequestratori preferiscano ottenere un riscatto, anche negoziandolo, piuttosto che eliminare i rapiti. </p>
<p>In altri contesti, per esempio in quello iracheno e soprattutto oggi in quello afghano-pakistano, l’inflessibilità di al-Qaeda ha portato al fallimento delle negoziazioni e quindi alla morte dei sequestrati. Iniziando con Daniel Pearl nel 2002 a Karachi, in Pakistan, non si conta più il numero delle tante persone prima rapite e poi decapitate. In tutti i casi, l’“esecuzione capitale” è la conseguenza della mancanza di rispetto dell’ultimatum imposto dai rapitori. Ma soprattutto è un gesto dimostrativo di al-Qaeda, la quale vuol far vedere così che non è disposta a concedere dilazioni. Il caso dei sequestrati nelle mani di Aqmi sembra invece offrire proprio queste ultime. La proroga di 25 giorni può significare che i rapitori sarebbero disposti a trattare, trasformando quindi le loro istanze di liberazione dei detenuti in richieste economiche, come nel caso spagnolo. Da qui la deduzione che i tuareg alleati con al-Qaeda siano molto più malleabili rispetti alle tribù pashtun dell’Afghanistan, o ai guerriglieri sunniti in Iraq. La chiave di volta, ma soprattutto la speranza per la liberazione di Cicala e di sua moglie risiede nella capacità, da parte dei nostri uomini dell’intelligence attivi sul posto e delle loro fonti locali, di aumentare il gap che sussiste fra i guerriglieri tuareg e il jihadismo che al-Qaeda vuole loro trasmettere.</p>
<br/><br/><form id="vozme_form_c6eb327a1b6ab4d1d61b4781f5a68f46" method="post" name="vozme_form_c6eb327a1b6ab4d1d61b4781f5a68f46" target="c6eb327a1b6ab4d1d61b4781f5a68f46" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Caso Cicala: Aqmi concede altri 25 giorni.. [riportiamo l&quot;articolo scritto dal nostro amico Antonio Picasso così come pubblicato su liberal del 2 marzo 2010]
di ANTONIO PICASSO
Altri 25 giorni. Questa la proroga che i rapitori di Sergio Cicala e di sua moglie Filomen Kabouree, originaria del Burkina Faso, hanno concesso ieri al Governo italiano, allo scadere dell’ultimatum. Il gruppo tuareg jihadista, che ha rapito Cicala il 18 dicembre nel Mali settentrionale, si è deciso a posticipare l’ultimatum in attesa delle reazione al video postato su internet due giorni fa, in cui il nostro connazionale chiedeva l’immediato soccorso delle autorità italiane. Per Roma si tratta di una boccata di ossigeno, che permette ai negoziatori sul posto di continuare le trattative. D’altra parte chi si fida di al-Qaeda? 
Dopo la diffusione del comunicato di ieri infatti, sono giunti i commenti dei sostenitori di al-Qaeda sul web che invece insistevano affinché i rapitori procedessero “alla decapitazione degli ostaggi perché il Governo italiano non ha rispettato le richieste”. Quest’ultime prevedrebbero la liberazione di alcuni combattenti tuareg detenuti nelle carceri di Bamako. Cicala stesso aveva implorato Napolitano e Berlusconi affinché intercedano con le autorità maliane e risolvano questa crisi che si sta prolungando da quasi tre mesi. Roma, pur muovendosi con la massima cautela, è vincolata dalla necessità di mantenere un atteggiamento di irreprensibile fermezza nei confronti del gruppo terroristico. La lotta ad al-Qaeda nella regione impegna i governi locali, soprattutto quello algerino, in un confronto quotidiano che necessita l’appoggio dei partner occidentali. Se uno di questi, per vie unilaterali, cedesse ai ricatti del gruppo terroristico, buona parte degli sforzi collettivi finora spesi per contrastare il fenomeno risulterebbero vani. Roma, in questo senso, non può spezzare la catena. D’altra parte, vuole evitare il sacrificio di due nostri connazionali. Nella medesima situazione si trova la Spagna. Dal 29 novembre dello scorso anno infatti, anche tre volontari dell’Ong catalana “Acciò Solidaria” sono caduti nelle mani dei combattenti tuareg. In questo caso però il riscatto chiesto a Madrid è meramente economico: 5 milioni di dollari, secondo le fonti locali. Stando alla stampa spagnola, il governo Zapatero sarebbe orientato ad accettare lo scambio. I due governi europei si trovano di fronte a un problema simile, ma nato da cause differenti. 
“Acciò solidaria” è, dalla sua fondazione nel 1995, un’organizzazione impegnata nella lotta all’Aids soprattutto in Africa. Per questo i suoi volontari pagano lo scotto di confrontarsi con realtà culturali, per esempio quella tuareg, che spesso si dimostrano restie al dialogo con i rappresentanti del mondo occidentale. Cicala a sua volta è celebre nel mondo degli “esploratori del Terzo millennio” per le sue avventure nelle quali già in passato aveva rischiato la vita. Nel 1994 nel deserto del Ciad, la sua jeep saltò su una mina. Cicala fu l’unico superstite dell’incidente. L’impegno sociale degli spagnoli e l’avventurismo individuale questa volta si sono però scontrati con lo stesso avversario. “Al-Qaeda per il Maghreb Islamico” (Aqmi) si è radicata nelle province settentrionali del Mali, al confine con l’Algeria e la Mauritania, stringendo alleanze con alcune tribù berbere, in particolare quelle tuareg, contrarie ai rispettivi governi nazionali, dei quali non riconoscono né l’autorità né tanto meno i confini fittizi disegnati sulle carte geografiche. Nella precarietà della situazione però, emergono due elementi che potrebbero giocare in vantaggio del Ministero degli Esteri italiano e di quello spagnolo. Da una parte la proroga di 25 giorni dell’ultimatum per la liberazione di Cicala, dall’altra i 5 milioni di dollari chiesti in riscatto degli attivisti di “Acciò solidaria”. Entrambi gli elementi suggeriscono che i sequestratori preferiscano ottenere un riscatto, anche negoziandolo, piuttosto che eliminare i rapiti. 
In altri contesti, per esempio in quello iracheno e soprattutto oggi in quello afghano-pakistano, l’inflessibilità di al-Qaeda ha portato al fallimento delle negoziazioni e quindi alla morte dei sequestrati. Iniziando con Daniel Pearl nel 2002 a Karachi, in Pakistan, non si conta più il numero delle tante persone prima rapite e poi decapitate. In tutti i casi, l’“esecuzione capitale” è la conseguenza della mancanza di rispetto dell’ultimatum imposto dai rapitori. Ma soprattutto è un gesto dimostrativo di al-Qaeda, la quale vuol far vedere così che non è disposta a concedere dilazioni. Il caso dei sequestrati nelle mani di Aqmi sembra invece offrire proprio queste ultime. La proroga di 25 giorni può significare che i rapitori sarebbero disposti a trattare, trasformando quindi le loro istanze di liberazione dei detenuti in richieste economiche, come nel caso spagnolo. Da qui la deduzione che i tuareg alleati con al-Qaeda siano molto più malleabili rispetti alle tribù pashtun dell’Afghanistan, o ai guerriglieri sunniti in Iraq. La chiave di volta, ma soprattutto la speranza per la liberazione di Cicala e di sua moglie risiede nella capacità, da parte dei nostri uomini dell’intelligence attivi sul posto e delle loro fonti locali, di aumentare il gap che sussiste fra i guerriglieri tuareg e il jihadismo che al-Qaeda vuole loro trasmettere.
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		<title>L&#8217;invidia e la società</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/cultura-ed-eventi/linvidia-e-la-societa/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 14:34:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura e Societa']]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’invidia: quel sentimento inconfessabile che regola i rapporti sociali</p>
<p>In tempi come questi in cui accuse, sospetti e processi mediatici sono all’ordine del giorno, la ristampa di un libro come L’invidia e la società del sociologo austriaco Helmut Schoeck – che Liberilibri ha pubblicato nel 2006 – la dice lunga. Un libro-tabù che l’Autore scrive nel 1966 e fa uscire poi in edizione tascabile nel 1971 ma che in Italia, dopo una coraggiosa traduzione di Rusconi del 1974, subisce da parte della critica una inappellabile condanna e scompare praticamente dalla distribuzione sebbene resti tuttora, nella storia delle ricerche politiche-sociologiche, il più completo e profondo studio mai realizzato in materia. Tant’è vero che nel mondo il libro è stato tradotto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Sud America, persino in Giappone.</p>
<p>Fastidioso e delicato il tema dell’invidia, sentimento scomodo che difficilmente qualcuno confessa di provare. Ma se in fondo fosse proprio l’ignobile invidia a ispirare quel nobilissimo ideale d’eguaglianza propugnato dalla religione cristiana, dal pensiero democratico e da quello socialista? Sgradevole sospetto, che d’altro canto ha sempre sfiorato non solo le coscienze delle persone comuni, ma anche le menti degli studiosi di etica, sociologia e filosofia politica. Ciò nonostante, specialmente negli ultimi due secoli, l’argomento invidia/società non ha avuto un adeguato approfondimento. Fino a Schoeck, che esprime nei confronti dell’invidia un giudizio di tipo “estetico”, non moralistico.<br />
L’invidia si rivela addirittura un problema centrale dell’esistenza, l’elemento imprescindibile di ogni convivenza sociale e costituisce una categoria antropologica fondamentale: è un processo psicologico che presuppone necessariamente un dato sociologico, ovvero la presenza di due o più individui. L’invidia è ridicola ma è universale, è connaturata nell’uomo e lo può portare a essere distruttore.<br />
Insomma, Schoeck deride l’invidia e tuttavia la riconosce come un vizio insito nella natura umana, che regola tutti i rapporti fra le persone sebbene venga considerata una vergogna, venga nascosta e negata. Ristampando il libro dunque la Liberilibri intende riproporre ai lettori le tesi di Schoeck, che individuano nell’invidia la vera matrice psico-antropologica di certe ideologie politiche ancora dominanti.</p>
<p>A Quirino Principe (orgoglioso “colpevole” di quella prima edizione italiana targata Rusconi) il compito di anticipare, nel suo pungente saggio introduttivo, il contenuto dei dodici capitoli del libro: L’invidia nell’uomo; La psicologia dell’invidia; Conformismo, conflitto e aggressione; L’invidia presso i primitivi e le comunità rurali dei paesi in via di sviluppo; L’invidia degli dèi e la felicità degli uomini; Il senso di colpa di chi si distingue dagli altri; I rapporti con gli invidiosi; La nostra epoca di livellamento, di risentimento e di nichilismo; Le strategie dell’invidia nell’attuale politica sociale, economica e finanziaria; L’utopia di una società immune dall’invidia; Le rivoluzioni sociali; Proposta di una teoria sull’invidia nell’esistenza umana.</p>
<p><strong>Helmut Schoeck</strong> <em>(Graz 1922-Mainz 1993) ha studiato sociologia a Monaco e Tubinga. Dal 1950 al 1965 ha insegnato in alcune università americane. È stato poi professore e direttore dell’Istituto di sociologia dell’Università di Mainz. Fra le sue numerose opere: Nietzsches Philosophie des &#8220;Menschlich-Allzumen-schlichen&#8221; (1948); Usa: Motive und Strukturen (1958); Was heisst politisch unmöglich? (1959); Die Soziologie und die Gesellschaften (1964); Der Neid. Eine Theorie der Gesellschaft (1966); Der Neid und die Gesellschaft (nuova edizione rielaborata del precedente, 1971); Geschich¬te der Soziologie (1974); Umverteilung als Klassenkampf (1974); Das Recht auf Ungleichheit (1979); Die 12 Irrtümer unseres Jahrhunderts (1985).<br />
</em></p>
<p>Helmut Schoeck, L’invidia e la società, traduzione di Aldo Audisio, introduzione di Quirino Principe, collana Oche del Campidoglio, pagg. 382, euro 17.00, ISBN 978-88-85140-78-3</p>
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<p>In tempi come questi in cui accuse, sospetti e processi mediatici sono all’ordine del giorno, la ristampa di un libro come L’invidia e la società del sociologo austriaco Helmut Schoeck – che Liberilibri ha pubblicato nel 2006 – la dice lunga. Un libro-tabù che l’Autore scrive nel 1966 e fa uscire poi in edizione tascabile nel 1971 ma che in Italia, dopo una coraggiosa traduzione di Rusconi del 1974, subisce da parte della critica una inappellabile condanna e scompare praticamente dalla distribuzione sebbene resti tuttora, nella storia delle ricerche politiche-sociologiche, il più completo e profondo studio mai realizzato in materia. Tant’è vero che nel mondo il libro è stato tradotto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Sud America, persino in Giappone.</p>
<p>Fastidioso e delicato il tema dell’invidia, sentimento scomodo che difficilmente qualcuno confessa di provare. Ma se in fondo fosse proprio l’ignobile invidia a ispirare quel nobilissimo ideale d’eguaglianza propugnato dalla religione cristiana, dal pensiero democratico e da quello socialista? Sgradevole sospetto, che d’altro canto ha sempre sfiorato non solo le coscienze delle persone comuni, ma anche le menti degli studiosi di etica, sociologia e filosofia politica. Ciò nonostante, specialmente negli ultimi due secoli, l’argomento invidia/società non ha avuto un adeguato approfondimento. Fino a Schoeck, che esprime nei confronti dell’invidia un giudizio di tipo “estetico”, non moralistico.<br />
L’invidia si rivela addirittura un problema centrale dell’esistenza, l’elemento imprescindibile di ogni convivenza sociale e costituisce una categoria antropologica fondamentale: è un processo psicologico che presuppone necessariamente un dato sociologico, ovvero la presenza di due o più individui. L’invidia è ridicola ma è universale, è connaturata nell’uomo e lo può portare a essere distruttore.<br />
Insomma, Schoeck deride l’invidia e tuttavia la riconosce come un vizio insito nella natura umana, che regola tutti i rapporti fra le persone sebbene venga considerata una vergogna, venga nascosta e negata. Ristampando il libro dunque la Liberilibri intende riproporre ai lettori le tesi di Schoeck, che individuano nell’invidia la vera matrice psico-antropologica di certe ideologie politiche ancora dominanti.</p>
<p>A Quirino Principe (orgoglioso “colpevole” di quella prima edizione italiana targata Rusconi) il compito di anticipare, nel suo pungente saggio introduttivo, il contenuto dei dodici capitoli del libro: L’invidia nell’uomo; La psicologia dell’invidia; Conformismo, conflitto e aggressione; L’invidia presso i primitivi e le comunità rurali dei paesi in via di sviluppo; L’invidia degli dèi e la felicità degli uomini; Il senso di colpa di chi si distingue dagli altri; I rapporti con gli invidiosi; La nostra epoca di livellamento, di risentimento e di nichilismo; Le strategie dell’invidia nell’attuale politica sociale, economica e finanziaria; L’utopia di una società immune dall’invidia; Le rivoluzioni sociali; Proposta di una teoria sull’invidia nell’esistenza umana.</p>
<p><strong>Helmut Schoeck</strong> <em>(Graz 1922-Mainz 1993) ha studiato sociologia a Monaco e Tubinga. Dal 1950 al 1965 ha insegnato in alcune università americane. È stato poi professore e direttore dell’Istituto di sociologia dell’Università di Mainz. Fra le sue numerose opere: Nietzsches Philosophie des &#8220;Menschlich-Allzumen-schlichen&#8221; (1948); Usa: Motive und Strukturen (1958); Was heisst politisch unmöglich? (1959); Die Soziologie und die Gesellschaften (1964); Der Neid. Eine Theorie der Gesellschaft (1966); Der Neid und die Gesellschaft (nuova edizione rielaborata del precedente, 1971); Geschich¬te der Soziologie (1974); Umverteilung als Klassenkampf (1974); Das Recht auf Ungleichheit (1979); Die 12 Irrtümer unseres Jahrhunderts (1985).<br />
</em></p>
<p>Helmut Schoeck, L’invidia e la società, traduzione di Aldo Audisio, introduzione di Quirino Principe, collana Oche del Campidoglio, pagg. 382, euro 17.00, ISBN 978-88-85140-78-3</p>
<br/><br/><form id="vozme_form_ec745e60aea06c1078cff923f93d44c7" method="post" name="vozme_form_ec745e60aea06c1078cff923f93d44c7" target="ec745e60aea06c1078cff923f93d44c7" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="L&#8217;invidia e la società.. L’invidia: quel sentimento inconfessabile che regola i rapporti sociali
In tempi come questi in cui accuse, sospetti e processi mediatici sono all’ordine del giorno, la ristampa di un libro come L’invidia e la società del sociologo austriaco Helmut Schoeck – che Liberilibri ha pubblicato nel 2006 – la dice lunga. Un libro-tabù che l’Autore scrive nel 1966 e fa uscire poi in edizione tascabile nel 1971 ma che in Italia, dopo una coraggiosa traduzione di Rusconi del 1974, subisce da parte della critica una inappellabile condanna e scompare praticamente dalla distribuzione sebbene resti tuttora, nella storia delle ricerche politiche-sociologiche, il più completo e profondo studio mai realizzato in materia. Tant’è vero che nel mondo il libro è stato tradotto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Sud America, persino in Giappone.
Fastidioso e delicato il tema dell’invidia, sentimento scomodo che difficilmente qualcuno confessa di provare. Ma se in fondo fosse proprio l’ignobile invidia a ispirare quel nobilissimo ideale d’eguaglianza propugnato dalla religione cristiana, dal pensiero democratico e da quello socialista? Sgradevole sospetto, che d’altro canto ha sempre sfiorato non solo le coscienze delle persone comuni, ma anche le menti degli studiosi di etica, sociologia e filosofia politica. Ciò nonostante, specialmente negli ultimi due secoli, l’argomento invidia/società non ha avuto un adeguato approfondimento. Fino a Schoeck, che esprime nei confronti dell’invidia un giudizio di tipo “estetico”, non moralistico.
L’invidia si rivela addirittura un problema centrale dell’esistenza, l’elemento imprescindibile di ogni convivenza sociale e costituisce una categoria antropologica fondamentale: è un processo psicologico che presuppone necessariamente un dato sociologico, ovvero la presenza di due o più individui. L’invidia è ridicola ma è universale, è connaturata nell’uomo e lo può portare a essere distruttore.
Insomma, Schoeck deride l’invidia e tuttavia la riconosce come un vizio insito nella natura umana, che regola tutti i rapporti fra le persone sebbene venga considerata una vergogna, venga nascosta e negata. Ristampando il libro dunque la Liberilibri intende riproporre ai lettori le tesi di Schoeck, che individuano nell’invidia la vera matrice psico-antropologica di certe ideologie politiche ancora dominanti.
A Quirino Principe (orgoglioso “colpevole” di quella prima edizione italiana targata Rusconi) il compito di anticipare, nel suo pungente saggio introduttivo, il contenuto dei dodici capitoli del libro: L’invidia nell’uomo; La psicologia dell’invidia; Conformismo, conflitto e aggressione; L’invidia presso i primitivi e le comunità rurali dei paesi in via di sviluppo; L’invidia degli dèi e la felicità degli uomini; Il senso di colpa di chi si distingue dagli altri; I rapporti con gli invidiosi; La nostra epoca di livellamento, di risentimento e di nichilismo; Le strategie dell’invidia nell’attuale politica sociale, economica e finanziaria; L’utopia di una società immune dall’invidia; Le rivoluzioni sociali; Proposta di una teoria sull’invidia nell’esistenza umana.
Helmut Schoeck (Graz 1922-Mainz 1993) ha studiato sociologia a Monaco e Tubinga. Dal 1950 al 1965 ha insegnato in alcune università americane. È stato poi professore e direttore dell’Istituto di sociologia dell’Università di Mainz. Fra le sue numerose opere: Nietzsches Philosophie des &#8220;Menschlich-Allzumen-schlichen&#8221; (1948); Usa: Motive und Strukturen (1958); Was heisst politisch unmöglich? (1959); Die Soziologie und die Gesellschaften (1964); Der Neid. Eine Theorie der Gesellschaft (1966); Der Neid und die Gesellschaft (nuova edizione rielaborata del precedente, 1971); Geschich¬te der Soziologie (1974); Umverteilung als Klassenkampf (1974); Das Recht auf Ungleichheit (1979); Die 12 Irrtümer unseres Jahrhunderts (1985).

Helmut Schoeck, L’invidia e la società, traduzione di Aldo Audisio, introduzione di Quirino Principe, collana Oche del Campidoglio, pagg. 382, euro 17.00, ISBN 978-88-85140-78-3
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		<title>La legge dell’incompetenza</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/politica-interna/la-legge-dell%e2%80%99incompetenza/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 10:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di LUCA MARTINELLI</p>
<p>Queste elezioni regionali ci hanno regalato un improvviso colpo di scena, di quelli che nessuno avrebbe mai potuto sospettare: al momento, le liste del PDL nel Lazio non potranno essere ammesse al voto, perché sono state consegnate dopo il termine previsto delle ore 12 di sabato scorso.</p>
<p>Ovviamente, vari esponenti del partito di centrodestra hanno dato il via alla cagnara, chiedendo perfino l’intervento del Presidente della Repubblica per impedire un “abuso” evidente: l’impossibilità di poter votare la lista del “primo partito italiano” (definizione del PDL data dagli stessi appartenenti del PDL) nel Lazio, regione dove le due candidate sono testa a testa.</p>
<p>Questa imbarazzante, ed a tratti sconfortante, situazione è tuttavia frutto di un’inimmaginabile incompetenza mostrata dall’incaricato della consegna delle liste. Che questi si sia allontanato dalla fila solo per litigare con il responsabile radicale o per andare a prendere i lucidi dei simboli che avrebbe dimenticato (le ricostruzioni variano a seconda della fonte), resta il dato di fatto: si tratta soltanto di una sublime manifestazione di incompetenza.</p>
<p>Talmente sublime che, ormai, non ci resta che ridere per non piangere. Comunque vada a finire, ovvero sia che il ricorso presentato dal PDL venga accettato in appello, sia che venga definitivamente rigettato, la vicenda finirà in maniera surreale.</p>
<p>Se il PDL fosse riammesso, infatti, si ammetterebbe implicitamente che le leggi elettorali italiane non valgono più nulla di fronte alla legge del più forte. E il PDL, dall’alto del suo 40% di consensi, è il partito al momento più forte in Italia.</p>
<p>Se il PDL venisse invece escluso, verrebbe impedita la legittima espressione del voto alle decine di migliaia di elettori di quel partito e verrebbe, di fatto, seriamente pregiudicata la competizione elettorale della Polverini, che vedrebbe mancare un forte sostegno alla sua candidatura solo per colpa di un incompetente.</p>
<p>La soluzione non appare a portata di mano e, qualunque essa sarà, peserà in maniera evidente sulle elezioni laziali e sulla classe politica, che ne esce ancora una volta distrutta nell’immagine.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di LUCA MARTINELLI</p>
<p>Queste elezioni regionali ci hanno regalato un improvviso colpo di scena, di quelli che nessuno avrebbe mai potuto sospettare: al momento, le liste del PDL nel Lazio non potranno essere ammesse al voto, perché sono state consegnate dopo il termine previsto delle ore 12 di sabato scorso.</p>
<p>Ovviamente, vari esponenti del partito di centrodestra hanno dato il via alla cagnara, chiedendo perfino l’intervento del Presidente della Repubblica per impedire un “abuso” evidente: l’impossibilità di poter votare la lista del “primo partito italiano” (definizione del PDL data dagli stessi appartenenti del PDL) nel Lazio, regione dove le due candidate sono testa a testa.</p>
<p>Questa imbarazzante, ed a tratti sconfortante, situazione è tuttavia frutto di un’inimmaginabile incompetenza mostrata dall’incaricato della consegna delle liste. Che questi si sia allontanato dalla fila solo per litigare con il responsabile radicale o per andare a prendere i lucidi dei simboli che avrebbe dimenticato (le ricostruzioni variano a seconda della fonte), resta il dato di fatto: si tratta soltanto di una sublime manifestazione di incompetenza.</p>
<p>Talmente sublime che, ormai, non ci resta che ridere per non piangere. Comunque vada a finire, ovvero sia che il ricorso presentato dal PDL venga accettato in appello, sia che venga definitivamente rigettato, la vicenda finirà in maniera surreale.</p>
<p>Se il PDL fosse riammesso, infatti, si ammetterebbe implicitamente che le leggi elettorali italiane non valgono più nulla di fronte alla legge del più forte. E il PDL, dall’alto del suo 40% di consensi, è il partito al momento più forte in Italia.</p>
<p>Se il PDL venisse invece escluso, verrebbe impedita la legittima espressione del voto alle decine di migliaia di elettori di quel partito e verrebbe, di fatto, seriamente pregiudicata la competizione elettorale della Polverini, che vedrebbe mancare un forte sostegno alla sua candidatura solo per colpa di un incompetente.</p>
<p>La soluzione non appare a portata di mano e, qualunque essa sarà, peserà in maniera evidente sulle elezioni laziali e sulla classe politica, che ne esce ancora una volta distrutta nell’immagine.</p>
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Queste elezioni regionali ci hanno regalato un improvviso colpo di scena, di quelli che nessuno avrebbe mai potuto sospettare: al momento, le liste del PDL nel Lazio non potranno essere ammesse al voto, perché sono state consegnate dopo il termine previsto delle ore 12 di sabato scorso.
Ovviamente, vari esponenti del partito di centrodestra hanno dato il via alla cagnara, chiedendo perfino l’intervento del Presidente della Repubblica per impedire un “abuso” evidente: l’impossibilità di poter votare la lista del “primo partito italiano” (definizione del PDL data dagli stessi appartenenti del PDL) nel Lazio, regione dove le due candidate sono testa a testa.
Questa imbarazzante, ed a tratti sconfortante, situazione è tuttavia frutto di un’inimmaginabile incompetenza mostrata dall’incaricato della consegna delle liste. Che questi si sia allontanato dalla fila solo per litigare con il responsabile radicale o per andare a prendere i lucidi dei simboli che avrebbe dimenticato (le ricostruzioni variano a seconda della fonte), resta il dato di fatto: si tratta soltanto di una sublime manifestazione di incompetenza.
Talmente sublime che, ormai, non ci resta che ridere per non piangere. Comunque vada a finire, ovvero sia che il ricorso presentato dal PDL venga accettato in appello, sia che venga definitivamente rigettato, la vicenda finirà in maniera surreale.
Se il PDL fosse riammesso, infatti, si ammetterebbe implicitamente che le leggi elettorali italiane non valgono più nulla di fronte alla legge del più forte. E il PDL, dall’alto del suo 40% di consensi, è il partito al momento più forte in Italia.
Se il PDL venisse invece escluso, verrebbe impedita la legittima espressione del voto alle decine di migliaia di elettori di quel partito e verrebbe, di fatto, seriamente pregiudicata la competizione elettorale della Polverini, che vedrebbe mancare un forte sostegno alla sua candidatura solo per colpa di un incompetente.
La soluzione non appare a portata di mano e, qualunque essa sarà, peserà in maniera evidente sulle elezioni laziali e sulla classe politica, che ne esce ancora una volta distrutta nell’immagine.
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		<title>Riforma Gelmini: che cosa cambia. Cosa manca</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/scuola/riforma-gelmini-che-cosa-cambia-cosa-manca/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 10:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di LORENZO CASTELLANI</p>
<p>La riforma Gelmini entra nel vivo sia in ambito universitario che in ambito di scuola primaria e secondaria. Ecco che cosa cambia e che cosa invece ancora manca. Cominciamo dall’università.</p>
<p><strong>1) Trasparenza dei concorsi.</strong> Reclutamento professori universitari: le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino ad ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare.</p>
<p><strong>2) Reclutamento dei ricercatori.</strong> In attesa di un riordino organico del sistema di reclutamento dei ricercatori universitari le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.</p>
<p><strong>3) Assunzioni.</strong> Le università con una spesa per il personale troppo elevata (più del 90% dello stanziamento statale) non potranno effettuare nuove assunzioni. La norma pone un freno alle gestioni finanziarie non adeguate di alcune università (soprattutto nel rapporto entrate-uscite). Da oggi le università che spendono più del 90% dei finanziamenti statali (Fondo di Finanziamento Ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo. </p>
<p><strong>4) Ricercatori.</strong> Per favorire l’assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20% nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50%. Delle possibili assunzioni presso le Università, almeno il 60% dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. I bandi di concorso per posti da ricercatore già banditi sono esclusi dal turn over. 2300 ricercatori dunque saranno esclusi dal blocco del turn over. Gli enti di ricerca sono esclusi dal blocco delle assunzioni che è entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Queste tre iniziative permetteranno di assumere 4000 nuovi ricercatori.</p>
<p><strong>5) Finanizamenti.</strong> Più finanziamenti (cioè il 7% del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) saranno distribuiti alle Università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche migliori. Le università più virtuose saranno individuate in tempi molto brevi attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario). Per la prima volta in Italia si distribuiscono soldi alle Università in base a standard di qualità. Finalmente.<br />
6) Diritto allo studio. Per la priva volta in Italia tutti gli aventi diritto avranno la borsa di studio. L’incremento di 135 milioni di euro sarà destinato ai ragazzi capaci e meritevoli, privi di mezzi economici. 180 mila ragazzi oggi sono idonei a ricevere la borsa di studio e l’esonero dalle tasse universitarie, ma solo 140.000 li ottengono di fatto già oggi. 65 milioni di euro sono stanziati per nuove strutture per il 2009: 1700 posti letto in più per studenti universitari. </p>
<p>Ma non basta. La pars construens deve ancora essere completata. Soprattutto nell’ambito della scuola primaria e secondaria. Nel settembre 2008 il Ministro dell’Istruzione aveva promesso che un terzo dei risparmi di bilancio sarebbero stati restituiti al settore sotto forma di meccanismi premianti per i docenti più meritevoli. Meccanismi, tra l’altro, mai specificati. Era stato promesso un piano per l’edilizia scolastica che recuperasse le situazioni di maggior degrado. Di tutto questo fino ad oggi non c’è traccia nell’operato governativo. Per ottenere comportamenti virtuosi non basta ripetere il mantra del merito, che pur qualche piccolo passo in avanti con la riforma Gelmini sembra averlo fatto. Tuttavia ci sono ancora numerosi nodi che devono essere sciolti dal Ministero della Istruzione. Pensando all’attuale divario di apprendimento che caratterizza le scuole meridionali a tutti i livelli, nulla è stato messo in campo per spingere insegnanti e giovani meridionali a recuperare rispetto ai loro coetanei del nord Europa. Pensando agli elevati tassi di mancato conseguimento dei titoli secondari nelle regioni nord-orientali, ci domandiamo quali interventi siano stati intrapresi per rovesciare questo andamento. Pensando agli elevati tassi di turn-over dei docenti sulle cattedre(c’è chi cambia 7-8 docenti l’anno nello studio della stessa materia…), non notiamo alcuna inversione di tendenza. La valutazione degli apprendimenti in modo universale è ancora molto lontana. Nonostante i miracoli fatti dall’Invalsi, solo il 6.8% degli studenti è stato valutato nell’ultimo test sulla scuola primaria. The last but not the least la mai recepita invece la battaglia liberale per l’abolizione del valore legale del titolo di studio della quale si è ampliamente scritto su questo giornale online, ma vorrebbe forse osare troppo per l’attuale classe politica…</p>
<p>Lorenzo Castellani</p>
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<p>La riforma Gelmini entra nel vivo sia in ambito universitario che in ambito di scuola primaria e secondaria. Ecco che cosa cambia e che cosa invece ancora manca. Cominciamo dall’università.</p>
<p><strong>1) Trasparenza dei concorsi.</strong> Reclutamento professori universitari: le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino ad ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare.</p>
<p><strong>2) Reclutamento dei ricercatori.</strong> In attesa di un riordino organico del sistema di reclutamento dei ricercatori universitari le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.</p>
<p><strong>3) Assunzioni.</strong> Le università con una spesa per il personale troppo elevata (più del 90% dello stanziamento statale) non potranno effettuare nuove assunzioni. La norma pone un freno alle gestioni finanziarie non adeguate di alcune università (soprattutto nel rapporto entrate-uscite). Da oggi le università che spendono più del 90% dei finanziamenti statali (Fondo di Finanziamento Ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo. </p>
<p><strong>4) Ricercatori.</strong> Per favorire l’assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20% nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50%. Delle possibili assunzioni presso le Università, almeno il 60% dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. I bandi di concorso per posti da ricercatore già banditi sono esclusi dal turn over. 2300 ricercatori dunque saranno esclusi dal blocco del turn over. Gli enti di ricerca sono esclusi dal blocco delle assunzioni che è entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Queste tre iniziative permetteranno di assumere 4000 nuovi ricercatori.</p>
<p><strong>5) Finanizamenti.</strong> Più finanziamenti (cioè il 7% del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) saranno distribuiti alle Università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche migliori. Le università più virtuose saranno individuate in tempi molto brevi attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario). Per la prima volta in Italia si distribuiscono soldi alle Università in base a standard di qualità. Finalmente.<br />
6) Diritto allo studio. Per la priva volta in Italia tutti gli aventi diritto avranno la borsa di studio. L’incremento di 135 milioni di euro sarà destinato ai ragazzi capaci e meritevoli, privi di mezzi economici. 180 mila ragazzi oggi sono idonei a ricevere la borsa di studio e l’esonero dalle tasse universitarie, ma solo 140.000 li ottengono di fatto già oggi. 65 milioni di euro sono stanziati per nuove strutture per il 2009: 1700 posti letto in più per studenti universitari. </p>
<p>Ma non basta. La pars construens deve ancora essere completata. Soprattutto nell’ambito della scuola primaria e secondaria. Nel settembre 2008 il Ministro dell’Istruzione aveva promesso che un terzo dei risparmi di bilancio sarebbero stati restituiti al settore sotto forma di meccanismi premianti per i docenti più meritevoli. Meccanismi, tra l’altro, mai specificati. Era stato promesso un piano per l’edilizia scolastica che recuperasse le situazioni di maggior degrado. Di tutto questo fino ad oggi non c’è traccia nell’operato governativo. Per ottenere comportamenti virtuosi non basta ripetere il mantra del merito, che pur qualche piccolo passo in avanti con la riforma Gelmini sembra averlo fatto. Tuttavia ci sono ancora numerosi nodi che devono essere sciolti dal Ministero della Istruzione. Pensando all’attuale divario di apprendimento che caratterizza le scuole meridionali a tutti i livelli, nulla è stato messo in campo per spingere insegnanti e giovani meridionali a recuperare rispetto ai loro coetanei del nord Europa. Pensando agli elevati tassi di mancato conseguimento dei titoli secondari nelle regioni nord-orientali, ci domandiamo quali interventi siano stati intrapresi per rovesciare questo andamento. Pensando agli elevati tassi di turn-over dei docenti sulle cattedre(c’è chi cambia 7-8 docenti l’anno nello studio della stessa materia…), non notiamo alcuna inversione di tendenza. La valutazione degli apprendimenti in modo universale è ancora molto lontana. Nonostante i miracoli fatti dall’Invalsi, solo il 6.8% degli studenti è stato valutato nell’ultimo test sulla scuola primaria. The last but not the least la mai recepita invece la battaglia liberale per l’abolizione del valore legale del titolo di studio della quale si è ampliamente scritto su questo giornale online, ma vorrebbe forse osare troppo per l’attuale classe politica…</p>
<p>Lorenzo Castellani</p>
<br/><br/><form id="vozme_form_15b56ea2da3534c82677e4e9d2d4acc4" method="post" name="vozme_form_15b56ea2da3534c82677e4e9d2d4acc4" target="15b56ea2da3534c82677e4e9d2d4acc4" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Riforma Gelmini: che cosa cambia. Cosa manca.. di LORENZO CASTELLANI
La riforma Gelmini entra nel vivo sia in ambito universitario che in ambito di scuola primaria e secondaria. Ecco che cosa cambia e che cosa invece ancora manca. Cominciamo dall’università.
1) Trasparenza dei concorsi. Reclutamento professori universitari: le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino ad ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare.
2) Reclutamento dei ricercatori. In attesa di un riordino organico del sistema di reclutamento dei ricercatori universitari le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.
3) Assunzioni. Le università con una spesa per il personale troppo elevata (più del 90% dello stanziamento statale) non potranno effettuare nuove assunzioni. La norma pone un freno alle gestioni finanziarie non adeguate di alcune università (soprattutto nel rapporto entrate-uscite). Da oggi le università che spendono più del 90% dei finanziamenti statali (Fondo di Finanziamento Ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo. 
4) Ricercatori. Per favorire l’assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20% nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50%. Delle possibili assunzioni presso le Università, almeno il 60% dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. I bandi di concorso per posti da ricercatore già banditi sono esclusi dal turn over. 2300 ricercatori dunque saranno esclusi dal blocco del turn over. Gli enti di ricerca sono esclusi dal blocco delle assunzioni che è entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Queste tre iniziative permetteranno di assumere 4000 nuovi ricercatori.
5) Finanizamenti. Più finanziamenti (cioè il 7% del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) saranno distribuiti alle Università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche migliori. Le università più virtuose saranno individuate in tempi molto brevi attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario). Per la prima volta in Italia si distribuiscono soldi alle Università in base a standard di qualità. Finalmente.
6) Diritto allo studio. Per la priva volta in Italia tutti gli aventi diritto avranno la borsa di studio. L’incremento di 135 milioni di euro sarà destinato ai ragazzi capaci e meritevoli, privi di mezzi economici. 180 mila ragazzi oggi sono idonei a ricevere la borsa di studio e l’esonero dalle tasse universitarie, ma solo 140.000 li ottengono di fatto già oggi. 65 milioni di euro sono stanziati per nuove strutture per il 2009: 1700 posti letto in più per studenti universitari. 
Ma non basta. La pars construens deve ancora essere completata. Soprattutto nell’ambito della scuola primaria e secondaria. Nel settembre 2008 il Ministro dell’Istruzione aveva promesso che un terzo dei risparmi di bilancio sarebbero stati restituiti al settore sotto forma di meccanismi premianti per i docenti più meritevoli. Meccanismi, tra l’altro, mai specificati. Era stato promesso un piano per l’edilizia scolastica che recuperasse le situazioni di maggior degrado. Di tutto questo fino ad oggi non c’è traccia nell’operato governativo. Per ottenere comportamenti virtuosi non basta ripetere il mantra del merito, che pur qualche piccolo passo in avanti con la riforma Gelmini sembra averlo fatto. Tuttavia ci sono ancora numerosi nodi che devono essere sciolti dal Ministero della Istruzione. Pensando all’attuale divario di apprendimento che caratterizza le scuole meridionali a tutti i livelli, nulla è stato messo in campo per spingere insegnanti e giovani meridionali a recuperare rispetto ai loro coetanei del nord Europa. Pensando agli elevati tassi di mancato conseguimento dei titoli secondari nelle regioni nord-orientali, ci domandiamo quali interventi siano stati intrapresi per rovesciare questo andamento. Pensando agli elevati tassi di turn-over dei docenti sulle cattedre(c’è chi cambia 7-8 docenti l’anno nello studio della stessa materia…), non notiamo alcuna inversione di tendenza. La valutazione degli apprendimenti in modo universale è ancora molto lontana. Nonostante i miracoli fatti dall’Invalsi, solo il 6.8% degli studenti è stato valutato nell’ultimo test sulla scuola primaria. The last but not the least la mai recepita invece la battaglia liberale per l’abolizione del valore legale del titolo di studio della quale si è ampliamente scritto su questo giornale online, ma vorrebbe forse osare troppo per l’attuale classe politica…
Lorenzo Castellani
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		<title>I “numeri 2″ dei talebani: forse sono troppi</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 15:27:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[riportiamo l'articolo scritto dal nostro amico Antonio Picasso così come pubblicato su liberal del 24 febbraio 2010]</em></p>
<p>di <a href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a></p>
<p>La recente cattura del leader talebano, Abdul Ghani Baradar, offre lo spunto per delineare una mappatura dei mujaheddin “most wanted” catturati o uccisi dalle forze Nato e Isaf in Afghanistan, oppure dall’esercito pakistano oltrefrontiera. Baradar è stato preso grazie a un’operazione congiunta delle truppe Usa e delle Forze di sicurezza di Islamabad. Già questo ha portato gli osservatori a parlare di un successo. Significa che la cooperazione fra i due governi, lubrificata dai 7,5 miliardi di dollari della Legge Kerry-Lugar, stavolta funziona. La cattura di quello che è stato definito “lo stratega della lotta talebana” è stata un colpo durissimo assestato al nemico. Per capire chi fosse Baradar, basta ricordare che sarebbe stato lui il compagno del Mullah Omar nella rocambolesca fuga da Kandahar nel novembre 2001, in sella a una moto. L’episodio è rimato sempre coperto da un velo di leggenda.</p>
<p>Baradar era considerato quindi il “Numero 2” di tutte le forze talebane congiunte afghano-pakistane. D’altra parte, e questo ridimensiona l’importanza attribuita al personaggio, era trapelata anche la notizia di una sua eventuale disponibilità al dialogo offerto dal Presidente afghano Karzai in occasione della Conferenza di Londra alla fine di gennaio. Viene da domandarsi quindi come il vice Comandante in capo dei talebani abbia potuto replicare positivamente alla mano tesa da Karzai, quando il suo diretto superiore, il Mullah Omar, si sia dichiarato sempre contrario a qualsiasi ipotesi di negoziato con Kabul e i suoi alleati occidentali. Da qui un’ulteriore provocazione. Questa etichetta di “Numero 2”, a ben guardare, è stata attribuita a fin troppi leader talebani.</p>
<p>Procedendo a ritroso nelle cronache dell’“Af-Pak war”, si incontra una lunga lista di personaggi che avrebbero ricoperto questo incarico. Ilyas Kashmiri, capo del “Pakistan Occupied Kashmir” (Pok) al momento del suo arresto, il 17 settembre dello scorso anno in Waziristan, era considerato il diretto successore di Beitullah Mehsud, ucciso alla fine dell’agosto precedente. Per entrambi si è parlato di comandanti secondi solo al Mullah Omar e detentori di un’influenza senza pari sulle tribù nemiche. Il caso di Mehsud peraltro è particolare. Al momento della sua morte infatti è emersa l’importanza del suo intero clan. Di questo bisogna ricordare gli esponenti di maggior rilievo: Hakeemullah Mehsud, tuttora a piede libero, e Qari Hussein Mehsud. I due uomini sono ricercati in Afghanistan e Pakistan proprio perché si è convinti che, una volta eliminati loro, non resti che il Mullah Omar da catturare. E quindi vincere la guerra. Un altro clan che sarebbe in grado di tenere le fila di tutta la lotta talebana è quello degli Haqqani. Mawlawi Lalaluddin Haqqani e suo figlio Sirajuddin sono alla guida dell’“Islamic Emirate of Waziristan”, un movimento considerato come il collettore delle forze fondamentaliste impegnate sia nella guerra in Afghanistan, sia nelle attività terroristiche in Pakistan.</p>
<p>Si passa poi ai singoli individui. Abu Laith al-Libi, di evidente origine libiche, è stato ucciso circa due anni fa. Per la sua cattura gli Usa avevano posto una taglia di circa 200 mila dollari. Mentre di Tahir Yuldash, leader dell’“Islamic Movement of Uzbekistan – anch’egli “valutato” 200 mila dollari – le agenzie di intelligence non riescono a recuperare alcuna informazione ormai da anni. Ancora più illustre è il nome di Obaidullah Akhund, Ministro della Difesa del Governo talebano negli anni Novanta. Catturato nel 2007, è stato rilasciato nel maggio 2008 in circostanze poco chiare. I talebani parlano infatti di uno scambio con l’Ambasciatore pakistano in Afghanistan, Tariq Azizuddin, caduto nelle loro mani nel febbraio dello stesso anno. Secondo Asia Times, Baitullah Mehsud avrebbe pagato 20 milioni di rupie per il ritorno di Akhund tra i suoi uomini. La lista prosegue con tanti altri “numeri 2” la cui eliminazione avrebbe dovuto risolvere l’intero conflitto. Alla morte del Mullah Dadullah, nel maggio 2007, si è parlato chiaramente della decapitazione della leadership talebana. Lo stesso è stato scritto quando è stato ucciso Reza Khan, sempre nel 2007, e Ahmad Shah l’anno successivo. Di Qari Ahmadullah, fondatore dello “United Islamic Front for the salvation of Afghanistan” e capo dell’intelligence talebana, non si hanno notizie da circa dieci anni. Altrettanto interessante è la figura del Mullah Abdul Ghafour, catturato nel 2007. In questo caso la coalizione occidentale non è mai stata certa di chi abbia arrestato. Quello di Ghafour infatti è un nome attribuito a tanti comandanti nemici. Ancora una volta tanti, troppi “numeri 2”. Infine bisogna menzionare il Mullah Mohammed Rabbani Akhund, co-fondatore (anche lui) insieme al Mullah Omar, del movimento talebano e Primo ministro del regime dal 1996 al 2001, anno in cui morì di cancro.</p>
<p>Da questo breve riepilogo, emerge una serie di elementi che fanno pensare quanto difficile resti la situazione dell’“Af-Pak war”. È evidente che a ogni eliminazione o cattura di un leader talebano si inneschi un meccanismo perverso di rigonfiamento della notizia. I comandi operativi e le agenzie di intelligence, soprattutto la Cia e l’Isi, sono portati a sottolineare il loro successo per dimostrare ai loro governi che il conflitto in Afghanistan si sta comunque evolvendo in senso positivo e che la cooperazione con il Pakistan ha la sua ragion d’essere. Lo stesso atteggiamento viene raccolto dalla classe politica in Occidente – a Washington in particolare – la quale di fronte agli elettori deve rispondere in modo convincente del perché combattiamo. Il film “Leoni per agnelli” di Robert Redford spiega come funzionino queste sottili manovre politiche. Infine arrivano i media, affamati di notizie da lanciare come “breaking news”. Volendo ridimensionare la situazione, bisogna ricordare che la guerra in corso non può essere conclusa grazie alla cattura di un solo uomo. Il movimento talebano in questi oltre otto anni di conflitto si è evoluto più volte. Ha assunto identità differenti, stringendo alleanze con movimenti di guerriglia che aspirano a obiettivi totalmente differenti dal suo. Lo stesso target dei talebani è mutato rispetto a quello originario. I legami con i mujaheddin uzbeki, gli indipendentisti kashmiri, i signori della droga e ovviamente al-Qaeda sono alleanze strumentali, che hanno provocato un aumento di visibilità dei leader delle singole realtà in armi. Per questo la recente cattura di Baradar necessita di essere, per alcuni aspetti, ridotta del suo peso specifico. La presa di un generale può significare la disgregazione della sua armata, ma non di tutto un esercito. Soprattutto perché del Mullah Omar o dello stesso Osama bin Laden, menti politiche che decidono la strategia al fronte, non si sa davvero nulla.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[riportiamo l'articolo scritto dal nostro amico Antonio Picasso così come pubblicato su liberal del 24 febbraio 2010]</em></p>
<p>di <a href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a></p>
<p>La recente cattura del leader talebano, Abdul Ghani Baradar, offre lo spunto per delineare una mappatura dei mujaheddin “most wanted” catturati o uccisi dalle forze Nato e Isaf in Afghanistan, oppure dall’esercito pakistano oltrefrontiera. Baradar è stato preso grazie a un’operazione congiunta delle truppe Usa e delle Forze di sicurezza di Islamabad. Già questo ha portato gli osservatori a parlare di un successo. Significa che la cooperazione fra i due governi, lubrificata dai 7,5 miliardi di dollari della Legge Kerry-Lugar, stavolta funziona. La cattura di quello che è stato definito “lo stratega della lotta talebana” è stata un colpo durissimo assestato al nemico. Per capire chi fosse Baradar, basta ricordare che sarebbe stato lui il compagno del Mullah Omar nella rocambolesca fuga da Kandahar nel novembre 2001, in sella a una moto. L’episodio è rimato sempre coperto da un velo di leggenda.</p>
<p>Baradar era considerato quindi il “Numero 2” di tutte le forze talebane congiunte afghano-pakistane. D’altra parte, e questo ridimensiona l’importanza attribuita al personaggio, era trapelata anche la notizia di una sua eventuale disponibilità al dialogo offerto dal Presidente afghano Karzai in occasione della Conferenza di Londra alla fine di gennaio. Viene da domandarsi quindi come il vice Comandante in capo dei talebani abbia potuto replicare positivamente alla mano tesa da Karzai, quando il suo diretto superiore, il Mullah Omar, si sia dichiarato sempre contrario a qualsiasi ipotesi di negoziato con Kabul e i suoi alleati occidentali. Da qui un’ulteriore provocazione. Questa etichetta di “Numero 2”, a ben guardare, è stata attribuita a fin troppi leader talebani.</p>
<p>Procedendo a ritroso nelle cronache dell’“Af-Pak war”, si incontra una lunga lista di personaggi che avrebbero ricoperto questo incarico. Ilyas Kashmiri, capo del “Pakistan Occupied Kashmir” (Pok) al momento del suo arresto, il 17 settembre dello scorso anno in Waziristan, era considerato il diretto successore di Beitullah Mehsud, ucciso alla fine dell’agosto precedente. Per entrambi si è parlato di comandanti secondi solo al Mullah Omar e detentori di un’influenza senza pari sulle tribù nemiche. Il caso di Mehsud peraltro è particolare. Al momento della sua morte infatti è emersa l’importanza del suo intero clan. Di questo bisogna ricordare gli esponenti di maggior rilievo: Hakeemullah Mehsud, tuttora a piede libero, e Qari Hussein Mehsud. I due uomini sono ricercati in Afghanistan e Pakistan proprio perché si è convinti che, una volta eliminati loro, non resti che il Mullah Omar da catturare. E quindi vincere la guerra. Un altro clan che sarebbe in grado di tenere le fila di tutta la lotta talebana è quello degli Haqqani. Mawlawi Lalaluddin Haqqani e suo figlio Sirajuddin sono alla guida dell’“Islamic Emirate of Waziristan”, un movimento considerato come il collettore delle forze fondamentaliste impegnate sia nella guerra in Afghanistan, sia nelle attività terroristiche in Pakistan.</p>
<p>Si passa poi ai singoli individui. Abu Laith al-Libi, di evidente origine libiche, è stato ucciso circa due anni fa. Per la sua cattura gli Usa avevano posto una taglia di circa 200 mila dollari. Mentre di Tahir Yuldash, leader dell’“Islamic Movement of Uzbekistan – anch’egli “valutato” 200 mila dollari – le agenzie di intelligence non riescono a recuperare alcuna informazione ormai da anni. Ancora più illustre è il nome di Obaidullah Akhund, Ministro della Difesa del Governo talebano negli anni Novanta. Catturato nel 2007, è stato rilasciato nel maggio 2008 in circostanze poco chiare. I talebani parlano infatti di uno scambio con l’Ambasciatore pakistano in Afghanistan, Tariq Azizuddin, caduto nelle loro mani nel febbraio dello stesso anno. Secondo Asia Times, Baitullah Mehsud avrebbe pagato 20 milioni di rupie per il ritorno di Akhund tra i suoi uomini. La lista prosegue con tanti altri “numeri 2” la cui eliminazione avrebbe dovuto risolvere l’intero conflitto. Alla morte del Mullah Dadullah, nel maggio 2007, si è parlato chiaramente della decapitazione della leadership talebana. Lo stesso è stato scritto quando è stato ucciso Reza Khan, sempre nel 2007, e Ahmad Shah l’anno successivo. Di Qari Ahmadullah, fondatore dello “United Islamic Front for the salvation of Afghanistan” e capo dell’intelligence talebana, non si hanno notizie da circa dieci anni. Altrettanto interessante è la figura del Mullah Abdul Ghafour, catturato nel 2007. In questo caso la coalizione occidentale non è mai stata certa di chi abbia arrestato. Quello di Ghafour infatti è un nome attribuito a tanti comandanti nemici. Ancora una volta tanti, troppi “numeri 2”. Infine bisogna menzionare il Mullah Mohammed Rabbani Akhund, co-fondatore (anche lui) insieme al Mullah Omar, del movimento talebano e Primo ministro del regime dal 1996 al 2001, anno in cui morì di cancro.</p>
<p>Da questo breve riepilogo, emerge una serie di elementi che fanno pensare quanto difficile resti la situazione dell’“Af-Pak war”. È evidente che a ogni eliminazione o cattura di un leader talebano si inneschi un meccanismo perverso di rigonfiamento della notizia. I comandi operativi e le agenzie di intelligence, soprattutto la Cia e l’Isi, sono portati a sottolineare il loro successo per dimostrare ai loro governi che il conflitto in Afghanistan si sta comunque evolvendo in senso positivo e che la cooperazione con il Pakistan ha la sua ragion d’essere. Lo stesso atteggiamento viene raccolto dalla classe politica in Occidente – a Washington in particolare – la quale di fronte agli elettori deve rispondere in modo convincente del perché combattiamo. Il film “Leoni per agnelli” di Robert Redford spiega come funzionino queste sottili manovre politiche. Infine arrivano i media, affamati di notizie da lanciare come “breaking news”. Volendo ridimensionare la situazione, bisogna ricordare che la guerra in corso non può essere conclusa grazie alla cattura di un solo uomo. Il movimento talebano in questi oltre otto anni di conflitto si è evoluto più volte. Ha assunto identità differenti, stringendo alleanze con movimenti di guerriglia che aspirano a obiettivi totalmente differenti dal suo. Lo stesso target dei talebani è mutato rispetto a quello originario. I legami con i mujaheddin uzbeki, gli indipendentisti kashmiri, i signori della droga e ovviamente al-Qaeda sono alleanze strumentali, che hanno provocato un aumento di visibilità dei leader delle singole realtà in armi. Per questo la recente cattura di Baradar necessita di essere, per alcuni aspetti, ridotta del suo peso specifico. La presa di un generale può significare la disgregazione della sua armata, ma non di tutto un esercito. Soprattutto perché del Mullah Omar o dello stesso Osama bin Laden, menti politiche che decidono la strategia al fronte, non si sa davvero nulla.</p>
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di ANTONIO PICASSO
La recente cattura del leader talebano, Abdul Ghani Baradar, offre lo spunto per delineare una mappatura dei mujaheddin “most wanted” catturati o uccisi dalle forze Nato e Isaf in Afghanistan, oppure dall’esercito pakistano oltrefrontiera. Baradar è stato preso grazie a un’operazione congiunta delle truppe Usa e delle Forze di sicurezza di Islamabad. Già questo ha portato gli osservatori a parlare di un successo. Significa che la cooperazione fra i due governi, lubrificata dai 7,5 miliardi di dollari della Legge Kerry-Lugar, stavolta funziona. La cattura di quello che è stato definito “lo stratega della lotta talebana” è stata un colpo durissimo assestato al nemico. Per capire chi fosse Baradar, basta ricordare che sarebbe stato lui il compagno del Mullah Omar nella rocambolesca fuga da Kandahar nel novembre 2001, in sella a una moto. L’episodio è rimato sempre coperto da un velo di leggenda.
Baradar era considerato quindi il “Numero 2” di tutte le forze talebane congiunte afghano-pakistane. D’altra parte, e questo ridimensiona l’importanza attribuita al personaggio, era trapelata anche la notizia di una sua eventuale disponibilità al dialogo offerto dal Presidente afghano Karzai in occasione della Conferenza di Londra alla fine di gennaio. Viene da domandarsi quindi come il vice Comandante in capo dei talebani abbia potuto replicare positivamente alla mano tesa da Karzai, quando il suo diretto superiore, il Mullah Omar, si sia dichiarato sempre contrario a qualsiasi ipotesi di negoziato con Kabul e i suoi alleati occidentali. Da qui un’ulteriore provocazione. Questa etichetta di “Numero 2”, a ben guardare, è stata attribuita a fin troppi leader talebani.
Procedendo a ritroso nelle cronache dell’“Af-Pak war”, si incontra una lunga lista di personaggi che avrebbero ricoperto questo incarico. Ilyas Kashmiri, capo del “Pakistan Occupied Kashmir” (Pok) al momento del suo arresto, il 17 settembre dello scorso anno in Waziristan, era considerato il diretto successore di Beitullah Mehsud, ucciso alla fine dell’agosto precedente. Per entrambi si è parlato di comandanti secondi solo al Mullah Omar e detentori di un’influenza senza pari sulle tribù nemiche. Il caso di Mehsud peraltro è particolare. Al momento della sua morte infatti è emersa l’importanza del suo intero clan. Di questo bisogna ricordare gli esponenti di maggior rilievo: Hakeemullah Mehsud, tuttora a piede libero, e Qari Hussein Mehsud. I due uomini sono ricercati in Afghanistan e Pakistan proprio perché si è convinti che, una volta eliminati loro, non resti che il Mullah Omar da catturare. E quindi vincere la guerra. Un altro clan che sarebbe in grado di tenere le fila di tutta la lotta talebana è quello degli Haqqani. Mawlawi Lalaluddin Haqqani e suo figlio Sirajuddin sono alla guida dell’“Islamic Emirate of Waziristan”, un movimento considerato come il collettore delle forze fondamentaliste impegnate sia nella guerra in Afghanistan, sia nelle attività terroristiche in Pakistan.
Si passa poi ai singoli individui. Abu Laith al-Libi, di evidente origine libiche, è stato ucciso circa due anni fa. Per la sua cattura gli Usa avevano posto una taglia di circa 200 mila dollari. Mentre di Tahir Yuldash, leader dell’“Islamic Movement of Uzbekistan – anch’egli “valutato” 200 mila dollari – le agenzie di intelligence non riescono a recuperare alcuna informazione ormai da anni. Ancora più illustre è il nome di Obaidullah Akhund, Ministro della Difesa del Governo talebano negli anni Novanta. Catturato nel 2007, è stato rilasciato nel maggio 2008 in circostanze poco chiare. I talebani parlano infatti di uno scambio con l’Ambasciatore pakistano in Afghanistan, Tariq Azizuddin, caduto nelle loro mani nel febbraio dello stesso anno. Secondo Asia Times, Baitullah Mehsud avrebbe pagato 20 milioni di rupie per il ritorno di Akhund tra i suoi uomini. La lista prosegue con tanti altri “numeri 2” la cui eliminazione avrebbe dovuto risolvere l’intero conflitto. Alla morte del Mullah Dadullah, nel maggio 2007, si è parlato chiaramente della decapitazione della leadership talebana. Lo stesso è stato scritto quando è stato ucciso Reza Khan, sempre nel 2007, e Ahmad Shah l’anno successivo. Di Qari Ahmadullah, fondatore dello “United Islamic Front for the salvation of Afghanistan” e capo dell’intelligence talebana, non si hanno notizie da circa dieci anni. Altrettanto interessante è la figura del Mullah Abdul Ghafour, catturato nel 2007. In questo caso la coalizione occidentale non è mai stata certa di chi abbia arrestato. Quello di Ghafour infatti è un nome attribuito a tanti comandanti nemici. Ancora una volta tanti, troppi “numeri 2”. Infine bisogna menzionare il Mullah Mohammed Rabbani Akhund, co-fondatore (anche lui) insieme al Mullah Omar, del movimento talebano e Primo ministro del regime dal 1996 al 2001, anno in cui morì di cancro.
Da questo breve riepilogo, emerge una serie di elementi che fanno pensare quanto difficile resti la situazione dell’“Af-Pak war”. È evidente che a ogni eliminazione o cattura di un leader talebano si inneschi un meccanismo perverso di rigonfiamento della notizia. I comandi operativi e le agenzie di intelligence, soprattutto la Cia e l’Isi, sono portati a sottolineare il loro successo per dimostrare ai loro governi che il conflitto in Afghanistan si sta comunque evolvendo in senso positivo e che la cooperazione con il Pakistan ha la sua ragion d’essere. Lo stesso atteggiamento viene raccolto dalla classe politica in Occidente – a Washington in particolare – la quale di fronte agli elettori deve rispondere in modo convincente del perché combattiamo. Il film “Leoni per agnelli” di Robert Redford spiega come funzionino queste sottili manovre politiche. Infine arrivano i media, affamati di notizie da lanciare come “breaking news”. Volendo ridimensionare la situazione, bisogna ricordare che la guerra in corso non può essere conclusa grazie alla cattura di un solo uomo. Il movimento talebano in questi oltre otto anni di conflitto si è evoluto più volte. Ha assunto identità differenti, stringendo alleanze con movimenti di guerriglia che aspirano a obiettivi totalmente differenti dal suo. Lo stesso target dei talebani è mutato rispetto a quello originario. I legami con i mujaheddin uzbeki, gli indipendentisti kashmiri, i signori della droga e ovviamente al-Qaeda sono alleanze strumentali, che hanno provocato un aumento di visibilità dei leader delle singole realtà in armi. Per questo la recente cattura di Baradar necessita di essere, per alcuni aspetti, ridotta del suo peso specifico. La presa di un generale può significare la disgregazione della sua armata, ma non di tutto un esercito. Soprattutto perché del Mullah Omar o dello stesso Osama bin Laden, menti politiche che decidono la strategia al fronte, non si sa davvero nulla.
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