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	<title>LiberalCafè (since 2004)</title>
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	<description>Un caffe'? E' molto piu' buono se preso liberamente. Take it liberal!</description>
	<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 10:05:21 +0000</pubDate>
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			<title>LiberalCafè (since 2004)</title>
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		<title>Israele-Usa: siamo ai ferri corti?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 10:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<p>di ANTONIO PICASSO</p>
<p>In controtendenza alle attese, sembra che la visita del vice Presidente Usa Joe Biden, in Israele e nei Territori Palestinesi, altro non abbia fatto che irretire le tensioni nella zona. Nelle ultime 48 ore la sequenza degli avvenimenti si è dimostrata un crescendo di provocazioni. Dopo l’incontro di Biden con il premier Netanyahu, il Ministero dell’Interno israeliano ha dato il via alla realizzazione di altri 1.600 alloggi nell’insediamento di Ramat Shlomo. Gli israeliani non hanno aspettano nemmeno che Biden ripartisse per Washington per andare avanti con la loro intransigenza. Il Presidente palestinese Abu Mazen di conseguenza ha ritirato la sua disponibilità a riprendere i negoziati indiretti, promossi dalla Lega Araba la scorsa settimana e appoggiati dagli Stati Uniti. A conclusione di questa catena di schermaglie, ieri – venerdì, giorno di preghiera per i musulmani – il Ministero della Difesa israeliano ha chiuso temporaneamente i varchi fra Israele e la Cisgiordania, onde prevenire l’ingresso di elementi facinorosi sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme e magari anche qualche potenziale attentatore. Consapevole che questa situazione è insostenibile, Abu Mazen, dopo un colloquio con l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente George Mitchell, ha teso nuovamente la mano per i “proximity talks”. </p>
<p>La settimana che si conclude fa emergere un quadro della situazione mediorientale estremamente torbido. Ogni giorno che passa, l’ottimismo del Presidente Usa, Barack Obama, viene ridimensionato. L’intenzione di concludere il processo di pace entro i quattro anni del suo mandato appare sempre più una chimera. A Washington echeggia un silenzio che si rivela essere un’implicita ammissione di colpa. È come se l’Amministrazione Usa, sebbene si sia proclamata alfiere di una nuova realpolitik, riconosca adesso la propria ingenuità e senta inoltre il peso di un Premio Nobel per la Pace consegnato al Presidente Usa “per le buone intenzioni”. Altrettanto confusa appare la situazione dei due governi direttamente interessati. I tentennamenti di Abu Mazen confermano le sue paure e l’intenzione di non voler fare scelte impopolari ma coraggiose che potrebbero riaprire davvero i colloqui. Il Presidente dell’Anp aveva accolto favorevolmente la proposta della Lega Araba, poi l’ha negato, infine dato nuovamente il suo ok. </p>
<p>Discontinuità e indecisione caratterizzano un’Autorità Palestinese che sa di essere profondamente criticata presso la sua opinione pubblica, come al tempo stesso di non godere del pieno sostegno dei suoi partner arabi. Del resto, a fine gennaio ci sarebbero dovute essere le elezioni, sia nel West Bank sia a Gaza. Abu Mazen ha preferito rinviarle, perché sa che nella Striscia una vittoria di al-Fatah sarebbe assai improbabile. Hamas, da parte sua, ha accettato di buon grado, conscia che in Cisgiordania raccoglierebbe ben poche preferenze. Il voto quindi è stato consensualmente, ma con un accordo tacito, rinviato sine die. Veniamo infine a Israele. Ci si domanda il perché della sua intransigenza. Si colpevolizza Netanyahu di lanciare una sequenza infinita di provocazioni. Provocazioni che possono effettivamente fare da scintilla per una vampata di violenza. Tutto vero. A ben guardare negli ultimi due anni non si è mai stati così vicini a una terza Intifadah. Israele ha però una carta in mano che rende nulle tutte queste accuse.</p>
<p>È la spaccatura interna ai palestinesi. L’accondiscendenza di Netanyahu in appoggio ai coloni – oltre a tenere compatta la sua fragile maggioranza – è giustificata dalle sue comprensibili condizioni imposte agli Usa quanto alla Lega Araba. Finché al-Fatah e Hamas continueranno a non parlarsi, Israele si sentirà forte di poter rifiutare un confronto con una Presidenza palestinese screditata e divisa. Il punto debole del Primo ministro israeliano è solo interno alla sua opinione pubblica. Perché anche questa è stanca di uno status quo ormai intollerabile. Il Partito laburista, che è parte della coalizione di governo ed è guidato da quel Ministro della Difesa Ehud Baraq che ieri ha chiuso i varchi con la Cisgiordania, ha esplicitamente disapprovato la scelta di proseguire nell’ampliamento degli insediamenti. Netanyahu deve tener conto anche di questo.</p>
<p><font size="1">Pubblicato su liberal del 13 marzo 2010</font></p>
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            </div></form>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di ANTONIO PICASSO</p>
<p>In controtendenza alle attese, sembra che la visita del vice Presidente Usa Joe Biden, in Israele e nei Territori Palestinesi, altro non abbia fatto che irretire le tensioni nella zona. Nelle ultime 48 ore la sequenza degli avvenimenti si è dimostrata un crescendo di provocazioni. Dopo l’incontro di Biden con il premier Netanyahu, il Ministero dell’Interno israeliano ha dato il via alla realizzazione di altri 1.600 alloggi nell’insediamento di Ramat Shlomo. Gli israeliani non hanno aspettano nemmeno che Biden ripartisse per Washington per andare avanti con la loro intransigenza. Il Presidente palestinese Abu Mazen di conseguenza ha ritirato la sua disponibilità a riprendere i negoziati indiretti, promossi dalla Lega Araba la scorsa settimana e appoggiati dagli Stati Uniti. A conclusione di questa catena di schermaglie, ieri – venerdì, giorno di preghiera per i musulmani – il Ministero della Difesa israeliano ha chiuso temporaneamente i varchi fra Israele e la Cisgiordania, onde prevenire l’ingresso di elementi facinorosi sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme e magari anche qualche potenziale attentatore. Consapevole che questa situazione è insostenibile, Abu Mazen, dopo un colloquio con l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente George Mitchell, ha teso nuovamente la mano per i “proximity talks”. </p>
<p>La settimana che si conclude fa emergere un quadro della situazione mediorientale estremamente torbido. Ogni giorno che passa, l’ottimismo del Presidente Usa, Barack Obama, viene ridimensionato. L’intenzione di concludere il processo di pace entro i quattro anni del suo mandato appare sempre più una chimera. A Washington echeggia un silenzio che si rivela essere un’implicita ammissione di colpa. È come se l’Amministrazione Usa, sebbene si sia proclamata alfiere di una nuova realpolitik, riconosca adesso la propria ingenuità e senta inoltre il peso di un Premio Nobel per la Pace consegnato al Presidente Usa “per le buone intenzioni”. Altrettanto confusa appare la situazione dei due governi direttamente interessati. I tentennamenti di Abu Mazen confermano le sue paure e l’intenzione di non voler fare scelte impopolari ma coraggiose che potrebbero riaprire davvero i colloqui. Il Presidente dell’Anp aveva accolto favorevolmente la proposta della Lega Araba, poi l’ha negato, infine dato nuovamente il suo ok. </p>
<p>Discontinuità e indecisione caratterizzano un’Autorità Palestinese che sa di essere profondamente criticata presso la sua opinione pubblica, come al tempo stesso di non godere del pieno sostegno dei suoi partner arabi. Del resto, a fine gennaio ci sarebbero dovute essere le elezioni, sia nel West Bank sia a Gaza. Abu Mazen ha preferito rinviarle, perché sa che nella Striscia una vittoria di al-Fatah sarebbe assai improbabile. Hamas, da parte sua, ha accettato di buon grado, conscia che in Cisgiordania raccoglierebbe ben poche preferenze. Il voto quindi è stato consensualmente, ma con un accordo tacito, rinviato sine die. Veniamo infine a Israele. Ci si domanda il perché della sua intransigenza. Si colpevolizza Netanyahu di lanciare una sequenza infinita di provocazioni. Provocazioni che possono effettivamente fare da scintilla per una vampata di violenza. Tutto vero. A ben guardare negli ultimi due anni non si è mai stati così vicini a una terza Intifadah. Israele ha però una carta in mano che rende nulle tutte queste accuse.</p>
<p>È la spaccatura interna ai palestinesi. L’accondiscendenza di Netanyahu in appoggio ai coloni – oltre a tenere compatta la sua fragile maggioranza – è giustificata dalle sue comprensibili condizioni imposte agli Usa quanto alla Lega Araba. Finché al-Fatah e Hamas continueranno a non parlarsi, Israele si sentirà forte di poter rifiutare un confronto con una Presidenza palestinese screditata e divisa. Il punto debole del Primo ministro israeliano è solo interno alla sua opinione pubblica. Perché anche questa è stanca di uno status quo ormai intollerabile. Il Partito laburista, che è parte della coalizione di governo ed è guidato da quel Ministro della Difesa Ehud Baraq che ieri ha chiuso i varchi con la Cisgiordania, ha esplicitamente disapprovato la scelta di proseguire nell’ampliamento degli insediamenti. Netanyahu deve tener conto anche di questo.</p>
<p><font size="1">Pubblicato su liberal del 13 marzo 2010</font></p>
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In controtendenza alle attese, sembra che la visita del vice Presidente Usa Joe Biden, in Israele e nei Territori Palestinesi, altro non abbia fatto che irretire le tensioni nella zona. Nelle ultime 48 ore la sequenza degli avvenimenti si è dimostrata un crescendo di provocazioni. Dopo l’incontro di Biden con il premier Netanyahu, il Ministero dell’Interno israeliano ha dato il via alla realizzazione di altri 1.600 alloggi nell’insediamento di Ramat Shlomo. Gli israeliani non hanno aspettano nemmeno che Biden ripartisse per Washington per andare avanti con la loro intransigenza. Il Presidente palestinese Abu Mazen di conseguenza ha ritirato la sua disponibilità a riprendere i negoziati indiretti, promossi dalla Lega Araba la scorsa settimana e appoggiati dagli Stati Uniti. A conclusione di questa catena di schermaglie, ieri – venerdì, giorno di preghiera per i musulmani – il Ministero della Difesa israeliano ha chiuso temporaneamente i varchi fra Israele e la Cisgiordania, onde prevenire l’ingresso di elementi facinorosi sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme e magari anche qualche potenziale attentatore. Consapevole che questa situazione è insostenibile, Abu Mazen, dopo un colloquio con l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente George Mitchell, ha teso nuovamente la mano per i “proximity talks”. 
La settimana che si conclude fa emergere un quadro della situazione mediorientale estremamente torbido. Ogni giorno che passa, l’ottimismo del Presidente Usa, Barack Obama, viene ridimensionato. L’intenzione di concludere il processo di pace entro i quattro anni del suo mandato appare sempre più una chimera. A Washington echeggia un silenzio che si rivela essere un’implicita ammissione di colpa. È come se l’Amministrazione Usa, sebbene si sia proclamata alfiere di una nuova realpolitik, riconosca adesso la propria ingenuità e senta inoltre il peso di un Premio Nobel per la Pace consegnato al Presidente Usa “per le buone intenzioni”. Altrettanto confusa appare la situazione dei due governi direttamente interessati. I tentennamenti di Abu Mazen confermano le sue paure e l’intenzione di non voler fare scelte impopolari ma coraggiose che potrebbero riaprire davvero i colloqui. Il Presidente dell’Anp aveva accolto favorevolmente la proposta della Lega Araba, poi l’ha negato, infine dato nuovamente il suo ok. 
Discontinuità e indecisione caratterizzano un’Autorità Palestinese che sa di essere profondamente criticata presso la sua opinione pubblica, come al tempo stesso di non godere del pieno sostegno dei suoi partner arabi. Del resto, a fine gennaio ci sarebbero dovute essere le elezioni, sia nel West Bank sia a Gaza. Abu Mazen ha preferito rinviarle, perché sa che nella Striscia una vittoria di al-Fatah sarebbe assai improbabile. Hamas, da parte sua, ha accettato di buon grado, conscia che in Cisgiordania raccoglierebbe ben poche preferenze. Il voto quindi è stato consensualmente, ma con un accordo tacito, rinviato sine die. Veniamo infine a Israele. Ci si domanda il perché della sua intransigenza. Si colpevolizza Netanyahu di lanciare una sequenza infinita di provocazioni. Provocazioni che possono effettivamente fare da scintilla per una vampata di violenza. Tutto vero. A ben guardare negli ultimi due anni non si è mai stati così vicini a una terza Intifadah. Israele ha però una carta in mano che rende nulle tutte queste accuse.
È la spaccatura interna ai palestinesi. L’accondiscendenza di Netanyahu in appoggio ai coloni – oltre a tenere compatta la sua fragile maggioranza – è giustificata dalle sue comprensibili condizioni imposte agli Usa quanto alla Lega Araba. Finché al-Fatah e Hamas continueranno a non parlarsi, Israele si sentirà forte di poter rifiutare un confronto con una Presidenza palestinese screditata e divisa. Il punto debole del Primo ministro israeliano è solo interno alla sua opinione pubblica. Perché anche questa è stanca di uno status quo ormai intollerabile. Il Partito laburista, che è parte della coalizione di governo ed è guidato da quel Ministro della Difesa Ehud Baraq che ieri ha chiuso i varchi con la Cisgiordania, ha esplicitamente disapprovato la scelta di proseguire nell’ampliamento degli insediamenti. Netanyahu deve tener conto anche di questo.
Pubblicato su liberal del 13 marzo 2010
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		<title>Pope2You: Vaticano on line per parlare con i giovani</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/internet-e-tecnologie-web/pope2you-vaticano-on-line-per-parlare-con-i-giovani/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 10:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di MARTINA CECCO

Pope2You: il papa dedica la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2010 ai nuovi media, presentandola attraverso il nuovo portale interattivo, dedicato ai giovani e agli operatori della comunicazione, che vuole essere una porta aperta, accogliente, per chi ha deciso di confrontarsi con la religiosità e con il cristianesimo moderno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di MARTINA CECCO</p>
<p><b>Comunicazione e mondo digitale</b>: anche il Vaticano apre le porte ai nuovi media e dopo il lancio del portale Pope To You (<a href="http://www.pope2you.net" target="_blank" title="Pope2You" alt="Il portale del Papa">Pope2You</a>) nel 2009, ecco l&#8217;annuncio del tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2010, avvenuto il 24 gennaio scorso, patrono dei giornalisti San Francesco di Sales. La giornata del 16 Maggio avrà dunque per tema &#8220;Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola&#8221; (1).</p>
<p>La <b>Giornata delle Comunicazioni Sociali</b> si inserisce nell&#8217;anno sacerdotale, viene celebrata in una riflessione rivolta al mondo della comunicazione da parte del popolo di fedeli, che si curano di pensare al futuro dei giovani. Nell&#8217;evolversi dei nuovi media è coinvolta anche la religiosità. </p>
<p>Sono interessate le singole parrocchie, tant&#8217;è che la riflessione parte dal basso, perchè i nuovi media e la comunicazione on line sono trasversali, riguardano proprio tutti, uno per uno, i singoli fedeli/individui. <b>Project Manager del portale è don Paolo Padrini</b>, che ha scelto di presentare il sito con uno spirito di coinvolgimento, rivolgendosi prima di tutto ai giovani. </p>
<p>Il portale si presenta nelle <b>5 lingue europee</b> più diffuse: italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese; si interagisce e si partecipa grazie a una serie di applicazioni a cui accedere che sono quelle di <a href="http://www.facebook.com" target="_blank" title="FaceBook" alt="FaceBook">FaceBook</a>, dell&#8217; i-phone e del blog con messaggi da inoltrare, Multiplayer e <a href="http://www.youtube.it" target="_blank" title="Youtube" alt="Youtube">Youtube</a>. </p>
<p>Il portale presenta una parte introduttiva in cui si spiega il senso di un sito creato per la comunità e offre l&#8217;opportunità di partecipare attivamente, scrivendo dei messaggi e scaricando dei materiali utili alla conoscenza pastorale. </p>
<p>L&#8217;obiettivo chiaramente non è solo questo: già attraverso il portale ufficiale del Vaticano era possibile interagire con la chiesa, bensì lo scopo è quello di avvicinare il giovane all&#8217;idea della chiesa con un sistema coinvolgente e amicale, più semplice, meno formale e più ammiccante, ma non per questo meno efficace. </p>
<p>Che la chiesa potesse dimostrare di essere alla pari con il mondo giovanile già è cosa nota, <b>Giovanni Paolo II</b> ha dimostrato in tutta la sua vita di avere a cuore il destino dei giovani e della società moderna, avvicinandosi ai ragazzi nelle piazze, istituendo giornate come quella della Gioventù, invitandoli in Vaticano, ospitandone la musica e le espressioni artistiche, quanti passi sono stati fatti dagli anni degli oratori .. </p>
<p>Ma che la pastorale si potesse occupare dei nuovi media è un segno dei tempi: il Vaticano dedica la giornata della Comunicazione Sociale ai nuovi media al servizio del papa e nell&#8217;opuscolo delle parrocchie già si trovano le riflessioni sul tema, di domenica scorsa un intervento intitolato  Chies@Web, edito a Trento dalla parrocchia S. Antonio per parlare proprio di nuovi media e di animatori di comunità. </p>
<p>Il web diventa <b>un mezzo per parlare di Dio</b> e per annunciare il Vangelo, si tratta di un modo per reinterpretare il concetto di parola attraverso i moderni mezzi di comunicazione, come scrive Papa Ratzinger nel suo messaggio sul tema (1). </p>
<p>Blog e forum di singoli sacerdoti, di gruppi pastorali o delle parrocchie ce ne sono parecchi, dai più noti ai meno conosciuti, sono anche questi dei modi per parlare ai giovani attraverso internet e sono spesso opera di collaborazione o di catechesi giovanile, ma di certo l&#8217;approdo su <a href="http://www.facebook.com" target="_blank" title="FaceBook" alt="FaceBook">FaceBook</a> del papa non può lasciare indifferenti. </p>
<p>Una operazione di coinvolgimento che segue l&#8217;evoluzione del concetto di catechismo, basato sulla autonomia del singolo di confrontarsi con il prossimo è un fatto che si misura con la società moderna, la quale proprio per questo motivo sempre più spesso viene <b>definita come liquida</b>. </p>
<p><em>1. Dal Vaticano, 24 gennaio 2010, Festa di San Francesco di Sales.<br />
<a href="http://www.pope2you.net" target="_blank" title="Pope2You" alt="Il portale del Papa">www.pope2you.net</a> ©2009 - Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali</em></p>
<p>Di <a href="mailto:martina.cecco_edizioni@yahoo.com" target="_blank" alt="scrivi a Martina Cecco" title="scrivi a Martina Cecco">Martina Cecco</a></p>
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Comunicazione e mondo digitale: anche il Vaticano apre le porte ai nuovi media e dopo il lancio del portale Pope To You (Pope2You) nel 2009, ecco l&#8217;annuncio del tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2010, avvenuto il 24 gennaio scorso, patrono dei giornalisti San Francesco di Sales. La giornata del 16 Maggio avrà dunque per tema &#8220;Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola&#8221; (1).
La Giornata delle Comunicazioni Sociali si inserisce nell&#8217;anno sacerdotale, viene celebrata in una riflessione rivolta al mondo della comunicazione da parte del popolo di fedeli, che si curano di pensare al futuro dei giovani. Nell&#8217;evolversi dei nuovi media è coinvolta anche la religiosità. 
Sono interessate le singole parrocchie, tant&#8217;è che la riflessione parte dal basso, perchè i nuovi media e la comunicazione on line sono trasversali, riguardano proprio tutti, uno per uno, i singoli fedeli/individui. Project Manager del portale è don Paolo Padrini, che ha scelto di presentare il sito con uno spirito di coinvolgimento, rivolgendosi prima di tutto ai giovani. 
Il portale si presenta nelle 5 lingue europee più diffuse: italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese; si interagisce e si partecipa grazie a una serie di applicazioni a cui accedere che sono quelle di FaceBook, dell&#8217; i-phone e del blog con messaggi da inoltrare, Multiplayer e Youtube. 
Il portale presenta una parte introduttiva in cui si spiega il senso di un sito creato per la comunità e offre l&#8217;opportunità di partecipare attivamente, scrivendo dei messaggi e scaricando dei materiali utili alla conoscenza pastorale. 
L&#8217;obiettivo chiaramente non è solo questo: già attraverso il portale ufficiale del Vaticano era possibile interagire con la chiesa, bensì lo scopo è quello di avvicinare il giovane all&#8217;idea della chiesa con un sistema coinvolgente e amicale, più semplice, meno formale e più ammiccante, ma non per questo meno efficace. 
Che la chiesa potesse dimostrare di essere alla pari con il mondo giovanile già è cosa nota, Giovanni Paolo II ha dimostrato in tutta la sua vita di avere a cuore il destino dei giovani e della società moderna, avvicinandosi ai ragazzi nelle piazze, istituendo giornate come quella della Gioventù, invitandoli in Vaticano, ospitandone la musica e le espressioni artistiche, quanti passi sono stati fatti dagli anni degli oratori .. 
Ma che la pastorale si potesse occupare dei nuovi media è un segno dei tempi: il Vaticano dedica la giornata della Comunicazione Sociale ai nuovi media al servizio del papa e nell&#8217;opuscolo delle parrocchie già si trovano le riflessioni sul tema, di domenica scorsa un intervento intitolato  Chies@Web, edito a Trento dalla parrocchia S. Antonio per parlare proprio di nuovi media e di animatori di comunità. 
Il web diventa un mezzo per parlare di Dio e per annunciare il Vangelo, si tratta di un modo per reinterpretare il concetto di parola attraverso i moderni mezzi di comunicazione, come scrive Papa Ratzinger nel suo messaggio sul tema (1). 
Blog e forum di singoli sacerdoti, di gruppi pastorali o delle parrocchie ce ne sono parecchi, dai più noti ai meno conosciuti, sono anche questi dei modi per parlare ai giovani attraverso internet e sono spesso opera di collaborazione o di catechesi giovanile, ma di certo l&#8217;approdo su FaceBook del papa non può lasciare indifferenti. 
Una operazione di coinvolgimento che segue l&#8217;evoluzione del concetto di catechismo, basato sulla autonomia del singolo di confrontarsi con il prossimo è un fatto che si misura con la società moderna, la quale proprio per questo motivo sempre più spesso viene definita come liquida. 
1. Dal Vaticano, 24 gennaio 2010, Festa di San Francesco di Sales.
www.pope2you.net ©2009 - Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
Di Martina Cecco
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		<title>Liberali Europei a difesa dell’Euro</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/economia-e-ambiente/liberali-europei-a-difesa-dell%e2%80%99euro/</link>
		<comments>http://www.liberalcafe.it/index.php/economia-e-ambiente/liberali-europei-a-difesa-dell%e2%80%99euro/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 10:59:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<p>di FRANCESCO VIOLI</p>
<p>Da quando è  scoppiata la crisi di liquidità dell’erario greco, con il conseguente concretizzarsi di una possibile insolvenza a catena dei cosiddetti “PIGS”O “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna, e alcuni includono anche l’Italia, causa l’elevato debito pubblico) si son fatti sempre più forti le voci di un possibile abbandono dell’Euro da parte della Grecia, in quanto paese prossimo all’insolvenza. Un abbandono che secondo alcuni economisti, provocherebbe un effetto domino su tutto il resto della zona Euro, priva di un meccanismo di gestione del default degli stati membri, default che per altri sarebbe necessario proprio per evitare un collasso dell’intera eurozona.</p>
<p>Nel corso degli ultimi mesi, si sono intensificati i colloqui fra i vertici Europei, si sono susseguite varie proposte, quali la creazione di un ministero delle finanze europeo, l’emissione di EU -Bonds, e la creazione di un fondo “<strong>federale</strong>”o altrimenti detto, “<strong>Fondo Monetario Europeo</strong>&#8220;. Nel contingente però, queste sono soprattutto dello proposte che, qualora vengano elaborate ed approvate, non si concretizzeranno se non nel corso di alcuni anni (ratifica del Trattato di Lisbona docet), a meno che non si ricorra a qualche espediente giuridico o alla cooperazione rafforzata.</p>
<p>In questa situazione, e con la possibilità, che appare al momento non più remota, di un possibile fallimento dell’intera area Euro, è emerso anche il timore di un possibile attacco speculativo all’Euro, simile a quello che hanno visto i mercati nell’ultima decade del novecento, contro la lira e la sterlina. Anche alla luce del fatto che gli uomini che stanno dietro agli Hedge Funds sono sempre stati storicamente euroscettici, alcuni (Sarkozy in primis) hanno lanciato il sospetto che, oltre alla volontà di arricchirsi a scapito della stabilità della moneta unica, vi sia dietro una volontà politica, di far fallire il progetto euro proprio attraverso un attacco speculativo. Nei giorni scorsi è circolata una voce, poi rivelatasi infondata o solo parzialmente vera, che i servizi segreti dei grandi paesi dell’Area Euro stessero indagando su un possibile mandante politico dell’attacco speculativo in corso.</p>
<p>Ma più  che queste discussioni, spaventa il vento che sta soffiando nel cuore dell’area euro, la Germania. Quali che siano le responsabilità effettive della classe politica greca nei bilanci truccati della Repubblica Greca, le grandi banche tedesche, le stesse che hanno goduto del salvataggio miliardario voluto dall’ultima grande coalizione Union- SPD, non sono esenti da colpe. Fa male vedere i tedeschi, per quanto possa essere comprensibile l’affezione alla Marco tedesco, sperare nel ritorno alla vecchia moneta, dimentichi di tutti i vantaggi che ha portato l’Euro sull’aumento dell’export tedesco nell’ultima decade. Fa male vedere la copertina dello Spiegel (che non ha mai abbandonato il gusto per le provocazioni gratuite) “<strong>Die Euro- Lüge</strong>”(la menzogna dell’Euro), sebbene la somma, che la Repubblica federale metterebbe per evitare un possibile fallimento dello stato greco sarebbe inferiore a quella impiegata per evitare il fallimento della grande finanza privata tedesca. Fa male, vedere nei vari Runde (Tavole rotonde, talk show) alcuni noti giornalisti sostenere, assieme ai principali detrattori della moneta unica che: “<strong>Das Ziel der Bundesrepublik ist das Wohl des Deutschen Volk, nicht das Überleben des Euro</strong>” (trad. lo scopo della Repubblica federale è il bene del popolo tedesco, non la sopravvivenza dell’Euro). Non sembra abbastanza chiaro, che in questo momento i due interessi coincidano ? Che il primo paese a dover accollarsi i costi di un eventuale default dell’Euro sarebbe proprio la Germania assieme alla Francia ? Soprattutto, non si può demonizzare la Grecia, specialmente alla luce del fatto che furono proprio la Germania e la Francia i principali beneficiari della mancata procedura d’infrazione nel 2003, ad un anno dal changeover (era il semestre di presidenza italiana dell’U.E. doveva essere un favore di Berlusconi).</p>
<p>Cosa fare ora? Un intervento del F.M.I. o dei Partner europei potrebbe servire a rassicurare i mercati ma potrebbe non essere necessario, se le misure prese dall’esecutivo greco risulteranno sufficienti, per garantire la solvibilità immediata e se ci sarà la volontà di ricostruire l’economia greca: partendo da una tassazione più efficiente, un Welfare state più efficiente ed un intervento pubblico meno pesante e pervasivo. Non è comunque più possibile rinviare la creazione di un sistema, tale per cui sia possibile prevenire e affrontare futuri shock (in questo caso, shock asimmetrici) che preveda la costruzione di un’autorità economica dell’U.E. non concorrente ma complementare alla B.C.E., in modo da garantire il rispetto il patto di Stabilità e crescita, e la stabilità nel lungo periodo.</p>
<p>Per questo scopo, i governi a rischio crisi devono poter prendere tutte le misure necessarie per rimettere in sesto i bilanci statali garantire la propria stabilità finanziaria. Però non basta solo l’aumento delle esportazioni: al momento sarebbe utile un leggero incremento dell’inflazione nel breve periodo. La sfida dei liberali europei nei prossimi mesi è questa: dare sostegno politico a quei governi impegnati nel risanamento finanziario e nella creazione di istituzioni idonee alla tutela della stabilità dell’Euro. Ci aspetta un duro scontro con le forze populiste, neo- comuniste euroscettiche. Questi giorni saranno fondamentali per il futuro dell’Integrazione Europea, e per capire quale ruolo avranno le forze liberali nella sua evoluzione.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCESCO VIOLI</p>
<p>Da quando è  scoppiata la crisi di liquidità dell’erario greco, con il conseguente concretizzarsi di una possibile insolvenza a catena dei cosiddetti “PIGS”O “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna, e alcuni includono anche l’Italia, causa l’elevato debito pubblico) si son fatti sempre più forti le voci di un possibile abbandono dell’Euro da parte della Grecia, in quanto paese prossimo all’insolvenza. Un abbandono che secondo alcuni economisti, provocherebbe un effetto domino su tutto il resto della zona Euro, priva di un meccanismo di gestione del default degli stati membri, default che per altri sarebbe necessario proprio per evitare un collasso dell’intera eurozona.</p>
<p>Nel corso degli ultimi mesi, si sono intensificati i colloqui fra i vertici Europei, si sono susseguite varie proposte, quali la creazione di un ministero delle finanze europeo, l’emissione di EU -Bonds, e la creazione di un fondo “<strong>federale</strong>”o altrimenti detto, “<strong>Fondo Monetario Europeo</strong>&#8220;. Nel contingente però, queste sono soprattutto dello proposte che, qualora vengano elaborate ed approvate, non si concretizzeranno se non nel corso di alcuni anni (ratifica del Trattato di Lisbona docet), a meno che non si ricorra a qualche espediente giuridico o alla cooperazione rafforzata.</p>
<p>In questa situazione, e con la possibilità, che appare al momento non più remota, di un possibile fallimento dell’intera area Euro, è emerso anche il timore di un possibile attacco speculativo all’Euro, simile a quello che hanno visto i mercati nell’ultima decade del novecento, contro la lira e la sterlina. Anche alla luce del fatto che gli uomini che stanno dietro agli Hedge Funds sono sempre stati storicamente euroscettici, alcuni (Sarkozy in primis) hanno lanciato il sospetto che, oltre alla volontà di arricchirsi a scapito della stabilità della moneta unica, vi sia dietro una volontà politica, di far fallire il progetto euro proprio attraverso un attacco speculativo. Nei giorni scorsi è circolata una voce, poi rivelatasi infondata o solo parzialmente vera, che i servizi segreti dei grandi paesi dell’Area Euro stessero indagando su un possibile mandante politico dell’attacco speculativo in corso.</p>
<p>Ma più  che queste discussioni, spaventa il vento che sta soffiando nel cuore dell’area euro, la Germania. Quali che siano le responsabilità effettive della classe politica greca nei bilanci truccati della Repubblica Greca, le grandi banche tedesche, le stesse che hanno goduto del salvataggio miliardario voluto dall’ultima grande coalizione Union- SPD, non sono esenti da colpe. Fa male vedere i tedeschi, per quanto possa essere comprensibile l’affezione alla Marco tedesco, sperare nel ritorno alla vecchia moneta, dimentichi di tutti i vantaggi che ha portato l’Euro sull’aumento dell’export tedesco nell’ultima decade. Fa male vedere la copertina dello Spiegel (che non ha mai abbandonato il gusto per le provocazioni gratuite) “<strong>Die Euro- Lüge</strong>”(la menzogna dell’Euro), sebbene la somma, che la Repubblica federale metterebbe per evitare un possibile fallimento dello stato greco sarebbe inferiore a quella impiegata per evitare il fallimento della grande finanza privata tedesca. Fa male, vedere nei vari Runde (Tavole rotonde, talk show) alcuni noti giornalisti sostenere, assieme ai principali detrattori della moneta unica che: “<strong>Das Ziel der Bundesrepublik ist das Wohl des Deutschen Volk, nicht das Überleben des Euro</strong>” (trad. lo scopo della Repubblica federale è il bene del popolo tedesco, non la sopravvivenza dell’Euro). Non sembra abbastanza chiaro, che in questo momento i due interessi coincidano ? Che il primo paese a dover accollarsi i costi di un eventuale default dell’Euro sarebbe proprio la Germania assieme alla Francia ? Soprattutto, non si può demonizzare la Grecia, specialmente alla luce del fatto che furono proprio la Germania e la Francia i principali beneficiari della mancata procedura d’infrazione nel 2003, ad un anno dal changeover (era il semestre di presidenza italiana dell’U.E. doveva essere un favore di Berlusconi).</p>
<p>Cosa fare ora? Un intervento del F.M.I. o dei Partner europei potrebbe servire a rassicurare i mercati ma potrebbe non essere necessario, se le misure prese dall’esecutivo greco risulteranno sufficienti, per garantire la solvibilità immediata e se ci sarà la volontà di ricostruire l’economia greca: partendo da una tassazione più efficiente, un Welfare state più efficiente ed un intervento pubblico meno pesante e pervasivo. Non è comunque più possibile rinviare la creazione di un sistema, tale per cui sia possibile prevenire e affrontare futuri shock (in questo caso, shock asimmetrici) che preveda la costruzione di un’autorità economica dell’U.E. non concorrente ma complementare alla B.C.E., in modo da garantire il rispetto il patto di Stabilità e crescita, e la stabilità nel lungo periodo.</p>
<p>Per questo scopo, i governi a rischio crisi devono poter prendere tutte le misure necessarie per rimettere in sesto i bilanci statali garantire la propria stabilità finanziaria. Però non basta solo l’aumento delle esportazioni: al momento sarebbe utile un leggero incremento dell’inflazione nel breve periodo. La sfida dei liberali europei nei prossimi mesi è questa: dare sostegno politico a quei governi impegnati nel risanamento finanziario e nella creazione di istituzioni idonee alla tutela della stabilità dell’Euro. Ci aspetta un duro scontro con le forze populiste, neo- comuniste euroscettiche. Questi giorni saranno fondamentali per il futuro dell’Integrazione Europea, e per capire quale ruolo avranno le forze liberali nella sua evoluzione.</p>
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Da quando è  scoppiata la crisi di liquidità dell’erario greco, con il conseguente concretizzarsi di una possibile insolvenza a catena dei cosiddetti “PIGS”O “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna, e alcuni includono anche l’Italia, causa l’elevato debito pubblico) si son fatti sempre più forti le voci di un possibile abbandono dell’Euro da parte della Grecia, in quanto paese prossimo all’insolvenza. Un abbandono che secondo alcuni economisti, provocherebbe un effetto domino su tutto il resto della zona Euro, priva di un meccanismo di gestione del default degli stati membri, default che per altri sarebbe necessario proprio per evitare un collasso dell’intera eurozona.
Nel corso degli ultimi mesi, si sono intensificati i colloqui fra i vertici Europei, si sono susseguite varie proposte, quali la creazione di un ministero delle finanze europeo, l’emissione di EU -Bonds, e la creazione di un fondo “federale”o altrimenti detto, “Fondo Monetario Europeo&#8220;. Nel contingente però, queste sono soprattutto dello proposte che, qualora vengano elaborate ed approvate, non si concretizzeranno se non nel corso di alcuni anni (ratifica del Trattato di Lisbona docet), a meno che non si ricorra a qualche espediente giuridico o alla cooperazione rafforzata.
In questa situazione, e con la possibilità, che appare al momento non più remota, di un possibile fallimento dell’intera area Euro, è emerso anche il timore di un possibile attacco speculativo all’Euro, simile a quello che hanno visto i mercati nell’ultima decade del novecento, contro la lira e la sterlina. Anche alla luce del fatto che gli uomini che stanno dietro agli Hedge Funds sono sempre stati storicamente euroscettici, alcuni (Sarkozy in primis) hanno lanciato il sospetto che, oltre alla volontà di arricchirsi a scapito della stabilità della moneta unica, vi sia dietro una volontà politica, di far fallire il progetto euro proprio attraverso un attacco speculativo. Nei giorni scorsi è circolata una voce, poi rivelatasi infondata o solo parzialmente vera, che i servizi segreti dei grandi paesi dell’Area Euro stessero indagando su un possibile mandante politico dell’attacco speculativo in corso.
Ma più  che queste discussioni, spaventa il vento che sta soffiando nel cuore dell’area euro, la Germania. Quali che siano le responsabilità effettive della classe politica greca nei bilanci truccati della Repubblica Greca, le grandi banche tedesche, le stesse che hanno goduto del salvataggio miliardario voluto dall’ultima grande coalizione Union- SPD, non sono esenti da colpe. Fa male vedere i tedeschi, per quanto possa essere comprensibile l’affezione alla Marco tedesco, sperare nel ritorno alla vecchia moneta, dimentichi di tutti i vantaggi che ha portato l’Euro sull’aumento dell’export tedesco nell’ultima decade. Fa male vedere la copertina dello Spiegel (che non ha mai abbandonato il gusto per le provocazioni gratuite) “Die Euro- Lüge”(la menzogna dell’Euro), sebbene la somma, che la Repubblica federale metterebbe per evitare un possibile fallimento dello stato greco sarebbe inferiore a quella impiegata per evitare il fallimento della grande finanza privata tedesca. Fa male, vedere nei vari Runde (Tavole rotonde, talk show) alcuni noti giornalisti sostenere, assieme ai principali detrattori della moneta unica che: “Das Ziel der Bundesrepublik ist das Wohl des Deutschen Volk, nicht das Überleben des Euro” (trad. lo scopo della Repubblica federale è il bene del popolo tedesco, non la sopravvivenza dell’Euro). Non sembra abbastanza chiaro, che in questo momento i due interessi coincidano ? Che il primo paese a dover accollarsi i costi di un eventuale default dell’Euro sarebbe proprio la Germania assieme alla Francia ? Soprattutto, non si può demonizzare la Grecia, specialmente alla luce del fatto che furono proprio la Germania e la Francia i principali beneficiari della mancata procedura d’infrazione nel 2003, ad un anno dal changeover (era il semestre di presidenza italiana dell’U.E. doveva essere un favore di Berlusconi).
Cosa fare ora? Un intervento del F.M.I. o dei Partner europei potrebbe servire a rassicurare i mercati ma potrebbe non essere necessario, se le misure prese dall’esecutivo greco risulteranno sufficienti, per garantire la solvibilità immediata e se ci sarà la volontà di ricostruire l’economia greca: partendo da una tassazione più efficiente, un Welfare state più efficiente ed un intervento pubblico meno pesante e pervasivo. Non è comunque più possibile rinviare la creazione di un sistema, tale per cui sia possibile prevenire e affrontare futuri shock (in questo caso, shock asimmetrici) che preveda la costruzione di un’autorità economica dell’U.E. non concorrente ma complementare alla B.C.E., in modo da garantire il rispetto il patto di Stabilità e crescita, e la stabilità nel lungo periodo.
Per questo scopo, i governi a rischio crisi devono poter prendere tutte le misure necessarie per rimettere in sesto i bilanci statali garantire la propria stabilità finanziaria. Però non basta solo l’aumento delle esportazioni: al momento sarebbe utile un leggero incremento dell’inflazione nel breve periodo. La sfida dei liberali europei nei prossimi mesi è questa: dare sostegno politico a quei governi impegnati nel risanamento finanziario e nella creazione di istituzioni idonee alla tutela della stabilità dell’Euro. Ci aspetta un duro scontro con le forze populiste, neo- comuniste euroscettiche. Questi giorni saranno fondamentali per il futuro dell’Integrazione Europea, e per capire quale ruolo avranno le forze liberali nella sua evoluzione.
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		<title>Fini: internet è libertà e trasparenza</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/internet-e-tecnologie-web/fini-internet-e-liberta-e-trasparenza/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 10:51:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di MARTINA CECCO 
Internet compie 40 anni e dal punto di vista storico rappresenta in assoluto la più grande occasione di condivisione sociale di saperi, ideologie, pensieri. Descrive la società con immediatezza e con trasparenza, offre occasioni per creare contenuti amatoriali o professionali di alto livello, è occasione di incontro e di scambio di idee. Dare una valutazione di internet è difficile, possibile solo definendo quello che non è, per questo la politica deve trovare un modo per integrare il mercato dei media, tra vecchi e nuovi media, la società deve trovare il modo di gestire le nuove fonti di informazione, le autority devono riuscire a garantire il successo, frenando il danno, causato dalla attuale assenza di regole uguali per tutti che consentano un uso buono della rete. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di MARTINA CECCO</p>
<p><i>&#8220;Perché dobbiamo difendere la rete&#8221; </i></p>
<p>Tanto quanto accade nella società avviene nella politica: <b>le posizioni estremiste del XX secolo, causate da un susseguirsi di decisioni politiche forti, hanno comportato delle divisioni di pensiero tra la gente</b> che su internet trova la massima libertà di espressione, manifestando il proprio parere  con puntuale trasparenza e grande varietà di contenuti. Per questo quando ci si trova a dover dare una valutazione al mezzo &#8220;internet&#8221; i fronti si dividono: da una parte c&#8217;è chi opta per la censura e dall&#8217;altra c&#8217;è chi preferisce aprire al nuovo. </p>
<p>Internet compie 40 anni ed è facile dire quello che è, mentre è difficile dire quello che non è: &#8220;Non possiamo capire Internet se pensiamo a delle delle applicazioni singole, come non si poteva capire la stampa pensando a dei libri specifici o l’importanza del mercato teorizzato da Adam Smith pensando ai beni che venivano scambiati sul mercato&#8221; comincia così il suo intervento oggi a Roma in seno al convegno &#8220;Internet è Libertà&#8221; il professore di Harvard Lawrence Lessig, convegno proposto dalla Provincia di Roma e fortemente voluto da Università LUISS, La Sapienza, Nexa, Wired, Fondazione Roma Europa, Telecom e Comune di Roma - moderato da Riccardo Luna. </p>
<p>La rete ha un lato positivo e un lato negativo, ha spiegato il professore, per cui è facile vedere quelle che sono le sue potenzialità: libertà di esprimersi, comunicare, creare in rete, attraverso servizi come quelli di Google, Facebook, You Tube e anche i Tunes. Ma ci sono anche i lati negativi del web, quando ci troviamo a fare i conti con lo spam, con i virus, con i bot, i malware. Non possiamo non pensare che anche internet nasconda dei lati negativi.</p>
<p>Internet rimane comunque <b>il più grande spazio sociale condiviso del mondo</b>, descrive quello che la società è e può portarci a capire quello che la società diventerà. Non dunque un mostro che rovinerà la potenzialità creativa di ognuno di noi, ma uno strumento che aiuta a creare sempre di più e sempre meglio. In tema si mostrano in sala le interpretazioni in chiave moderna su YouTube della sonata In Re, che da quando è stata messa su You Tube è stata vista da più di 70 milioni di persone e centinaia di altri utilizzatori la hanno reinterpretata. Ogni minuto reale vale per YouTube circa 20 ore, il contenuto di un&#8217;ora di chiacchierata è decuplicato in un tempo infinito di up-load che, se fossero oggetto di censura, potrebbero non esistere affatto. </p>
<p>Ecco allora che, di fronte a questo immenso bene, c&#8217;è il rovescio della medaglia: &#8220;Sono dannose la pirateria del P2P di autori che non autorizzano la condivisione del proprio materiale, questo è chiaramente un male&#8221; ammonisce Lawrence. </p>
<p>&#8220;I prodotti on line stanno cambiando: <b>dalle enciclopedie amatoriali di Wikipedia o di altri blog si scopre che l&#8217;approdo è a un prodotto professionale: esiste una domanda per il contenuto dei blog</b>, al punto che si arriva a chiedersi se essi possano essere l&#8217;alternativa al giornalismo, ma tutto questo diventa un male quando l&#8217;aumento di media liberi e gratuiti comporta una pressione sul tipo di giornalismo che è essenziale per la democrazia, il giornalismo d&#8217;indagine, il giornalismo basato sulle analisi; se riteniamo che siano importanti dei dati di fatto, come ad esempio il New York Times che pubblica i Pentacom Papers&#8221;. </p>
<p>In ballo gli interessi sono anche economici, oltre che politici, per via del fatto che alcuni paesi come ad esempio gli USA hanno deciso di tagliare certi finanziamenti alla stampa, come anche sono aumentati i costi delle campagne elettorali, per cui la guerra al danaro viene poi tradotta in estremismo. Anche in questo caso Internet ha prodotto benefici enormi, favorendo l’esplosione dell&#8217;efficienza e della trasparenza. L&#8217;accesso ai dati del Governo, garantito dall’amministrazione Obama, ha esplorato le possibilità di rendere accessibili le informazioni in modo facilmente comprensibile. In USA il percorso è già avanzato, ma in Italia?</p>
<p>Ci sono stati dei casi in USA in cui i blogger hanno assunto posizioni di rilievo, come ad esempio il caso in cui la senatrice Clinton era al centro di uno scandalo sulla presunta corruzione della politica ed è stato un gruppo di blogger a difendere le sue posizioni. </p>
<p>Ecco allora che arriviamo al punto: &#8220;Se mettiamo assieme questi aspetti positivi e negativi su una stessa pagina, come una pagella, possiamo conoscere come abbiano portato agli estremismi. Gli estremismi di sinistra ritengono che Internet dica di rifare costantemente la società e sono a favore del fatto che gli autori siano sotto pressione a causa di Internet; c&#8217;è un movimento abolizionista che ritiene si debba eliminare del tutto il diritto d’autore. Per quel che riguarda il giornalismo si dice che non abbiamo più bisogno di professionisti che fanno le indagini, bastano i blog - spiega Lawrence.&#8221;</p>
<p>E allo stesso modo si concorre a colpi di mitraglia la battaglia sul diritto di autore, che in altri contesti porterebbe a uccidere internet, la battaglia sulla libertà, la censura, il contesto che vive attualmente la Cina, ad esempio. &#8220;L&#8217;importante non è scegliere internet o la tradizionale notizia del gionale, l&#8217;uno o l&#8217;altro, la domanda invece è come riuscire ad avere entrambi, dobbiamo accettare l’esistenza di Internet e gioire perché Internet esiste e non scompirà, ma anche pensare a come minimizzare il danno che Internet può fare e come fare questo? Ci sono risposte ovvie già di 10 anni, per esempio per il diritto d&#8217;autore bisogna esercitare un controllo su come si utilizzano i lavori e garantire un compenso giusto per il lavoro che viene usato e trovare delle forme di compensazione per i danni arrecati dalla pirateria&#8221; conclude il professore dicendo che è urgente di trovare il modo per integrare il mercato. </p>
<p><b>Internet è libertà. Ma la libertà che cosa è? La libertà può produrre sia bene che male.&#8221;</b></p>
<p>Di <a href="mailto:martina.cecco_edizioni@yahoo.com" target="_blank" alt="scrivi a Martina Cecco" title="scrivi a Martina Cecco">Martina Cecco</a></p>
<form id="vozme_form_8f6d72777bb412f45435acd22643c4a3" method="post" name="vozme_form_8f6d72777bb412f45435acd22643c4a3" target="8f6d72777bb412f45435acd22643c4a3" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Fini: internet è libertà e trasparenza. di MARTINA CECCO
&#8220;Perché dobbiamo difendere la rete&#8221; 
Tanto quanto accade nella società avviene nella politica: le posizioni estremiste del XX secolo, causate da un susseguirsi di decisioni politiche forti, hanno comportato delle divisioni di pensiero tra la gente che su internet trova la massima libertà di espressione, manifestando il proprio parere  con puntuale trasparenza e grande varietà di contenuti. Per questo quando ci si trova a dover dare una valutazione al mezzo &#8220;internet&#8221; i fronti si dividono: da una parte c&#8217;è chi opta per la censura e dall&#8217;altra c&#8217;è chi preferisce aprire al nuovo. 
Internet compie 40 anni ed è facile dire quello che è, mentre è difficile dire quello che non è: &#8220;Non possiamo capire Internet se pensiamo a delle delle applicazioni singole, come non si poteva capire la stampa pensando a dei libri specifici o l’importanza del mercato teorizzato da Adam Smith pensando ai beni che venivano scambiati sul mercato&#8221; comincia così il suo intervento oggi a Roma in seno al convegno &#8220;Internet è Libertà&#8221; il professore di Harvard Lawrence Lessig, convegno proposto dalla Provincia di Roma e fortemente voluto da Università LUISS, La Sapienza, Nexa, Wired, Fondazione Roma Europa, Telecom e Comune di Roma - moderato da Riccardo Luna. 
La rete ha un lato positivo e un lato negativo, ha spiegato il professore, per cui è facile vedere quelle che sono le sue potenzialità: libertà di esprimersi, comunicare, creare in rete, attraverso servizi come quelli di Google, Facebook, You Tube e anche i Tunes. Ma ci sono anche i lati negativi del web, quando ci troviamo a fare i conti con lo spam, con i virus, con i bot, i malware. Non possiamo non pensare che anche internet nasconda dei lati negativi.
Internet rimane comunque il più grande spazio sociale condiviso del mondo, descrive quello che la società è e può portarci a capire quello che la società diventerà. Non dunque un mostro che rovinerà la potenzialità creativa di ognuno di noi, ma uno strumento che aiuta a creare sempre di più e sempre meglio. In tema si mostrano in sala le interpretazioni in chiave moderna su YouTube della sonata In Re, che da quando è stata messa su You Tube è stata vista da più di 70 milioni di persone e centinaia di altri utilizzatori la hanno reinterpretata. Ogni minuto reale vale per YouTube circa 20 ore, il contenuto di un&#8217;ora di chiacchierata è decuplicato in un tempo infinito di up-load che, se fossero oggetto di censura, potrebbero non esistere affatto. 
Ecco allora che, di fronte a questo immenso bene, c&#8217;è il rovescio della medaglia: &#8220;Sono dannose la pirateria del P2P di autori che non autorizzano la condivisione del proprio materiale, questo è chiaramente un male&#8221; ammonisce Lawrence. 
&#8220;I prodotti on line stanno cambiando: dalle enciclopedie amatoriali di Wikipedia o di altri blog si scopre che l&#8217;approdo è a un prodotto professionale: esiste una domanda per il contenuto dei blog, al punto che si arriva a chiedersi se essi possano essere l&#8217;alternativa al giornalismo, ma tutto questo diventa un male quando l&#8217;aumento di media liberi e gratuiti comporta una pressione sul tipo di giornalismo che è essenziale per la democrazia, il giornalismo d&#8217;indagine, il giornalismo basato sulle analisi; se riteniamo che siano importanti dei dati di fatto, come ad esempio il New York Times che pubblica i Pentacom Papers&#8221;. 
In ballo gli interessi sono anche economici, oltre che politici, per via del fatto che alcuni paesi come ad esempio gli USA hanno deciso di tagliare certi finanziamenti alla stampa, come anche sono aumentati i costi delle campagne elettorali, per cui la guerra al danaro viene poi tradotta in estremismo. Anche in questo caso Internet ha prodotto benefici enormi, favorendo l’esplosione dell&#8217;efficienza e della trasparenza. L&#8217;accesso ai dati del Governo, garantito dall’amministrazione Obama, ha esplorato le possibilità di rendere accessibili le informazioni in modo facilmente comprensibile. In USA il percorso è già avanzato, ma in Italia?
Ci sono stati dei casi in USA in cui i blogger hanno assunto posizioni di rilievo, come ad esempio il caso in cui la senatrice Clinton era al centro di uno scandalo sulla presunta corruzione della politica ed è stato un gruppo di blogger a difendere le sue posizioni. 
Ecco allora che arriviamo al punto: &#8220;Se mettiamo assieme questi aspetti positivi e negativi su una stessa pagina, come una pagella, possiamo conoscere come abbiano portato agli estremismi. Gli estremismi di sinistra ritengono che Internet dica di rifare costantemente la società e sono a favore del fatto che gli autori siano sotto pressione a causa di Internet; c&#8217;è un movimento abolizionista che ritiene si debba eliminare del tutto il diritto d’autore. Per quel che riguarda il giornalismo si dice che non abbiamo più bisogno di professionisti che fanno le indagini, bastano i blog - spiega Lawrence.&#8221;
E allo stesso modo si concorre a colpi di mitraglia la battaglia sul diritto di autore, che in altri contesti porterebbe a uccidere internet, la battaglia sulla libertà, la censura, il contesto che vive attualmente la Cina, ad esempio. &#8220;L&#8217;importante non è scegliere internet o la tradizionale notizia del gionale, l&#8217;uno o l&#8217;altro, la domanda invece è come riuscire ad avere entrambi, dobbiamo accettare l’esistenza di Internet e gioire perché Internet esiste e non scompirà, ma anche pensare a come minimizzare il danno che Internet può fare e come fare questo? Ci sono risposte ovvie già di 10 anni, per esempio per il diritto d&#8217;autore bisogna esercitare un controllo su come si utilizzano i lavori e garantire un compenso giusto per il lavoro che viene usato e trovare delle forme di compensazione per i danni arrecati dalla pirateria&#8221; conclude il professore dicendo che è urgente di trovare il modo per integrare il mercato. 
Internet è libertà. Ma la libertà che cosa è? La libertà può produrre sia bene che male.&#8221;
Di Martina Cecco
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		<title>Lettere a Giuliano: l&#8217;italica retorica punita dal contrappasso</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/editoriali/lettere-a-giuliano-litalica-retorica-punita-dal-contrappasso/</link>
		<comments>http://www.liberalcafe.it/index.php/editoriali/lettere-a-giuliano-litalica-retorica-punita-dal-contrappasso/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 18:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di  PIETRO PAGANINI</p>
<p>La celebrazione dei talenti migrati è diventato un pericoloso esercizio retorico che illude un intero paese. Il vero problema è quello di capire perchè i talenti emigrano. </p>
<p><em>Perch&#8217;io parti&#8217; così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch&#8217;è in questo troncone. Così s&#8217;osserva in me lo contrapasso. </em>(Dante, Inf. XVIII)</p>
<p>Caro Giuliano,</p>
<p>il contrappasso non è solo esercizio stilistico, ma è un fatto concreto verificabile empiricamente. Ti scrivo questo perchè l&#8217;Italia e gli Italiani si ostinano ad atteggiarsi come se fossero i migliori con quel vezzo di superiorità disinteressata . Non lo siamo più e i fatti, quelli empirici lo dimostrano. Per questo paghiamo con il contrappasso.<br />
Non parlerò di economia o di capacità di innovare, ma indirettamente li tratterò. La settimana che si sta concludendo ha celebrato i due presunti &#8220;italiani&#8221; vincitori di due premi di Oscar. Congratulazioni a loro e al loro straordinario talento. Dobbiamo essere orgogliosi di loro in quanto individui talentuosi, menti creative che migliorano le nostre esistenza e di chi ci seguirà. Essi sono attori attivi del nostro progresso. </p>
<p>Non celebro e trovo triste esaltarli come italiani. I due talenti sono un caso, l&#8217;ultimo di un vizio nazionale, tipico dei perdenti, di ricercare l&#8217;italianità ovunque, non potendola trovare a casa propria.<br />
Non sostengo questo perchè la maggior parte dei talenti sono espatriati da anni e con il paese d&#8217;origine non hanno più radici. Non ha senso riferirsi all&#8217;italianità in un contesto ormai globale, dove i cervelli sono connessi attraverso una rete globale, un groviglio di talenti.<br />
Questa retorica, sostanzialmente giornalistica è anche controproduttiva, perchè produce il contrappasso. Più ci esalta per qualcosa che non ci appartiene e più questo qualcosa non sarà nostro e finirà per seppellirci. Così sempre più talenti saranno celebrati perchè d&#8217;origine, perchè legati al nostro paese con qualche radice.<br />
Sfugge il problema. Invece di celebrare chi se ne è andato dovremmo forse chiederci perchè ha fatto i bagagli; dovremmo anche chiederci, per fermare immediatamente i sospetti leciti in chi favorisce la circolazione dei talenti, perchè non celebriamo talenti &#8220;stranieri&#8221; per i loro successi in Italia. In questo caso c&#8217;è poco da celebrare, anche se come sai qualche talento straniero ci sarebbe anche, è che non decolla. </p>
<p>Il problema dunque, non sono le individualità più o meno talentuose, di cui l&#8217;Italia sembra essere più ricca di tante altri paesi, quanto l&#8217;ambiente in cui i talenti possono esprimersi, crescere, creare. Qui sta tutto. Perchè altrove i semi diventano alberi forti e rigogliosi e in Italia restano frutti immaturi o finiscono per diventare sterpaglia? Rispondere a questa domanda significa porsi il problema delle ragioni culturali e sociali che sostengono l&#8217;innovazione prima e la crescita economica poi.<br />
Mio caro Giuliano, il timore è che in pochi si porranno il problema, e continueranno a celebrare il talento immigrato, che sia degli oscar, dei nobel o dei ricercatori. Restiamo sempre i migliori, complimenti a noi. </p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di  PIETRO PAGANINI</p>
<p>La celebrazione dei talenti migrati è diventato un pericoloso esercizio retorico che illude un intero paese. Il vero problema è quello di capire perchè i talenti emigrano. </p>
<p><em>Perch&#8217;io parti&#8217; così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch&#8217;è in questo troncone. Così s&#8217;osserva in me lo contrapasso. </em>(Dante, Inf. XVIII)</p>
<p>Caro Giuliano,</p>
<p>il contrappasso non è solo esercizio stilistico, ma è un fatto concreto verificabile empiricamente. Ti scrivo questo perchè l&#8217;Italia e gli Italiani si ostinano ad atteggiarsi come se fossero i migliori con quel vezzo di superiorità disinteressata . Non lo siamo più e i fatti, quelli empirici lo dimostrano. Per questo paghiamo con il contrappasso.<br />
Non parlerò di economia o di capacità di innovare, ma indirettamente li tratterò. La settimana che si sta concludendo ha celebrato i due presunti &#8220;italiani&#8221; vincitori di due premi di Oscar. Congratulazioni a loro e al loro straordinario talento. Dobbiamo essere orgogliosi di loro in quanto individui talentuosi, menti creative che migliorano le nostre esistenza e di chi ci seguirà. Essi sono attori attivi del nostro progresso. </p>
<p>Non celebro e trovo triste esaltarli come italiani. I due talenti sono un caso, l&#8217;ultimo di un vizio nazionale, tipico dei perdenti, di ricercare l&#8217;italianità ovunque, non potendola trovare a casa propria.<br />
Non sostengo questo perchè la maggior parte dei talenti sono espatriati da anni e con il paese d&#8217;origine non hanno più radici. Non ha senso riferirsi all&#8217;italianità in un contesto ormai globale, dove i cervelli sono connessi attraverso una rete globale, un groviglio di talenti.<br />
Questa retorica, sostanzialmente giornalistica è anche controproduttiva, perchè produce il contrappasso. Più ci esalta per qualcosa che non ci appartiene e più questo qualcosa non sarà nostro e finirà per seppellirci. Così sempre più talenti saranno celebrati perchè d&#8217;origine, perchè legati al nostro paese con qualche radice.<br />
Sfugge il problema. Invece di celebrare chi se ne è andato dovremmo forse chiederci perchè ha fatto i bagagli; dovremmo anche chiederci, per fermare immediatamente i sospetti leciti in chi favorisce la circolazione dei talenti, perchè non celebriamo talenti &#8220;stranieri&#8221; per i loro successi in Italia. In questo caso c&#8217;è poco da celebrare, anche se come sai qualche talento straniero ci sarebbe anche, è che non decolla. </p>
<p>Il problema dunque, non sono le individualità più o meno talentuose, di cui l&#8217;Italia sembra essere più ricca di tante altri paesi, quanto l&#8217;ambiente in cui i talenti possono esprimersi, crescere, creare. Qui sta tutto. Perchè altrove i semi diventano alberi forti e rigogliosi e in Italia restano frutti immaturi o finiscono per diventare sterpaglia? Rispondere a questa domanda significa porsi il problema delle ragioni culturali e sociali che sostengono l&#8217;innovazione prima e la crescita economica poi.<br />
Mio caro Giuliano, il timore è che in pochi si porranno il problema, e continueranno a celebrare il talento immigrato, che sia degli oscar, dei nobel o dei ricercatori. Restiamo sempre i migliori, complimenti a noi. </p>
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La celebrazione dei talenti migrati è diventato un pericoloso esercizio retorico che illude un intero paese. Il vero problema è quello di capire perchè i talenti emigrano. 
Perch&#8217;io parti&#8217; così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch&#8217;è in questo troncone. Così s&#8217;osserva in me lo contrapasso. (Dante, Inf. XVIII)
Caro Giuliano,
il contrappasso non è solo esercizio stilistico, ma è un fatto concreto verificabile empiricamente. Ti scrivo questo perchè l&#8217;Italia e gli Italiani si ostinano ad atteggiarsi come se fossero i migliori con quel vezzo di superiorità disinteressata . Non lo siamo più e i fatti, quelli empirici lo dimostrano. Per questo paghiamo con il contrappasso.
Non parlerò di economia o di capacità di innovare, ma indirettamente li tratterò. La settimana che si sta concludendo ha celebrato i due presunti &#8220;italiani&#8221; vincitori di due premi di Oscar. Congratulazioni a loro e al loro straordinario talento. Dobbiamo essere orgogliosi di loro in quanto individui talentuosi, menti creative che migliorano le nostre esistenza e di chi ci seguirà. Essi sono attori attivi del nostro progresso. 
Non celebro e trovo triste esaltarli come italiani. I due talenti sono un caso, l&#8217;ultimo di un vizio nazionale, tipico dei perdenti, di ricercare l&#8217;italianità ovunque, non potendola trovare a casa propria.
Non sostengo questo perchè la maggior parte dei talenti sono espatriati da anni e con il paese d&#8217;origine non hanno più radici. Non ha senso riferirsi all&#8217;italianità in un contesto ormai globale, dove i cervelli sono connessi attraverso una rete globale, un groviglio di talenti.
Questa retorica, sostanzialmente giornalistica è anche controproduttiva, perchè produce il contrappasso. Più ci esalta per qualcosa che non ci appartiene e più questo qualcosa non sarà nostro e finirà per seppellirci. Così sempre più talenti saranno celebrati perchè d&#8217;origine, perchè legati al nostro paese con qualche radice.
Sfugge il problema. Invece di celebrare chi se ne è andato dovremmo forse chiederci perchè ha fatto i bagagli; dovremmo anche chiederci, per fermare immediatamente i sospetti leciti in chi favorisce la circolazione dei talenti, perchè non celebriamo talenti &#8220;stranieri&#8221; per i loro successi in Italia. In questo caso c&#8217;è poco da celebrare, anche se come sai qualche talento straniero ci sarebbe anche, è che non decolla. 
Il problema dunque, non sono le individualità più o meno talentuose, di cui l&#8217;Italia sembra essere più ricca di tante altri paesi, quanto l&#8217;ambiente in cui i talenti possono esprimersi, crescere, creare. Qui sta tutto. Perchè altrove i semi diventano alberi forti e rigogliosi e in Italia restano frutti immaturi o finiscono per diventare sterpaglia? Rispondere a questa domanda significa porsi il problema delle ragioni culturali e sociali che sostengono l&#8217;innovazione prima e la crescita economica poi.
Mio caro Giuliano, il timore è che in pochi si porranno il problema, e continueranno a celebrare il talento immigrato, che sia degli oscar, dei nobel o dei ricercatori. Restiamo sempre i migliori, complimenti a noi. 
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		<title>Lo smacco di Netanyahu a Biden</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/lo-smacco-di-netanyahu-a-biden/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 17:21:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a></p>
<p>Finora è  stato magro il bottino che il vice Presidente Usa, Joe Biden, ha raccolto con la sua visita in Medio Oriente. Anzi, per certi versi lo si può dire ancora più vuoto rispetto alle attese. Esattamente una settimana fa, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, raccoglieva favorevolmente la proposta della Lega Araba di riavviare i  negoziati indiretti con Israele. Stamattina, alla luce delle ultime decisioni del governo Netanyahu di dare il via all’edificazione di nuovi insediamenti intorno a Gerusalemme, Abu Mazen ha fatto una repentina marcia indietro. Una decisione che è stata appoggiata anche dalla Lega Araba. </p>
<p>Questo significa che anche quei governi membri dell’organizzazione, che si erano offerti per fare da mediatori (Egitto e Giordania), hanno deciso di ritirare la mano tesa verso Israele. Biden non è riuscito a convincere Netanyahu. Al contrario, il Ministro dell’Interno israeliano (esponente di spicco dello Shas), Eli Yiashai, non ha neanche aspettato che il vice Presidente Usa lasciasse il Paese per dare l’ok alla costruzione di nuove colonie. Gli arabi sono arrivati alle loro conseguenze. Anch’esse altrettanto un po’ affrettate, ma inevitabili. A dispetto delle speranze nutrite dal Premio nobel per la pace, Barack Obama, lo scongelamento dei negoziati per il processo di pace si dimostra sempre più lontano. Israele del resto sa di avere in mano una carta invincibile contro gli Usa. Ben più forte della intransigenza finora dimostrata riguardo ai villaggi del “Gush Etzion” e annichilente sulla ostinata retorica pacifista di Obama. Netanyahu gioca infatti sulla spaccatura interna all’Anp. A suo giudizio, finché Abu Mazen non delegittimerà Hamas, i colloqui non potranno riprendere. </p>
<p>Ma questo per Ramallah è impossibile. Se commettesse una mossa tanto impopolare, perderebbe l’appoggio di buona parte della Lega Araba, così come il già debole sostegno dell’opinione pubblica interna. Israele è cosciente di tutto questo. Biden forse no.  </p>
<p><em>Per un approfondimento ulteriore sulla questione si rimanda all’articolo pubblicato da liberal il 10 marzo 2010 e attualmente on line sul blog <a href="http://worldonfocus.wordpress.com/">worldonfocus.wordpress.com/</a></em></p>
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<p>Finora è  stato magro il bottino che il vice Presidente Usa, Joe Biden, ha raccolto con la sua visita in Medio Oriente. Anzi, per certi versi lo si può dire ancora più vuoto rispetto alle attese. Esattamente una settimana fa, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, raccoglieva favorevolmente la proposta della Lega Araba di riavviare i  negoziati indiretti con Israele. Stamattina, alla luce delle ultime decisioni del governo Netanyahu di dare il via all’edificazione di nuovi insediamenti intorno a Gerusalemme, Abu Mazen ha fatto una repentina marcia indietro. Una decisione che è stata appoggiata anche dalla Lega Araba. </p>
<p>Questo significa che anche quei governi membri dell’organizzazione, che si erano offerti per fare da mediatori (Egitto e Giordania), hanno deciso di ritirare la mano tesa verso Israele. Biden non è riuscito a convincere Netanyahu. Al contrario, il Ministro dell’Interno israeliano (esponente di spicco dello Shas), Eli Yiashai, non ha neanche aspettato che il vice Presidente Usa lasciasse il Paese per dare l’ok alla costruzione di nuove colonie. Gli arabi sono arrivati alle loro conseguenze. Anch’esse altrettanto un po’ affrettate, ma inevitabili. A dispetto delle speranze nutrite dal Premio nobel per la pace, Barack Obama, lo scongelamento dei negoziati per il processo di pace si dimostra sempre più lontano. Israele del resto sa di avere in mano una carta invincibile contro gli Usa. Ben più forte della intransigenza finora dimostrata riguardo ai villaggi del “Gush Etzion” e annichilente sulla ostinata retorica pacifista di Obama. Netanyahu gioca infatti sulla spaccatura interna all’Anp. A suo giudizio, finché Abu Mazen non delegittimerà Hamas, i colloqui non potranno riprendere. </p>
<p>Ma questo per Ramallah è impossibile. Se commettesse una mossa tanto impopolare, perderebbe l’appoggio di buona parte della Lega Araba, così come il già debole sostegno dell’opinione pubblica interna. Israele è cosciente di tutto questo. Biden forse no.  </p>
<p><em>Per un approfondimento ulteriore sulla questione si rimanda all’articolo pubblicato da liberal il 10 marzo 2010 e attualmente on line sul blog <a href="http://worldonfocus.wordpress.com/">worldonfocus.wordpress.com/</a></em></p>
<form id="vozme_form_ff5bc3a8801266c6e53658072b538df3" method="post" name="vozme_form_ff5bc3a8801266c6e53658072b538df3" target="ff5bc3a8801266c6e53658072b538df3" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Lo smacco di Netanyahu a Biden.. di ANTONIO PICASSO
Finora è  stato magro il bottino che il vice Presidente Usa, Joe Biden, ha raccolto con la sua visita in Medio Oriente. Anzi, per certi versi lo si può dire ancora più vuoto rispetto alle attese. Esattamente una settimana fa, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, raccoglieva favorevolmente la proposta della Lega Araba di riavviare i  negoziati indiretti con Israele. Stamattina, alla luce delle ultime decisioni del governo Netanyahu di dare il via all’edificazione di nuovi insediamenti intorno a Gerusalemme, Abu Mazen ha fatto una repentina marcia indietro. Una decisione che è stata appoggiata anche dalla Lega Araba. 
Questo significa che anche quei governi membri dell’organizzazione, che si erano offerti per fare da mediatori (Egitto e Giordania), hanno deciso di ritirare la mano tesa verso Israele. Biden non è riuscito a convincere Netanyahu. Al contrario, il Ministro dell’Interno israeliano (esponente di spicco dello Shas), Eli Yiashai, non ha neanche aspettato che il vice Presidente Usa lasciasse il Paese per dare l’ok alla costruzione di nuove colonie. Gli arabi sono arrivati alle loro conseguenze. Anch’esse altrettanto un po’ affrettate, ma inevitabili. A dispetto delle speranze nutrite dal Premio nobel per la pace, Barack Obama, lo scongelamento dei negoziati per il processo di pace si dimostra sempre più lontano. Israele del resto sa di avere in mano una carta invincibile contro gli Usa. Ben più forte della intransigenza finora dimostrata riguardo ai villaggi del “Gush Etzion” e annichilente sulla ostinata retorica pacifista di Obama. Netanyahu gioca infatti sulla spaccatura interna all’Anp. A suo giudizio, finché Abu Mazen non delegittimerà Hamas, i colloqui non potranno riprendere. 
Ma questo per Ramallah è impossibile. Se commettesse una mossa tanto impopolare, perderebbe l’appoggio di buona parte della Lega Araba, così come il già debole sostegno dell’opinione pubblica interna. Israele è cosciente di tutto questo. Biden forse no.  
Per un approfondimento ulteriore sulla questione si rimanda all’articolo pubblicato da liberal il 10 marzo 2010 e attualmente on line sul blog worldonfocus.wordpress.com/
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		<title>Il PDL ha fatto da solo il pasticcio, tutti sono coinvolti</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/politica-interna/il-pdl-ha-fatto-da-solo-il-pasticcio-tutti-sono-coinvolti/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

		<category><![CDATA[decreto interpretativo]]></category>

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		<category><![CDATA[PDL]]></category>

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		<category><![CDATA[regole]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di RAFFAELLO MORELLI</p>
<p><em>I gravi errori PDL non riguardano solo il PDL: il contrario lo sostiene solo la cultura delle procedure slegate dalle questioni reali della società. </em></p>
<p>Nel presentare le liste, gli incaricati PDL , a Roma hanno fatto cose assurde che non hanno precedenti nella Repubblica e a Milano sono stati del tutto approssimativi. Cumulati, i due casi vanno oltre il grosso pasticcio. Ribadiscono che il PDL confonde la necessità del fare politica in modo non burocratico ( che sarebbe un tipico principio liberale) con l&#8217;arroganza di chi, invasato dall&#8217;esser maggioritario, pensa di poter fare senza regole (che è un tipico atteggiamento illiberale).   </p>
<p>La sintesi del pasticcio è qui. Punto e a capo. Alla pagina dopo il seguito. Che pure c&#8217;è. </p>
<p>Gli incredibili errori hanno reso altissimo il rischio che in due grandi regioni  siano assenti le liste del partito più votato. Da qui l&#8217;innegabile interesse del Presidente del Consiglio a trovare un rimedio. Che però non esclude l&#8217;interesse di tutti a trovarlo. </p>
<p>Senza dubbio, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto cominciare dalle scuse per gli errori, e dopo proporre una rosa di soluzioni da scegliere con l&#8217;opposizione. Le scuse non le ha chieste e la rosa l&#8217;ha presentata al Presidente della Repubblica. Così si è arrivati al decreto interpretativo. A questo punto, è irresponsabile rifiutarlo perché non è stata la strada più giusta. Contano solo la valutazione del rischio e la conseguente natura  del decreto (tralasciando il sofisma di salotto  che lo Stato non potrebbe intervenire in materia di raccolta firme alle regionali, nonostante  il paese unitario). </p>
<p>Primo. I liberali sono fautori delle regole procedurali perché le procedure della convivenza rendono possibile la convivenza tra diversi. Insomma, la procedura è sostanza ma a patto di non prescindere dalla sostanza della convivenza. Nel caso, lasciare fuori la maggior forza politica (seppure per colpa sua) è profondamente antidemocratico perché trasforma le procedure in sostanza facendole prevalere sui rapporti della convivenza reale. Non lo diciamo solo noi. Lo affermano anche due massimi esponenti della cultura di riferimento dell&#8217;opposizione di sinistra, l&#8217;attuale Presidente Napolitano e l&#8217;ex Presidente Scalfaro.  </p>
<p>Secondo. Il decreto è stato controfirmato da Napolitano in quanto non innovativo delle regole elettorali. Interpretando quelle esistenti, consente agli organi amministrativi di porre qualche rimedio al pasticcio. Si badi bene. Il pasticcio di una tornata elettorale senza il partito maggiore, non il rischio – che riguarda solo il Popolo della Libertà e che rimane immutato – del giudizio degli elettori sui comportamenti degli incaricati.  </p>
<p>Arrivati qui, il PDL ha avuto un colpo di fortuna. Al pasticcio della maggioranza, l&#8217;opposizione non è stata capace di dare risposta politica. Proseguendo nella linea di un’alternativa affidata ai tribunali, ha sollevato solo questioni di tipo procedurale e per di più si é divisa sul comportamento del Presidente della Repubblica. Il PD declama che le regole non si cambiano durante la partita, che é meglio rischiare l’assenza di una lista e che Napoliltano è incolpevole. Invece Di Pietro grida che il decreto è incostituzionale e chiede l&#8217;impeachment per Napolitano reo di non averlo bloccato. Ma queste sono posizioni fragili e contrastanti che faciltano la campagna tradizionale del centro destra. Infatti, la necessità che sia alle elezioni il maggior partito è l&#8217;assunto di Napolitano, noto come uomo di sinistra coerente. Anzi, Berlusconi  ha fatto quel tipo di decreto per lo stop di Napolitano a scelte assai più invasive. E dare per scontata l&#8217;incostituzionalità del decreto senza averne titolo, cerca i voti della gente eccitata sulla complicità di Napolitano, ma è un&#8217;idea repellente per l&#8217;opinione pubblica non movimentista e lontana dalle esasperazioni.  </p>
<p>Dunque, il colpo di fortuna del Popolo della Libertà è intanto che  gli elettori non hanno più presente solo i gravi errori del centro destra  ma anche quelli che sta commettendo l&#8217;opposizione. E soprattutto che può ricominciare il solito refrain dell&#8217;opposizione che dice di no a tutto e che disfa senza mai costruire qualcosa. Se poi la lista PDL a Roma – non ammessa dal TAR lunedì 8 e lo stesso giorno ripresentata in base al decreto – sarà questa volta ammessa dall&#8217;Ufficio Elettorale di Roma e se nella manifestazione di sabato 13 l&#8217;opposizione sarà unita nei toni esagitati e sui temi esasperati, bisognerà riconoscere che la fortuna aiuta anche chi fa di tutto per non meritarla. </p>
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<p><em>I gravi errori PDL non riguardano solo il PDL: il contrario lo sostiene solo la cultura delle procedure slegate dalle questioni reali della società. </em></p>
<p>Nel presentare le liste, gli incaricati PDL , a Roma hanno fatto cose assurde che non hanno precedenti nella Repubblica e a Milano sono stati del tutto approssimativi. Cumulati, i due casi vanno oltre il grosso pasticcio. Ribadiscono che il PDL confonde la necessità del fare politica in modo non burocratico ( che sarebbe un tipico principio liberale) con l&#8217;arroganza di chi, invasato dall&#8217;esser maggioritario, pensa di poter fare senza regole (che è un tipico atteggiamento illiberale).   </p>
<p>La sintesi del pasticcio è qui. Punto e a capo. Alla pagina dopo il seguito. Che pure c&#8217;è. </p>
<p>Gli incredibili errori hanno reso altissimo il rischio che in due grandi regioni  siano assenti le liste del partito più votato. Da qui l&#8217;innegabile interesse del Presidente del Consiglio a trovare un rimedio. Che però non esclude l&#8217;interesse di tutti a trovarlo. </p>
<p>Senza dubbio, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto cominciare dalle scuse per gli errori, e dopo proporre una rosa di soluzioni da scegliere con l&#8217;opposizione. Le scuse non le ha chieste e la rosa l&#8217;ha presentata al Presidente della Repubblica. Così si è arrivati al decreto interpretativo. A questo punto, è irresponsabile rifiutarlo perché non è stata la strada più giusta. Contano solo la valutazione del rischio e la conseguente natura  del decreto (tralasciando il sofisma di salotto  che lo Stato non potrebbe intervenire in materia di raccolta firme alle regionali, nonostante  il paese unitario). </p>
<p>Primo. I liberali sono fautori delle regole procedurali perché le procedure della convivenza rendono possibile la convivenza tra diversi. Insomma, la procedura è sostanza ma a patto di non prescindere dalla sostanza della convivenza. Nel caso, lasciare fuori la maggior forza politica (seppure per colpa sua) è profondamente antidemocratico perché trasforma le procedure in sostanza facendole prevalere sui rapporti della convivenza reale. Non lo diciamo solo noi. Lo affermano anche due massimi esponenti della cultura di riferimento dell&#8217;opposizione di sinistra, l&#8217;attuale Presidente Napolitano e l&#8217;ex Presidente Scalfaro.  </p>
<p>Secondo. Il decreto è stato controfirmato da Napolitano in quanto non innovativo delle regole elettorali. Interpretando quelle esistenti, consente agli organi amministrativi di porre qualche rimedio al pasticcio. Si badi bene. Il pasticcio di una tornata elettorale senza il partito maggiore, non il rischio – che riguarda solo il Popolo della Libertà e che rimane immutato – del giudizio degli elettori sui comportamenti degli incaricati.  </p>
<p>Arrivati qui, il PDL ha avuto un colpo di fortuna. Al pasticcio della maggioranza, l&#8217;opposizione non è stata capace di dare risposta politica. Proseguendo nella linea di un’alternativa affidata ai tribunali, ha sollevato solo questioni di tipo procedurale e per di più si é divisa sul comportamento del Presidente della Repubblica. Il PD declama che le regole non si cambiano durante la partita, che é meglio rischiare l’assenza di una lista e che Napoliltano è incolpevole. Invece Di Pietro grida che il decreto è incostituzionale e chiede l&#8217;impeachment per Napolitano reo di non averlo bloccato. Ma queste sono posizioni fragili e contrastanti che faciltano la campagna tradizionale del centro destra. Infatti, la necessità che sia alle elezioni il maggior partito è l&#8217;assunto di Napolitano, noto come uomo di sinistra coerente. Anzi, Berlusconi  ha fatto quel tipo di decreto per lo stop di Napolitano a scelte assai più invasive. E dare per scontata l&#8217;incostituzionalità del decreto senza averne titolo, cerca i voti della gente eccitata sulla complicità di Napolitano, ma è un&#8217;idea repellente per l&#8217;opinione pubblica non movimentista e lontana dalle esasperazioni.  </p>
<p>Dunque, il colpo di fortuna del Popolo della Libertà è intanto che  gli elettori non hanno più presente solo i gravi errori del centro destra  ma anche quelli che sta commettendo l&#8217;opposizione. E soprattutto che può ricominciare il solito refrain dell&#8217;opposizione che dice di no a tutto e che disfa senza mai costruire qualcosa. Se poi la lista PDL a Roma – non ammessa dal TAR lunedì 8 e lo stesso giorno ripresentata in base al decreto – sarà questa volta ammessa dall&#8217;Ufficio Elettorale di Roma e se nella manifestazione di sabato 13 l&#8217;opposizione sarà unita nei toni esagitati e sui temi esasperati, bisognerà riconoscere che la fortuna aiuta anche chi fa di tutto per non meritarla. </p>
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I gravi errori PDL non riguardano solo il PDL: il contrario lo sostiene solo la cultura delle procedure slegate dalle questioni reali della società. 
Nel presentare le liste, gli incaricati PDL , a Roma hanno fatto cose assurde che non hanno precedenti nella Repubblica e a Milano sono stati del tutto approssimativi. Cumulati, i due casi vanno oltre il grosso pasticcio. Ribadiscono che il PDL confonde la necessità del fare politica in modo non burocratico ( che sarebbe un tipico principio liberale) con l&#8217;arroganza di chi, invasato dall&#8217;esser maggioritario, pensa di poter fare senza regole (che è un tipico atteggiamento illiberale).   
La sintesi del pasticcio è qui. Punto e a capo. Alla pagina dopo il seguito. Che pure c&#8217;è. 
Gli incredibili errori hanno reso altissimo il rischio che in due grandi regioni  siano assenti le liste del partito più votato. Da qui l&#8217;innegabile interesse del Presidente del Consiglio a trovare un rimedio. Che però non esclude l&#8217;interesse di tutti a trovarlo. 
Senza dubbio, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto cominciare dalle scuse per gli errori, e dopo proporre una rosa di soluzioni da scegliere con l&#8217;opposizione. Le scuse non le ha chieste e la rosa l&#8217;ha presentata al Presidente della Repubblica. Così si è arrivati al decreto interpretativo. A questo punto, è irresponsabile rifiutarlo perché non è stata la strada più giusta. Contano solo la valutazione del rischio e la conseguente natura  del decreto (tralasciando il sofisma di salotto  che lo Stato non potrebbe intervenire in materia di raccolta firme alle regionali, nonostante  il paese unitario). 
Primo. I liberali sono fautori delle regole procedurali perché le procedure della convivenza rendono possibile la convivenza tra diversi. Insomma, la procedura è sostanza ma a patto di non prescindere dalla sostanza della convivenza. Nel caso, lasciare fuori la maggior forza politica (seppure per colpa sua) è profondamente antidemocratico perché trasforma le procedure in sostanza facendole prevalere sui rapporti della convivenza reale. Non lo diciamo solo noi. Lo affermano anche due massimi esponenti della cultura di riferimento dell&#8217;opposizione di sinistra, l&#8217;attuale Presidente Napolitano e l&#8217;ex Presidente Scalfaro.  
Secondo. Il decreto è stato controfirmato da Napolitano in quanto non innovativo delle regole elettorali. Interpretando quelle esistenti, consente agli organi amministrativi di porre qualche rimedio al pasticcio. Si badi bene. Il pasticcio di una tornata elettorale senza il partito maggiore, non il rischio – che riguarda solo il Popolo della Libertà e che rimane immutato – del giudizio degli elettori sui comportamenti degli incaricati.  
Arrivati qui, il PDL ha avuto un colpo di fortuna. Al pasticcio della maggioranza, l&#8217;opposizione non è stata capace di dare risposta politica. Proseguendo nella linea di un’alternativa affidata ai tribunali, ha sollevato solo questioni di tipo procedurale e per di più si é divisa sul comportamento del Presidente della Repubblica. Il PD declama che le regole non si cambiano durante la partita, che é meglio rischiare l’assenza di una lista e che Napoliltano è incolpevole. Invece Di Pietro grida che il decreto è incostituzionale e chiede l&#8217;impeachment per Napolitano reo di non averlo bloccato. Ma queste sono posizioni fragili e contrastanti che faciltano la campagna tradizionale del centro destra. Infatti, la necessità che sia alle elezioni il maggior partito è l&#8217;assunto di Napolitano, noto come uomo di sinistra coerente. Anzi, Berlusconi  ha fatto quel tipo di decreto per lo stop di Napolitano a scelte assai più invasive. E dare per scontata l&#8217;incostituzionalità del decreto senza averne titolo, cerca i voti della gente eccitata sulla complicità di Napolitano, ma è un&#8217;idea repellente per l&#8217;opinione pubblica non movimentista e lontana dalle esasperazioni.  
Dunque, il colpo di fortuna del Popolo della Libertà è intanto che  gli elettori non hanno più presente solo i gravi errori del centro destra  ma anche quelli che sta commettendo l&#8217;opposizione. E soprattutto che può ricominciare il solito refrain dell&#8217;opposizione che dice di no a tutto e che disfa senza mai costruire qualcosa. Se poi la lista PDL a Roma – non ammessa dal TAR lunedì 8 e lo stesso giorno ripresentata in base al decreto – sarà questa volta ammessa dall&#8217;Ufficio Elettorale di Roma e se nella manifestazione di sabato 13 l&#8217;opposizione sarà unita nei toni esagitati e sui temi esasperati, bisognerà riconoscere che la fortuna aiuta anche chi fa di tutto per non meritarla. 
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		<title>Nigeria: prosegue il massacro dei cristiani</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/nigeria-prosegue-il-massacro-dei-cristiani/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a> </p>
<p>Il fine settimana appena trascorso è stato testimone di una nuova strage di cristiani in Nigeria. Come già successo a gennaio e negli anni passati, il massacro è avvenuto nella regione di Jos, pressoché al centro del Paese. Questa volta si contano almeno 500 morti, fra donne, bambini e anziani, 200 in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. La popolazione inerme dei villaggi che fanno da cintura alla città di Jos, abitati prevalentemente da cristiani, è stata fatta oggetto di un assalto plurimo da parte di bande armate di machete e kalashnikov. Saccheggi, incendi e correlati omicidi, che a questo punto possiamo considerare di massa, hanno scritto le pagine di cronaca di questi ultimi giorni in Nigeria. </p>
<p>A dispetto delle attese proteste però, l’Arcivescovo della diocesi locale, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, ha invitato tutti a mantenere la calma. Ha sottolineato che dall’accaduto non si deve arrivare alla conclusione sbrigativa e semplicistica di uno scontro religioso, che sarebbe in corso nella regione. Anzi, l’opinione del prelato – in linea con quella di alcuni osservatori locali – è che la strage sia da vedere più come un regolamento di conti fra bande e tribù rivali. Si tratterebbe di scorribande da parte di miliziani fulani e hausa, i gruppi etnici dominanti in Nigeria, scesi dalle montagne per fare razzia nei ricchi ma indifesi villaggi della regione. L’ammonimento di monsignor Kaigama è plausibile. In un contesto tribale come quello nigeriano – dove è in netta crescita il traffico di armi –non si può pensare di poter spiegare tutte le espressioni di violenza come un rigurgito di guerre di religione. Si resta però sconcertati di fronte ad altre parole sempre di Kaigama, quando dice: “ogni cosa viene letta in chiave religiosa. Anche se due persone litigano al mercato, certi giornali tirano in ballo la loro fede come motivo del litigio”. In questo senso è difficile ridurre i recenti 500 morti a un “litigio in un mercato”. </p>
<p>Questa sorprendente tendenza a minimizzare l’accaduto, da parte di Kaigama, può avere lo scopo attenuare gli odi e le rivalità. Appare incisivo infatti il suo invito a “evitare un linguaggio che inciti gli animi, bensì predicare la pace e la riconciliazione”. Oltre agli interlocutori locali però, quella dell’arcivescovo di Jos appare come un’osservazione relativa all’intera area nigeriana e non solo. Per una serie di vicissitudini disconnesse ma coincidenti fra loro, il contesto sub sahariano sta tornando a essere una zona di crisi elevata. I miliziani di al-Qaeda dal Maghreb e dal Sahel si starebbero espandendo verso sud, in direzione proprio della Nigeria, con l’intenzione di creare nuove cellule terroristiche, ma soprattutto per destabilizzare un Paese già di per sé precario, ma strategico per le sue ricchezze di petrolio e gas. Allo stesso tempo va ricordato il golpe di cui è stato testimone il vicino Niger. Anche questo appare come un fattore di pericolo per tutta la zona. Infine l’attenzione dev’essere rivolta ad Abuja. Qui da oltre quattro mesi il futuro della stabilità del governo federale rischia quotidianamente di essere messa in discussione. </p>
<p>A novembre il Presidente Umaru Yar’Adua è stato ricoverato in una clinica in Arabia Saudita per un intervento cardiochirurgico. La sua prolungata assenza dal Paese ha innescato le proteste dell’opposizione, la quale ha chiesto al vice-Presidente, Goodluck Jonathan, di assumere il controllo del Paese, praticamente destituendo Yar’Adua. Il repentino rientro in patria di quest’ultimo dieci giorni fa ha evitato che anche la Nigeria fosse vittima di un palese Colpo di Stato. Permangono tuttavia le tensioni fra la Presidenza, l’opposizione e il vice Presidente Jonathan, le cui capacità di temporeggiatore hanno eluso un’escalation. Di fronte a tutto questo, appaiono chiare le intenzioni espresse da Kaigama in nome di tutte le comunità cristiane locali. Se nell’area dovesse accendersi una miccia di violenza, i cristiani non vogliono passare come i responsabili della stessa. Possono esserne le vittime, ma non i fautori. Meglio quindi, secondo questo vescovo tanto realista, minimizzare il peso di 500 morti e farli passare come un episodio di “litigio”, piuttosto che fomentare l’odio contro l’Islam presso la sua diocesi.</p>
<p><em><font size="1">Pubblicato su liberal del 9 marzo 2010</font></em></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('/outgoing/worldonfocus.wordpress.com/');" href="http://worldonfocus.wordpress.com/" target="_blank" alt="worldonfocus, il blog di ANTONIO PICASSO" title="worldonfocus">ANTONIO PICASSO</a> </p>
<p>Il fine settimana appena trascorso è stato testimone di una nuova strage di cristiani in Nigeria. Come già successo a gennaio e negli anni passati, il massacro è avvenuto nella regione di Jos, pressoché al centro del Paese. Questa volta si contano almeno 500 morti, fra donne, bambini e anziani, 200 in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. La popolazione inerme dei villaggi che fanno da cintura alla città di Jos, abitati prevalentemente da cristiani, è stata fatta oggetto di un assalto plurimo da parte di bande armate di machete e kalashnikov. Saccheggi, incendi e correlati omicidi, che a questo punto possiamo considerare di massa, hanno scritto le pagine di cronaca di questi ultimi giorni in Nigeria. </p>
<p>A dispetto delle attese proteste però, l’Arcivescovo della diocesi locale, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, ha invitato tutti a mantenere la calma. Ha sottolineato che dall’accaduto non si deve arrivare alla conclusione sbrigativa e semplicistica di uno scontro religioso, che sarebbe in corso nella regione. Anzi, l’opinione del prelato – in linea con quella di alcuni osservatori locali – è che la strage sia da vedere più come un regolamento di conti fra bande e tribù rivali. Si tratterebbe di scorribande da parte di miliziani fulani e hausa, i gruppi etnici dominanti in Nigeria, scesi dalle montagne per fare razzia nei ricchi ma indifesi villaggi della regione. L’ammonimento di monsignor Kaigama è plausibile. In un contesto tribale come quello nigeriano – dove è in netta crescita il traffico di armi –non si può pensare di poter spiegare tutte le espressioni di violenza come un rigurgito di guerre di religione. Si resta però sconcertati di fronte ad altre parole sempre di Kaigama, quando dice: “ogni cosa viene letta in chiave religiosa. Anche se due persone litigano al mercato, certi giornali tirano in ballo la loro fede come motivo del litigio”. In questo senso è difficile ridurre i recenti 500 morti a un “litigio in un mercato”. </p>
<p>Questa sorprendente tendenza a minimizzare l’accaduto, da parte di Kaigama, può avere lo scopo attenuare gli odi e le rivalità. Appare incisivo infatti il suo invito a “evitare un linguaggio che inciti gli animi, bensì predicare la pace e la riconciliazione”. Oltre agli interlocutori locali però, quella dell’arcivescovo di Jos appare come un’osservazione relativa all’intera area nigeriana e non solo. Per una serie di vicissitudini disconnesse ma coincidenti fra loro, il contesto sub sahariano sta tornando a essere una zona di crisi elevata. I miliziani di al-Qaeda dal Maghreb e dal Sahel si starebbero espandendo verso sud, in direzione proprio della Nigeria, con l’intenzione di creare nuove cellule terroristiche, ma soprattutto per destabilizzare un Paese già di per sé precario, ma strategico per le sue ricchezze di petrolio e gas. Allo stesso tempo va ricordato il golpe di cui è stato testimone il vicino Niger. Anche questo appare come un fattore di pericolo per tutta la zona. Infine l’attenzione dev’essere rivolta ad Abuja. Qui da oltre quattro mesi il futuro della stabilità del governo federale rischia quotidianamente di essere messa in discussione. </p>
<p>A novembre il Presidente Umaru Yar’Adua è stato ricoverato in una clinica in Arabia Saudita per un intervento cardiochirurgico. La sua prolungata assenza dal Paese ha innescato le proteste dell’opposizione, la quale ha chiesto al vice-Presidente, Goodluck Jonathan, di assumere il controllo del Paese, praticamente destituendo Yar’Adua. Il repentino rientro in patria di quest’ultimo dieci giorni fa ha evitato che anche la Nigeria fosse vittima di un palese Colpo di Stato. Permangono tuttavia le tensioni fra la Presidenza, l’opposizione e il vice Presidente Jonathan, le cui capacità di temporeggiatore hanno eluso un’escalation. Di fronte a tutto questo, appaiono chiare le intenzioni espresse da Kaigama in nome di tutte le comunità cristiane locali. Se nell’area dovesse accendersi una miccia di violenza, i cristiani non vogliono passare come i responsabili della stessa. Possono esserne le vittime, ma non i fautori. Meglio quindi, secondo questo vescovo tanto realista, minimizzare il peso di 500 morti e farli passare come un episodio di “litigio”, piuttosto che fomentare l’odio contro l’Islam presso la sua diocesi.</p>
<p><em><font size="1">Pubblicato su liberal del 9 marzo 2010</font></em></p>
<form id="vozme_form_f500de93e367a851da389c62d0cfa58a" method="post" name="vozme_form_f500de93e367a851da389c62d0cfa58a" target="f500de93e367a851da389c62d0cfa58a" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Nigeria: prosegue il massacro dei cristiani.. di ANTONIO PICASSO 
Il fine settimana appena trascorso è stato testimone di una nuova strage di cristiani in Nigeria. Come già successo a gennaio e negli anni passati, il massacro è avvenuto nella regione di Jos, pressoché al centro del Paese. Questa volta si contano almeno 500 morti, fra donne, bambini e anziani, 200 in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa. La popolazione inerme dei villaggi che fanno da cintura alla città di Jos, abitati prevalentemente da cristiani, è stata fatta oggetto di un assalto plurimo da parte di bande armate di machete e kalashnikov. Saccheggi, incendi e correlati omicidi, che a questo punto possiamo considerare di massa, hanno scritto le pagine di cronaca di questi ultimi giorni in Nigeria. 
A dispetto delle attese proteste però, l’Arcivescovo della diocesi locale, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, ha invitato tutti a mantenere la calma. Ha sottolineato che dall’accaduto non si deve arrivare alla conclusione sbrigativa e semplicistica di uno scontro religioso, che sarebbe in corso nella regione. Anzi, l’opinione del prelato – in linea con quella di alcuni osservatori locali – è che la strage sia da vedere più come un regolamento di conti fra bande e tribù rivali. Si tratterebbe di scorribande da parte di miliziani fulani e hausa, i gruppi etnici dominanti in Nigeria, scesi dalle montagne per fare razzia nei ricchi ma indifesi villaggi della regione. L’ammonimento di monsignor Kaigama è plausibile. In un contesto tribale come quello nigeriano – dove è in netta crescita il traffico di armi –non si può pensare di poter spiegare tutte le espressioni di violenza come un rigurgito di guerre di religione. Si resta però sconcertati di fronte ad altre parole sempre di Kaigama, quando dice: “ogni cosa viene letta in chiave religiosa. Anche se due persone litigano al mercato, certi giornali tirano in ballo la loro fede come motivo del litigio”. In questo senso è difficile ridurre i recenti 500 morti a un “litigio in un mercato”. 
Questa sorprendente tendenza a minimizzare l’accaduto, da parte di Kaigama, può avere lo scopo attenuare gli odi e le rivalità. Appare incisivo infatti il suo invito a “evitare un linguaggio che inciti gli animi, bensì predicare la pace e la riconciliazione”. Oltre agli interlocutori locali però, quella dell’arcivescovo di Jos appare come un’osservazione relativa all’intera area nigeriana e non solo. Per una serie di vicissitudini disconnesse ma coincidenti fra loro, il contesto sub sahariano sta tornando a essere una zona di crisi elevata. I miliziani di al-Qaeda dal Maghreb e dal Sahel si starebbero espandendo verso sud, in direzione proprio della Nigeria, con l’intenzione di creare nuove cellule terroristiche, ma soprattutto per destabilizzare un Paese già di per sé precario, ma strategico per le sue ricchezze di petrolio e gas. Allo stesso tempo va ricordato il golpe di cui è stato testimone il vicino Niger. Anche questo appare come un fattore di pericolo per tutta la zona. Infine l’attenzione dev’essere rivolta ad Abuja. Qui da oltre quattro mesi il futuro della stabilità del governo federale rischia quotidianamente di essere messa in discussione. 
A novembre il Presidente Umaru Yar’Adua è stato ricoverato in una clinica in Arabia Saudita per un intervento cardiochirurgico. La sua prolungata assenza dal Paese ha innescato le proteste dell’opposizione, la quale ha chiesto al vice-Presidente, Goodluck Jonathan, di assumere il controllo del Paese, praticamente destituendo Yar’Adua. Il repentino rientro in patria di quest’ultimo dieci giorni fa ha evitato che anche la Nigeria fosse vittima di un palese Colpo di Stato. Permangono tuttavia le tensioni fra la Presidenza, l’opposizione e il vice Presidente Jonathan, le cui capacità di temporeggiatore hanno eluso un’escalation. Di fronte a tutto questo, appaiono chiare le intenzioni espresse da Kaigama in nome di tutte le comunità cristiane locali. Se nell’area dovesse accendersi una miccia di violenza, i cristiani non vogliono passare come i responsabili della stessa. Possono esserne le vittime, ma non i fautori. Meglio quindi, secondo questo vescovo tanto realista, minimizzare il peso di 500 morti e farli passare come un episodio di “litigio”, piuttosto che fomentare l’odio contro l’Islam presso la sua diocesi.
Pubblicato su liberal del 9 marzo 2010
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		</item>
		<item>
		<title>Tutela della proprietà privata ed espropriazione per Pubblica Utilità (per così dire) nello Stato di Israele</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/tutela-della-proprieta-privata-ed-espropriazione-per-pubblica-utilita-per-cosi-dire-nello-stato-di-israele/</link>
		<comments>http://www.liberalcafe.it/index.php/esteri/tutela-della-proprieta-privata-ed-espropriazione-per-pubblica-utilita-per-cosi-dire-nello-stato-di-israele/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberalcafe.it/?p=731</guid>
		<description><![CDATA[<p>di ALESSANDRO OLMO</p>
<p>Uno degli elementi che, a mio avviso, caratterizza maggiormente la società israeliana e più in generale lo Stato di Israele, è la curiosa unione di elementi direttamente derivanti dalla dottrina socialista (assai presenti, assieme ad elementi nazionalisti nella prima fase del Sionismo), e della conseguente prevalenza dell’interesse presuntamente pubblico rispetto a quello individuale, con elementi liberali, molto visibili nella società civile israeliana, a volte quasi anarchica.  </p>
<p>Il diritto alla proprietà non era inizialmente riconosciuto come diritto costituzionale, ma come diritto di base, e quindi sacrificabile; tale situazione ha avuto conseguenza fortissime, e lo possiamo vedere prendendo ad esempio un tema caro ai liberali, quali la tutela della proprietà privata, ed osservando le norme di base israeliane in materia di espropriazione per pubblica utilità di terreni per la costruzione di opere pubbliche. </p>
<p>Innanzitutto le norme che regolano il settore sono la Land Ordinance (Acquisition for Public Purposes), 1943 and in the Road and Railway Ordinance (Protection and Development), 1943, entrambe risalenti al periodo del Mandato Britannico di Palestina e create per permettere la costruzione di basi militari britanniche durante la seconda guerra mondiale, ed adeguate, nel corso degli anni, a tutelare al meglio la “pubblica utilità” israeliana, sia nei confronti dei cittadini di Israele che dei Palestinesi. </p>
<p>I principi fondamentali che emergono dalle leggi in questione sono i seguenti:</p>
<p>(a) Il Tribunale non dovrà in primo luogo tenere conto del fatto che la terra sia stata acquisita con la forza;</p>
<p>(b) Il valore del compenso sarà quello che avrebbe avuto il bene se venduto a prezzi di mercato da un venditore consenziente.</p>
<p>(c) Il Tribunale non terrà conto (nella valutazione del valore del terreno) dell&#8217;idoneità o della preparazione speciale della terra per un qualunque scopo particolare, se questo è diverso dallo scopo per il quale lo acquista il Ministro di Finanza;</p>
<p>(g)Al Tribunale è richiesto di tenere conto di qualunque aumento del valore della terra dovuta alla sua prossimità alla opera pubblica che verrà edificata a seguito dell’espropriazione. </p>
<p>E’ evidente che il criterio che si evince da quanto sopra è che il giudice dovrebbe tener solo conto dei criteri favorevoli al proprietario (ossia dell’eventuale aumento di valore dei terreni che rimangano al proprietario espropriato nelle vicinanze dei suoi vecchi appezzamenti), ma non riconoscere il danno realmente patito; ad esempio al Giudice non è consentito di valutare il fatto che i terreni si siano deprezzati a causa dell’opera pubblica costruita.</p>
<p>Sembrerebbe infatti che il legislatore israeliano ritenga che qualora lo Stato vi costruisca in giardino una autostrada questo non potrà che aumenterà il valore di casa vostra o del vostro terreno.. </p>
<p>A questo aggiungete che alcune norme ulteriori (The Planning and Construction Law, 5725 – 1965 e Israel National Road Law, 5755 – 1994) permettono di pagare soltanto il 60% dei terreni espropriati ed il quadro che ne esce risulta assai sconfortante.</p>
<p>Ci sarebbe quindi da chiedersi in che modo i cittadini israeliani possano difendersi e tutelarsi da un intervento così violento da parte del legislatore. </p>
<p>La risposta deriva dalla applicazione al caso, da parte della Corte Suprema Israeliana, per analogia, la “Human Basic Law, Liberty and Dignity” approvata dalla Knesset (Parlamento) nei primi anni 90 e che ha finalmente ridotto le tendenze “socialisteggianti” del primo periodo legislativo della vita dello Stato di Israele.</p>
<p>La Suprema Corte infatti, nella sentenza relativa al caso Krasic (ennesimo proprietario espropriato che aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Finanze), ha recentemente statuito che:</p>
<p>  “a. Se lo scopo pubblico che è servito da base per l&#8217;espropriazione della terra secondo l&#8217;ordinanza è cessato, l&#8217;espropriazione è revocata ed il proprietario della terra espropriata è autorizzato al recupero del terreno.</p>
<p>b. L&#8217;espropriazione deve adeguarsi al criterio della proporzionalità. Quindi tre condizioni cumulative devono essere soddisfatte: l&#8217;esistenza di uno scopo pubblico specifico e definito; il collegamento dello scopo pubblico alla terra che sta per essere espropriata; e l&#8217;esistenza dell&#8217;esigenza di questa espropriazione particolare per raggiungere lo scopo pubblico. La proporzionalità deve essere permanere non solo nella fase dell&#8217;acquisto della terra dai suoi proprietari originali, ma anche da allora in poi, dato che finchè l&#8217;atto dell&#8217;espropriazione continua.</p>
<p>c. L&#8217;autorità  espropriante non è autorizzata ad usare la terra espropriata come voglia,ma solo per usi pubblici.</p>
<p>e. La legge fondamentale“Human Basic Law, Liberty and Dignity” ha causato un cambiamento significativo nello statuto giuridico del diritto di proprietà e lo ha trasformato non solo in un diritto fondamentale, ma anche un diritto costituzionale.</p>
<p>L&#8217;espropriazione è valida solo finchè il bisogno pubblico esiste.</p>
<p>f. Inoltre conformemente a questa decisione, quando l&#8217;esigenza pubblica dell&#8217;espropriazione è cessata, il proprietario originario non riceve automaticamente il possesso del diritto di proprietà, ma solo dopo che una decisione in materia è stata presa dall&#8217;autorità espropriante o dalla corte. Ne consegue che quando l&#8217;autorità espropriante diventare cosciente che il bisogno pubblico è cessato, è suo preciso dovere attivarsi.” </p>
<p>Di conseguenza, conclude la sentenza “ora è diventato possibile interpretare il potere di espropriazione in base ad un equilibrio fra i bisogni del pubblico ed il diritto di proprietà, un equilibrio che dovrà essere coerente con i valori dello stato di Israele, in un modo da rinforzare la protezione del diritto di proprietà, così fragile precedentemente; il potere di espropriazione del ministro delle finanze dovrà quindi essere limitato di conseguenza.” </p>
<p>Molto rimane ancora da fare e sarà interessante vedere in futuro come la situazione si evolverà, anche vista la necessità di infrastrutture (spesso militari) di Israele..da liberale non posso che sperare che l’orientamento emerso dalla sentenza di permetta un serio riequilibrio della situazione. </p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di ALESSANDRO OLMO</p>
<p>Uno degli elementi che, a mio avviso, caratterizza maggiormente la società israeliana e più in generale lo Stato di Israele, è la curiosa unione di elementi direttamente derivanti dalla dottrina socialista (assai presenti, assieme ad elementi nazionalisti nella prima fase del Sionismo), e della conseguente prevalenza dell’interesse presuntamente pubblico rispetto a quello individuale, con elementi liberali, molto visibili nella società civile israeliana, a volte quasi anarchica.  </p>
<p>Il diritto alla proprietà non era inizialmente riconosciuto come diritto costituzionale, ma come diritto di base, e quindi sacrificabile; tale situazione ha avuto conseguenza fortissime, e lo possiamo vedere prendendo ad esempio un tema caro ai liberali, quali la tutela della proprietà privata, ed osservando le norme di base israeliane in materia di espropriazione per pubblica utilità di terreni per la costruzione di opere pubbliche. </p>
<p>Innanzitutto le norme che regolano il settore sono la Land Ordinance (Acquisition for Public Purposes), 1943 and in the Road and Railway Ordinance (Protection and Development), 1943, entrambe risalenti al periodo del Mandato Britannico di Palestina e create per permettere la costruzione di basi militari britanniche durante la seconda guerra mondiale, ed adeguate, nel corso degli anni, a tutelare al meglio la “pubblica utilità” israeliana, sia nei confronti dei cittadini di Israele che dei Palestinesi. </p>
<p>I principi fondamentali che emergono dalle leggi in questione sono i seguenti:</p>
<p>(a) Il Tribunale non dovrà in primo luogo tenere conto del fatto che la terra sia stata acquisita con la forza;</p>
<p>(b) Il valore del compenso sarà quello che avrebbe avuto il bene se venduto a prezzi di mercato da un venditore consenziente.</p>
<p>(c) Il Tribunale non terrà conto (nella valutazione del valore del terreno) dell&#8217;idoneità o della preparazione speciale della terra per un qualunque scopo particolare, se questo è diverso dallo scopo per il quale lo acquista il Ministro di Finanza;</p>
<p>(g)Al Tribunale è richiesto di tenere conto di qualunque aumento del valore della terra dovuta alla sua prossimità alla opera pubblica che verrà edificata a seguito dell’espropriazione. </p>
<p>E’ evidente che il criterio che si evince da quanto sopra è che il giudice dovrebbe tener solo conto dei criteri favorevoli al proprietario (ossia dell’eventuale aumento di valore dei terreni che rimangano al proprietario espropriato nelle vicinanze dei suoi vecchi appezzamenti), ma non riconoscere il danno realmente patito; ad esempio al Giudice non è consentito di valutare il fatto che i terreni si siano deprezzati a causa dell’opera pubblica costruita.</p>
<p>Sembrerebbe infatti che il legislatore israeliano ritenga che qualora lo Stato vi costruisca in giardino una autostrada questo non potrà che aumenterà il valore di casa vostra o del vostro terreno.. </p>
<p>A questo aggiungete che alcune norme ulteriori (The Planning and Construction Law, 5725 – 1965 e Israel National Road Law, 5755 – 1994) permettono di pagare soltanto il 60% dei terreni espropriati ed il quadro che ne esce risulta assai sconfortante.</p>
<p>Ci sarebbe quindi da chiedersi in che modo i cittadini israeliani possano difendersi e tutelarsi da un intervento così violento da parte del legislatore. </p>
<p>La risposta deriva dalla applicazione al caso, da parte della Corte Suprema Israeliana, per analogia, la “Human Basic Law, Liberty and Dignity” approvata dalla Knesset (Parlamento) nei primi anni 90 e che ha finalmente ridotto le tendenze “socialisteggianti” del primo periodo legislativo della vita dello Stato di Israele.</p>
<p>La Suprema Corte infatti, nella sentenza relativa al caso Krasic (ennesimo proprietario espropriato che aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Finanze), ha recentemente statuito che:</p>
<p>  “a. Se lo scopo pubblico che è servito da base per l&#8217;espropriazione della terra secondo l&#8217;ordinanza è cessato, l&#8217;espropriazione è revocata ed il proprietario della terra espropriata è autorizzato al recupero del terreno.</p>
<p>b. L&#8217;espropriazione deve adeguarsi al criterio della proporzionalità. Quindi tre condizioni cumulative devono essere soddisfatte: l&#8217;esistenza di uno scopo pubblico specifico e definito; il collegamento dello scopo pubblico alla terra che sta per essere espropriata; e l&#8217;esistenza dell&#8217;esigenza di questa espropriazione particolare per raggiungere lo scopo pubblico. La proporzionalità deve essere permanere non solo nella fase dell&#8217;acquisto della terra dai suoi proprietari originali, ma anche da allora in poi, dato che finchè l&#8217;atto dell&#8217;espropriazione continua.</p>
<p>c. L&#8217;autorità  espropriante non è autorizzata ad usare la terra espropriata come voglia,ma solo per usi pubblici.</p>
<p>e. La legge fondamentale“Human Basic Law, Liberty and Dignity” ha causato un cambiamento significativo nello statuto giuridico del diritto di proprietà e lo ha trasformato non solo in un diritto fondamentale, ma anche un diritto costituzionale.</p>
<p>L&#8217;espropriazione è valida solo finchè il bisogno pubblico esiste.</p>
<p>f. Inoltre conformemente a questa decisione, quando l&#8217;esigenza pubblica dell&#8217;espropriazione è cessata, il proprietario originario non riceve automaticamente il possesso del diritto di proprietà, ma solo dopo che una decisione in materia è stata presa dall&#8217;autorità espropriante o dalla corte. Ne consegue che quando l&#8217;autorità espropriante diventare cosciente che il bisogno pubblico è cessato, è suo preciso dovere attivarsi.” </p>
<p>Di conseguenza, conclude la sentenza “ora è diventato possibile interpretare il potere di espropriazione in base ad un equilibrio fra i bisogni del pubblico ed il diritto di proprietà, un equilibrio che dovrà essere coerente con i valori dello stato di Israele, in un modo da rinforzare la protezione del diritto di proprietà, così fragile precedentemente; il potere di espropriazione del ministro delle finanze dovrà quindi essere limitato di conseguenza.” </p>
<p>Molto rimane ancora da fare e sarà interessante vedere in futuro come la situazione si evolverà, anche vista la necessità di infrastrutture (spesso militari) di Israele..da liberale non posso che sperare che l’orientamento emerso dalla sentenza di permetta un serio riequilibrio della situazione. </p>
<form id="vozme_form_14c3cdbef0c559523d5676bf0e0829cd" method="post" name="vozme_form_14c3cdbef0c559523d5676bf0e0829cd" target="14c3cdbef0c559523d5676bf0e0829cd" action="http://vozme.com/text2voice.php"><input name="text" type="hidden" value="Tutela della proprietà privata ed espropriazione per Pubblica Utilità (per così dire) nello Stato di Israele.. di ALESSANDRO OLMO
Uno degli elementi che, a mio avviso, caratterizza maggiormente la società israeliana e più in generale lo Stato di Israele, è la curiosa unione di elementi direttamente derivanti dalla dottrina socialista (assai presenti, assieme ad elementi nazionalisti nella prima fase del Sionismo), e della conseguente prevalenza dell’interesse presuntamente pubblico rispetto a quello individuale, con elementi liberali, molto visibili nella società civile israeliana, a volte quasi anarchica.  
Il diritto alla proprietà non era inizialmente riconosciuto come diritto costituzionale, ma come diritto di base, e quindi sacrificabile; tale situazione ha avuto conseguenza fortissime, e lo possiamo vedere prendendo ad esempio un tema caro ai liberali, quali la tutela della proprietà privata, ed osservando le norme di base israeliane in materia di espropriazione per pubblica utilità di terreni per la costruzione di opere pubbliche. 
Innanzitutto le norme che regolano il settore sono la Land Ordinance (Acquisition for Public Purposes), 1943 and in the Road and Railway Ordinance (Protection and Development), 1943, entrambe risalenti al periodo del Mandato Britannico di Palestina e create per permettere la costruzione di basi militari britanniche durante la seconda guerra mondiale, ed adeguate, nel corso degli anni, a tutelare al meglio la “pubblica utilità” israeliana, sia nei confronti dei cittadini di Israele che dei Palestinesi. 
I principi fondamentali che emergono dalle leggi in questione sono i seguenti:
(a) Il Tribunale non dovrà in primo luogo tenere conto del fatto che la terra sia stata acquisita con la forza;
(b) Il valore del compenso sarà quello che avrebbe avuto il bene se venduto a prezzi di mercato da un venditore consenziente.
(c) Il Tribunale non terrà conto (nella valutazione del valore del terreno) dell&#8217;idoneità o della preparazione speciale della terra per un qualunque scopo particolare, se questo è diverso dallo scopo per il quale lo acquista il Ministro di Finanza;
(g)Al Tribunale è richiesto di tenere conto di qualunque aumento del valore della terra dovuta alla sua prossimità alla opera pubblica che verrà edificata a seguito dell’espropriazione. 
E’ evidente che il criterio che si evince da quanto sopra è che il giudice dovrebbe tener solo conto dei criteri favorevoli al proprietario (ossia dell’eventuale aumento di valore dei terreni che rimangano al proprietario espropriato nelle vicinanze dei suoi vecchi appezzamenti), ma non riconoscere il danno realmente patito; ad esempio al Giudice non è consentito di valutare il fatto che i terreni si siano deprezzati a causa dell’opera pubblica costruita.
Sembrerebbe infatti che il legislatore israeliano ritenga che qualora lo Stato vi costruisca in giardino una autostrada questo non potrà che aumenterà il valore di casa vostra o del vostro terreno.. 
A questo aggiungete che alcune norme ulteriori (The Planning and Construction Law, 5725 – 1965 e Israel National Road Law, 5755 – 1994) permettono di pagare soltanto il 60% dei terreni espropriati ed il quadro che ne esce risulta assai sconfortante.
Ci sarebbe quindi da chiedersi in che modo i cittadini israeliani possano difendersi e tutelarsi da un intervento così violento da parte del legislatore. 
La risposta deriva dalla applicazione al caso, da parte della Corte Suprema Israeliana, per analogia, la “Human Basic Law, Liberty and Dignity” approvata dalla Knesset (Parlamento) nei primi anni 90 e che ha finalmente ridotto le tendenze “socialisteggianti” del primo periodo legislativo della vita dello Stato di Israele.
La Suprema Corte infatti, nella sentenza relativa al caso Krasic (ennesimo proprietario espropriato che aveva fatto ricorso contro il Ministero delle Finanze), ha recentemente statuito che:
  “a. Se lo scopo pubblico che è servito da base per l&#8217;espropriazione della terra secondo l&#8217;ordinanza è cessato, l&#8217;espropriazione è revocata ed il proprietario della terra espropriata è autorizzato al recupero del terreno.
b. L&#8217;espropriazione deve adeguarsi al criterio della proporzionalità. Quindi tre condizioni cumulative devono essere soddisfatte: l&#8217;esistenza di uno scopo pubblico specifico e definito; il collegamento dello scopo pubblico alla terra che sta per essere espropriata; e l&#8217;esistenza dell&#8217;esigenza di questa espropriazione particolare per raggiungere lo scopo pubblico. La proporzionalità deve essere permanere non solo nella fase dell&#8217;acquisto della terra dai suoi proprietari originali, ma anche da allora in poi, dato che finchè l&#8217;atto dell&#8217;espropriazione continua.
c. L&#8217;autorità  espropriante non è autorizzata ad usare la terra espropriata come voglia,ma solo per usi pubblici.
e. La legge fondamentale“Human Basic Law, Liberty and Dignity” ha causato un cambiamento significativo nello statuto giuridico del diritto di proprietà e lo ha trasformato non solo in un diritto fondamentale, ma anche un diritto costituzionale.
L&#8217;espropriazione è valida solo finchè il bisogno pubblico esiste.
f. Inoltre conformemente a questa decisione, quando l&#8217;esigenza pubblica dell&#8217;espropriazione è cessata, il proprietario originario non riceve automaticamente il possesso del diritto di proprietà, ma solo dopo che una decisione in materia è stata presa dall&#8217;autorità espropriante o dalla corte. Ne consegue che quando l&#8217;autorità espropriante diventare cosciente che il bisogno pubblico è cessato, è suo preciso dovere attivarsi.” 
Di conseguenza, conclude la sentenza “ora è diventato possibile interpretare il potere di espropriazione in base ad un equilibrio fra i bisogni del pubblico ed il diritto di proprietà, un equilibrio che dovrà essere coerente con i valori dello stato di Israele, in un modo da rinforzare la protezione del diritto di proprietà, così fragile precedentemente; il potere di espropriazione del ministro delle finanze dovrà quindi essere limitato di conseguenza.” 
Molto rimane ancora da fare e sarà interessante vedere in futuro come la situazione si evolverà, anche vista la necessità di infrastrutture (spesso militari) di Israele..da liberale non posso che sperare che l’orientamento emerso dalla sentenza di permetta un serio riequilibrio della situazione. 
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		<title>Liberi Imprenditori Autonomi</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 14:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di LORENZO CASTELLANI</p>
<p>L’iniziativa parte dalla Regione principe dell’imprenditoria italiana, la Lombardia. I piccoli e medi imprenditori costituiscono una nuova associazione per difendere i propri interessi. I principi ispiratori sono quelli del liberismo e del federalismo. Lo scopo è quello di garantire a tutte le imprese una pari opportunità sul piano civile, affinchè possano esprimere realmente le loro capacità in un regime di libera concorrenza.<br />
Questa associazione costituitasi per la tutela delle attività imprenditoriali si chiama LIA, liberi imprenditori autonomi. Il gruppo può essere ricompreso in quello che è stato definito il “partito dei tartassati”, composto prevalentemente dai piccoli e medi imprenditori. “Nel 2009 avete pagato il 55% di tasse” recita lo spot LIA rivolto agli industriali. Il manifesto “ideologico” continua poi sottolineando la necessità di proteggere il ceto imprenditoriale dalle ispezioni con le armi della Guardia di Finanza, dei metodi coercitivi a volte assunti da tale forza dell’ordine. </p>
<p>La LIA si scaglia poi contro il doppio bilancio fiscale e civile e contro la sovrapposizione di tasse tra Stato ed autonomie locali come Comuni, Province e Regioni. Ribadisce il sacrosanto e liberale principio garantista auspicando alla riduzione delle intercettazioni telefoniche inutili ai fini dell’indagine e ad una  “cultura del sospetto” diffusa in certi ambienti della magistratura nei confronti degli stessi imprenditori. Dopo la pars destruens il manifesto si concentra sulla pars costruens. L’associazione chiede infatti “controlli con visite previo appuntamento predeterminato” e la “smilitarizzazione della Guardia di Finanza” eccetto i casi di indagine su reati di contrabbando, traffico di stupefacenti e mafia. L’associazione imprenditoriale si batte per il passaggio ad un’aliquota al 35% in termini di tassazione fiscale. Non manca poi il tema federalista con il favore al passaggio della potestà impositiva dallo Stato alle Regioni. L’ultima parte del manifesto ha invece connotazione più spiccatamente liberale. </p>
<p>LIA promuove la semplificazione burocratica con eliminazione degli adempimenti fiscale ed il bilancio solo civile come nel resto d’Europa. Non resta inosservato il principio della legalità. L’associazione chiede infatti lotta all’elusione fiscale nelle grandi aziende e banche, sequestro dei beni e carcere per gli evasori totali ed un giustificato e corretto controllo contro l’evasione fiscale. Dunque un’iniziativa, quella degli imprenditori autonomi, volta a salvaguardare prerogative ed interessi della vera e propria spina dorsale dell’economia produttiva italiana troppo spesso bersagliata da iniquità e coercizioni derivanti dall’oppressivo esercizio del potere statale.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di LORENZO CASTELLANI</p>
<p>L’iniziativa parte dalla Regione principe dell’imprenditoria italiana, la Lombardia. I piccoli e medi imprenditori costituiscono una nuova associazione per difendere i propri interessi. I principi ispiratori sono quelli del liberismo e del federalismo. Lo scopo è quello di garantire a tutte le imprese una pari opportunità sul piano civile, affinchè possano esprimere realmente le loro capacità in un regime di libera concorrenza.<br />
Questa associazione costituitasi per la tutela delle attività imprenditoriali si chiama LIA, liberi imprenditori autonomi. Il gruppo può essere ricompreso in quello che è stato definito il “partito dei tartassati”, composto prevalentemente dai piccoli e medi imprenditori. “Nel 2009 avete pagato il 55% di tasse” recita lo spot LIA rivolto agli industriali. Il manifesto “ideologico” continua poi sottolineando la necessità di proteggere il ceto imprenditoriale dalle ispezioni con le armi della Guardia di Finanza, dei metodi coercitivi a volte assunti da tale forza dell’ordine. </p>
<p>La LIA si scaglia poi contro il doppio bilancio fiscale e civile e contro la sovrapposizione di tasse tra Stato ed autonomie locali come Comuni, Province e Regioni. Ribadisce il sacrosanto e liberale principio garantista auspicando alla riduzione delle intercettazioni telefoniche inutili ai fini dell’indagine e ad una  “cultura del sospetto” diffusa in certi ambienti della magistratura nei confronti degli stessi imprenditori. Dopo la pars destruens il manifesto si concentra sulla pars costruens. L’associazione chiede infatti “controlli con visite previo appuntamento predeterminato” e la “smilitarizzazione della Guardia di Finanza” eccetto i casi di indagine su reati di contrabbando, traffico di stupefacenti e mafia. L’associazione imprenditoriale si batte per il passaggio ad un’aliquota al 35% in termini di tassazione fiscale. Non manca poi il tema federalista con il favore al passaggio della potestà impositiva dallo Stato alle Regioni. L’ultima parte del manifesto ha invece connotazione più spiccatamente liberale. </p>
<p>LIA promuove la semplificazione burocratica con eliminazione degli adempimenti fiscale ed il bilancio solo civile come nel resto d’Europa. Non resta inosservato il principio della legalità. L’associazione chiede infatti lotta all’elusione fiscale nelle grandi aziende e banche, sequestro dei beni e carcere per gli evasori totali ed un giustificato e corretto controllo contro l’evasione fiscale. Dunque un’iniziativa, quella degli imprenditori autonomi, volta a salvaguardare prerogative ed interessi della vera e propria spina dorsale dell’economia produttiva italiana troppo spesso bersagliata da iniquità e coercizioni derivanti dall’oppressivo esercizio del potere statale.</p>
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L’iniziativa parte dalla Regione principe dell’imprenditoria italiana, la Lombardia. I piccoli e medi imprenditori costituiscono una nuova associazione per difendere i propri interessi. I principi ispiratori sono quelli del liberismo e del federalismo. Lo scopo è quello di garantire a tutte le imprese una pari opportunità sul piano civile, affinchè possano esprimere realmente le loro capacità in un regime di libera concorrenza.
Questa associazione costituitasi per la tutela delle attività imprenditoriali si chiama LIA, liberi imprenditori autonomi. Il gruppo può essere ricompreso in quello che è stato definito il “partito dei tartassati”, composto prevalentemente dai piccoli e medi imprenditori. “Nel 2009 avete pagato il 55% di tasse” recita lo spot LIA rivolto agli industriali. Il manifesto “ideologico” continua poi sottolineando la necessità di proteggere il ceto imprenditoriale dalle ispezioni con le armi della Guardia di Finanza, dei metodi coercitivi a volte assunti da tale forza dell’ordine. 
La LIA si scaglia poi contro il doppio bilancio fiscale e civile e contro la sovrapposizione di tasse tra Stato ed autonomie locali come Comuni, Province e Regioni. Ribadisce il sacrosanto e liberale principio garantista auspicando alla riduzione delle intercettazioni telefoniche inutili ai fini dell’indagine e ad una  “cultura del sospetto” diffusa in certi ambienti della magistratura nei confronti degli stessi imprenditori. Dopo la pars destruens il manifesto si concentra sulla pars costruens. L’associazione chiede infatti “controlli con visite previo appuntamento predeterminato” e la “smilitarizzazione della Guardia di Finanza” eccetto i casi di indagine su reati di contrabbando, traffico di stupefacenti e mafia. L’associazione imprenditoriale si batte per il passaggio ad un’aliquota al 35% in termini di tassazione fiscale. Non manca poi il tema federalista con il favore al passaggio della potestà impositiva dallo Stato alle Regioni. L’ultima parte del manifesto ha invece connotazione più spiccatamente liberale. 
LIA promuove la semplificazione burocratica con eliminazione degli adempimenti fiscale ed il bilancio solo civile come nel resto d’Europa. Non resta inosservato il principio della legalità. L’associazione chiede infatti lotta all’elusione fiscale nelle grandi aziende e banche, sequestro dei beni e carcere per gli evasori totali ed un giustificato e corretto controllo contro l’evasione fiscale. Dunque un’iniziativa, quella degli imprenditori autonomi, volta a salvaguardare prerogative ed interessi della vera e propria spina dorsale dell’economia produttiva italiana troppo spesso bersagliata da iniquità e coercizioni derivanti dall’oppressivo esercizio del potere statale.
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