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	<title>LiberalCafe' (since 2004)</title>
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	<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 09:14:35 +0000</pubDate>
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		<title>Cosa pensare di una destra vintage</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 09:14:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di STEFANO PIETROSANTI</p>
<p>Nelle azioni di Fini e dei suoi, negli ultimi tempi, sembra esserci una certa serietà, in quanto il rischio a cui l’operazione messa in atto espone i protagonisti non è indifferente e il lavoro preparativo, soprattutto ideologico, per una volta in Italia non è misero e puramente funzionale.</p>
<p>Per ora sono evidenti le capacità tattiche del Presidente della Camera, ma rimangono dubbi sulle sue abilità strategiche. Le maggiori incongruenze del quadro che si disegna, pensando alle azioni succedutesi negli ultimi mesi, riguardano il potenziale bacino elettorale a cui Gianfranco Fini vuole riferirsi nel caso – ormai decisamente probabile – che si arrivi a un confronto elettorale in cui  il neo-costituito gruppo parlamentare si trovi contrapposto e non incluso nel caldo ventre del PDL. Partendo dal fatto che Fini voglia rimanere a destra, che modello di destra si propone?  Sicuramente distante dalle involuzioni forza-leghiste dell’ultimo ventennio, non sembra nemmeno richiamare&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di STEFANO PIETROSANTI</p>
<p>Nelle azioni di Fini e dei suoi, negli ultimi tempi, sembra esserci una certa serietà, in quanto il rischio a cui l’operazione messa in atto espone i protagonisti non è indifferente e il lavoro preparativo, soprattutto ideologico, per una volta in Italia non è misero e puramente funzionale.</p>
<p>Per ora sono evidenti le capacità tattiche del Presidente della Camera, ma rimangono dubbi sulle sue abilità strategiche. Le maggiori incongruenze del quadro che si disegna, pensando alle azioni succedutesi negli ultimi mesi, riguardano il potenziale bacino elettorale a cui Gianfranco Fini vuole riferirsi nel caso – ormai decisamente probabile – che si arrivi a un confronto elettorale in cui  il neo-costituito gruppo parlamentare si trovi contrapposto e non incluso nel caldo ventre del PDL. Partendo dal fatto che Fini voglia rimanere a destra, che modello di destra si propone?  Sicuramente distante dalle involuzioni forza-leghiste dell’ultimo ventennio, non sembra nemmeno richiamare il bagaglio ideale dipinto poco prima della crisi - in una significativa intervista sull’Espresso - da Tremonti: non sembra di essere davanti a una semplice visione DC di destra, o MSI imborghesita, che voglia predicare Dio, Patria e Famiglia senza fare la faccia feroce e riferendosi con pochi veli al concetto di conservatorismo compassionevole. Nelle dichiarazioni degli aderenti a Futuro e Libertà, come dalla lettura dei siti vicini alla compagine finiana, è evidente la distanza anche dai colori immaginati dalla mai veramente nata nuova destra: nei meeting di Farefuturo c’è voglia di essere establishment, scarsissimi i richiami effettivi a tematiche antagoniste in prospettiva di comunitarismo tradizionalista, magari anche green e “alternativo”.</p>
<p>Decisamente, più che verso una nuova destra, il riferimento forte sembra diretto a una destra antica (preistorica?), una destra che, in un momento di riflessione davanti alle effigi di Cavour e Sella, si fosse fermata, avesse preso un respiro e si fosse domandata se non stesse tradendo i suoi avi in nome dell’ultimo Presidente del Consiglio e se non fosse il caso di recuperare le sane abitudini di famiglia: moralità da antichi liberali, compostezza borghese, legalitarismo costituzional-democratico, razionalismo burocratico, laicità come marchio istituzionale. Un’idea di destra pre-DC, pre-fascista, che ha un suo fascino. Oltretutto – non so quanto volutamente – la brillante interpretazione data da Farefuturo della struttura di fondazione porta con se un vago odore di ciò che esisteva prima della sezione: il club. In un mondo occidentale che si va demassificando, in cui, tramite la rete, la comunicazione istantanea a distanza, la plurivocità dei luoghi che va a sovrapporsi alla plurivocità della parola, le persone si dividono sempre di più tra una moltitudine di singoli decisamente attivi e in quasi continuo contatto tra loro e le masse rimanenti come tornate sullo sfondo, potrà dimostrarsi una bella intuizione costruire una forma partecipativa più aperta, flessibile, dialogante e riflessiva, che allo stesso tempo non sia la semplice brutta copia delle vecchie strutture svuotate dai contenuti forti. </p>
<p>Ritornando però alla domanda sulle prospettive elettorali di questa operazione, ritornano evidenti e vuoti e le mancanze di chiarezza. Parto dal dato che i votanti di Berlusconi hanno avuto tutto il materiale necessario per giudicarne l’onestà personale, e questo –ancor più per chi era suo alleato – è vero almeno dal suo primo governo. In quel lago è quindi difficile pescare, soprattutto perché le istanze di giustizia e sicurezza dell’elettore medio del PDL in crisi di coscienza sono molto meglio corrisposte dalla Lega: linguaggio spiccio e muscolare, risposte semplici, innegabile capacità organizzativa, nessun condannato per reati infamanti in lista. Sicuramente potrà pescare alcuni elettori che oggi si trovano a votare il PD, l’IDV o i Radicali senza soddisfazione, ma in questo farebbe semplicemente un favore al principale avversario, ossia a Berlusconi. Rimanesse una forza isolata, il destino di Futuro e Libertà sarebbe praticamente segnato. C’è quindi la più seria e probabile ipotesi di terzo polo. Questo è uno scenario da analizzare con più attenzione: lasciando a margine il problema di avere, dietro il vessillo della fermezza istituzionale e della legalità franca e dura, l’UDC con Cuffaro e Mele (per tacere delle ombre, anche se frammiste a qualche luce, che emergono dal movimento di Lombardo), c’è un buono spazio per pensare all’inserimento di una figura come quella di Montezemolo, o in generale degli interessi produttivi delusi dall’azione del presente Governo.</p>
<p>In questa configurazione, si disegna finalmente un peso elettorale solido, ma anche alcune conseguenze da tenere presenti: in tempi di crisi, questo sarebbe il canale migliore da cui far passare una politica organica di diminuzione salariale, modificazione in favore delle industrie delle normative sui rapporti lavorativi, ma da un altro lato si potrebbe coniugare – volendo confidare sulla serietà – a una forte impostazione meritocratica e all’inizio del recupero del semplice controllo territoriale di fatto dello Stato sui vari territori in mano ai potentati criminali, situazione vergognosa e di certo danno economico. Sarebbe una strada sicuramente non pessima, da osservare con interesse, ma sarebbe veramente quanto di meglio si possa desiderare per il paese? Da un’ottica di liberalismo di sinistra sicuramente no: il presupposto della modificazione à la Marchionne del mercato del lavoro è facile sfoci in un aumento della disuguaglianza e un peggioramento della giustizia sociale, che deve essere la stella polare di qualsiasi sinistra. La situazione avrebbe comunque il pregio di ricordare che solo una sinistra che abbia ben chiara la stella polare e i suoi riferimenti ideologici potrebbe dialogare fruttuosamente con un simile avversario, che – sempre volendosi affidare alla lettura più rosea – non sarebbe più né “nemico”, né propriamente deleterio, ma semplicemente altro e contrapposto.</p>
<p>Ammesso e non concesso che una buona fetta dell’elettorato PDL si faccia convincere da questo disegno e lo voti, questa compagine dovrebbe governare abbastanza a lungo - con la sicura spina nel fianco di una Lega forte nel Nord-Est - da accentrare attorno a se e possibilmente bonificare le leve del potere da tre anni in mano al partito del Premier. Nel fare questo, per non rendere tutta l’operazione un cambiare tutto per non cambiare niente, lo schieramento che comprenda al suo interno i finiani dovrebbe rassegnarsi a un lungo e defatigante lavoro di “rieducazione” dell’elettorato, ormai abituato a toni e modi di fare molto lontani da quelli che Fini sembra intenzionato ad usare. E quale la truppa per portare avanti questa operazione tra la gente, magari sotto la direzione ideologica di pensatoi come Farefuturo? Oggi come oggi, compatta attorno al Presidente della Camera e pronta ai mezzi della propaganda sul territorio si è mostrata quasi solo la sopravvissuta Azione Universitaria. Non parliamo di grandi numeri e soprattutto si richiederebbe una mutazione forte del dna di questi gruppi, con l’eliminazione delle suggestioni da ventennio, qualche volta ancora avvertibili e alle quali almeno la militanza sembra abbastanza affezionata.<br />
Insomma, le mie speranze in un deciso miglioramento della qualità della destra italiana sono scarse.</p>
<p>Oltretutto mi viene da ricordare un piccolo saggio del 1995: “Il sogno di una destra normale” a cura di Furio Colombo e Vittorio Foa. All’epoca, pur accanto alla nascita del Berlusconi politico, si guardava con un grande interesse e una certa speranza alla defascistizzazione di Fini. Con la potenza del senno di poi sembra la vecchia favola del saggio che indica la Luna e della folla che osserva il dito. Fini, all’epoca, si prestò benissimo al ruolo di dito che indicava Arcore, questo per la sua proverbiale prudenza tattica e la scarsa abitudine al ricoprire posizioni coraggiose.</p>
<p>Per capire la situazione, dato la fumosità del momento, bisognerà osservare in due direzioni: prima di tutto a Fini e al suo gruppo come soggetto a se, in secondo luogo bisognerà cercare il punto in cui Fini e il suo gruppo, in funzione di dito, potrebbero indicare.</p>
<p>Nelle azioni di Fini e dei suoi, negli ultimi tempi, sembra esserci una certa serietà, in quanto il rischio a cui l’operazione messa in atto espone i protagonisti non è indifferente e il lavoro preparativo, soprattutto ideologico, per una volta in Italia non è misero e puramente funzionale.</p>
<p>Per ora sono evidenti le capacità tattiche del Presidente della Camera, ma rimangono dubbi sulle sue abilità strategiche. Le maggiori incongruenze del quadro che si disegna, pensando alle azioni succedutesi negli ultimi mesi, riguardano il potenziale bacino elettorale a cui Gianfranco Fini vuole riferirsi nel caso – ormai decisamente probabile – che si arrivi a un confronto elettorale in cui  il neo-costituito gruppo parlamentare si trovi contrapposto e non incluso nel caldo ventre del PDL. Partendo dal fatto che Fini voglia rimanere a destra, che modello di destra si propone?  Sicuramente distante dalle involuzioni forza-leghiste dell’ultimo ventennio, non sembra nemmeno richiamare il bagaglio ideale dipinto poco prima della crisi - in una significativa intervista sull’Espresso - da Tremonti: non sembra di essere davanti a una semplice visione DC di destra, o MSI imborghesita, che voglia predicare Dio, Patria e Famiglia senza fare la faccia feroce e riferendosi con pochi veli al concetto di conservatorismo compassionevole. Nelle dichiarazioni degli aderenti a Futuro e Libertà, come dalla lettura dei siti vicini alla compagine finiana, è evidente la distanza anche dai colori immaginati dalla mai veramente nata nuova destra: nei meeting di Farefuturo c’è voglia di essere establishment, scarsissimi i richiami effettivi a tematiche antagoniste in prospettiva di comunitarismo tradizionalista, magari anche green e “alternativo”.</p>
<p>Decisamente, più che verso una nuova destra, il riferimento forte sembra diretto a una destra antica (preistorica?), una destra che, in un momento di riflessione davanti alle effigi di Cavour e Sella, si fosse fermata, avesse preso un respiro e si fosse domandata se non stesse tradendo i suoi avi in nome dell’ultimo Presidente del Consiglio e se non fosse il caso di recuperare le sane abitudini di famiglia: moralità da antichi liberali, compostezza borghese, legalitarismo costituzional-democratico, razionalismo burocratico, laicità come marchio istituzionale. Un’idea di destra pre-DC, pre-fascista, che ha un suo fascino. Oltretutto – non so quanto volutamente – la brillante interpretazione data da Farefuturo della struttura di fondazione porta con se un vago odore di ciò che esisteva prima della sezione: il club. In un mondo occidentale che si va demassificando, in cui, tramite la rete, la comunicazione istantanea a distanza, la plurivocità dei luoghi che va a sovrapporsi alla plurivocità della parola, le persone si dividono sempre di più tra una moltitudine di singoli decisamente attivi e in quasi continuo contatto tra loro e le masse rimanenti come tornate sullo sfondo, potrà dimostrarsi una bella intuizione costruire una forma partecipativa più aperta, flessibile, dialogante e riflessiva, che allo stesso tempo non sia la semplice brutta copia delle vecchie strutture svuotate dai contenuti forti. </p>
<p>Ritornando però alla domanda sulle prospettive elettorali di questa operazione, ritornano evidenti e vuoti e le mancanze di chiarezza. Parto dal dato che i votanti di Berlusconi hanno avuto tutto il materiale necessario per giudicarne l’onestà personale, e questo –ancor più per chi era suo alleato – è vero almeno dal suo primo governo. In quel lago è quindi difficile pescare, soprattutto perché le istanze di giustizia e sicurezza dell’elettore medio del PDL in crisi di coscienza sono molto meglio corrisposte dalla Lega: linguaggio spiccio e muscolare, risposte semplici, innegabile capacità organizzativa, nessun condannato per reati infamanti in lista. Sicuramente potrà pescare alcuni elettori che oggi si trovano a votare il PD, l’IDV o i Radicali senza soddisfazione, ma in questo farebbe semplicemente un favore al principale avversario, ossia a Berlusconi. Rimanesse una forza isolata, il destino di Futuro e Libertà sarebbe praticamente segnato. </p>
<p>C’è quindi la più seria e probabile ipotesi di terzo polo. Questo è uno scenario da analizzare con più attenzione: lasciando a margine il problema di avere, dietro il vessillo della fermezza istituzionale e della legalità franca e dura, l’UDC con Cuffaro e Mele (per tacere delle ombre, anche se frammiste a qualche luce, che emergono dal movimento di Lombardo), c’è un buono spazio per pensare all’inserimento di una figura come quella di Montezemolo, o in generale degli interessi produttivi delusi dall’azione del presente Governo. In questa configurazione, si disegna finalmente un peso elettorale solido, ma anche alcune conseguenze da tenere presenti: in tempi di crisi, questo sarebbe il canale migliore da cui far passare una politica organica di diminuzione salariale, modificazione in favore delle industrie delle normative sui rapporti lavorativi, ma da un altro lato si potrebbe coniugare – volendo confidare sulla serietà – a una forte impostazione meritocratica e all’inizio del recupero del semplice controllo territoriale di fatto dello Stato sui vari territori in mano ai potentati criminali, situazione vergognosa e di certo danno economico. </p>
<p>Sarebbe una strada sicuramente non pessima, da osservare con interesse, ma sarebbe veramente quanto di meglio si possa desiderare per il paese? Da un’ottica di liberalismo di sinistra sicuramente no: il presupposto della modificazione à la Marchionne del mercato del lavoro è facile sfoci in un aumento della disuguaglianza e un peggioramento della giustizia sociale, che deve essere la stella polare di qualsiasi sinistra. La situazione avrebbe comunque il pregio di ricordare che solo una sinistra che abbia ben chiara la stella polare e i suoi riferimenti ideologici potrebbe dialogare fruttuosamente con un simile avversario, che – sempre volendosi affidare alla lettura più rosea – non sarebbe più né “nemico”, né propriamente deleterio, ma semplicemente altro e contrapposto.</p>
<p>Ammesso e non concesso che una buona fetta dell’elettorato PDL si faccia convincere da questo disegno e lo voti, questa compagine dovrebbe governare abbastanza a lungo - con la sicura spina nel fianco di una Lega forte nel Nord-Est - da accentrare attorno a se e possibilmente bonificare le leve del potere da tre anni in mano al partito del Premier. Nel fare questo, per non rendere tutta l’operazione un cambiare tutto per non cambiare niente, lo schieramento che comprenda al suo interno i finiani dovrebbe rassegnarsi a un lungo e defatigante lavoro di “rieducazione” dell’elettorato, ormai abituato a toni e modi di fare molto lontani da quelli che Fini sembra intenzionato ad usare. E quale la truppa per portare avanti questa operazione tra la gente, magari sotto la direzione ideologica di pensatoi come Farefuturo? Oggi come oggi, compatta attorno al Presidente della Camera e pronta ai mezzi della propaganda sul territorio si è mostrata quasi solo la sopravvissuta Azione Universitaria. Non parliamo di grandi numeri e soprattutto si richiederebbe una mutazione forte del dna di questi gruppi, con l’eliminazione delle suggestioni da ventennio, qualche volta ancora avvertibili e alle quali almeno la militanza sembra abbastanza affezionata.<br />
Insomma, le mie speranze in un deciso miglioramento della qualità della destra italiana sono scarse.</p>
<p>Oltretutto mi viene da ricordare un piccolo saggio del 1995: “Il sogno di una destra normale” a cura di Furio Colombo e Vittorio Foa. All’epoca, pur accanto alla nascita del Berlusconi politico, si guardava con un grande interesse e una certa speranza alla defascistizzazione di Fini. Con la potenza del senno di poi sembra la vecchia favola del saggio che indica la Luna e della folla che osserva il dito. Fini, all’epoca, si prestò benissimo al ruolo di dito che indicava Arcore, questo per la sua proverbiale prudenza tattica e la scarsa abitudine al ricoprire posizioni coraggiose.</p>
<p>Per capire la situazione, dato la fumosità del momento, bisognerà osservare in due direzioni: prima di tutto a Fini e al suo gruppo come soggetto a se, in secondo luogo bisognerà cercare il punto in cui Fini e il suo gruppo, in funzione di dito, potrebbero indicare.</p>
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		<title>All’università serve competere</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/scuola/all%e2%80%99universita-serve-competere/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 08:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberalcafe.it/?p=1484</guid>
		<description><![CDATA[<p>di PIETRO PAGANINI*</p>
<p>La competizione è la via migliore per far emergere il merito. La competizione non è la sopraffazione del più forte sul più debole, o l&#8217;assenza di regole. La competizione esiste, al contrario, proprio quando ci sono le regole - quelle essenziali, non oltre - che garantiscono eguali opportunità in partenza. Quelle opportunità di partenza che assicurano una competizione equa, permettendo agli individui di esprimere la propria diversità. La competizione genera un vantaggio condiviso tra tutti i partecipanti. La competizione è una delle variabili fondamentali della Società Aperta.</p>
<p>Il dramma dell&#8217;università italiana non si risolve con regole complicate, ma liberando la competizione. Il Decreto appena passato in Senato muove nella direzione giusta, è coraggioso, ma non abbastanza, non tocca il problema centrale o meglio cerca di aggirarlo. D&#8217;altronde il dibattito sul tentativo di riforma non è stato d&#8217;aiuto. Non avrebbe potuto essere diversamente in un paese dove il metodo Liberale&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di PIETRO PAGANINI*</p>
<p>La competizione è la via migliore per far emergere il merito. La competizione non è la sopraffazione del più forte sul più debole, o l&#8217;assenza di regole. La competizione esiste, al contrario, proprio quando ci sono le regole - quelle essenziali, non oltre - che garantiscono eguali opportunità in partenza. Quelle opportunità di partenza che assicurano una competizione equa, permettendo agli individui di esprimere la propria diversità. La competizione genera un vantaggio condiviso tra tutti i partecipanti. La competizione è una delle variabili fondamentali della Società Aperta.</p>
<p>Il dramma dell&#8217;università italiana non si risolve con regole complicate, ma liberando la competizione. Il Decreto appena passato in Senato muove nella direzione giusta, è coraggioso, ma non abbastanza, non tocca il problema centrale o meglio cerca di aggirarlo. D&#8217;altronde il dibattito sul tentativo di riforma non è stato d&#8217;aiuto. Non avrebbe potuto essere diversamente in un paese dove il metodo Liberale non è costume. Ci si è arroccati sull&#8217;idea che il centro, cioè lo Stato etico e i suoi burocrati, possano trovare la formula perfetta per i &#8220;sudditi&#8221; meritevoli. Un esempio su tutti: la discussione sull&#8217;età di pensionamento dei docenti è tanto imbarazzante quanto sintomatica. Piero Ostellino è tra i pochi a distinguersi, infatti la sua è una ricetta Liberale: non ci sarà mai una riforma perfetta che risolverà in breve i problemi dell&#8217;università italiana. Questo è impossibile. Servirebbe invece una riforma perfettibile il cui scopo è esattamente quello di creare competizione con poche regole essenziali. Tale riforma deve però prima di tutto risolvere il problema di creare un ambiente, un mercato, veramente competitivo. Oggi non è così.</p>
<p>Prima di tutto, occorre abolire il valore legale del titolo di studio. Già nel 1947, un vero maestro Liberale, Luigi Einaudi, sosteneva che il primo passo per riformare la scuola italiana e liberare la competizione è abolire il valore del titolo. Senza questo passaggio qualsiasi tentativo di riforma sarà quasi nullo o produrrà risultati poco confortanti. Eppure sembra una montagna invalicabile. Per molti non è il vero problema, e sbagliano. Non sono interessati a garantire libertà e competizione, ma a garantire un valore assoluto, il merito. Per ottenere il merito quindi, si scervellano per trovare la formula magica. Il merito non è un valore morale, ma una semplice conseguenza della competizione. Come può un&#8217;università, un corso di Laurea o un docente essere riconosciuto come il migliore, se non c&#8217;è competizione, se il valore del titolo equipara tutti e tutto? Per altri l&#8217;abolizione del titolo è un attentato all&#8217;eguaglianza. Per questi ultimi la competizione genera diseguaglianza. Stiano tranquilli, è esattamente il contrario, perchè una volta competitive le università migliori ricercherebbero talenti e studenti migliori a prescindere dal reddito di partenza. Piuttosto è il sistema attuale, imbrigliato, che genera diseguaglianze negando ai meritevoli di qualunque fascia sociale di esprimere talento e diversità. </p>
<p>Che senso hanno i concorsi? Università libere di competere sono libere di scegliere i propri docenti, giovani o anziani, bravi o incapaci. A loro volta, docenti e ricercatori saranno liberi di scegliere verso quale Università indirizzarsi. Per farlo dovranno esprimere il meglio. Non dovrà essere lo Stato a scegliere, tramite regole bizantine. </p>
<p>L&#8217;università non dovrà più essere inoltre una realtà a se stante, ma fortemente calata nella realtà sociale ed economica del paese. Per questo gli istituti di credito dovranno annoverare tra i propri servizi la possibilità di finanziare la carriera universitaria degli studenti che ne fanno richiesta, oltre che l&#8217;acquisto di case, auto, barche e calciatori. Imprese grandi e piccole dovranno smettere di lamentarsi della situazione disastrosa delle accademie, cominciando a collaborare proattivamente con quei corsi e dipartimenti che si dimostreranno più interessanti. Solo così l&#8217;Università potrà rispondere &#8220;ai bisogni concreti del mondo&#8221;.  </p>
<p>Non è così difficile. Abbiamo due modelli dinamici davanti a noi, da cui imparare, quello anglosassone americano e quello scandinavo. Sono modelli che si fondano su un sistema  finanziario molto diverso, privato il primo (anche per le università pubbliche), pubblico il secondo (anche se ricerca e interi dipartimenti sono spesso sostenuti dai privati). Eppure i risultati sono molto simili perchè entrambi hanno un fattore in comune: la libertà di competere, &#8220;Non ordine, non gerarchia, non uniformità, non regolamentazione, non valore legale dichiarato dallo stato; ma disordine, varietà, mutabilità, alegalità dei diplomi variamente stilati che ogni sorta di scuole, collegi, università rilascia, per l&#8217;autorità che formalmente deriva bensì, e non sempre, da un diploma regio, da una carta di incorporazione; ma diplomi e carte non sono nulla di più e forse parecchio di meno dei decreti di riconoscimento di corpi morali, di associazioni filantropiche, di enti più o meno economici, di personalità giuridiche con contenuto variabile, i quali sono firmati ogni anno in Italia da ministri e da presidenti di repubblica e non hanno di fatto alcun ulteriore, come era la terminologia d&#8217;un tempo, tratto di conseguenza.&#8221; (Einaudi, 1955). </p>
<p><em>*Professore Aggiunto John Cabot University</em></p>
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		<title>Silvio Berlusconi</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/aperitivo-liberale/silvio-berlusconi/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 07:42:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Aperitivo liberale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di SALVATORE ITALIA</p>
<p>Il Cavaliere ormai ha un solo alleato sincero: il suo popolo.<br />
La sinistra radicale l’ha odiato sin dall’inizio.<br />
Il PD è sempre stato mezzo e mezzo. Vorrebbe “fargli la pelle”, ma senza prenderne il posto, d’altronde è noto come i comunisti si sentissero a proprio agio all’opposizione consociativa. Dentro il PD c’è chi respira idee nuove, penso a Renzi, Ciwati e agli altri giovani dirigenti illuminati, ma per vederli in prima fila è presto. La direzione del partito è ancora incardinata sui meccanismi dell’ancien regime.<br />
Di Pietro ha scatenato l’inferno sul Cavaliere, ha sposato gli “anti-politca” di Grillo e dei movimentisti ed oggi è quello che a “est” vince di più, e a mani basse.<br />
Casini ora può prendere la sua rivincita per non essere salito in corsa sul predellino. </p>
<p>Pierferdy ha “ucciso il padre” emancipandosi dalla condizione di figlio o forse più semplicemente, non si è rassegnato a veder ricamato sulla&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di SALVATORE ITALIA</p>
<p>Il Cavaliere ormai ha un solo alleato sincero: il suo popolo.<br />
La sinistra radicale l’ha odiato sin dall’inizio.<br />
Il PD è sempre stato mezzo e mezzo. Vorrebbe “fargli la pelle”, ma senza prenderne il posto, d’altronde è noto come i comunisti si sentissero a proprio agio all’opposizione consociativa. Dentro il PD c’è chi respira idee nuove, penso a Renzi, Ciwati e agli altri giovani dirigenti illuminati, ma per vederli in prima fila è presto. La direzione del partito è ancora incardinata sui meccanismi dell’ancien regime.<br />
Di Pietro ha scatenato l’inferno sul Cavaliere, ha sposato gli “anti-politca” di Grillo e dei movimentisti ed oggi è quello che a “est” vince di più, e a mani basse.<br />
Casini ora può prendere la sua rivincita per non essere salito in corsa sul predellino. </p>
<p>Pierferdy ha “ucciso il padre” emancipandosi dalla condizione di figlio o forse più semplicemente, non si è rassegnato a veder ricamato sulla maglia quell’eterno numero tre.<br />
Ma le scorse elezioni non sono state un gran trionfo ed ecco nascere il Partito della Nazione, che però messo così come sta non ha grandi chance e tanto sa di malizioso maquillage.</p>
<p>Fini ora ha smesso di inseguire la logica e ha dato retta alla sua anima.<br />
Del resto non tutto in politica è calcolo, altrimenti avrebbe sbagliato di parecchio a costituire anzitempo una struttura parallela e antagonista a quella del Presidente del Consiglio e a farsi prendere al mano da questa sua posizione avanzata sino a scivolare nel manifesto tradimento del Capo. In verità la maggior parte delle scelte sono fatte con lo stomaco, e la logica nulla può di più che ordinare le cose in esatte metà di ragioni, poi spetterà alle emozioni scegliere. </p>
<p>E credo proprio che il nostro Gianfranco ne avesse le tasche piene di sentirsi messo all’angolo come se fosse uno scolaretto irrequieto.<br />
Comunque sia, la sua mossa è il tassello sottratto che scompone il mosaico della Pax Berlusconiana e cancella l’equilibrio delicato con la Lega. Bossi, oggi, giura alle sue truppe che il federalismo si fa solo con Berlusconi, perché gli altri non lo vogliono. Ma sa che solo con il PDL epurato dai finiani non può vincere, e se le elezioni dovessero andare male dovrà dire addio al suo sogno padano, perché le leggi non si fanno all’opposizione.</p>
<p>Per cui è chiaro, a Berlusconi resta solo il suo popolo.<br />
Questa è la fine di un’era. Oramai l’odio verso il Cavaliere ha riempito tutta la scena politica.<br />
La congiura è pronta, a settembre le lame usciranno da sotto le toghe laticlavie e sarà crisi. Ma non avremo un altro Cesare. Egli non cadrà sotto i colpi dei suoi figli e figliastri, perché “i gatti cascano sempre in piedi”. </p>
<p>Silvio Berlusconi durante il suo mandato ultra-decennale ha disegnato una nuova Italia che può non piacere a molti, ma di cui noi della III Repubblica saremo sempre figli. E i figli somigliano sempre ai padri. </p>
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		<item>
		<title>Tarak Ben Ammar, il magnate del cinema mondiale</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/economia-e-ambiente/tarak-ben-ammar-il-magnate-del-cinema-mondiale/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 10:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.liberalcafe.it/?p=1487</guid>
		<description><![CDATA[<p>di CHIARA MARIA LÉVÊQUE*</p>
<p>Che la Tunisia sia una scenografia naturale sono in molti a dirlo, ma rendere davvero il Paese teatro delle migliori opere cinematografiche mondiali sarebbe parsa un’impresa ardua per chiunque, tranne che per lui. Tarak Ben Ammar, di madre francese e padre tunisino (primo ambasciatore in Italia), ha avuto il merito di riuscire a rendere il sogno realtà. </p>
<p>Dopo una adolescenza italiana e una laurea negli Stati Uniti, il giovane imprenditore decide di partire alla ventura, senza denaro e senza contatti, per presentare al mondo le incredibili possibilità offerte dalla Tunisia in ambito cinematografico, azione che intraprende come una missione morale per promuovere il proprio Paese agli occhi dell’intero pianeta. </p>
<p>Diffondendo lo slogan «Venite a vedere questo paese politicamente stabile, accogliente, dove non ci sono fanatici, con una straordinaria scenografia naturale vicino all&#8217;Europa e un&#8217;infrastruttura alberghiera sviluppata» in pochi anni Tarak Ben Ammar riesce nel miracolo.<br />
Avviata la costruzione&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di CHIARA MARIA LÉVÊQUE*</p>
<p>Che la Tunisia sia una scenografia naturale sono in molti a dirlo, ma rendere davvero il Paese teatro delle migliori opere cinematografiche mondiali sarebbe parsa un’impresa ardua per chiunque, tranne che per lui. Tarak Ben Ammar, di madre francese e padre tunisino (primo ambasciatore in Italia), ha avuto il merito di riuscire a rendere il sogno realtà. </p>
<p>Dopo una adolescenza italiana e una laurea negli Stati Uniti, il giovane imprenditore decide di partire alla ventura, senza denaro e senza contatti, per presentare al mondo le incredibili possibilità offerte dalla Tunisia in ambito cinematografico, azione che intraprende come una missione morale per promuovere il proprio Paese agli occhi dell’intero pianeta. </p>
<p>Diffondendo lo slogan «Venite a vedere questo paese politicamente stabile, accogliente, dove non ci sono fanatici, con una straordinaria scenografia naturale vicino all&#8217;Europa e un&#8217;infrastruttura alberghiera sviluppata» in pochi anni Tarak Ben Ammar riesce nel miracolo.<br />
Avviata la costruzione dei primi studi cinematografici del Nord Africa, i clienti non si fanno attendere e il successo è clamoroso. Vengono girati in Tunisia i celeberrimi “Gesù di Nazareth”, “Guerre Stellari” e “I Predatori dell&#8217;Arca Perduta”. Il magnate delle immagini produce direttamente i “Pirati” di Roman Polanski, “La Traviata” di Franco Zeffirelli e distribuisce “The Passion” di Mel Gibson. Oltre a loro, si affidano alla sua abilità anche Steven Spielberg, Stanley Donen, Francesco Rosi, Roberto Rossellini, Terry Gilliam, George Lucas, Henri Verneuil, Luigi Comencini, Mario Monicelli e Brian de Palma. </p>
<p>Nel 1996/1997 Tarak Ben Ammar si lancia nell’organizzazione della tournée mondiale di Michael Jackson di cui produce, in collaborazione con la Sony, il suo ultimo disco, “Blood on the Dance Floor”.<br />
Ma è con l’Italia che Tarak Ben Ammar intrattiene i legami più stretti. Si tratta di una questione affettiva, come dichiara sul suo sito internet ufficiale: «Adoro l&#8217;Italia, ho un&#8217; amicizia con Berlusconi da 25 anni, ho ruoli importanti in alcune grosse società, è una nazione che capisco, un popolo che mi piace. Mi trovo bene». </p>
<p>E, sempre a firma sua, esce il brillante “Basilicata coast to coast” che, costato 2,4 milioni di euro, ne ha incassato fin da subito più di 3 milioni.<br />
«Con gli studi di Hammamet e di Ben Arous, siamo a capo di una catena di fabbricazione. La persona che viene a girare qui se ne va praticamente con il film sotto braccio! O almeno con le prime stampe», ha dichiarato Tarak Ben Ammar il quale, più di tutto, è fiero di essere riuscito a far venire il Nord al Sud. Giuseppe Tornatore compreso, il quale ha girato qui il suo capolavoro “Baarìa”. </p>
<p>Ma non è solo nel cinema che affondano le radici del legame con l’Italia. Nel 1990 Ben Ammar dà vita, insieme a Mediaset, alla “Quinta Communications”, colosso dei servizi per i media che attualmente detiene il maggiore gruppo francese di produzione cinematografica e il 25% della Lux Vide, società italiana produttrice di fiction televisive di successo come quelle  dedicate alla Bibbia, a Madre Teresa di Calcutta, a Soraya, agli imperatori Augusto e Nerone, a San Pietro, e a Giovanni Paolo II. </p>
<p>Nel 1994 è la volta della RAI, con la quale stipula un accordo per la diffusione in Nord e Sud America, oltre che in Australia, di RAI International; nel 1995 coordina l’ingresso della cordata Leo Kirsch - Nethold - Principe Al Walid in Mediaset, di cui diviene consigliere.<br />
Ed è proprio la televisione la nuova frontiera esplorata da Tarak Ben Ammar il quale, negli ultimi anni, ha acquisito insieme a Silvio Berlusconi il canale televisivo Nessma tv, che darà la possibilità da un lato a Ben Ammar di inserirsi nel digitale terrestre italiano e dall’altro, a Mediaset di raggiungere i mercati arabi. Nessma tv può essere considerata un primo esperimento di successo di fusione culturale, grazie all’impostazione tradizionale araba condita da un palinsesto di ispirazione decisamente occidentale, con serie tv quali Lost, Cold Case, CSI, Grace Anatomy e Desperate Housewives e programmi di intrattenimento come “Qui veut gagner des millions”, versione magrebina di “Chi vuol essere milionario” che, presentata da Tarek Ben Ammar durante la scorsa edizione del Milano Med Forum, ha strappato non pochi applausi al pubblico presente in sala. </p>
<p>* Centro di Promozione delle Esportazioni della Tunisia - Delegazione Generale in Italia</p>
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		<title>Sguardi e voci giovani sull’Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 09:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura e Societa']]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di CLAUDIANA DE CESARE</p>
<p>La mostra “Sguardi e voci giovani sull’Europa”, ospitata fino al 30 luglio dall’Accademia Reale di Spagna a Roma e allestita nel chiostro cinquecentesco dell’ex convento in piazza San Pietro in Montorio, sarà presto presentata anche in Spagna e in altre città italiane. Il progetto è stato realizzato in maniera congiunta dalle istituzioni culturali spagnole dipendenti dall’Ambasciata a Roma, che hanno lavorato al fine di offrire agli spettatori un’espressione originale degli ideali e degli obiettivi dell’Unione Europea attraverso l’esposizione di 27 immagini e altrettanti testi realizzati da giovani artisti dei paesi membri.<br />
A ciascuna delle 27 nazioni è stato chiesto di selezionare una poesia e una foto, dando come unica indicazione la parola “Europa”, senza altri condizionamenti o vincoli. La risposta ottenuta – interessante, accattivante, variopinta e stimolante – è il risultato di uno sguardo originale e trasversale, di un viaggio artistico e virtuale sugli stati europei, rappresentati nella&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di CLAUDIANA DE CESARE</p>
<p>La mostra “Sguardi e voci giovani sull’Europa”, ospitata fino al 30 luglio dall’Accademia Reale di Spagna a Roma e allestita nel chiostro cinquecentesco dell’ex convento in piazza San Pietro in Montorio, sarà presto presentata anche in Spagna e in altre città italiane. Il progetto è stato realizzato in maniera congiunta dalle istituzioni culturali spagnole dipendenti dall’Ambasciata a Roma, che hanno lavorato al fine di offrire agli spettatori un’espressione originale degli ideali e degli obiettivi dell’Unione Europea attraverso l’esposizione di 27 immagini e altrettanti testi realizzati da giovani artisti dei paesi membri.<br />
A ciascuna delle 27 nazioni è stato chiesto di selezionare una poesia e una foto, dando come unica indicazione la parola “Europa”, senza altri condizionamenti o vincoli. La risposta ottenuta – interessante, accattivante, variopinta e stimolante – è il risultato di uno sguardo originale e trasversale, di un viaggio artistico e virtuale sugli stati europei, rappresentati nella loro complementarità e nelle reciproche differenze: attraverso le opere dei giovani artisti, flussi emozionali generati da ognuno dei 27 paesi si ricongiungono in un unico nucleo di coesione in cui convivono armonicamente specificità e reciprocità di intenti, identità e legami.</p>
<p>L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e le attuali circostanze socio-economiche internazionali costituiscono la cornice entro cui la Spagna ha svolto la sua presidenza UE: un periodo denso di interesse per la nazione iberica, che si è accostata al proprio semestre di turno con l’intento di apportare un contributo nazionale importante ed incisivo all’Unione nel suo complesso.<br />
 In ambito culturale, questa volontà si è tradotta anche nell’organizzazione di una ricca varietà di esposizioni, concerti, incontri, in cui discutere delle radici culturali dell’Europa, delle sue impronte nel mondo e delle tematiche affini. </p>
<p>Oggi, in conseguenza della crisi finanziaria globale, ci troviamo in una fase delicata della storia della costruzione europea. Secondo Luis Calvo Merino, Ambasciatore di Spagna in Italia, è proprio in questo momento che il terreno della nostra cultura “dovrebbe essere innalzato a sostegno e consolidamento dell’ambizioso progetto avviato decenni or sono”. Grazie alla cultura, infatti, i cittadini europei saranno in grado di conoscere meglio i loro rispettivi paesi e “di rinnovare la loro volontà di avanzare verso un’Unione Europea più forte, più solida e con un maggiore protagonismo politico”.</p>
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		<title>This story is not ready for its footnotes</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 08:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura e Societa']]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di CLAUDIANA DE CESARE</p>
<p>Una mostra per riflettere sulla società contemporanea. Quattordici artisti internazionali che raccontano l’uomo oggi, utilizzando l’arte, con le sue potenzialità narrative, come strumento di osservazione sociale e politica. Tutto questo è “This story is not ready for its footnotes”, l’esposizione curata da Camilla Pignatti Morano e Pelin Uran che ha aperto le danze il 20 maggio ed è giunta al terzo ed ultimo episodio.<br />
Nel primo appuntamento (20 maggio-19 giugno), sono state analizzate le tematiche su cui la società contemporanea, moderna e razionale, non si sofferma: il fraintendimento, il surreale, l’assurdo, le insoddisfazioni dell’individuo,  le parti inaccettabili degli esseri umani che emergono come proiezioni psicologiche e permeano la vita di ognuno di noi, inconsapevolmente.  </p>
<p>Nel secondo episodio (23 giugno - 17 luglio 2010), è stato messo in primo piano il potenziale del racconto come mezzo di critica alla vita sociale e politica: un tentativo di lettura, in contrasto&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di CLAUDIANA DE CESARE</p>
<p>Una mostra per riflettere sulla società contemporanea. Quattordici artisti internazionali che raccontano l’uomo oggi, utilizzando l’arte, con le sue potenzialità narrative, come strumento di osservazione sociale e politica. Tutto questo è “This story is not ready for its footnotes”, l’esposizione curata da Camilla Pignatti Morano e Pelin Uran che ha aperto le danze il 20 maggio ed è giunta al terzo ed ultimo episodio.<br />
Nel primo appuntamento (20 maggio-19 giugno), sono state analizzate le tematiche su cui la società contemporanea, moderna e razionale, non si sofferma: il fraintendimento, il surreale, l’assurdo, le insoddisfazioni dell’individuo,  le parti inaccettabili degli esseri umani che emergono come proiezioni psicologiche e permeano la vita di ognuno di noi, inconsapevolmente.  </p>
<p>Nel secondo episodio (23 giugno - 17 luglio 2010), è stato messo in primo piano il potenziale del racconto come mezzo di critica alla vita sociale e politica: un tentativo di lettura, in contrasto con la visione convenzionale della realtà, volto a sottolineare quanto l’informazione banalizzi la conoscenza dei fatti.<br />
Nella terza e ultima fase, in mostra fino al 16 settembre, con una pausa dal 30 luglio al 7 settembre, racconta l’irrequietudine dell’uomo contemporaneo, attraverso le opere di Danilo Correale, Rossella Biscotti, Ali Kazma, Bettina Wind e Alexandra Ferreira. </p>
<p>Il titolo dell’esposizione – “This story is not ready for its footnotes” – individua il fine ultimo della mostra: creare una rottura rispetto alla consueta lettura del presente e stimolare nello spettatore non tanto una reazione critica, bensì un atteggiamento di osservazione e libera interpretazione dei fatti. Tutti i video denotano, infatti, un’identità documentaristica e sperimentale, ma sono privi di qualsiasi valutazione o condizionamento visivo. Una sorta di invito ad una intima riflessione sul nostro tempo in cui, troppo spesso, la fluidità delle immagini opera un coinvolgimento rapido, sbrigativo, frenetico. La visione dei quattro video, grazie proprio alla lentezza delle sequenze, unita alla cruda bellezza di ogni fotogramma, si offre allo spettatore come un’occasione di sospensione,  un modo per riflettere e appropriarsi dei contenuti veicolati. </p>
<p>Come accennato, in questo ultimo appuntamento, il focus è l’uomo contemporaneo. Egli è il soggetto che vive, si muove, lavora in ambientazioni impersonali, asettiche; è analizzato nel suo frenetico bisogno di tenere tutto sotto controllo ed è messo costantemente in relazione con l’industrializzazione, l’impresa, l’architettura e la natura. Tutte le opere in visione sono infatti sottilmente legate dal filo rosso del lavoro, della manodopera, della produzione, della fatica, degli strumenti della società contemporanea. </p>
<p>Lo spettatore, avvolto nelle sinuose e ondeggianti pareti bianche dello spazio dell’Ex-Elettrofonica, si ritrova ad osservare momenti del ciclo produttivo, a volte alienanti, ripetitivi, estremamente diluiti, scanditi da suoni metallici e vibrazioni cadenzate, altre volte frenetici e assordanti, composti da azioni incomprensibili. Il ritmo dettato dalla logica ferrea della catena di montaggio in una fabbrica turca che produce jeans; rapide sequenze di gesti, mani, dita che scorrono veloci; donne e uomini che diventano un tutt’uno con i macchinari industriali; immagini che svelano l’importanza delle micro attività della vita quotidiana a cui solitamente non si presta attenzione. Queste immagini catturano lo spettatore e gli consentono di indagare intimamente il significato del lavoro, delle attività umane e della produzione dei beni di consumo nella nostra società. La narrazione, il coinvolgimento, l’impatto delle immagini, permettono di riattivare una memoria collettiva e di dar voce a storie personali, a eroi muti che sono scomparsi nei luoghi di produzione e in alcuni meccanismi inesorabili della società contemporanea.</p>
<p> Danilo Correale, StoryCrafter, 2010</p>
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		<title>Divorzio all&#8217;italiana</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/aperitivo-liberale/divorzio-allitaliana/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 14:28:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Aperitivo liberale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di BRUNO POGGI</p>
<p>E così è avvenuto: il divorzio tra Berlusconi e Fini è ormai cosa fatta. Meno male, perché di questo tormentone proprio non se ne poteva più. Da mesi il Parlamento era bloccato da questa querelle tra primedonne, ed anche l’azione del Governo (che già non brilla di suo per spirito riformatore) ne risentiva. Naturalmente ci sono gli inevitabili strascichi: Berlusconi che, pensando di essere il Presidente degli Stati Uniti, invoca le dimissioni di Fini da Presidente della Camera dimenticando che<br />
viviamo ancora in una Repubblica Parlamentare (parlamentare Presidente Berlusconi non presidenziale….). </p>
<p>Dall’altra Dario Franceschini che, a nome del PD, sostiene il contrario e cioè che Fini (pur non votato dal suo partito) non deve dimettersi in quanto è espressione del Parlamento e non del PdL. E il bello è che c’ha pure ragione; solo si dimentica l’On. Franceschini che, quando Rutelli uscì dal PD, il suo partito pretese le&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di BRUNO POGGI</p>
<p>E così è avvenuto: il divorzio tra Berlusconi e Fini è ormai cosa fatta. Meno male, perché di questo tormentone proprio non se ne poteva più. Da mesi il Parlamento era bloccato da questa querelle tra primedonne, ed anche l’azione del Governo (che già non brilla di suo per spirito riformatore) ne risentiva. Naturalmente ci sono gli inevitabili strascichi: Berlusconi che, pensando di essere il Presidente degli Stati Uniti, invoca le dimissioni di Fini da Presidente della Camera dimenticando che<br />
viviamo ancora in una Repubblica Parlamentare (parlamentare Presidente Berlusconi non presidenziale….). </p>
<p>Dall’altra Dario Franceschini che, a nome del PD, sostiene il contrario e cioè che Fini (pur non votato dal suo partito) non deve dimettersi in quanto è espressione del Parlamento e non del PdL. E il bello è che c’ha pure ragione; solo si dimentica l’On. Franceschini che, quando Rutelli uscì dal PD, il suo partito pretese le dimissioni dell’ex Vice-Presidente del Consiglio dalla carica di Presidente del Copasir ossia dell’ente preposto al controllo dei servizi segreti che non mi risulta essere prerogativa del Partito Democratico ma del Parlamento. Come il Presidente della Camera. E allora perché Rutelli sì e Fini no?</p>
<p>Intendiamoci, lo sbaglio è stato fatto con Rutelli ma è una caratteristica della sinistra italiana quella di ergersi a difensori delle regole……da applicare agli altri!<br />
Per loro, non si sa perché, le stesse regole non valgono mai o si devono applicare delle eccezioni.</p>
<p>Fini, dal canto suo, se ne guarda bene di far cadere il Governo visto che, in caso di elezioni anticipate, non avrebbe probabilmente i voti per rieleggere sé stesso e continuerà la sua opera di logoramento nei confronti di Berlusconi il quale è tentato di andare ad elezioni anticipate ma, con la legge attuale, non sarebbe in grado di ottenere la maggioranza dei seggi al Senato. A meno che non si allei con l’UDC facendo una riedizione dell’alleanza del 2001.</p>
<p>Ma allora, mi chiedo, per quale motivo il partito di Casini è stato escluso due anni fa dall’alleanza con il PdL? E perché bisogna votare ogni due anni, in continua emergenza di “scelte di campo” che dovrebbero produrre importanti cambiamenti e che invece continuano a produrre instabilità tant’è che un osservatore attento e intelligente come Giuliano Ferrara si chiede, sul “Corriere” di oggi”: “l’anomalia Berlusconi ha prodotto delle cose importanti, ma ha ancora delle cose da dire al Paese?”. </p>
<p>Personalmente credo di no, è la riprova è che in questo “divorzio all’italiana” (perché non è escluso che Berlusconi e Fini si rimettano insieme in futuro) quello di cui non si parla è il futuro dell’Italia, del fatto che i giovani non trovano lavoro, che siamo un paese bloccato e diseguale, che molti non riescono più a tirare avanti con 1.200 euro al mese, che stiamo perdendo competitività su tutti i fronti. In questa crisi c’è solo la smania di Fini (che dopo aver sostenuto, da protagonista, per oltre 15 anni questo sistema politico traendone enormi benefici anche personali, oggi si atteggia ad “politico antisistema”), le battute da piazzista di Berlusconi, l’inconsistenza penosa di Bersani, la rabbia iconoclasta di Di Pietro, la vacuità di Casini. </p>
<p>E le riforme, il cambiamento, la rivoluzione liberale? Sono come l’Araba Fenice “che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”. A questo punto è’ sempre più chiaro che l’unica possibilità di rinascita per il nostro paese risiede nella capacità dei cittadini di organizzare un contropotere democratico che scardini tutto questo. In assenza del quale rischiamo, è non è un esagerazione, di sprofondare nel baratro di una crisi senza fine.</p>
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		<title>Elettori e fiction politica</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di DANIELA BAVUSO*</p>
<p>Croce e delizia della politica e della democrazia, il comportamento di voto dell’elettorato, scarsamente sofisticato e politicamente marginale, pesa sempre di più sulla possibilità dei gruppi politici di ritagliarsi un posto negli equilibri decisionali del Paese. E’ innegabile che, da quando il crollo delle appartenenze politiche ha abbandonato l’elettorato di fronte all’arduo compito di ricostruire da sé il legame tra  cittadino e politica, che gli permetteva di informarsi direttamente e di interpretare un sistema così complesso come quello della politica, e quindi in balia di rapporti di fedeltà leggera verso i partiti - agevolati dai continui riposizionamenti  degli stessi sull’asse destra-sinistra, con contestuale formazione di governi di coalizione fondati su contingenti e apparenti obiettivi comuni -,  le capacità interpretative dell’elettorato sono andate in parte perse, finite in fondo ad un fiume di notizie create spesso ad hoc, nell’ordine, per: insabbiare altre questioni, tastare il terreno – e il&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di DANIELA BAVUSO*</p>
<p>Croce e delizia della politica e della democrazia, il comportamento di voto dell’elettorato, scarsamente sofisticato e politicamente marginale, pesa sempre di più sulla possibilità dei gruppi politici di ritagliarsi un posto negli equilibri decisionali del Paese. E’ innegabile che, da quando il crollo delle appartenenze politiche ha abbandonato l’elettorato di fronte all’arduo compito di ricostruire da sé il legame tra  cittadino e politica, che gli permetteva di informarsi direttamente e di interpretare un sistema così complesso come quello della politica, e quindi in balia di rapporti di fedeltà leggera verso i partiti - agevolati dai continui riposizionamenti  degli stessi sull’asse destra-sinistra, con contestuale formazione di governi di coalizione fondati su contingenti e apparenti obiettivi comuni -,  le capacità interpretative dell’elettorato sono andate in parte perse, finite in fondo ad un fiume di notizie create spesso ad hoc, nell’ordine, per: insabbiare altre questioni, tastare il terreno – e il polso dell’opinione pubblica-, sfruttare il clima di opinione più o meno favorevole tipico dei momenti di rumore.  I classici punti di riferimento dell’elettore senza appartenenza si sono smantellati, sono cambiati e la sua pigrizia l’ha portato ad un approccio superficiale alle tematiche di attualità e politica in generale. </p>
<p>Il risultato più evidente di questo è che l’elettore moderno si affida sempre di più alla finzione della politica, alla versione volgare della politica, alla politica confezionata apposta per lui ed ai suoi contenuti allungati con l’intrattenimento. Ed ecco allora affermarsi quella comunicazione politica che ha come ingredienti principali il populismo e le promesse, e che contribuisce a mantenere l’elettore in equilibrio tra “cittadinanza sottile” e reticenza vera e propria, rendendolo un elettore monitorante e la sua partecipazione intermittente, diviso tra inerzia e gratuità della critica: siamo di fronte ad un fenomeno tuttavia ineliminabile ed inevitabile per necessità; potrebbe esserci, infatti, di peggio: la crisi della partecipazione alla vita pubblica, la crisi del civismo.</p>
<p>E da qui, via libera alla nuova espressività dell’informazione politica, tra autoreferenzialità banalizzante del sistema (che incontra l’elettore a metà mentre questo percorre la sua scorciatoia cognitiva), e  chicche che solleticano il cinismo tanto diffuso e la curiosità di  coloro che la politica la spiano dal buco della serratura.<br />
Quella che è assolutamente certa è la sterilità dell’approccio di chi questa realtà la osserva da lontano e la giudica, senza soffermarsi sulle cause e sul valore dei fenomeni che più di tutti rappresentano questo nuovo stile espressivo e senza soffermarsi sui perché: perché, ad esempio, in un momento di crisi economica e sociale l’elettore continua a preferire lo spettacolo della politica alla realtà della stessa, nonostante si dichiari disilluso e  pervaso dal  senso di inefficacia, invece di pretendere quella che in altri tempi avremmo chiamato “serietà”, “sobrietà”, “dignità” e invece di pretendere quell’informazione che ormai è considerata alla stregua di un prodotto di lusso? Perché l’elettore in cerca di risposte nel quotidiano si accontenta di quello che percepisce come un artefatto? Che si tratti di consapevolezza sottile? E quale sarà la valvola di sfogo di questo sistema?</p>
<p>E allora interrogarsi sui fenomeni della comunicazione politica e sulle loro evidenze,  senza sottovalutarne la portata e il senso, diventa sicuramente qualcosa che deve precedere la scelta di cavalcarne l’onda&#8230; anche quando si è nell’imminenza della campagna elettorale… l’obiettivo? evitare la deriva nella deriva.</p>
<p>*<a href="www.spinningpolitics.wordpress.com" target="_blank" alt="Spinning Politics" title="Spinning Politics">Spinning Politics blog</a><br />
<a href="http://www.spinningpolitics.it" target="_blank" alt="Spinning Politics" title="Spinning Politics">Spinning Politics</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Cos’è Eyjafjallajökull?</title>
		<link>http://www.liberalcafe.it/index.php/politica-interna/cos%e2%80%99e-eyjafjallajokull/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di MARINA RIPOLI</p>
<p>Il 16, 17 e 18 luglio 2010 si è svolta a Bari una tre giorni vendoliana, ovvero gli Stati Generali delle Fabbriche di Nichi, un appuntamento per tutte le persone, i gruppi, le associazioni, i collettivi interessati al progetto della Fabbrica, ma anche un luogo in cui ragionare sul mondo e sulla politica del futuro. Questa la mission dell’evento espressa sul sito web di Vendola, dal titolo:  “<a href="http://fabbrica.nichivendola.it/eyjafjallajokull/intro/" target="_blank" alt="Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica" title="Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica">Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica</a>”. Il Governatore pugliese sceglie il nome del noto vulcano Islandese che a marzo 2010 ha bloccato l’Europa, per creare un parallelo tra la superiorità della potenza della natura sugli equilibri economici europei e le potenzialità “rivoluzionarie” che possono avere le Fabriche di Nichi in un progetto di stravolgimento degli attuali equilibri politici.</p>
<p>Dal punto di vista della comunicazione politica e dell’organizzazione di eventi politico-mediatici - come quello di cui parliamo in questo articolo – ciò che&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di MARINA RIPOLI</p>
<p>Il 16, 17 e 18 luglio 2010 si è svolta a Bari una tre giorni vendoliana, ovvero gli Stati Generali delle Fabbriche di Nichi, un appuntamento per tutte le persone, i gruppi, le associazioni, i collettivi interessati al progetto della Fabbrica, ma anche un luogo in cui ragionare sul mondo e sulla politica del futuro. Questa la mission dell’evento espressa sul sito web di Vendola, dal titolo:  “<a href="http://fabbrica.nichivendola.it/eyjafjallajokull/intro/" target="_blank" alt="Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica" title="Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica">Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica</a>”. Il Governatore pugliese sceglie il nome del noto vulcano Islandese che a marzo 2010 ha bloccato l’Europa, per creare un parallelo tra la superiorità della potenza della natura sugli equilibri economici europei e le potenzialità “rivoluzionarie” che possono avere le Fabriche di Nichi in un progetto di stravolgimento degli attuali equilibri politici.</p>
<p>Dal punto di vista della comunicazione politica e dell’organizzazione di eventi politico-mediatici - come quello di cui parliamo in questo articolo – ciò che ci interessa analizzare sono le scelte creative, collegate ovviamente agli obiettivi politici del candidato e alla risposta alle esigenze del target di riferimento a cui si rivolge.<br />
Prima di proseguire nella nostra analisi è bene fare un passo indietro e ricordare quali sono le linee della comunicazione politica del Governatore della Puglia nelle ultime elezioni regionali.<br />
Nichi Vendola e il suo team si sono distinti per una comunicazione innovativa rispetto agli altri candidati non solo della regione pugliese, ma anche di tutto il territorio italiano. Innovative sono state, infatti, la copy strategy, le scelte nell’ambito del grafic design e della media strategy, il tutto a partire da un concept interessante e originale, cucito sulle caratteristiche del candidato.<br />
Come ben ricorderete, si tratta della campagna “<a href="http://spinningpolitics.wordpress.com/2010/02/10/vendola/" target="_blank" alt="La poesia è nei fatti" title="La poesia è nei fatti">La poesia è nei fatti</a>”.<br />
Dopo le elezioni regionali, la comunicazione di Vendola non ha abbandonato lo stile colorato e “poetico” che ormai lo caratterizza e lo ha declinato anche nelle sue nuove iniziative. La poesia del suo linguaggio, però, non nasconde le problematiche politiche e l’emergenza sociale che il Paese sta attraversando. Anzi, il fenomeno delle “<a href="http://fabbrica.nichivendola.it/" target="_blank" alt="Fabbriche di Nichi" title="Fabbriche di Nichi">Fabbriche di Nichi</a>” rappresenta una diffusione del suo messaggio di riscossa della buona politica proveniente dal basso, e l’evento di luglio celebra proprio tale spinta partecipativa, simbolo di nuove forme di aggregazione volontaria.<br />
Interessante la scelta di denominare la tre giorni “Stati Generali”, in quanto con questa definizione si fa riferimento alle assemblee rappresentative della società che avevano la funzione di limitare il potere monarchico e che si riunivano solo in caso di pericoli imminenti per il Paese. Ancora più curiosa la scelta del nome del vulcano islandese - l’esempio europeo dello “sterminator vesevo” leopardiano - per rappresentare la tre giorni delle fabbriche. La natura che mette sotto scacco il vecchio continente. Il desiderio che la buona politica metta sotto scacco i vecchi continenti della cattiva politica.<br />
Ecco un evento ben orchestrato, lanciato come una manifestazione auto-organizzata dai volontari delle Fabbriche e infine utilizzato come occasione per presentare l’autocandidatura di Nichi Vendola. Ecco l’eruzione! Non solo il magma delle buone idee della <a href="http://fabbrica.nichivendola.it/fabbricamp/" target="_blank" alt="Fabbriche di Nichi" title="Fabbriche di Nichi">FabbriCamp</a>, ma anche l’esplosione che tanti aspettavano da un po’ di tempo.<br />
“<strong>Eyjafjallajökull</strong>” è il passaggio, forse un po’ affrettato, dalla Puglia migliore, slogan delle regionali, a un nuovo progetto: quello di una Italia migliore!<br />
Temo, però, che i consulenti politici di Nichi Vendola, debbano continuare a lavorare bene, e ancora meglio, per far sì che “le maree nere petrolifere” degli interessi di questo Paese non siano più forti dell’eruzione vendoliana.</p>
<p>*<a href="www.spinningpolitics.wordpress.com" target="_blank" alt="Spinning Politics" title="Spinning Politics">Spinning Politics blog</a><br />
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		<title>Nichi Vendola: un’altra minaccia per il Pd?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 08:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>[redazione]</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di LUCA CHECOLA*</p>
<p>In questi giorni Nichi Vendola ha praticamente ufficializzato la sua candidatura alle primarie del centrosinistra che decreteranno il prossimo candidato premier e, da subito tutti (o quasi) nel Pd si sono scatenati con considerazioni più o meno appropriate.<br />
Tra i tanti dubbi che Vendola ha creato, c’è una verità inconfutabile: sta dettando l’attuale agenda politica, offuscando, almeno per una volta, anche Silvio Berlusconi.</p>
<p>Ma per il Pd Vendola è una minaccia o, al contrario, un valore aggiunto? Se il centrosinistra riuscisse almeno per una volta a rimanere unito sarebbe sicuramente una grande opportunità, almeno per “sparigliare le carte”, ma vista la situazione attuale dell’opposizione, per ora, l’uscita allo scoperto di Vendola sta creando solo grande confusione.<br />
Tra le tante critiche fatte a Vendola c’è quella di aver affrettato troppo i tempi; cosa questa poco importante rispetto alle tematiche e proposte poste proprio dal leader di Sinistra e Libertà. Avrebbe più senso,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di LUCA CHECOLA*</p>
<p>In questi giorni Nichi Vendola ha praticamente ufficializzato la sua candidatura alle primarie del centrosinistra che decreteranno il prossimo candidato premier e, da subito tutti (o quasi) nel Pd si sono scatenati con considerazioni più o meno appropriate.<br />
Tra i tanti dubbi che Vendola ha creato, c’è una verità inconfutabile: sta dettando l’attuale agenda politica, offuscando, almeno per una volta, anche Silvio Berlusconi.</p>
<p>Ma per il Pd Vendola è una minaccia o, al contrario, un valore aggiunto? Se il centrosinistra riuscisse almeno per una volta a rimanere unito sarebbe sicuramente una grande opportunità, almeno per “sparigliare le carte”, ma vista la situazione attuale dell’opposizione, per ora, l’uscita allo scoperto di Vendola sta creando solo grande confusione.<br />
Tra le tante critiche fatte a Vendola c’è quella di aver affrettato troppo i tempi; cosa questa poco importante rispetto alle tematiche e proposte poste proprio dal leader di Sinistra e Libertà. Avrebbe più senso, quindi, se anche il Pd riuscisse ad essere davvero protagonista nella costituzione dell’agenda politica, cercando per esempio di creare un “nuovo” linguaggio proprio come sta facendo Nichi Vendola.</p>
<p>Vendola può ovviamente essere criticato per alcuni suoi punti di vista, ma è sicuramente riuscito a ritagliarsi un suo spazio, a costituire un team qualificato che lo supporta anche con proposte innovative per quello che riguarda la comunicazione politica.</p>
<p>La speranza, quindi, è che anche grazie a Vendola il Pd riesca finalmente a diventare un “contenitore di proposte realmente innovative”.</p>
<p>*<a href="http://www.spinningpolitics.it" target="_blank" alt="Spinning Politics" title="Spinning Politics">Spinning Politics</a></p>
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