Editoriali — 23 June 2010

di ENRICO SAPONARO

L’asticella del pensiero liberale trova oggi un incremento populista, dato da le mille bandiere che lo issano a vessillo politico-culturale. Questo rappresenta nei partiti un evidente necessità di rappresentanza. A guardar bene però, tutti si tengono ben accorti dal fare politiche liberali. Ogni rappresentanza cerca di potersi fregiare d’esser liberale, come se fosse una coccarda da esibire, per aggiudicarsi quella rispettabilità politica che oggi vede profonde defezioni nell’autoreferenzialità concessa dalle consultazioni elettorali.

Certamente è utile ricordare che i partiti di oggi provengono dalle ceneri del pensiero politico italiano, che dai comunisti ai missini trovava identità chiare e ben definite. Nell’attuale rappresentanza parlamentare d’altra parte, non v’è più quell’identità cristallina, che fungeva da valvola di garanzia nell’offrire all’elettorato un chiaro segno di responsabilità politica nell’azione di rappresentanza.

Essere liberale, comporta in primis un’obbligata valutazione di status. Seguendo le riflessioni di Benedetto Croce, si scorgono due categorie di status liberale riferite al to be ed al to do della condizione scelta. Pertanto pare che lo status liberale si divida in una condizione dello spirito od in una azione incisiva del fare. Ahimè Benedetto Croce optò per il to be. Questa scelta condizionò per anni molte coscienze, al punto da creder che l’attività politica fosse condizione non necessaria. L’individualismo più radicato, vicino al pensiero liberale, ha fatto il resto: spezzando ogni rapporto comunicativo riducendo “l’essere liberale” a mera condizione dell’animo umano.

La diffusione di alcune chiavi del pensiero liberale, ha portato oggi quasi un plebiscito di simpatie. Parole quindi come: libertà, semplificazione e merito sono diventati i mantra collettivi da sfoderare per ammaliare le masse in tutte le salse possibili.

Riprendendo il pensiero nobile di Benedetto Croce per contemporaneizzarlo, si comprende quindi come il to be si presti facilmente alla guerra dei “patentini liberali” da esibire all’elettorato.

L’unico rimedio pare quindi esser tuttavia quello di scardinare questo dualismo di status, per garantire all’elettorato che: “LIBERALE E’, CHI IL LIBERALE FA”.

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