Dugin, filosofo spesso censurato ma che, lungi dall’essere di destra, parla di socialismo

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Curiose le censure e i pregiudizi che colpiscono il filosofo russo Aleksandr Dugin, che in questi giorni sta tenendo in Italia diverse conferenze. Curioso che Amazon non voglia distribuire i suoi saggi in italiano e che le associaizoni partigiane non abbiano voluto che parlasse presso l’Università di Messina.

Curioso che venga definito “fascista”, quando in realtà la sua Quarte Teoria Politica si contrappone e denuncia tutti i totalitarismi, compreso quello nazifascista, oltre che quello liberal capitalista.

Ho scoperto questo filosofo alcuni anni fa, grazie alle mie ricerche ed al mio interesse per lo scrittore Eduard Limonov, con il quale Dugin ed il chitarrista Egor Letov, negli Anni ’90, fondò il Partito NazionalBolscevico. Un partito che raccoglieva i giovani della galassia punk-rock, libertaria e underground, ovvero i “desperados” delle periferie dell’ex Unione Sovietica, delusi dall’avvento degli oligarchi e del capitalismo assoluto. Un partito che, negli anni, diventerà prima il maggior oppositore extraparlamentare di Eltsin e, successivamente, di Vladimir Putin, il quale, non a caso, nel 2007, lo bandirà ed oggi sopravvive – guidato dal solo Limonov – con la denominazione “Altra Russia” e continua la sua opposizione al liberal capitalismo di Putin, attraverso numerose manifestazioni di piazza, spesso marciando unito assieme al Partito Comunista di Zjuganov e al Fronte della Sinistra di Udaltsov. Da tempo Limonov e Dugin hanno preso strade diverse, ma le idee di fondo rimangono le medesime, ovvero una visione economica socialista autentica (superamento del capitalismo, giustizia sociale, lavoro collettivo, proprietà in comune) ed una visione nazionale in politica interna in grado di dare priorità allo Stato sull’economia ed una maggiore centralità della Russia in Europa.

Due anni fa, all’uscita dell’edizione italiana della “Quarta Teoria Politica”, per l’edizione Nova Europa, ne realizzai una lunga e approfondita recensione (http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/06/la-quarta-teoria-politica-di-aleksandr.html), che vorrei di seguito riassumere in alcuni punti – riportando alcuni passaggi di quel mio articolo – in modo da fare un minimo di chiarezza per coloro i quali non ne conoscessero il pensiero o, ancora oggi, a destra come a sinistra, finiscono per fare confusione o per tirare acqua al proprio mulino ideologico.

Occorre premettere che Dugin collaborò al programma del Partito Comunista della Federazione Russa guidato da Zjuganov, che certo non è partito considerabile di destra e men che meno di estrema destra. E che Dugin si ispira sia allo spiritualismo gnostico di René Guénon e di Evola (nella sia interpretazione “di sinistra”) ed al Nazionalbolscevismo di Ernst Niekish, critico ed oppositore del nascente nazismo e portatore di istanze di fusione fra il socialismo originario ed il nazionalismo non sciovinista e di una collaborazione fra la Germania prussiana dell’epoca e la Russia bolscevica di Lenin.Fatte queste premesse, nella “Quarta Teoria Politica”, come scrissi nella mia recensione, Dugin “si propone dunque di analizzare, per quindi superare, le tre teorie politiche dei secoli passati, ovvero il liberalismo, il comunismo ed il nazifascismo, che identifica come totalitarismi ideologici della modernità in antitesi rispetto a valori quali la giustizia sociale, la comunità popolare, la libertà della persona nell’ottica di un nuovo progetto culturale che guardi all’essere umano.

In questo senso, nel suo saggio per la prima volta tradotto in Italia, Dugin recupera il concetto del filosofo Alain De Benoist – con il quale ha spesso collaborato – ovvero la contrapposizione fra centro (le élite) e la periferia (i popoli), che è aspetto che fa decadere l’antico steccato destra/sinistra e di fatto lo supera. Il liberalismo, ovvero la prima teoria politica, è diventata l’ideologia dominante del centro, ovvero delle élite politiche occidentali, sconfiggendo la seconda teoria (il comunismo) e la terza (il fascismo). Il liberalismo, che di fatto ha ormai inglobato tanto la Destra che la Sinistra, sorto nell’800, si è sì dimostrata la teoria più stabile, ma ha di fatto negato cittadinanza a tutte le altre in nome di una falsa idea di libertà, ovvero in nome della libertà economica (di chi possiede le risorse) e dunque dello sdoganamento dell’egoismo umano. In questo senso Dugin precisa e rileva che i liberali sono “liberi da” (governi, chiese, dogmi, responsabilità comune dell’economia, redistribuzione della ricchezza, legami etnici, identità collettive), ma non sono affatto “liberi di”, come invece lo erano i socialisti originari e gli anarchici alla Proudhon, ovvero coloro i quali puntano all’autonomia ed all’autodeterminazione e considerano ad esempio alternativo al governo il lavoro libero e autogestito in comune. Per Dugin dunque, la libertà positiva (essere “liberi di”) rappresenta l’autentica libertà dell’essere umano”.

Alla luce della mia lettura della “Quarta Teoria Politica”, direi poi che Dugin – più che alla destra – sembra rivolgersi alla sinistra. In proposito, nella mia recensione scrissi: “A differenza del filosofo di formazione marxista e orwelliana Jean-Claude Michéa, Dugin identifica la seconda teoria politica, ovvero il comunismo ed il socialismo, con la sinistra, la quale fu la prima teoria a criticare radicalmente il liberalismo. All’interno di questa teoria Dugin identifica diverse sottocategorie ovvero: la Vecchia Sinistra (i marxisti ortodossi, i socialdemocratici ed i seguaci della Terza Via blairiana); i nazionalisti di sinistra (i nazionalboscevichi) e la Nuova Sinistra (neo-gauchisti postmoderni)”.

E, alla luce di ciò, egli analizza queste sottocategorie, nel modo che così ho riassunto nella mia recensione: “Alla Vecchia Sinistra marxista Dugin, oltre al materialismo, rimprovera di ammorbidire eccessivamente il pensiero rivoluzionario di Marx e di adattarsi alla società post-industriale; ai socialdemocratici e seguaci della Terza Via, Dugin rimprovera invece di essere dei liberali mancati, seguaci del progresso e della crescita economica illimitata o, meglio, di pretendere di fondersi con i liberali mantenendo, di fatto, lo stesus quo.

Dugin sembra dunque identificarsi, senza farne alcun mistero, con i nazionalbolscevichi, ovvero i nazionalisti di sinistra, che egli individua nei movimenti politici dell’America Latina del Socialismo del XXI secolo del Venezuela, Bolivia, Cuba, Ecuador ecc… ove peraltro i leaders sono spesso persone di origine indigena (vedi Evo Morales, Presidente della Bolivia), oltre che nel bolscevismo originario dell’URSS. Il significato nel nazionalismo di sinistra o nazionalbolscevismo, secondo Dugin, sta dunque nella “liberazione di forze arcaiche che emergono in superficie e si manifestano in una certa creatività sociopolitica”. Qui, dunque, il socialismo viene interpretato in chiave nazionale ed assume forme molteplici a seconda della cultura e persino della religione o delle correnti spirituali (pensiamo all’influenza del cristianesimo e della teosofia nel socialismo latinoamericano) con la quale il socialismo viene in contatto (e così abbiamo la via cubana al socialismo, la via boliviana al socialismo e così via).

Dugin ad ogni modo ritiene che il nazionalbolscevismo sia ostacolato da tre fattori: lo shock persistente della dissoluzione del comunismo nazionale sovietico; la mancanza di concettualizzazione dell’elemento nazionale nel complesso ideologico (la maggioranza dei nazionalisti di sinistra si definisce semplicemente socialista o marxista, senza riconoscere le proprie peculiarità nazionali); la scarsa comunicazione, su scala globale, dei vari movimenti nazionalbolscevichi”.

Anche alla luce di ciò, direi che è del tutto fuorviante etichettare Dugin come “di destra”, come invece tende a fare gran parte della sinistra (e anche certa destra nostalgica), che ormai ha abbracciato da tempo il liberal capitalismo assoluto, la società di mercato e una modernità che, di fatto ha disumanizzato l’essere umano – reso schiavo del consumo (in proposito ricordiamo le parole di Pier Paolo Pasolini) e via via distrutto l’ecosistema in nome dell’ideologia della “crescita illimitata”.

Relativamente al nazifascismo, la critica che Dugin pone nel suo saggio è radicale, così come è radicale la sua critica del liberal capitalismo. Riporto sempre i passi tratti dalla mia recensione: “Alexandr Dugin critica invece in toto la terza teoria politica, ovvero il nazifascismo in quanto – benchè critico nei confronti del capitalismo e del liberalismo – esso si fonda sul razzismo e sulla presunzione di superiorità di una razza, di un’etnia, sulle altre e lo giudica repellente. Ad ogni modo, oltre alla Germania hitleriana, Dugin ritiene che un certo razzismo sia presente anche nelle società europee e stetunitensi, che hanno prima messo a ferro e fuoco il Terzo Mondo con colonialismo e neo-colonialismo ed oggi mantengono un certo razzismo intellettuale attraverso il politicamente corretto, il glamour, il fashion, la tecnologia alla moda che invita tutti a possedere l’ultimo modello di cellulare (sic !) !

Dugin ritiene dunque che l’ideologia del progresso sia in sé razzista in quanto presume che il presente sia migliore rispetto al passato, insultando così la dignità dei nostri avi, nonché quella delle società e civiltà arcaiche (molte delle quali ancora oggi presenti, si pensi ad alcune società matriarcali presenti in Cina). E ritiene altresì razzista la globalizzazione unipolare, fondata sull’idea che la storia ed i valori occidentali e statunitensi siano leggi universali da imporre a tutti i popoli, che, diversamente, hanno invece una loro propria e rispettabile identità, storia e cultura”.

Poste queste critiche, egli esalta quella che ha definito la “Quarta Teoria Politica”, da lui elaborata. In proposito scrissi: “In questo senso Dugin afferma che la Quarta Teoria Politica, rigettando tutte le altre, è profondamente antirazzista, combattendo il razzismo biologico fascista, il razzismo di classe comunista e quello liberista, fondato sul razzismo economico, tecnologico e culturale (ti accetto solo se ricco, con l’ultimo modello di smartphone e bianco…sic !)”.

Per quanto ho avuto modo di apprendere dalla lettura del suo saggio, in proposito scrissi: “All’ideologia liberale progressista, Dugin contrappone dunque una visione socialista originaria, citando fra gli altri il sociologo francese Marcel Mauss, autore di un celebre saggio sul dono, il quale ha spiegato come le società arcaiche considerassero – a differenza di quelle moderne e fondate sulla crescita economica illimitata – i raccolti in eccesso delle assolute catastrofi. Una volta soddisfatti i bisogni di ciascuno, dunque, dal raccolto in eccesso non si doveva trarre assolutamente alcun profitto (identificato anche nella società moderna come l’interesse sul capitale o usura), bensì andava ritualmente ed attraverso una cerimonia sacra o donato ad altri o distrutto.

Ecco dunque l’essenza della Quarta Teoria Politica che, forse, non ha nulla di nuovo, ma piuttosto di antico e genuino”.

In tal senso egli identifica quali nemici di tale teoria: l’individualismo, la liberaldemocrazia, il consumismo, la xenofobia, lo sciovinismo, il razzismo, il capitalismo, la società dello spettacolo già denunciata dal filosofo francese situazionista Guy Debord.

E sul che cosa rappresenti tale Quarta Teoria nella mia recensione così scrissi: “La Quarta Teoria, nelle parole stesse di Dugin, è un recupero del nazionalbolscevismo che rappresenta “il socialismo senza materialismo, ateismo, modernismo e progressivismo”. E’ altresì un recupero della Tradizione spirituale gnostica ed esoterica originaria e un invito al dialogo costruttivo fra la sinistra radicale e la Nuova Destra debenostiana, oltre che con i vari movimenti Verdi ed ecologisti, superando vecchi steccati ideologici ed approdando a nuove sintesi ideali”.

Personalmente mi sembra una visione molto interessante, specie in un’epoca di totale assenza, in Europa e sempre più nel mondo occidentale – fatto salvo l’America Latina – del socialismo autentico.

Faccio più fatica, ad ogni modo, a seguire Dugin quando, anche nelle sue recenti interviste, sembra esaltare Salvini e l’attuale governo italiano che, pur in discontinuità rispetto ai governi precedenti, è ben lungi dal rappresentare una alternativa al liberal capitalismo.

Misure come la cosiddetta “flat tax” che propone la Lega, sono aspetti in favore dei più ricchi e del grande capitale, non certo dei più deboli. E i Cinque Stelle sono ben lungi dal rappresentare quel populismo di matrice socialista originaria di cui anche la “Quarta Teoria” parla. Si pensi che ancora oggi, anche sulla questione Venezuela o sul sostegno ai Paesi socialisti e sovrani, l’Italia non ha una posizione sovranista e multipolare, ma è allineata ai desiderata dell’UE e degli USA.

In tal senso il filosofo Alain De Benoist, altra personalità tutt’altro che di destra (ha peraltro dichiarato apertamente di aver votato per Jean-Luc Mélenchon alle ultime presidenziali), quando interpellato, ha sempre preso le distanze da un partito come la Lega, che non ha mai considerato populista, ma piuttosto liberale.

Per concludere, direi che certi pregiudizi politici, forieri poi di censure, derivano come sempre dalla poca o scarsa conoscenza di ciò di cui si parla. In tal senso un buon approfondimento non farebbe mai male. Anche perché solo un buon approfondimento delle cose può portare ad una buona politica e ad abbattere quei muri ideologici e mentali, che ancora oggi rendono spesso prigioniera la mente umana.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

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