Sorry, Macron non è di sinistra: lo scontro tra due destre

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La settimana appena trascorsa è stata, almeno in parte, segnata dal Macron redivivus, prima quello catodico nelle case dei non tantissimi spettatori della trasmissione di Fazio, poi sulle pagine dei giornali Ue per il suo “manifesto”. A me pare che la sua vitalità sia solo artificiale, per il momento, ma questo ha ringalluzzito molti, a cominciare dalla sinistra, anche nostrana, che lo stesso giorno del Macron faziesco è sembrata (sottolineo, sembrata) a sua volta rediviva.

Poco entusiasmo ragassi, come avrebbe detto uno dei predecessori di Zingaretti. Macron, infatti, con la sinistra, sia pur estesa e stiracchiata in vesti neo-uliviste, ha poco o nulla a che fare. Più passa il tempo e più infatti il Frankestein dell’Eliseo appare legato a una tradizione specifica della cultura politica francese: quella della destra cosiddetta orléanista, dal nome della monarchia di Filippo d’Orléans, che resse la Francia tra il 1830 e il 1848. “E su, come la prendi lunga”, due secoli fa addirittura. Sì, dobbiamo capire, e tanto più chi si definisce un conservatore, che le tradizioni politiche di un paese possiedono durata plurisecolare e che le culture politiche non si creano ogni cinque e neppure ogni cinquant’anni. E dobbiamo sapere che tutti coloro che si proclamano nuovi o al di là della destra e della sinistra, che siano in buona o cattiva fede, finiscono per muoversi all’interno di codici politici che derivano da una tradizione: che lo vogliano o meno.

La tradizione di Macron, dicevamo, è quella orléanista. Liberale in economia, anche se sempre alla francese, cioè con un alto tasso di dirigismo. Progressista sulle questioni di costume: nell’Ottocento il divorzio, oggi l’adozione e la procreazione assista per le copie omosessuali, l’eutanasia, genitore 1 e 2 e via dicendo. L’idea di progresso dei macroniani non è infatti molto diversa da quella degli orleanisti originali: progresso vuol dire accogliere, sempre e comunque, senza resistervi, ciò che i “tempi nuovi” ci impongono. Una cultura politica, quella orléanista, piuttosto ostile o perlomeno fredda nei confronti della religione cattolica. E poi fortemente elitista e sostenitrice della democrazia rappresentativa, intesa tuttavia come una democrazia dei migliori. E, infine, europeista. Lo erano già, sia pure in un modo particolare, gli esponenti di quella cultura politica nella prima metà dell’Ottocento. L’unico momento in cui l’orléanismo ha ripreso, dopo il 1848, organicamente il potere è stato, tra il 1974 e il 1980, con la presidenza di Valery Giscard d’Estaing, di cui Macron appare sempre più come una rinnovata replica. Questa tradizione è infatti, indiscutibilmente, di destra. Il grande storico René Rémond, in un’opera classica sulla destre in Francia, ci ha mostrato a suo tempo che oltr’Alpe esistono tre destre: quella controrivoluzionaria, quella bonapartista e quella orleanista, sempre in lotta tra di loro, con le prime due spesso alleate contro la seconda.

Per questo il conflitto interno tra Macron e Le Pen è uno scontro tra due destre, quella orléanista di Macron e quella di Le Pen, erede della tradizione bonapartista e (più flebilmente) controrivoluzionaria. Non a caso il capo e i ministri chiave del governo di Macron vengono in larga parte dalla destra cosiddetta (solo cosiddetta) “neogollista”: mentre negli ultimi giorni il presidente ha persino ricevuto il sostegno esplicito di due ex primi ministri di Chirac, Juppé e Raffarin. Sul versante della vecchia sinistra, cioè il partito socialista, Macron ha pescato decisamente meno.

La lotta tra due destre non passa solo dal versante francese. Ergendosi a paladino del “rinascimento europeo” Macron si propone infatti interlocutore di ampie fasce del Partito popolare europeo. Anch’esso diviso tra due tendenze, quella di alcuni partiti, come gli scandinavi, i belgi e gli olandesi, attratti dal “progressismo” macroniano, e quelli di altri popolari che si sentono decisamente più in sintonia con Salvini, Orban e Kaczyński.

La stessa contrapposizione divide la galassia repubblicana e conservatrice americana, tra trumpiani e never trumpers, mentre, in piccolo, assistiamo a questa guerra interna alle destre anche in Italia, dove certi (e anzi, certe) esponenti di Forza Italia sempre più parlano macroniano. Non sono diventati di sinistra: sono rimasti, a mio avviso, legati a una “vecchia” idea della destra, che lotta per non essere rimpiazzata. Altro che europeismo vs nazionalismo, le prossime Europee saranno il terreno di scontro tra una vecchia destra, quella guidata da Macron, progressista e globalista, e una nuova: nazionale, popolare e conservatrice.

Di Marco Gervasoni su ATLANTICO QUOTIDIANO

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