Festival economia Trento 2018: L’EDITORIALE DI TITO BOERI

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Da piccolo ho cercato, invano, di allevare un ghiro e accarezzato qualche pulcino. Ma credo che nessun bambino vorrebbe mai svolgere un mestiere, oggi molto ricercato, in cui si prendono in mano milioni di pulcini. I sessatori separano i pulcini femmine dai pulcini maschi alla velocità di 20 batuffolini gialli al minuto, con un margine di errore del 2-3%. È un mestiere tramandato di generazione in generazione, dotato di un proprio albo, e relativamente ben retribuito. Tuttavia è un lavoro alienante, spietato (i pulcini maschi vengono per lo più uccisi) e ripetitivo. C’è da scommettere che fra qualche anno verrà interamente rimpiazzato da un qualche robot industriale, meno costoso, più rapido (si parla di 60-70 pulcini al minuto) e in grado di ridurre ulteriormente gli errori.

La tecnologia può elevare il lavoro e creare tempo libero. Ma la sua avanzata si accompagna al consumo diffuso di ansiolitici. Ogniqualvolta si assiste ad un’accelerazione del progresso tecnologico, le tesi secondo cui le macchine sostituiranno interamente l’uomo prendono piede. La fine del lavoro è stata decretata centinaia di volte, con un pessimismo tecnologico che trascende gli anni di crisi.

Eppure nelle economie di tutto il mondo si continuano a generare milioni di posti di lavoro e il tasso di occupazione (il rapporto fra occupati e popolazione in età lavorativa) è cresciuto nel corso del XX secolo pressoché ovunque. Anche se la disoccupazione può aumentare bruscamente durante le recessioni, ed è oggi insopportabilmente alta in alcuni paesi, tra cui il nostro, non c’è traccia di una crescita di lungo periodo della disoccupazione.

Automazione significa distruzione di lavoro, sostituzione di lavoro svolto dall’uomo con macchinari, ma l’automazione in genere porta con sé anche un aumento della produttività e dei salari nei lavori che le macchine non riescono a sostituire. E questa creazione di valore del lavoro comporta, a sua volta, creazione di lavoro. Anche se la frontiera dell’automazione si sposta rapidamente e le tecnologie dell’intelligenza artificiale sono in rapido sviluppo, siamo ancora molto molto lontani dal sostituire il lavoro con robot in mansioni che richiedono flessibilità, discrezionalità e che, più in generale, non si prestano ad essere codificate.

Non è solo il progresso tecnologico ad avere effetti sul mercato del lavoro, è lo stesso mercato del lavoro a influire sulle traiettorie tecnologiche. Il progresso tecnologico è tutt’altro che uniforme. A seconda delle istituzioni del mercato del lavoro, della demografia, delle dotazioni di capitale umano di un paese, lo sviluppo tecnologico può orientarsi in direzioni diverse. Nel XIX secolo, quando abbondava il lavoro poco qualificato, le nuove tecnologie hanno reso obsoleto il lavoro di molti artigiani, con la nascita di fabbriche che davano lavoro a persone relativamente poco qualificate.

All’inizio del secolo scorso, invece, le nuove tecnologie nel settore manifatturiero sono state spesso complementari allo sviluppo del lavoro qualificato e negli ultimi 30 anni abbiamo avuto molte innovazioni che hanno sostituito lavoro poco qualificato con macchinari, essendo invece complementari con il lavoro delle persone maggiormente istruite, diventate sempre più numerose nell’intensa scolarizzazione del dopoguerra.

Anche le innovazioni tecnologiche a svantaggio del lavoro poco qualificato possono creare opportunità di lavoro di altra natura per persone poco istruite. In molti paesi negli ultimi decenni si è assistito ad una polarizzazione dell’impiego, con creazione di lavoro ai due estremi della distribuzione del lavoro per qualifiche: sono cresciuti soprattutto i lavori poco qualificati o quelli molto qualificati, mentre c’è stata una contrazione di quelli che contemplano abilità medie. Il progresso tecnologico potrebbe essere responsabile di questa polarizzazione perché ha spinto molte persone istruite, soprattutto donne, a partecipare al mercato del lavoro, assumendo persone poco qualificate per il lavoro domestico.

Il progresso tecnologico porta con sé nuovi problemi distributivi che i nostri sistemi di protezione sociale non sembrano ancora in grado di gestire. Sono stati introdotti con l’obiettivo di contenere i costi sociali delle fluttuazioni cicliche, ma non sembrano oggi in grado di affrontare problemi strutturali, di lungo periodo, come quelli legati al futuro di chi di colpo ha visto il proprio capitale umano deprezzarsi grandemente. Non sono oggi in grado di coprire le nuove forme del lavoro dipendente, che spesso si traveste da lavoro autonomo, come in molta dell’economia dei lavoretti nata utilizzando le piattaforme digitali.

L’impatto del progresso tecnologico sulla distribuzione del reddito dipenderà in gran parte anche da come sarà distribuita fra la popolazione la proprietà dei robot. Si può esercitare su di loro un diritto di proprietà, come se fossero dei moderni schiavi, cosa per fortuna non più possibile con il capitale umano. I robot possono liberare tempo e arricchire chi li possiede, mentre rischiano di impoverire chi non riesce più a trovare lavoro perché i macchinari hanno reso le sue competenze obsolete.

Il passato offre lezioni molto importanti sull’impatto delle nuove tecnologie. Per questo, la narrazione storica, soprattutto quella basata sui dati degli storici economici, troverà grande spazio in questa edizione del Festival dell’Economia. Al contempo dobbiamo essere consapevoli del fatto che la storia passata è una guida molto imperfetta per ciò che ci attende nei prossimi decenni. Se c’è una cosa non lineare questa è proprio il progresso tecnologico. Più che in passate edizioni il Festival ospiterà l’inventiva dei tecnologi e degli stessi economisti. Non sanno predire il futuro, ma certo possono immaginarlo con molta più concretezza e capacità di coglierne le contraddizioni di tanti altri.

Tito Boeri

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