Doveva diventare l’Europa dei populismi. Invece …

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… l’Europa si scopre sempre più liberale.

L’ondata nazionalista e populista, che avrebbe dovuto devastare il processo di integrazione politica, economica e monetaria del Vecchio Continente, si è infranta di fronte alle scogliere dell’Europeismo della volontà popolare; scogliere a quanto pare non facilmente sormontabili, come paventato da molti, ma piuttosto raffigurabili come le solide e maestose Cliffs of Moher d’Irlanda.

Dopo il clamoroso risultato del referendum britannico nel giugno del 2016, per qualcuno la Brexit avrebbe sancito la morte dell’Unione Europea, dimenticando che non si deve mai equiparare l’umore europeo con quello inglese. Gli inglesi, contrariamente agli scozzesi, sono tipicamente isolani e misurano eventuali legami con la terraferma né più né meno come se stessero trattando del Commonwealth. Sia chiaro che non si tratta di una critica, ma di una constatazione.

Dunque, la Brexit aveva nutrito timori o speranze, a seconda delle aspettative di ciascuno, arenatesi, nel volgere di pochi mesi, per via delle elezioni in Olanda e, nei giorni scorsi, in Francia.
Il cuore dell’Europa, non per imposizione delle cosiddette lobbies finanziarie così frequentemente additate di essere la causa dell’attuale crisi, ma per voto dei cittadini, gesto supremo di espressione democratica, ha deciso e premiato l’Europeismo.
La conseguenza è che la vittoria di Mark Rutte, a marzo, e quella di Emmanuel Macron, neanche due mesi dopo, con programmi inequivocabilmente liberali e filocomunitari, rimettono in moto la locomotiva avviata dalla storica Dichiarazione di Laeken del 2001 e alimentata dal Trattato di Lisbona del 2007.

I cittadini olandesi e francesi hanno indubbiamente premiato i partiti liberali anche per diverse ragioni interne:
nel caso di Rutte, non può essere trascurato il fatto che egli, in qualità di primo ministro uscente, avesse da proporre un curriculum politico impreziosito dai brillanti risultati conseguiti in campo economico. Con il suo governo, infatti, e grazie alle sue riforme, i Paesi Bassi hanno registrato un tasso di crescita superiore al resto d’Europa;
per quanto riguarda Macron, la mancanza di valide alternative e la convergenza delle forze europeiste intorno alla sua figura nel confronto con Marine Le Pen, hanno favorito la vittoria del più giovane Presidente della storia di Francia, nonostante egli non godesse della simpatia non solo della destra d’Oltralpe, ma della sinistra, per via del suo operato “liberista” in qualità di Ministro dell’Economia del Governo Valls. Il politico di Amiens, formatosi negli ambienti finanziari all’interno della banca d’affari Rothschild, motivo di attacco da parte dei rivali, ha abbandonato la matrice socialista delle origini, dichiarandosi apertamente di centro, liberale e liberista, e proponendo col suo partito “En Marche!” un programma che si potrebbe definire una felice traduzione francese del Manifesto di Oxford del 1997.

Premesso quanto sopra, è con riferimento alla permanenza o meno nell’Unione Europea che i liberali olandesi e francesi hanno vinto. L’antieuropeismo dei rivali Geert Wilders e Marine Le Pen è stato nitidamente sconfitto, benché la crescita dei partiti populisti e nazionalisti rappresenti un elemento di grande attenzione, e dimostri come la politica debba essere sempre in grado di fornire risposte concrete alle necessità e alle aspettative dei cittadini.
Se il sogno di completamento dell’integrazione europea, che aveva ispirato la Convenzione presieduta da un grande liberale francese, Valéry Giscard d’Estaing, sta trovando intoppi rilevanti, per via di una crisi economico-finanziaria e di gestione delle tematiche sociali interne e di immigrazione, la risposta qualificata non sta nell’uscita dalla UE. Non è così che si risolvono i problemi, ma analizzando, al proprio interno e insieme agli altri Stati membri, ogni singola tematica al fine di addivenire a soluzioni non a vantaggio di una singola nazione, ma del sistema faticosamente e brillantemente forgiato in tanti anni con un metodo mai sperimentato prima nella storia.
La prosperità e la pace garantite dall’Unione Europea sono fuori discussione. Difficile pensare a paesi, come l’Italia, capaci di crescere al di fuori del meccanismo comunitario. Come evidenziato dal prof. Carlo Scognamiglio Pasini nell’articolo “Gli Stati Uniti (politici) d’Europa”, pubblicato su Rivoluzione Liberale il 23 febbraio 2016, “l’Italia non sarebbe certamente diventata l’ottava potenza economica del mondo, e la seconda potenza europea dopo la Germania per l’export industriale, se non avesse potuto avere un mercato interno della dimensione europea, che ha un Pil di 14.000 miliardi di euro, sostanzialmente pari a quello degli Stati Uniti, e molto superiore a quello degli altri competitors mondiali”.
Pertanto, pensare a una politica e a politiche economiche di tipo “secessionistico”, senza peraltro avere un chiaro quadro alternativo, porta a spingersi verso orizzonti ignoti su navi barcollanti e senza ancore di salvataggio. Su questo, olandesi e francesi hanno evidentemente riflettuto e compreso come il filoeuropeismo del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia e di En Marche! non significa mantenere lo status quo, ma adoperarsi per migliorare il quadro vigente e risolvere le problematiche che al momento ostacolano le auspicabili unione fiscale e compiutamente politica dell’Europa.

Qualcosa di importante sta accadendo. Ci avevano detto che i cittadini del Vecchio Continente avrebbero potuto premiare i partiti nazionalisti e populisti. Invece, proprio per superare l’attuale stato di crisi e completare il percorso che potrà un giorno portare ai già citati “Stati Uniti d’Europa”, gli europei si affidano ai partiti liberali.
Ed è così che la Francia si aggiunge a Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Slovenia ed Estonia, quale nazione governata dai fautori del Liberalismo. Che anche in Italia si rifletta su questo: l’Europa si scopre sempre più liberale.

Viva l’Europa!

Massimiliano Giannocco

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