I dilemmi della legge elettorale

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Due settimane fa, nell’articolo titolato “Bene Gentiloni, ma ora approviamo delle buone leggi elettorali“, ho concentrato l’attenzione sull’eventualità che il Parlamento, per dare soluzione al problema di individuare due nuove leggi elettorali, fra loro armonizzate, per la Camera ed il Senato, riprenda in considerazione la legislazione elettorale del 1993. Non, però, per riproporla tale e quale, ma — scrivevo — con «minimi adattamenti». Gli adattamenti che ho suggerito sono effettivamente “minimi” dal punto di vista della tecnica di scrittura, nel senso che sarebbe agevolissimo approvare disposizioni chiare e coerenti, formulate nel senso proposto. Non sono altrettanto “minimi” nella sostanza, perché, a ben vedere, comporterebbero rilevanti conseguenze rispetto all’impostazione delle leggi numero 277/1993 (per la Camera) e 276/1993 (per il Senato).

Salterebbe tutta la farraginosa normativa sullo “scorporo”, che ha minato non poco la funzionalità della legge elettorale per la Camera. Basti pensare all’espediente, molto praticato, delle cosiddette “liste civetta”: il trucco consisteva nel collegare un candidato sicuramente vincente in un collegio uninominale, non alla lista circoscrizionale del partito di cui faceva parte, ma ad un’altra lista (una “fictio”). Tutto ciò al solo scopo di non diminuire i voti della lista ufficiale del partito, perché i voti scorporati erano così sottratti alla lista civetta. In questo modo le liste dei maggiori partiti potevano ottenere qualche seggio in più tra quelli da assegnare con metodo proporzionale.

Viceversa, secondo la mia proposta, i seggi da assegnare in relazione al voto espresso con la seconda scheda di votazione, non sono più in alcun modo collegati ai seggi assegnati nei collegi uninominali. Il collegamento, ovviamente, resta dal punto di vista logico e politico, perché tutti i seggi ottenuti da una medesima coalizione, grazie ai voti espressi dagli elettori con la prima o con la seconda scheda, si sommano ai fini della formazione di una maggioranza parlamentare. Ma non c’è più alcun collegamento fra i due voti, dal punto di vista tecnico-normativo, salvo il requisito che tutti i candidati nei collegi, aderenti ad una medesima coalizione, debbano essere caratterizzati da uno stesso contrassegno.

In più ho proposto di assegnare i 142 seggi della Camera che sarebbero attribuiti con il voto espresso mediante la seconda scheda, non tutti in ragione proporzionale, come era previsto dalla legge n. 277/1993, ma attribuendo un numero di seggi, a cifra fissa, alla coalizione, o, eventualmente, alla singola lista non coalizzata, risultata più votata nella dimensione nazionale: 94 seggi, in misura corrispondente al 15 % del totale dei componenti la Camera dei Deputati, sarebbero destinati a questo scopo, a titolo di incentivo per la costituzione di una stabile maggioranza parlamentare.

Poiché il sistema elettorale descritto contempera già, sia il sistema maggioritario puro nei collegi uninominali (in ciascun collegio il candidato più votato conquista il seggio, ossia l’intera posta), sia l’incentivo dei 94 seggi alla coalizione, o lista, più votata in ambito nazionale, ne consegue che per i residui 48 seggi si possa finalmente trattare le minoranze con spirito di liberalità. Niente soglie di sbarramento, dunque: occorre consentire che anche liste con cifre elettorali nazionali relativamente basse possano ottenere rappresentanza (il che poi, in concreto, può significare, uno o due seggi). Ciò è possibile applicando il riparto proporzionale nella circoscrizione più vasta possibile, che è quella coincidente con l’intero territorio nazionale. Un buon Parlamento deve essere rappresentativo di tutte le forze politiche presenti nel Paese nel dato momento storico, anche quelle che, magari non avendo grande consistenza numerica, possono comunque esprimere proposte innovative e contenuti di qualità. E’ l’idea del cosiddetto “diritto di Tribuna”, che arricchisce e rende più veritiero il ruolo del Parlamento.

Con riferimento alla legge elettorale del Senato la mia proposta era più aderente all’impostazione della legge n. 276/1993. C’è però un elemento d’importanza cruciale, che nel precedente articolo avevo dato per scontato, ma che, evidentemente, non è stato compreso.

É necessario rivedere l’ambito territoriale dei collegi uninominali, tanto per la Camera, quanto per il Senato. I collegi con i quali si votò, a partire dalle elezioni del 1994, erano stati concepiti con riferimento ai dati del censimento generale della popolazione del 1991. Nel frattempo, sono intervenuti altri due censimenti generali: nel 2001 e nel 2011. Dopo più di vent’anni i dati demografici sono troppo cambiati perché si possa far finta di niente. Nella mia proposta, mi sono riferito a 476 collegi per la Camera (uno in più rispetto a quelli istituiti ai sensi della legge n. 277/1993) ed a 243 collegi per il Senato (11 in più rispetto a quelli istituiti ai sensi della legge n. 276/1993). Secondo me, infatti, bisogna tendere a riportare ogni collegio della Camera alla corrispondenza media di una popolazione residente di 125.000 abitanti, ed ogni collegio del Senato alla corrispondenza media di una popolazione residente di 250.000 abitanti. Per il Senato l’obiettivo è un pò più complesso da raggiungere, perché bisogna realizzare quanto richiesto dall’articolo 57 della Costituzione: cioè che, indipendentemente dal dato della popolazione residente, alla Valle d’Aosta spetti un senatore, al Molise due, e che tutte le altre Regioni italiane abbiano, comunque, un minimo di sette senatori ciascuna. Poiché il criterio discriminante diverrebbe così la dimensione demografica del collegio, non sarebbe più strettamente vincolante il precedente criterio del riparto dei seggi fra quota maggioritaria e quota proporzionale nel rapporto del 75 % contro il 25 %.

La nuova delimitazione territoriale dei collegi non è un espediente dilatorio: non richiederebbe almeno sei mesi di tempo, come ho letto in commenti evidentemente interessati. Non si tratterebbe, infatti, di partire da zero: ci sarebbe già il dato dei collegi istituiti nel passato. Bisognerebbe lavorare su questi, restringendo, o allargando, ciò che c’è da restringere, o da allargare. I collegi da istituire in più, ex novo, sarebbero troppo pochi per determinare sconvolgimenti. Una Commissione tecnica, composta da dipendenti dell’Istat scelti dal Presidente dell’Istituto e da un ristretto numero di esperti designati dai Gruppi parlamentari, potrebbe, lavorando intensamente, assolvere questa incombenza in non più di due mesi. Prevediamo un altro mese per consentire alle competenti Commissioni legislative parlamentari, di Camera e Senato, di esprimere il proprio parere sul complessivo progetto di delimitazione dei collegi. In questo modo, fissando rigorosamente, in una disposizione della stessa legge elettorale, gli aspetti procedurali e attribuendo al Governo la delega a determinare la delimitazione territoriale dei collegi entro il limite massimo di 120 giorni, l’obiettivo potrebbe realisticamente essere conseguito in poco meno di quattro mesi. Sempre che ci sia la volontà politica di farlo.

Ho letto che, secondo alcuni, l’attuale assetto tripolare del sistema politico italiano mal si adatterebbe al ripristino dei collegi uninominali. Niente di più falso. Il fatto che ci siano tre raggruppamenti politici, più o meno equivalenti, non significa affatto che ciascuno otterrebbe all’incirca un terzo dei seggi disponibili. Nel sistema maggioritario è decisiva la distribuzione territoriale del consenso. Un partito ben radicato in alcune aree geografiche, tipo la Lega Nord, può conquistare numerosi collegi nelle zone in cui ha un forte insediamento. Un partito che raccolga complessivamente molti voti in ambito nazionale, ma che non sia prevalente in alcun luogo, finirà per non ottenere seggi nei collegi. La regola del maggioritario è fin troppo semplice: il primo e soltanto il primo vince.

Da questo punto di vista, si comprende il panico che, a quanto pare, sta provando il Movimento Cinque Stelle, di fronte alla prospettiva di ritornare ad una legislazione elettorale tipo quella del 1993, con i necessari adattamenti. L’unica legge elettorale che può garantire in pieno il potenziale elettorale del Movimento Cinque Stelle è una legge proporzionale. Loro lo sanno perfettamente; ma chi ritiene che sarebbe opportuno ridimensionare il peso istituzionale di questo Movimento all’interno del Parlamento italiano dovrebbe, anche lui, farsi due conti.

Non è un caso che il Movimento Cinque Stelle difenda la legge elettorale approvata da Renzi (legge 6 maggio 2015, n. 52): infatti, al netto di tutte le disposizioni che la Corte Costituzionale riterrà eventualmente di dichiarare costituzionalmente illegittime nel contesto di quella normativa, ne risulterà comunque una legge proporzionale, corredata da soglie di sbarramento, punitive per i partiti minori, ma favorevolissime per un partito di dimensioni medio-grandi, quali appunto sono i Cinque Stelle.

L’attuale assetto tripolare del sistema politico potrebbe, al contrario, operare come forte incentivo a selezionare al meglio le candidature nei collegi uninominali, perché, essendoci una competizione vera ed un esito incerto, ogni partito, per convincere gli elettori, dovrebbe schierare il meglio della classe politica di cui può disporre.

Mi sembrano più fondate le preoccupazioni espresse da Forza Italia e dal suo leader Berlusconi. In questo caso l’ostilità al ripristino dei collegi uninominali nasce dalla difficoltà politica a ricreare un’organica coalizione di centro-destra. La Lega Nord si caratterizza sempre più per posizioni di estrema destra (dall’antieuropeismo all’islamofobia) e per un partito come Forza Italia, legato al Partito Popolare europeo, non è possibile candidarsi credibilmente al governo dell’Italia con un partner siffatto. Tuttavia, per rilanciarsi politicamente, Forza Italia ha bisogno di ritrovare la sintonia con un’opinione pubblica moderata, che è assai differente dall’estrema destra. Così come avviene in Francia, laddove il raggruppamento che sosterrà François Fillon nella prossima campagna presidenziale, è il più acerrimo avversario ed il più temibile concorrente del raggruppamento che si riconosce in Marine Le Pen.

Il proporzionale conviene davvero a Forza Italia? E se, invece, se ne avvantaggiassero formazioni centriste d’ispirazione cattolica? E se, invece, si creasse l’opportunità di fondare un nuovo partito di repubblicani e liberali collegato al gruppo dei Liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo? Si tratta di scelte delicate, che dovrebbero essere assunte con la capacità di guardare non al domani immediato, ma ad un periodo sufficientemente congruo per impostare un’azione politica di ampio respiro.

 

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