Obama inciampa a Sukot

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di ANTONIO PICASSO

Tutto era pronto per un intervento deciso, ma comunque equilibrato. Le previsione sono state compromesse da un discorso che molti giudicheranno, altri lo criticheranno perché autolesionista. Quel che avrebbero detto Obama e Ahmadinejad era stato anticipato già nella mattinata di ieri, almeno in parte. Gli interventi all’Assemblea Generale dell’Onu, dei due presidenti, quello statunitense e quello iraniano, ma soprattutto quello del primo passeranno alla storia come due momenti di alta tensione al Palazzo di vetro. I seggio della delegazione israeliana è rimasto vuoto perché è Sukot, la festa delle capanne, uno dei momenti di maggior riflessione per la religione ebraica. Nonostante questo, i giudizi dei media non hanno dato peso alla giustificazione addotta dai diplomatici israeliani. Il loro è apparso infatti come un palese boicottaggio al presidente degli Stati Uniti.

Il presidente Usa si è presentato armato di quelle buone intenzioni che hanno ispirato fin dall’inizio la sua amministrazione. Ma, va detto, che proprio queste sono state la causa dei suoi maggiori problemi in politica estera per gli Stati Uniti. Ieri questo canovaccio si è ripetuto. L’inquilino della Casa Bianca è tornato a parlare del processo di pace israelo-palestinese, sottolineandone la priorità non solo per gli Usa, ma per l’intera comunità internazionale. Non a caso, Obama ha volto lo sguardo ai seggi occupati dalle nazioni araba, che da sempre appoggiano la causa palestinese. “Mostrate a Ramallah in maniera concreta la vostra amicizia”, ha detto. Un invito che sottintende come la pensino a Washington e cioè che quella della Lega araba sia sempre stata una linea di condotta unicamente formale e non un impegno concreto.

A proposito di Ramallah, Obama ha riposto la sua totale fiducia nelle mani del presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen. Quest’ultimo è, a suo giudizio, il solo uomo che potrà condurre il popolo palestinese al riconoscimento del loro Stato. Il presidente ha indicato l’erede di Arafat come un “eroe che, a differenza di coloro che vogliono distruggere Israele con i razzi e con i missili, potrà ottenere i veri risultati per vie diplomatiche”. Fin qui il discorso non ha fatto una piega. Poi il disastro. “La mia speranza è che il prossimo anno anche un diplomatico dello Stato palestinese possa assistere all’apertura dell’Assemblea Generale”. Abu Mazen non poteva sperare di meglio, vista la sua situazione di profonda debolezza che gli pesa presso il suo popolo. Obama, facendosi ancora una volta carico di un impegno temporale di breve scadenza, gli ha offerto un assist prezioso. Il problema è emerso dalla parte israeliana. La loro assenza era apparsa già all’inizio come un segnale di provocazione. Poi queste parole hanno condizionato sensibilmente l’Assemblea Generale in favore dei palestinesi e di un Obama che, forse, non pensava di essere strumentalizzato in modo così evidente.

D’altra parte, per compensare questa linea espressamente filo-palestinese, ha ricordato che i colloqui di pace partono da un presupposto che nessuno potrà mettere in discussione. “No Israel, no Palestine!” ha dichiarato. Ma questo non ha valore. Ciò che conta è che Washington, per la prima volta in sessant’anni di aperto conflitto israelo-palestinese, si è lasciato trasportare dal pathos del momento. Obama si è dimostrato incapace di destreggiarsi fra le manipolazioni della diplomazia Onu. Il suo iniziale atteggiamento cerchiobottista è stato annientato dal fragore degli applausi della Assemblea. Certo, ha incensato di ammirazione Abu Mazen, pur vincolandolo a una condizione che finora nessun leader palestinese – nemmeno Arafat – è riuscito a far accettare in modo schietto e sincero da tutto il suo popolo. Ha respinto inoltre ogni provocazione iraniana. Anche in questo caso, però, Obama si lasciato sfuggire un “porta sempre aperta alla diplomazia con Teheran”, come lui stesso ha dichiarato. Quel sogno di vedere la Palestina, entro un anno, all’Onu ha fatto crollare ogni ambizione per gli Usa di continuare la mediazione nel processo di pace. È assai prevedibile che le frizioni con Israele, chiuse con pazienza in queste ultime settimane, torneranno a bruciare. Infine bisogna capire come voterà la comunità ebraica a novembre.

Sulla stessa linea la parte riguardante i cosiddetti massimi sistemi: economia internazionale, lotta alla corruzione e democracy building. Il leader Usa ha ribadito le difficoltà in cui versa attualmente il mercato globale. Si è poi concentrato sulla necessità di cacciare quegli uomini di potere che non sono in grado di assicurare trasparenza nella loro gestione della cosa pubblica. C’è da chiedersi come abbiano reagito i presidenti di Afghanistan e Pakistan. Gli Usa di Obama, con evidente scarso successo, stanno facendo l’impossibile per riscattare la loro immagine presso le Nazioni Unite. “Non esiste diritto più fondamentale che la possibilità di scegliere i propri leader. Ma non ci devono essere equivoci: il successo della democrazia non può essere imposto dagli Stati Uniti”. Ha detto il presidente, ribadendo la sua linea di multilateralismo. Ma tutto questo ha poco peso rispetto alla nuova crisi che potrebbe innescarsi con Israele.

Il presidente iraniano, dal canto suo, è apparso di fronte a un mondo che ormai è assuefatto della aggressività contro Israele e delle garanzie unicamente verbali che il programma nucleare del suo governo non prevedrebbe nessuna corsa agli armamenti. “La bomba atomica non ci interessa”, ha cercato di chiosare Ahmadinejad. Il presidente iraniano è al potere da cinque anni. Durante questo lustro, è intervenuto all’Assemblea Generale sempre con nuove minacce. Questa volta però il leader laico del regime degli Ayatollah si era mostrato sibillino nelle sue dichiarazioni. Per quanto riguarda la questione nucleare, ha cercato di rigirare le responsabilità alla comunità internazionale. Si è rivolto infatti al Gruppo dei 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, insieme alla Germania) “concedendo” loro uno spazio di apertura per i prossimi negoziati, a condizione però che questi “assumano una posizione più chiara in merito all’arsenale atomico di Israele”. L’Iran vorrebbe prendere il controllo di un processo in cui è imputato.

La manovra potrebbe riuscire se solo Ahmadinejad dimostrasse una minore propensione all’aggressività. Anche ieri infatti non si è risparmiato nell’offendere Israele e gli Stati Uniti. A suo giudizio il Primo ministro Benjamin Netanyahu altro non sarebbe che “un abile killer” del popolo palestinese, “delle sue donne e dei suoi bambini”. Washington invece è stata indicata come il mandante dell’attentato che ha colpito la città di Mahabad, nel nord ovest del Paese. Mercoledì, durante una parata militare, un’esplosione ha provocato 12 morti e qualche decina di feriti. “Questo crimine selvaggio, commesso da mercenari della potenza arrogante contro civili innocenti, ha rivelato ancora una volta la vera natura dei cosiddetti difensori dei diritti umani e aggiunto un nuovo episodio alle atrocità del sistema corrotto e oppressore che domina il mondo”, aveva detto il Presidente all’agenzia iraniana Irna prima ancora di intervenire all’Onu. Tenuto conto che Mahabad si trova al confine con l’Iraq, si può ipotizzare che gli esecutori dell’attacco venissero dal Kurdistan, oppure fossero arabi. Questo però non significa che la responsabilità possa essere attribuita agli Usa. Tutto ciò fa del presidente iraniano un negoziatore inaffidabile, i cui tentativi di moderazione si rivelano irrilevanti.

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